martedì 11 febbraio 2014

Haydn e il sindacato. Bach, Bahrami e l'Orchestra Sinfonica Marchigiana al Teatro dell'Aquila di Fermo: intensamente originali

Fosse esistito iI sindacato, in quell’estate del 1772, non avremmo avuto la haydniana Sinfonia n° 45 in Fa diesis min. con il sorprendente finale che le valse il titolo di “Sinfonia degli addii”. Perché Haydn non avrebbe forse composto - per convincere l’esigente principe Esterházy a mandare finalmente a casa dalla residenza estiva gli esausti musicisti al suo servizio - una sinfonia dall’inusuale impianto complessivo: con novità e allusioni agli umori dei componenti della Cappella Musicale che non sarebbero sfuggite al musicalmente acculturato principe, e con quel finale Adagio in cui gli strumentisti smettono di suonare ad uno ad uno, ad uno ad uno spengono la candela del leggio e… se ne vanno.

Oggi, intorno a quegli “addii” l’Orchestra Filarmonica Marchigiana costruisce un percorso musicale di intensa originalità, che alla “sottrazione” dell’Adagio haydniano di chiusura, contrappone un’apertura che si dispiega “per accumulazione”: è la “Sinfonia degli arrivi - Azione rituale per orchestra” del compositore jesino Matteo Angeloni; gli strumenti entrano in scena progressivamente in fascinosa stratificazione di voci che, muovendo dal solitario autorevole incipit del timpano, accumula prima gli archi poi i fiati, evocazione intensa e maestosa del “passaggio primordiale dall’oscurità alla luce” (M. Angeloni).
Ed ecco Bach, le sue note che sono “un dialogo del Signore con se stesso prima della creazione” (Goethe); ecco i Concerti per pianoforte e orchestra BWV 1052 in Re min., BWV 1054 in Re magg., BWV 1056 in Fa min.
Ramin Bahrami al piano è come se fosse nato con Bach, lo Steinway&Sons sotto le sue dita sembra far lievitare il teatro. Di certo un qualche dio lo possiede, quando la “musica divina” si sprigiona da quella tastiera, né gli applausi fuori luogo di qualcuno del pubblico raggelano il pianista: lui è al di là e al di sopra, tutt’uno con “l’energia divina” del pensiero musicale bachiano. La buffa piroetta intorno all’angolo dello Steinway, con cui ad ogni conclusione prende la rincorsa per l’inchino, lo riporta fra noi umani: iraniano fuggito dodicenne dal suo paese in fiamme, a cui Bach ha “salvato la vita” nell’Iran kohmeynista che vietava la musica; bambino di 5 anni “fulminato” dalla Toccata della Partita n° 6 eseguita da Glenn Gould in un LP che un’amica ha portato da Parigi, “come se un virus mi avesse pervaso, stregandomi”.
Già l’attacco è di una precisione svizzera, sembra d’essere a Lucerna: Ramin suona a memoria, non gesticola, non sbraccia, pare non respiri. Non gli si muovono neanche le code dello smoking. Non si butta sui bassi nè sugli acuti, non arpeggia, non percuote, non assale la tastiera. Ma neppure la accarezza, niente romanticherie. I tasti sembrano costruiti attorno alle sue mani, prendono anima e sublimi velocità con inumane pienezza e scioltezza, ad intensità non misurabili, hai voglia a scrivere piano pianissimo mezzopiano mezzoforte-ma-non-troppo…, dita feline di gatto (persiano), morbide silenziose scattanti, dolcemente implacabili infallibili… Il Bach di Bahrami è unico e ineffabile. Dal palco, lo ascolto e lo guardo di sbieco, tra la paralisi e l’ipnosi. E quel “largo”(BMV 1056)? E l’essenziale assolo in omaggio ad Abbado? E la stasera inarrivabile Filarmonica Marchigiana, che a momenti pare star tutta dentro allo Steinway, per poi srotolarsi come un prezioso tappeto (persiano) di antica manifattura?
La bellezza ci rigira l’anima al contrario e se ne va”. Ci lascia, Bahrami, dopo averci scolpito dentro il “suo” Bach, e sul palco in penombra una piccola squadra come di folletti silenziosi disancora e spinge via il gigante “a coda lunga, nero”. Ci si sente un po’ orfani ma per essere subito rapiti dalla meraviglia di un Haydn superbamente interpretato: ci travolge la Sinfonia n° 45 in Fa diesis min. con la sua forza drammatica, i discostamenti dai canoni, il carattere scuro e meditativo nell’alternanza di modi maggiore e minore, fino all’ultimo movimento e all’anticlimax di quel finale che termina in un pianissimo. Uno ad uno o in coppia i musicisti abbandonano la scena, e nel palco con le luci che un po’ per volta si attenuano, restano a concludere con la sordina i soli violini del primo leggio.
Se tutti se ne vanno, dobbiamo farlo anche noi” disse sportivamente Esterházy in quella lontana estate, comprendendo il messaggio e, decidendo l’immediato ritorno alla residenza invernale di Eisenstadt, restituì (senza pressioni sindacali, eh eh) gli estenuati musicisti alle loro famiglie.
Noi no, noi resteremmo per sempre, tutt’altro che estenuati e nostro malgrado restituiti alla mediocrità del presente.


L'energia, l'entusiasmo e la vitalità che la musica di Bach mi ha trasmesso mi hanno tenuto lontano dai pericoli e dagli smarrimenti che colpiscono i giovani di oggi. In generale posso affermare con tranquillità che nell'arte o nella cultura si trovano elementi estetici che hanno anche un valore etico e indicano la via da seguire". [Ramin Bahrami in un’intervista a L’Espresso del 31.8.2011]



Sara Di Giuseppe

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