11/04/23

I GIORNI DELL’IRLANDA

“Nomadic Piano Journey”
Antony O’Breskey (pianoforte e voce) & Aurelio Boscaini (voce e chitarra gitana) in concerto
San Benedetto Tr. – PUB MEDOC 2 Aprile 2023  h22 [RINASCENZA/In Art – V Rassegna Letteraria e Musicale]

Foto di Annalisa Frontalini

         Dopo 6 anni torna da noi proprio nei giorni degli storici “accordi del Venerdì Santo” di Belfast tra i governi di Regno Unito e Irlanda, nel 25° anniversario. Anche se artisticamente Antóni O’Breskey non ha mai sottilizzato, penso, fra “le due Irlande”, per lui sempre romanticamente unite e in pace attraverso la musica.

E nonostante il tempo trascorso, Antóni è ogni volta come nuovo nel suo aspetto dal gusto vintage. 

Sarà che stasera è ancor più a suo agio, in questo Medoc così simile a un pub irlandese, coi suoi colori scuri, i legni consumati che creano nordiche atmosfere, il vissuto pianoforte d’ordinanza che odora di birra e tabacco, il pubblico ai tavoli seduto alla come viene, altro che incapsulati in rosse poltroncine coi numeri. [Dice, che quando tiene concerti nei teatri è in tensione fin quando non riesce a “trasformarli” in taverne o in pub…  - ma anche viceversa, ammette -].

         Uno sguardo d’intesa alla tastiera e ai martelletti a vista - come per dire patti chiari eh! - e via subito con quella sua musica perfettamente imperfetta (che 6 anni fa ci disorientò, all’inizio) da paesaggi sonori imponenti e tranquilli e orizzonti non banali. Musica ripetitiva-ossessiva senza accelerazioni ma dalla trama intrigante, che lega boschi labirintici e brughiere, prati smeraldo e rocce vulcaniche foderate di muschi, fin giù alle baie del mare scurissimo. Sulla tastiera: di qua, note in sequenza penetranti quasi psichiatriche, di là il tumulto atmosferico dei bassi. Senza pause nè silenzi. 

Suoni forti e combattenti, che mai producono rumore o chiasso bensì riempiono, abbracciano, consolano. Non musica accademica, o ancor peggio commerciale, da vetrina, ma musica viva-che-racconta-la-vita senza bisogno di parole e di canto (solo qualche energico grido ben assestato giusto per rimetterti in strada col pensiero). Musica in centrifuga: balcanica, spagnoleggiante, country, epic quasi gospel, tarantolata, blues… con tracce di Bach, di pop e di jazz, alla O’Breskey si capisce. Il tutto in salsa celtica. Naturale che parti per Irlanda senza andarci (o “nel Galles, che è quasi uguale”). Non capisco di cinema, ma sarebbe (o è) anche stupefacente musica da film (da oscurare gli attori…). Anche nei CD - dove Antóni si sceglie musicisti bravi e matti come lui - è più il suo riconoscibilissimo pianoforte a produrre e guidare emozioni. 

         Sorseggiando birra rossa (d’Irlanda, suppongo) Antóni - quando gli va - ogni tanto si alza dal piano e intrattiene a schema libero, racconta, dialoga, sorprende, inventa... Parole a regime torrentizio, slegate, sospese, sincopate, libere in arpeggio, intraducibili. Parla come suona, suona come parla, jazz “allargato” alla parola. È in uno di questi estemporanei intermezzi che, col suo comunicare un po’ enigmatico, preannuncia quella che per me, per noi, forse anche per lui, è la sua più incredibile sbalorditiva composizione: Buenos Aires. [se non l’avesse suonata non l’avrei lasciato andar via]. 

Melodia improbabile, dolcissima - un 3/4 sospeso - facile solo all’apparenza, che di colpo s’inerpica temeraria - una volta soltanto - su quella nota solitaria e impossibile che non t’aspetti, ad innalzar lo spirito, il pensiero, il sogno, il mistero. Ma la storia-quasi-leggenda che evoca e a cui si ispira - una figlia persa e ritrovata dopo 17 anni a Buenos Aires, esattamente come il nonno, che ritrovò anche lui la figlia dopo 17 anni, e pure a Buenos Aires! - non poteva che sprigionare questa strana lirica (senza testo) spaesante e mistica, con radiazioni di poesia, di stupore, di letizia.

 

         Ancora musica corroborante da guardare attraverso una Guinness Black Lager, poi la svolta inattesa: O’Breskey scruta e chiama dal pubblico un nome, vieni qui, prendi la chitarra, accompagnami come sai, lavora anche tu… e quello che s’alza quasi recalcitrante ma ubbidiente, che ci mette un po’ a sedersi (più dietro che di lato) armeggiando col capotasto che non trova, che comincia timido in sordina, la sua acusticanon sembra una Martin… Ma lui sì! [Sapremo dopo che è Aurelio Boscaini virtuoso chitarrista di flamenco, grande amico di O’Breskey, chissà come trascinato da lui quaggiù, non poteva dirgli di no]

         Un personaggione: perché suona accarezzando le corde, per estrarne l’energica sonorità andalusa, perché canta con voce grandiosa, che per istinto ti giri credendo arrivi da chissà dove tanto è speciale, possente, calda, vibrante. Note, ritmo, voce, canto, (ballo), la “filosofia” della musica flamenca eccitante e sensuale che dovremmo ascoltare di più e goderla, e approfondirla, e studiarla.

 E’ tardi, siamo tutti stanchi, si chiude. Quando Aurelio Boscaini tornerà al Medoc, spero presto, racconterò “I GIORNI DEL FLAMENCO”. Senza aspettare anniversari irlandesi.

 

PGC - 9 aprile 2023


 

 

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