domenica 22 luglio 2018

IL VENTESIMO

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 LA CADUTA 
di Albert Camus

Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
19 luglio 2018  h21.30


IL VENTESIMO


       Venti gli incontri con Di Bonaventura e il suo teatro, quattro le stagioni trascorse dallinizio del Viaggio Cosmico-Letterario. Come astronauti al rientro, ci riadatteremo alla forza di gravità ma - come loro - ciò che abbiamo visto e ascoltato ci ha cambiati e luniverso per noi si è dilatato, terribilmente e meravigliosamente.

       Lo spettacolo autentico che è il teatro - nella definizione di Artaud - ha trasmesso le sue vibrazioni, fatto dellarte scenica iniziazione capace di travolgerci e possederci. 

Da Leopardi a Nietzsche, da Pasolini a Campana, da Pirandello a Ionesco - sono solo alcuni - ogni Recital ha esplorato tutte le possibilità dellesistenza, dis-fatto teatro e testimoniato poesia, tolto di scena (direbbe Carmelo Bene) più che messo in scena; ha usato lo spazio (il freddo non-luogo dellOspitale) e lassenza di scenografie, quinte, fondali, così come Peter Brook usava lo spazio vuoto: per scoprire la nudità delle cose - la realtà, dunque - cui si possa aderire con tutto il coinvolgimento e lenergia neuronale di cui lo spettatore è capace.

      La Caduta è la chiusura forse emblematica del ciclo: perché Camus mette a nudo duplicità e ipocrisie, e nel farlo trascina il lettore/spettatore davanti allo specchio, e impietosamente strappa il velo delle nostre sicurezze e prosopopee. 

      Nella ri-scrittura scenica di questa sera il lungo monologo si sdoppia e lavventore di Mexico City (bar dal nome improbabile alla periferia di Amsterdam), anonimo destinatario delle confidenze di Jean Baptiste Clamence e come lui parigino, si materializza attraverso Simone (Lei ha circa la mia età -  valuta Clamence osservandolo - è più o meno ben vestito, ha le mani bianche. Quindi un borghese, più o meno): con discrezione si presta allascolto, pone le domande giuste.

       Clamence è dotato di superiore ironia (Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sulluomo, gli accade di provar nostalgia per i primati, confida) e il suo linguaggio è ricercato (Confesso davere un debole per il bel parlare in genere..); si trova a proprio agio nei luoghi elevati - metaforicamente e materialmente ma è invece sullabisso dentro di sé che dovrà chinarsi per guardarvi, per ascoltare come non ha mai fatto il suono di moneta falsa di ogni suo gesto benevolo e virtuoso, la volontà di potere nascosta in ciascuno di essi, lamore di sé come unica spinta di ogni buona azione (Ho capito che la modestia mi aiutava a brillare, lumiltà a vincere, la virtù a opprimere).

       Sembrerebbe il punto di partenza di una redenzione, in realtà è una caduta: riconoscere la duplicità di un altruismo esibito ma radicato nellegoismo equivale a smascherare lipocrisia non solo propria e del singolo, ma anche quella che sostiene lintera struttura sociale. 

Una risata alle proprie spalle proveniente da chissà dove sul ponte delle Arti, e una ragazza che dal Pont Royal si getta nel fiume senza che lui intervenga, sono gli accidenti che innescano in Clamence la crisi (Viene sempre il giorno, o la notte, che la risata scoppia senza preavviso. La sentenza che uno pronuncia sugli altri, finisce col rimbalzargli dritto in faccia, non senza danno).

       Egli dunque, avvocato parigino di grido e raffinato gaudente, dai comportamenti di ostentate generosità e benevolenza (Fisicamente sono stato favorito dalla natura, gli atteggiamenti nobili mi riescono bene senza fatica), il cui accordo con la vita era totale, una volta gettata la maschera che connota ogni suo atto virtuoso, attua la rivoluzione copernicana che lo trasforma in giudice-penitente

Svelando ad altri la propria ipocrisia, il proprio usare a fin di male le sue proclamate virtù, egli diviene penitente delle proprie colpe; e al tempo stesso in quanto specchio delle uguali altrui ipocrisie si pone come giudice, legittimato a giudicare gli altri non solo per ciò che hanno inevitabilmente commesso, ma anche per linsincerità che impedisce loro di ammetterlo. 

       Aver ribaltato la propria condotta è leconomia di salvezza che gli consentirà di continuare a vivere, a giudicare e a giudicarsi: la penitenza, continua e pubblica, è diventato il suo nuovo lavoro (Che ebbrezza sentirsi padreterno e distribuire attestati di vita dissoluta e di cattivi costumi), e quella risata alle sue spalle cesserà forse di farsi udire.

      Lo spazio vuoto agìto da Clamence/Vincenzo e dallinterlocutore/Simone si è popolato di fantasmi lungo il percorso: i parigini (Quasi cinque milioni?Sia pure, avranno figliato.. Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie. Le idee e la fornicazione); Amsterdam (Bella città, vero? Io abito nel ghetto Settantacinquemila ebrei deportati o assassinati, la pulitura mediante il vuoto io abito nel luogo duno dei maggiori delitti della storia); la libertà, Dio, lamore Intorno aleggia la riflessione cui è impossibile sottrarsi, sulla banalità del bene, su quanto delletica individuale di ciascuno si basi sullopinione che gli altri hanno di noi. 

       Albert Camus morirà precocemente nel 1960 in un incidente dauto: da folgorante James Dean della letteratura scrive Domenico Quirico nel 2013, centenario della nascita, e ricorda come conformismi e poteri di ogni risma abbiano tentato di panteonizzare e marmorizzare questo intellettuale, uno dei pochi attenti, in una Francia in preda al dubbio e alla follia; la cui potenza critica si è chinata sulla condizione delluomo nei momenti più bui di un secolo che molto ha in comune con il panorama storico e culturale delloggi; per il quale è la menzogna il peggiore dei mali, poiché tradendo e interrompendo la comunicazione lascia che lo spazio sia occupato dalla violenza, quella fisica ed esplicita o quella occulta e subdola che preme sulle coscienze. 

Limitato alla sfera di coloro che ci sono più vicini, il sentimento di benevolenza è incapace di aprirsi alla considerazione dellaltro in quanto tale: il dispiacere per la vittima, il disadattato, lo straniero, il prossimo di qualsiasi genere, non viene da noiprovato se non in maniera astratta, intellettuale per così dire, ma senza toccarci realmente e, di conseguenza, senza spingerci ad agire in suo favore  
M. Terestchenko, Une si fragile vernis dhumanité

Sara Di Giuseppe - 21 luglio 2018


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