mercoledì 28 novembre 2018

Perdere la testa

OFFICINA TEATRALE
GRUPPO TEATRALE AEOIDOS

Salomè

da un testo di 
Oscar Wilde

Riscrittura scenica di   
Vincenzo Di Bonaventura

con 
Vincenzo Di Bonaventura - Simone Cameli
e il gruppo teatrale Aeoidos

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
25 Novembre 2018  h17

 PERDERE LA TESTA

       Comè buio laggiù Somiglia a una tomba: è forse lunico momento, nel dramma di Wilde, in cui Salomè sembra un essere umano e non la mantide perversa, lunare e macabra, la bête monstrueuse dipinta da Moreau. 

È vertiginosa, la tenebra di quella cisterna-prigione dalla cui profondità la voce del profeta Iokanaan grida poderosa e incompresa. E nellopera che Strauss compose sul testo di Wilde (grazie a dio senza adattamenti librettistici) è il tuono di cinque contrabbassi allunisono, che ne trema lorchestra, a suggellare il brivido di Salomè.

       Di questo discorre Di Bonaventura col suo pubblico prima dello spettacolo, e di altro ancora: della versione cinematografica di Carmelo Bene (1972), per esempio  - catarifrangente e allucinata (M.Vignolo Gargini) - che a Venezia suscitò un putiferio (I veneziani in frac mi sputavano addosso Evitai il linciaggio, narrava lo stesso Bene).

Non era andata molto meglio a Wilde, nellInghilterra vittoriana e bacchettona - poco dissimile da certe italiche atmosfere, non solo di ieri - se il suo dramma (1891) si potè lì rappresentare per la prima volta solo nel 1931. 

        È rassicurante la chiave di lettura che lega al clima decadente di un preciso periodo storico la ripresa nellarte, e in molteplici forme, di un personaggio - Salomè - che appare piuttosto come figura archetipica e dunque universale, compendio di fantasie e immagini custodite nellinconscio collettivo più di quanto si sia disposti ad ammettere, e che solo la grande arte col suo potere catartico può metterci in grado di affrontare. 

Forse per questo Salomè - misto dangelo inviolato e sfinge antica per dirla con Baudelaire - ha attraversato tempi e culture, sperimentato ogni forma artistica, percorso tutte le sensibilità, fino ad esplodere nellarte del XIX secolo come vera ossessione maschile

Da perderci la testa. Ed è quella di Iokanaan il profeta, ad esser servita realmente su un vassoio dargento, immolata allerotismo degenere, alla perfidia, allinfantile collera di Salomè. 

        Nella riscrittura odierna la scena, già scarna in Wilde - Unampia terrazza nel palazzo di Erode - è solo uno spazio vuoto: si direbbe occupato unicamente dalle traiettorie degli sguardi - di Narraboth e del Capitano delle guardie, di Erodiade e dello stesso Erode - rivolti alla luna e da questa a Salomè: ciascuno in modo diverso stabilisce unidentificazione tra Salomè e la luna, premessa ad una sorta di legame dionisiaco e misterico che avrà nella danza il suo epilogo, come un rito pagano che esiga il suo finale tributo di sangue.

        Fulcro della dinamica centripeta che converge su di lei attraverso gli sguardi, ancor prima che ella compaia fisicamente in scena, Salomè è figura lunare e insieme sepolcrale (per Narraboth, suicida per amore di lei, la luna sembra una principessa dai piedi dargento ma è anche come una donna morta, si muove così lenta), e linsistito simbolismo selenico richiama miti antichi e timori ancestrali (pure nellOtello shakespeariano È colpa della luna, quando più savvicina alla terra, rende gli uomini folli ). 

E Salomè, che per Iokanaan ha perso la testa (lei sì, solo in metafora) e ne è resa quasi folle, di lui dice Certamente è casto come la luna.

        La posta del gioco erotico e perverso è comunque il potere: quello per il quale Erodiade plaude alla richiesta scellerata della figlia che la libererà dun pericoloso antagonista e implacabile accusatore; quello soprattutto, spietato, che Salomè è conscia di esercitare su chi le è intorno (Non mi hai voluta, Iokanaan. Mi hai respinta. Mi hai detto cose infami. Mi hai trattata come una cortigiana, come una prostituta, io, Salomé, figlia di Erodiade, principessa di Giudea! Guarda, Iokanaan, io sono ancora viva, ma tu sei morto e la tua testa è mia). 

Per questo è tragedia materialistica del desiderio la sua, e non tragedia d'amore.

        Quella luna che sera fatta rossa (Guardate la luna!  ... È diventata rosso sangue!) si spegne sullordine di Erode, Uccidete quella donna, dopo aver posato il suo ultimo raggio su una Salomè sanguinaria e mostruosa e sul suo folle Io ho baciato la tua bocca, Iokanaan, io ho baciato la tua bocca

      Ed è forse un riscatto, o solo linsostenibilità dellorrore, il gesto conclusivo del tetrarca di Giudea, cui Di Bonaventura ha offerto tutti i colori e le sfumature di una personalità ambigua, contraddittoria, spesso grottesca, sintesi d'ogni fosca tirannide: il ghigno lussurioso e la petulanza ridanciana, la miope arroganza (Non ho paura di lui, non ho paura di nessuno Non lautorizzo a risuscitare i morti...) e il confuso isterico sgomento (Sento nellaria come un battito dali, un battito dali gigantesche). 

        Tra la Salomè dei Vangeli, adolescente vittima delle istigazioni materne, e la fredda incantatrice lunare, Wilde sceglie questultima. Che appartenga allesasperata sensibilità decadente di unepoca o che getti una luce universale sugli abissi dellinconscio umano, è anche nella voce di questa tragedia che ritroviamo - su questa scena ammaliante e ipnotica - il Wilde artista geniale che cambiòla mente degli uomini e il colore delle cose risvegliando limmaginazione del suo secolo; e lesteta prodigioso, soave nella coerenza del proprio sentire, che alla miseria dei legulei incalzanti perché rispondesse alle accuse infamanti, oppose il suo gigantesco inimitabile: Non so rispondere a prescindere dallarte.


E ogni uomo uccide la cosa che ama, 
tutti lo devono sapere

O.Wilde, La ballata del carcere di Reading


Sara Di Giuseppe - 28 novembre 2018


Nessun commento:

Posta un commento