venerdì 22 luglio 2016

Lungo il Tevere, Roma 2016. Alessandro Carbonare, Perla Cormani, Luca Cipriano in trio


Il testamento di Tito*

Si è parlato di emergenza topi a Roma ma, parafrasando De Andrè, non ho provato stupore. Di che stupirsi ancora, se i lanzichenecchi governanti ed i lanzichenecchi governati hanno avuto il sopravvento, se da quel 16 maggio 1527 non se ne sono più andati e la loro progenie banchetta sulle spoglie della città più bella del mondo?
Eppure, come una maga benevola, questa città sa far risorgere lo stupore: può accadere, quando un gruppo di persone - “Arte20” - organizza sulle rive del Tevere, sotto la collina dell’Aventino, concerti come quello dell’ “Alessandro Carbonare Trio”.
La magia è il profilo notturno delle chiese di S.Alessio e S.Sabina; è il palazzo dei Cavalieri di Malta (quello dove appoggi l’occhio alla serratura e vedi S.Pietro); è il giardino degli aranci nel controluce della luna crescente. Lo stupore è ascoltare quelle musiche così diverse tra loro e così uguali nella maestria dell’esecuzione.
La maestria, tecnicamente intesa, è il saper “governare” la complessità di uno strumento difficile come il corno di bassetto, amatissimo da Mozart. La maestria che diventa arte è quella con cui il Trio estrae dallo strumento sonorità che restituiscono al pubblico, intatti, i variegati “colori” mozartiani del Divertimento k439b n.1: gioiello architetturale per tre corni di bassetto che il Trio propone nella versione originale. L’onda dalla cresta spumeggiante dell’Allegro iniziale comincia a smorzarsi nel primo Minuetto trio per placarsi poi, delicatissima, nell’ adagio centrale; l’onda risale ancora nel secondo Minuetto trio, torna a spumeggiare nel Rondò allegro finale; porta la frescura del mare alle labbra degli ascoltatori, genera il sorriso che solo la vera bellezza sa regalare.
Impresa non da poco è anche rendere pienamente la freschezza e la modernità della Sonata per due clarinetti di F.Poulenc. A dispetto dell’immagine di autore “facile” che rischia spesso di accompagnare questo compositore, i Nostri ne hanno messo in evidenza la ricchezza e complessità, gli echi strawinskiani, debussyani (pur non amando molto Debussy) o i sapori dell’ art nègre, quasi jazz che in lui ritroviamo, fortemente pervasi del “suo” spirito francese.
Maestria è, ancora, quella con cui il Trio asseconda le dinamiche della “Jazz Suite” di Chick Corea: e qui la mente vola verso Miles Davis, Stanley Clark, Pat Metheny e tutti i grandi con cui ha percorso le tappe di una vita veramente geniale (22 Grammy Awards vorranno dire qualcosa), il cuore respira il profumo delle sue tipiche sonorità inconfondibilmente morbide (quasi latine) ma anche di quelle più astratte come nel “Solo” che Luca Cipriano estrae con impressionante maturità.
Se poi ci si stupisce ancora perché qualcuno abbia saputo scrivere ben otto variazioni (WoO 28) su un tema semplicissimo come il mozartiano ”Là ci daremo la mano” - dandoti la cifra della grandezza di un tale Beethoven - , vuol dire che questo miracolo è frutto di una bravura come ce ne sono poche in giro, e di bravura non può che trattarsi se sai convertirti nella travolgente Klezmer suite finale. Ultimo bis da standing ovation - anche per chi le detesta - per l’assolo di un Alessandro Carbonare in gran forma: ti compiaci di averlo conosciuto e già apprezzato tanti anni fa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – nei concerti dei “Fleurs bleues”.

Francesco Di Giuseppe

*F.De André, “La buona novella”, 1970

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