lunedì 2 febbraio 2015

Saggio breve sul delirio di bruttezza. Il villino che non volle diventare palazzo e restò villino restaurato con amore

Quel villino in prima fila, quasi all’inizio del lungomare di San Benedetto del Tronto, resisteva a decenni di abbandono e incuria. Sembrava di nessuno. Crepe profonde come ferite sui muri, infissi sfondati, pericolanti il tetto e il bel cornicione in legno, tracce di trasformazioni turistiche andate in malora. Derelitti e malconci i cartelli “Vendesi”. Forse i proprietari erano esosi, forse c’erano complicazioni alla vendita (eredità, fallimenti…), aggiungici gli apparentemente inestricabili vincoli edilizi, l’ottusa burocrazia delle Belle Arti… 
Era comunque un affare. Bastava comprarlo cash al momento giusto, poi, in una notte, ZAC demolirlo e tirarci su un gustoso palazzo di design di cemento e vetro di altezza doppia, diciamo 4-5 piani, come l’albergo vicino. Oggi non mancano i premi di cubatura e superficie, né le deroghe, né i furbi Piani-Casa, né infiniti altri incentivi di sapore politico. Avrebbe frignato solo la Soprintendenza Regionale, ma per finta. Come per il villino stile tardo-razionalista poco più a sud: all’abbattimento (abusivo?) di un’ala cantiere ecco il sequestro (P.P. 1390/14 RGNR e 916/14 GIP), ovvio, ma chi se ne frega: un piccolo stop e, come se niente fosse, di nuovo le ruspe a finire la demolizione. Al posto del villino sorgerà un palazzo, un albergo, un ristorante, chessò. Orrendo come gli altri. Fabbrica di soldi. Badare al sodo si deve. Oltre che adeguarsi al costume corrente. A San Benedetto e dintorni impazza una sorta di “Nuovo Brutalismo” (tardivo di una cinquantina d’anni), dalle volgarità estetiche populiste, stridenti quanto mielose, che nonostante questo - o proprio per questo - eccitano le voglie di acquisto. Insensibilità e antiestetica sono oggi le cifre della nostra nuova edilizia. Distrutta la pur modesta cultura costruttiva del novecento, perduta totalmente la cultura architettonica, il tessuto urbano ne è risultato decomposto e devastato. Tutto si mischia a caso, ingigantito, deformato, senza decoro. Gareggiano ingegneri e architetti nel farcire le loro brutte scatole di fronzoli-giocattolo burlescamente pitturazzati, esca per gli ignoranti par loro. Banalità delle strutture, decomposizione dello stile, ossessiva smania d’apparire, assenza di equilibrio mentale, centrifugazione dell’esistente dolosamente distruttiva, figlia deforme dell’ansia di innovare a tutti i costi. Facciate come infernali “maschere di seduzione”. Ci siamo mangiati territorio e ambiente, ma non siamo ancora sazi, e di nuovi stupefacenti orrori continuiamo a ingozzarci come di dolci. Masochisti, godiamo nel farci male da soli, e ci abbuffiamo di costruzioni grasse, leziose, baroccheggianti, con dosi minime di verde artificiale riparatore e dosi massime di recinti carcerari di massima sicurezza. Non capiamo il bello, ma neanche lo vogliamo. (…) Per cui, fa tenerezza questo villino in mattoni inopinatamente riportato agli antichi splendori: ristrutturazione vera, senza stravolgimenti, portata avanti con cura certosina e amore. Hanno “perso tempo” perfino a ri-affrescare interamente il sotto-cornicione. Ma via, è un progetto sbagliato, stonato, spregiudicato, arrogante e sprecone, pericolosamente in controtendenza. Quasi da galera. Chissà quanto si sarà arrabbiata la Soprintendenza. Ordinerà di abbatterlo per farci un palazzo.

PGC


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