giovedì 5 febbraio 2015

Cronache rinascimentali. Matteuccio da Firenze a Silviuzzo da Arcore (Carteggio segreto casualmente intercettato)

Matteuccio da Firenze a Silviuzzo da Arcore
Compare mio caro.
Poi che fu creato questo nuovo Presidente, ho avuto due lettere da voi et due da messer Totto vostro: le quali mi richiedono che io operassi che voi foste scritti tra i familiari del Presidente. La qual cosa avremmo ottenuta, ma per il numero grande né lui né infiniti altri son stati approvati dalla Camera, perché dicono che tanto numero di familiari, i quali tutti possono ottenere benefici senza pagamento, fa che gli uffici non rendono.
Nondimeno, passata questa furia che si fa in principio, tenterò di nuovo. Sono certo, compare, che tra voi medesimo direte che io mi sia dato da fare per la creazione di codesto Presidente: il che confesserò esser vero et procedere in gran parte da me.
Spero non stare molto a rivedervi, et duolmi potervi poco offerire perché non posso né mai pensai avere a potere assai.
Raccomandatemi a tutti gli amici. A voi mi raccomando.
Silviuzzo da Arcore a Matteuccio da Firenze
Magnifice domine orator.
Questa vostra lettera mi ha sbigottito et doluto. Et quanto all’affare di Totto, la mi dispiace, et vorrei che mi consigliassi se fosse a proposito che mi raccomandassi al Presidente et gli scrivessi una lettera, o se fosse meglio che voi faceste a bocca questo officio a Lui, oppure se fosse da non fare né l’una né l’altra cosa, di che mi darete un poco di risposta.
La mia brigata, che voi sapete quale è, pare una cosa dispersa, et tutti i capi di essa hanno avuto un bollore. Uno è diventato zotico e fastidioso, uno è rimasto come un barbio intronato, uno sta come una cosa balorda. Il magnifico Presidente lo troverete disposto per naturale simpatia a farmi piacere: se dunque il caso mio verrà maneggiato con qualche destrezza, credo che mi riuscirà di essere adoperato, et se la magnificenza del nostro Presidente cominciasse ad adoperarmi, credo che io farei bene a me, et utile et honore a tutti li amici mia.
Matteuccio da Firenze a Silviuzzo da Arcore
Silviuzzo, compare caro.
Se io non pensassi ai casi vostri, non penserei ai miei, et voglio vi persuadiate di questo: che quando vi vedessi accrescere in honore et utile, sarìa come se in me proprio venisse tal beneficio. Et ho meditato meco medesimo se è bene parlare di voi al Presidente, et mi risolvo di no perché non credo sarei un intermediario adatto tra voi et lui, perché mi ha fatto qualche buona dimostratione di amore ma non come avrei creduto. Per lo intanto, se avrò a fermarmi a Roma, potrete ottenere licentia di venirci, et vedremo se potremo tanto ciurmare che ci riesca di concludere qualche cosa; et se non ci riuscirà, non ci mancherà trovare una fanciulla che ho vicino a casa, da passare tempo con essa; e questo mi pare il modo che s’ha a pigliare.
Silviuzzo da Arcore a Matteuccio da Firenze come fratello honorando.
In Firenze o dove fosse.
Magnifico oratore.
Questa vostra lettera mi fece nel principio smarrito et confuso; ma nel prendervi confidenza mi è intervento come alla volpe, quando vide il leone: che per la prima volta fu per morire di paura, la seconda si fermò a guardarlo dietro a un cespuglio, la terza gli favellò. Et così io, rassicuratomi, vi risponderò. Non per mio conto, che mi sono acconcio a non desiderare più cosa alcuna con passione, ma per vostro, pregovi che proseguiate nello imitare quelli che con improntitudine et astuzia, più che con ingegno et prudenza, si fanno strada. Ciò affermato, mi par conveniente farvi noto qual sia la mia vita in Arcore. Per prima cosa, dove habito, perché mi sono tramutato, né sono più vicino a tante cortigiane; la casa è assai buona, et dalla casa s’entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito. In questa casa sto con nove servitori, et oltre a questo, un cappellano et uno scrivano et sette cavalli. Nel principio cominciai a voler vivere lauto e delicato, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti et simili cose; accorsimi poi che spendevo troppo, senza cavarne miglioramenti, in modo che feci pensiero di non invitare nessuno, et li argenti restituii a chi me li aveva prestati. Se voi mi domandate se ho nessuna cortigiana, vi dico che n’ho una, la quale è assai ragionevole di bellezza, et nel parlare piacevole. Ho ancora in questo luogo, benché sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe, et benché sia di nobile parentado, non è aliena da un certo genere di faccende. Voi sapete che io mi diletto un poco delle femmine, et spesso qualche cortigiana viene a visitarmi per vedere la chiesa et l’orto attigui alla casa dove abito. Et perciò, quando abbiate a venirci, non voglio che alcuna remora vi trattenga, perché di una semplice visita non sarete incolpato. Perché io credo, credetti et crederò sempre quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi. Quanto alla politica, non so che dire, perché ho perduto la bussola. Matteuccio mio, a questa vita v’invito, et se ci verrete mi farete piacere, et poi ce ne torneremo a Roma insieme. E perciò stiamo allegri, et segua quel che vuole.
Io vi ringrazio di nuovo di tutte l’opere et di tutti i pensieri che voi avete avuti per mio amore. Non ve ne prometto ricompensa, perché non credo mai più potere far bene né a me né ad altri. Et se la fortuna avesse voluto che il Presidente deliberasse questa gratia, sarei stato contento. Pure, io non dispero ancora del tutto, et quello che ha da essere, fia. Ricordatevi che io sono al piacer vostro, et che mi raccomando a voi et all’eccellentissimo nostro Presidente.
Cristo vi guardi.
Matteuccio da Firenze a Silviuzzo da Arcore
Caro compare, non c’è momento ch’io non pensi in che modo si potesse fare che voi ottenessi quella cosa che intra le altre più vi preme. Se io fossi nella vostra condizione, scriverei una lettera, che contenesse come voi vi siete affaticato tanti anni per acquisire honore et utile, et che in l’una et l’altra cosa avete a tale desiderio soddisfatto, ancorchè con disagi et pericoli vostri grandissimi, di che voi ne ringraziate Iddio. Et fatto un simile preambolo, io gli mostrerei qual è lo stato vostro, e che al vostro desiderio di obtenere la gratia non si oppone altro che i cattivi modi et le perverse usanze dei tempi. Valetevi, mentre che è il tempo, di questa riputazione: non avrete infatti sempre a che fare con dei poveri di spirito. Pertanto non mancate a voi medesimo, et io vi conforterò: perché il tutto consiste nel domandare audacemente, et mostrare mala contentezza non ottenendo; et i nuovi eletti si piegano a far nuovi piaceri temendo, col negarli, di perdere i benefizii passati, et sempre corrono a fare de’ nuovi, quando sono domandati in quel modo che io vorrei che voi domandaste questo.
Compare mio, io so che questa lettera vi ha a parere sanza capo né coda come uno pesce pastinaca, perchè queste gran girandole et intrighi et accordi et tregue che a questi giorni sono seguite, non me le posso riordinare nel cervello. Tuttavia, non ebbi mai cosa più grata che la lettera vostra, alla quale non manca che la vostra presenzia et il suono della viva voce, et parmi essere ritornato in quelli maneggi dove tante fatiche ho durato et per tanto tempo. Perciò vi prego mi abbiate per scusato, et facciamo dunque un lieto carnesciale.
Iddio vi guardi.

Saretta de' Giuseppini

Spudorato saccheggio da:
Niccolò Machiavelli

Lettere a Francesco Vettori e a Francesco Guicciardini (1513-1527)

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