domenica 7 dicembre 2014

The cameraman. L'inimitabile padronanza del ritmo di Buster Keaton

Nel 1928 Buster Keaton (aveva 33 anni, e recitava praticamente da 33) girò The cameraman per la Metro Pictures Inc. (poi Metro-Goldwin-Mayer)
Scrisse in seguito: “Nel 1928 commisi l'errore più grande della mia vita. Mi lasciai convincere da Joe Schenk, mio malgrado, a rinunciare ai miei studios per lavorare con la Metro-Goldwin-Mayer". L’avvento del sonoro fece il resto.
Il suo genio comico, la sua inimitabile capacità di comunicare col gesto, con gli occhi, con la fisicità pura, non avevano bisogno di parole. Ci sono momenti, nella storia dell’arte assolutamente irripetibili e circoscritti in un dato arco di tempo. Quello che avviene dopo è solo “nota a margine”.
Il mondo fantastico di Buster Keaton finì con la fine del muto, quello che ha prodotto fra il ’17 e il ’29 resterà una pietra miliare del cinema ed è lì che dobbiamo cercare il suo genio, in quelle pellicole che meriterebbero, tutte, un doveroso restauro.
The cameraman fu dunque l’inizio della fine. Nulla manca, c’è ancora il grande Keaton con momenti di indimenticabile e irripetibile comicità (e tristezza, che sempre si accompagna al comico), ma si avverte sul fondo, molto sul fondo, come un presagio, una stanchezza mai avvertita prima.
E allora condividiamo l’osservazione di Mario Soldati che diceva: “Qualcuno ha gridato al capolavoro assoluto. Ma era gente che non aveva mai visto, o che non ricordava bene, i grandi film di Keaton. Altrimenti avrebbe notato da una parte certe stanchezze e certe insistenze (come nelle scene della piscina e specialmente dello spogliatoio, o nella gag della porta a vetri, sfondata troppe volte e prevedibilmente): e avrebbe notato, d'altra parte, alcuni episodi che presentano il difetto opposto: eccessivamente sbrigativi e quasi schematici (come la rissa nel quartiere cinese o come la regata finale, dove si vorrebbe qualcosa di più; si pensi al finale di College)”.
Quello di Soldati è un bell'omaggio all’arte di Keaton, è come dire: “E’ un gran bel film, ma se pensiamo a quanto più grandi sono stati tutti gli altri non possiamo ignorare le differenze”. Ed infatti è così, The cameraman è degno di figurare accanto ai capolavori del periodo d’oro, ma rivela un presagio di futuro che poi altro non è che lo sguardo del regista, la sua sensibilità che già sente l’aria che cambia. Nel 1932 la MGM lo licenzia, il sonoro è ormai arrivato e lui è una vittima designata. Il resto è storia nota. In fondo, girare il suo ultimo, grande film, sulla figura di un cameraman è come girare un film sul cinema, sul suo eterno gioco di specchi e rimandi tra fantasia e realtà, tra finzione, spesso più vera del vero, e verità dai margini così ambigui che a stento a volte li scorgiamo. Era un omaggio al cinema e, ora lo sappiamo, un addio. Ma, a distanza di tanto tempo, si continua ancora a riscoprire Buster Keaton e a dar ragione a Rudi Blesh (Keaton, 1966) che scriveva: “Non era mai lo stesso da una volta all’altra; gettava i suoi cliché prima che si cristallizzassero. La gente ritornava ogni giorno per vedere le novità”.
Sempre nuovo è l’artista che non finisce mai di stupirci, anche se abbiamo visto lo stesso film, ascoltato la stessa musica o ci siamo persi fra i colori della stessa tela decine di volte. Sempre nuovo è il comico che continua a far ridere e ridere, che ci sposta da lì, dove ci troviamo, e come le figurine di Chagall ci fa volare in assenza di gravità. Perchè con Keaton si vola. Le sue corse all’impazzata per raggiungere l’amata che gli sta telefonando, e arrivare da lei prima ancora che la ragazza abbia finito di parlare e riagganciato la cornetta; il suo accovacciarsi in totale assenza di gravità sopra la ruota del tram per starle vicino dopo che la ressa l’ha buttato fuori dalla cabina; il suo mite accettare di star seduto dietro, sotto la pioggia, dove non arriva la capote dell'auto e poi dirle, fradicio come un pulcino, che ne è valsa la pena per starle vicino. E infine quegli occhi, in primo piano, dietro la macchina da presa, che la guardano con adorazione infinita. Si può ridere di storie d’amore? Sì, certo, cos’altro si dovrebbe fare? Piangere forse? Lui è innamorato di lei, è stato un colpo di fulmine micidiale. Fotografo ambulante, era per strada, si guadagnava così, modestamente, da vivere, quand’ecco lei. E le gambe della sua macchina (quei cavalletti di un secolo fa!) , che mentre la fotografa si piegano spalmandosi a terra, sono le sue che tremano. E quel caparbio insistere ad aspettarla, nel suo ufficio: “Finirò di lavorare fra tre ore” , “Bene, mi siedo qui…” .
Nell’ufficio di Sally (così si chiama la dolce fanciulla, segretaria, guarda caso, della MGM) entrano ed escono frotte di cameramen con le ingombranti macchine in spalla, solo lui riesce a rompere il vetro della porta tutte le volte.
Ma solo lui farà lo scoop del secolo, con il suo macinino di cui ridevano tutti.
E così Harold, un cameraman MGM suo rivale in amore, esce sconfitto e, come in ogni bella favola, vissero tutti felici e contenti.
Ma, attenzione, non sarebbe Keaton se non ci fosse molto altro a dare il giusto affondo alla cosiddetta “complessità del reale”. E allora c’è la metropoli tentacolare dove l’omino corre, inciampa, cade, si rialza, filma una guerra fra bande a Chinatown, i tremendi Tong, sfugge miracolosamente al loro inseguimento, porta la bella in piscina, perde il costume in acqua, “Mio Dio, come faccio? Metto i mutandoni ascellari della grassona che si è appena tuffata” e via, ancora avanti, senza respiro. Ed ecco un bel campo da baseball, desolatamente vuoto, gli Yankees sono in trasferta. Poco importa, gioca lui, senza palla nè guantone, solo la macchina che lo riprende al centro del campo (che Antonioni abbia pensato a lui quando faceva volare la pallina invisibile di Blow Up?). Non si finirebbe mai di soffermarsi sulle sequenze che filano via all’impazzata, guidate da un magistrale senso del ritmo, un occhio sempre attento all’armonia dell’insieme, perchè nulla deve creare pesantezza, oscurità, il fil rouge del racconto dev’essere sempre teso, dominato da una regia accuratissima, anche quando i fili s’intrecciano in grovigli inestricabili. Il coup de théatre è sempre pronto, il reale diventa surreale ma poi torna reale con rapido scarto a creare uno snodo inatteso, la via di fuga imprevedibile, che può addirittura essere una scimmietta ammaestrata.The cameraman, alla sua prima uscita in Italia, si chiamava infatti Io e la scimmiaperchè una buffa scimmietta balza all’improvviso fuori dal cilindro del prestigiatore e sarà lei a ribaltare la realtà. C’è, nel cinema di Keaton, e inThe cameraman si conferma forte, tutta la carica eversiva che solo il teatro del comico è in grado di riversare sul reale trasformandolo.La risata, con Keaton, davvero li seppellirà. Chi? Chiunque si metta di traverso sulla sua strada.

Paola Di Giuseppe

USA - 1928 - 67’

Regia Edward Sedgwick-Buster Keaton. Con Buster Keaton, Marceline Day, Harold Goodwin

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