domenica 21 giugno 2020

IL VIRUS SEMPLIFICATO

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“… poiché la follia è del tutto consona alla specie umana
       Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia – 1509

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        Dell’era geologica pre-Covid conoscevamo il 730 semplificato, poi il virus ci ha rivelato i presidenti di Regione semplificati, e dopo ancora ecco la Maturità semplificata (le disgrazie non vengono mai sole); la burocrazia semplificata è attesa per cena.


        Oggi conosciamo, in più, la quarantena semplificata del Calcio, assoluto colpo di genio firmato Figc, Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile e stanze dei bottoni assortite.

        Funziona così: se il contenimento del contagio richiede che per un positivo o malato accertato, plotoni di congiunti-qualunque-cosa-voglia-dire e parenti fino al nono grado e amici, colleghi, conoscenti e la cassiera che t’ha fatto lo scontrino, se ne stiano 14 giorni in quarantena e il gatto di casa pure lui va sorvegliato chè non si sa mai, per un calciatore contagiato invece, solo lui va in quarantena e non la squadra al completo, l’allenatore, la panchina, il tosaerba Ferrari turbo e le gradinate dello stadio.

Semplice, no? Anzi, semplificato.


        Genialata degna del pianeta calcio - fucina di agili intelligenze e vivaio di fulgido pensiero - cui s’accompagna sacrosantamente che Ministero, vertici calcistici del tutto scevri da interessi di bottega, inguaribili politici-tifosi e decisori di rango abbiano riesumato tutti i campionati, lasciando quelle cassandre di medici e immunologi e virologi a stracciarsi le vesti. Dovrebbero sapere, le cassandre, che calciatori e tifosi sono virus-repellenti: su di loro il coronato non attecchisce, Atalanta-Valencia docet (San Siro, 19 febbraio).
Anzi, ciascuno di noi mortali contagiabili dovrebbe munirsi di un tifoso o di un calciatore come del Vape antizanzare o come amuleto, altro che vaccino.


        Va da sé che a campionati riaperti, i tifosi lungamente repressi festeggeranno il festeggiabile: non solo a Napoli, certo, ma in qualunque stadio e città si giochi e si vinca (perfino a San Benedetto, se per la categoria miracoli & affini la Samb vincerà qualcosa). Sono soddisfazioni.

        D’altronde la ripartenza dei campionati si basa sulla ben riposta fiducia nella compostezza austroungarica delle italiche genti, il cui senso civico fa scuola nel mondo.
        E’ vero, qualche animula vagula blandula avrà candidamente pensato che, con la partita napoletana giocata a porte chiuse, i tifosi avrebbero festeggiato a casetta loro intorno al tavolo di cucina con lo spumante, le mascherine e niente abbracci e figurarsi i baci tempestosi, al massimo dai balconi l'Inno di Mameli  a palla. Fesserie.
E poi lo dice pure De Luca – e De Luca è uomo d’onore – che il contagio non c’è più, gli dispiace dover riporre il lanciafiamme.


        Anzi diciamo la cruda verità: il virus non c’è mai stato e non esiste, è solo un complotto ordito dai poteri forti in combutta con Bill Gates, Nonna Abelarda e la Banda Bassotti per dominare le masse.
Sappiamo pure che le lunghe colonne di camion militari con le bare di Brescia e Bergamo erano scene sapientemente girate in studio con sofisticata regia, proprio come il finto sbarco sulla luna nell’ottimo film “Capricorn One” di Hyams. E che le immagini delle sterminate fosse comuni nella brasiliana Manaus, Stato di Amazonas, sono montaggi elaborati da mistificatori senza scrupoli per diffondere il panico.

        Tuttavia, a voler proprio esser previdenti e saggi, perché non si sa mai / non si sa mai / quello che al mondo ci può capitar - cantavano Cochi e Renato - le immagini delle sterminate fosse comuni amazzoniche dovrebbero esser stampate su poster giganti, e issati questi ultimi in bella evidenza dentro e fuori gli stadi di calcio, nonché nelle piazze, e ad ogni angolo di strada delle nostre città, qualcuno in più nei quartieri della movida frequentati dai notturni avvinazzati microcefali. Con funzione di memento mori come le Danze Macabre del tardo Medioevo, gettonatissime durante le periodiche pestilenze. O no?


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       «Un contesto così socialmente aggregante ed empatico come il calcio è l’antitesi dei comportamenti che si devono avere nell’emergenza sociale di un virus. Una minaccia per definizione».
Corriere dello Sport, intervista a Francesco le Foche, immunologo all’Umberto I di Roma.

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Sara Di Giuseppe - 21 Giugno 2020




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