lunedì 4 febbraio 2019

“Ariémecene a la casa”

XXXIX Inverno Teatrale Cuprense
Rassegna 2019
 
DON CHISCIOTTE
di
Miguel de Cervantes Saavedra
 
Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con 
Vincenzo di Bonaventura
 
Cinema Teatro Margherita – Cupra Marittima
1 Febbraio 2019   h21.15


“Ariémecene a la casa”

 
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.
[Nazim Hikmet, 1947]

    
        Non è mai semplicemente teatro, con Di Bonaventura.  È sempre “atto totale” che supera il testo e i limiti della scrittura, le convenzioni, il birignao del teatro accademico e “mortale”, e pone al centro l’elemento umano: la sola cosa che serve, secondo Peter Brook, per fare teatro. Annullata la distinzione autore/attore (i grandi artisti sono sempre grandi improvvisatori), la relazione con lo spettatore si fa intensa e alchemica, sorta di “possessione”. 


      Come oggi su questa scena in cui l’attore solista, in continuo feedback col suo pubblico, compie il suo “attentato al testo”: non ad un’opera teatrale bensì ad un romanzo (è già un primo “tradimento”, dice); e ne forza poi la componente linguistica (il secondo “tradimento”) con l’ardito ricorso a soluzioni popolari e dialettali di rara forza espressiva. 


        Il romanzo si fa con lui “teatro di strada” (per questo le luci resteranno accese, così come sulla strada lo spettacolo si svolge di giorno) e l’attore è il giullare: figura scomoda, in antico, spesso migrante perché perseguitata, embrione della migliore tradizione teatrale italiana, quella Commedia dell’Arte - “il più bel teatro del mondo” - i cui grandi postulati sono irrimediabilmente perduti.


       “Appartengo alla vecchia categoria dei teatranti che migrano”: per questo ogni luogo può essere teatro e palcoscenico, e l’attore assumere tutte le maschere e gli umori. E questa sera potrà sdoppiarsi in Don Chisciotte e in Sancho Panza, produrre da consumato giullare lo stravolgimento linguistico che assegna allo scudiero l’espressività travolgente del dialetto. Incongruente apparirebbe infatti, trasferito sulla scena, quel Sancho Panza che nel romanzo ha il parlare aulico e dotto del suo padrone: il popolano oggi parlerà, si lamenterà, protesterà, si rassegnerà in puro dialetto abruzzese, lingua originaria per l’attore che ne è  portatore sano così che di ogni sfumatura, inflessione, preziosismo nulla andrà perduto.


       E la scena diviene sorprendente laboratorio di linguistica applicata: è potentissimo questo dialetto centro-meridionale dalla fonetica proteiforme in cui le vocali - dice l’attore - in alcune zone finiscono per somigliare a fonemi stranieri o addirittura esotici; e la forza evocativa di questi codici linguistici dalle radici secolari è pari per pathos e forza drammatica a quella dei tragici greci.
       Quel dialetto è stato, nei paesi della sua infanzia, la lingua della preghiera nei “cori” delle donne oranti a pagamento, fusa ad un latino approssimato per assonanze; e lingua di ineguagliata efficacia delle grandi collettive liti paesane (la nonna, "aizzatrice" delle liti del borgo...): microcosmo di sapore arcaico che l’attore illumina col frequente grammelot - all’altezza del miglior Dario Fo - che presterà più tardi anche agli umori popolani di Sancho Panza.

        Ed è un Sancho Panza malconcio, bastonato per aver difeso il suo padrone nell’ennesima folle avventura, quello che apre la scena coi lamenti e il piagnisteo del suo pedante, infantile “Ariémecene a la casa!”, “Torniamocene a casa!”, cos’è questo vagare senza senso che ci porta solo fior di randellate… Uomo dabbene benché villano e credulone, sa misurare la distanza tra ciò che gli capita e la promessa del suo padrone “che un girar di mano lo rendesse signore di un'isola, ed egli ve lo lascerebbe governatore”.

        E un incontenibile Don Chisciotte - autoproclamatosi cavaliere errante, venturiero e prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso – è quello che percorre la scena in energiche falcate, o cavalcando una pertica, per rianimare il pavido servitore (Te l'ho già detto, che tu non t'intendi d'avventure); che addita allo sbigottito Sancho trenta o quaranta mulini a vento come smisurati giganti, Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie (…) e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.; che ridotto a mal partito e non meno malconcio dello scudiero, issato più o meno di traverso sull’asino Ronzinante - il quale se avesse avuto lingua per querelarsi non avrebbe risparmiato sicuramente né Sancho né il suo padrone - s’indirizza alla volta d’una locanda che scambia per nobilissimo castello, e per castellano l’oste, per castellane moglie e figlia… con ciò che ne consegue.


       È un vulcano di dialettali eruzioni invece, il nostro Sancho/Di Bonaventura: si dispera per il padrone che s’è fracassata la testa (s’ha squatrecchiate la coccia!...); si sganascia quando realizza che colei che il padrone ha trasfigurato nella soave Dulcinea che merita d’essere signora dell’universo intero altri non è che la nerboruta contadina Aldonza Lorenzo (Corpo di mia nonna! Che bocca che ha! Che voce!)  di petto e lombi possenti…


     Non manca tuttavia di “logica” né di metodo la pazzia del cavaliere errante che all’obiezione di Sancho (i cavalieri da lui emulati – Amadigi, Orlando – hanno avuto un buon motivo per la loro follia) risponde che Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo…
Pazzo dunque vorrà e dovrà restare finchè Sancho non sarà tornato con la risposta di Dulcinea ad un lettera che per il suo tramite egli le invierà dopo averla firmata: “Vostro insino alla morte il Cavaliere dalla Triste Figura”. E solo se la risposta sarà diversa da quella sperata, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni
   
        Ma lo struggente eroe che l’attore ci restituisce nella sua interezza è oltre la comicità, è oltre la forza giullaresca che travolge la platea.  
El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha a cui “per il poco dormire e per il troppo leggere si prosciugò il cervello”, è forse la prima figura di anti-eroe, lontano dall’eroismo dei poemi medievali, emblema di una modernità a cui solo restano incertezza e disinganno, tramontata ogni fiducia nella razionalità dell’agire umano.

     Ha un’anima trasparente dice di lui il buon Sancho (Dostoevskij vi si ispirerà per “L’Idiota”). Null’altro poteva, il Cavaliere della Mancia, se non seguire “la legge che batteva nel suo cuore”, perché quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile / non c’è niente da fare, Don Chisciotte, / niente da fare / è necessario battersi / contro i mulini a vento”. (N.Hikmet).

     È nell’insanata “scissione tra coscienza e vita” la modernità dello sgangherato hidalgo dell’eterna giovinezza, del suo intatto cavalcare attraverso i secoli per arrivare a noi così attuale. Soprattutto stasera, e su questa scena.


Sara Di Giuseppe - 3 febbraio 2019





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