martedì 15 agosto 2017

La carica dei 101. “Ripatransone in miniatura”. Eugenio Cellini, acquarellista


         Gli acquerelli di Eugenio Cellini in questo antico spazio sono 101 o giù di lì, del resto neanche i dalmata cuccioli di Walt Disney erano davvero 101 ma 99 (84 + 15). E sono coloratissimi, come è normale che sia per gli acquerelli. Niente macchie bianche e nere. Se ne stanno quieti silenziosi e ordinati - ma vivissimi - nelle loro sobrie cornici vetrate. E nessuna Crudelia vuol farne pellicce dunque non devono scappare, nè pensano di scatenarsi in una corale carica canina…

        Gli acquerelli di Eugenio Cellini la carica non la fanno, la danno. Intanto perché entrando dal vecchio portone non trovi la solita mostra - pavimento da Centro Commerciale, muri anonimi di garage, aria (mal)condizionata, fredde luci, invertebrata musica-flebo di farcitura, arredi IKEA o angosciante “vuoto”… con esposte opere-profughe (con nome/titolo e numero di matricola) dall’aspetto carcerario appese a catenelle… insomma uno di quei non-luoghi dove i visitatori (magari paganti) sembrano automobili in cerca di parcheggio.

        Questo è un posto di casa e di chiesa. Intimo. D’atmosfera. Il pavimento centenario di vissuti mattoni, le insolite pareti  riquadrate e verniciate in color rosso-Cellini, il grande tavolo-di-lavoro con la miriade di arnesi del mestiere pronti all’uso, cavalletti da pittore di ogni taglia, molte sedie, faretti da cinema… poi quel bravo “allievo” appartato che disegna a matita un nudo di donna… ed Eugenio, sempre presente negli orari della mostra, che fa gli onori di casa a tutti.
Tutto il contrario della mondana aria da merchandising che trovi nelle mostre “importanti” dove il paccuto catalogo con-saluti-del-sindaco-e-dell’assessore, con l’illustre cervellotica pagina del (grande) critico, e i sussiegosi dépliant sono i fumogeni per una monetizzazione dell’arte che spesso sostituisce la qualità.

        Qui trovi “paesaggi dell’anima”, anche in formato quasi francobollo (per non disturbare…), piccoli sguardi posati su un muretto, sospiri appoggiati a un balcone, capriole di neve in discesa, scorci di sotto casa che avevi trascurato, cadenze ipnotiche di tramonti e cieli che avevi dimenticato, e campagna e calanchi e colline…



        Negli acquerelli di Eugenio Cellini scopri e conosci meglio il (suo) paese scansionato e raccontato in ogni palmo. Le case di bei mattoni basse e arrampicate, le ringhiere, gli archi, i campanili e le chiese, le scale ardite, le strade lastricate di pietre di Cingoli, l’affettività delle architetture perse e le rovine intatte, i giardini e gli orti spontanei, le ariose o anguste piazze dall’acustica perfetta, ma ripensate senza macchine: con l’acquerello puoi sottrarre, omettere il degrado e il finto-progresso, falsificare senza rimorso, togliere il vento, inventare il silenzio, fermare e ribaltare il tempo. 

Un acquerello rinfresca il nostro vivere sub-tropicale, corrobora le giornate uggiose, sghiaccia le nostra anime come si fa con le ali degli aerei sennò non decollano. E’ spensierato. Leggero. Ossigenante. Libero. Comprensibile a tutti, ha l’aria bohémien ma non fa l’intellettuale. Quasi canta. Ma non le canzonette, ama il buon vecchio Jazz. Gli acquerelli di Eugenio Cellini sono molto swing. Quando entri qui per gustarteli, ascolti Benny Goodman, Duke Ellington, Earl Hines, Glenn Miller…  Io m’immagino anche Paolo Conte.

PGC

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