mercoledì 4 gennaio 2017

"Chiesa o Auditorium?" Il concerto di Capodanno con trio di chitarre [Agostinelli, Di Ienno, Caronna] a Ripatransone


         Può un’ austera e linda Chiesa dell’Ottocento diventare Auditorium solo sbaraccando l’altare e qualche statua? No. Può diventare qualsiasi cosa, meno un luogo dedicato alla buona musica e ai concerti.
Andrà benissimo come libreria, cantina, studio fotografico, mensa, granaio, loft, garage, spazio per mostre… ma per farne un Auditorium (nome pomposo quanto abusato, vedi l’A. di San Benedetto inventato nel bunker antiatomico del Comune) bisogna ripensarla daccapo. Paradossalmente, non disturberebbero né l’altare, né le statue, né gli altri simboli religiosi: potrebbero felicemente restare al loro posto.

        E’ che il peggior nemico delle chiese è l’Acustica. Arduo trovarne una dove soltanto siano intellegibili le parole di chi predica, dove si distinguano decentemente le note dell’organo, dove i cori, che pure fanno a gara per esibirvisi, non sembrino tutti uguali. Parole e voci che si impastano, suoni che annegano rimbalzano e si mescolano, capricciose distorsioni, echi impazziti e beffardi, il temibile riverbero (di svariati secondi, mentre dovrebbe stare sotto ai 2!) che si tramuta in rimbombo, strumenti musicali in lotta tra loro che si cannibalizzano… Gli infiniti elementi architettonici che peggiorano la qualità del suono nella chiesa ci sono tutti.

     Tra l’altro - nell’avventuroso cambio di destinazione - è quasi impossibile intervenire con correttivi efficaci, comunque costosi e di difficile calcolo. Mica puoi giocare a spostare i muri (per eliminare qualche parallelismo), ad abbassare/alzare tetti e soffitti (per variare i volumi), a “defocalizzare” empiricamente cupole a absidi, a foderare marmi e pietre che, incolpevoli, riflettono come specchi acustici deformanti. Un buon ascolto dipende anche dalla temperatura,e le chiese sono tutte fredde. Ovvio però che vi si possono accettabilmente ascoltare le “musiche da chiesa”: abbastanza calme, rassicuranti, schematiche, per lo più monostrumentali, melodie “concepite apposta” qualcuno dice. 

     Insomma, qualsiasi chiesa sottoposta ad analisi acustica sarebbe bocciata. Sbagliato soprattutto farci suonare (insieme) strumenti a percussione, pianoforti, chitarre… così-così violini e fiati. Portarci orchestre è una cattiveria. Per cui io proprio non ci farei concerti, specie se, come a “Ripa”, esiste l’alternativa di un pregiato teatrino “antico” ben restaurato e agibile (terremoto permettendo), dall’acustica perfetta, accogliente, centrale, libero e di proprietà comunale.

       Ma è giusto ringraziare le generose Suore Domenicane - alle quali vogliamo tanto bene - proprietarie di questa (ex) chiesa di S.Antonio/S.Caterina, che sennò il concerto non si poteva fare, dice la musicistaClementina Perozzi, valido pilastro su cui si regge la cultura concertistica del nostro territorio. Come gradiamo, si capisce, la presenza dell’assessore, ma se anziché “portare i saluti del sindaco” portava le chiavi del teatro, era meglio.  
         Il concerto. Intanto, 3 chitarre acustiche nude, senza ombra di amplificazione (in chiesa sarebbe un macello), che fanno Classica dell’800 “alla pari”, è raro. A Capodanno, avrebbero potuto indugiare su cose facili, orecchiabili, quasi canzonette, roba nota o almeno non oscura. Chi gli avrebbe detto niente. Invece no, nel programma ti infilano autori come Von Call, Haydn, Velasco, Cottin, Iparraguirre, Mertz
Coraggiosi. E bravi.

         Abbiamo faticato a sintonizzarci sui primi pezzi (Andante-Minuetto-Adagio di Von Call, e su parte di Haydn): sì, fatica d’ascolto. Per colpa della chiesa, come da pistolotto iniziale. Le nostre povere orecchie han dovuto prima azzerarsi, poi abituarsi all’ambiente, infine riprogrammarsi su altri parametri: ovvio, lo hanno fatto in automatico, ma c’è voluto il suo tempo, e pazienza, per iniziare a “vedere” la provenienza dei suoni, e dei silenzi. [In un vero Auditorium questo non succede, il concerto lo godi prima che cominci]

         Dopo è stato tutto in discesa, con la chiesa/auditorium mezza-piena (non mezza/vuota) e un paio di gradi Celsius in più l’acustica è migliorata, e abbiamo percorso il bel concerto con gusto crescente culminato in quella seconda parte, in quelle musiche “arrangiate” per chitarra [per 3 chitarre], forse con meno tecnica e meno elaborazioni rispetto ai brani classici, ma più calde; motivi semplici dall’architettura inconsueta, evocativi (di pampas d’Argentina, delle ballate dei futuri Brassens e Fabrizio de Andrè…), popolari, eleganti. Alla nostra portata, eppure per noi è tutto nuovo.

        Poi, le “spiegazioni” di Caronna e Agostinelli: indispensabili ad inquadrare storicamente e geograficamente i pezzi, quindi a capire meglio, ma ci confermano soprattutto il livello del concerto. Perché questo è un trio, anche, di studiosi, ricercatori, docenti, oltre che di musicisti carichi di passione e con l’esperienza di centinaia di concerti. 
Il loro sobrio ma ricco e piacevole linguaggio verbale è almeno pari alla bravura esecutiva/interpretativa, priva di inutili enfasi. Il variegato pubblico de la “Ripa” (senza giovani, al solito) ha sinceramente apprezzato. Anche se questo spazio è sembrato più un’oasi provvisoria, spersa nella decadenza…

         La lettura di “una delle 345 Cenerentole esistenti nel mondo” - per la voce di Clementina Perozzi - ha disegnato con grazia, negli intervalli tra i brani, una cornice di insolita poesia: versione araba della fiaba, vi è invocato Allah, vi sono una dolce Salima e un’invidiosa Amira,  un magico pesce rosso e un giovane principe, e zoccoletti d’oro…
        Ci ricorda che universale e senza barriere, come quello della musica, è il linguaggio della poesia e della fantasia, e se la ride dei tristi muri che ferocemente innalziamo.

PGC

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