venerdì 26 agosto 2016

Teatro con Tigre tra treni in transito. Vincenzo Di Bonaventura e la "Tigre" di Dario Fo


Due anzi le tigri, cinesi d’Himalaya: mamma tigre-elefante, con tigrotto giocherellone.
      E poi stasera transita un treno in più, oltre i soliti cinque “merci”: un “passeggeri”, grigio,
      che visto il teatro, e forse le tigri, come prevedibile tira dritto come una freccia. Nomen           omen.

            Profumo di Fo, stasera.
Anche perché questo spazio un po’ rassomiglia a quel capannoncino di vecchia fabbrica,
vicino a Porta Romana, dove Dario Franca facevano Teatro Popolare, sarà stato il ’70.
            Monologhi di tradizione popolar-contadina (perfino cinese!), facili e gustosi ma profondi, che avrebbero potuto risvegliare le coscienze, indignarle, incitare in ognuno
l’impegno politico e sociale… cose così. Un po’ ci riuscirono. Poi sprofondammo.

In un’epoca come la nostra – specie da queste parti – crescere “dentro” per trasmettere
“fuori” sembra ormai missione impossibile. Preferiamo le comodità giornaliere, le prudenze
indolenti, ci avviluppa la pigrizia intellettuale. Ci vorrebbero cento “Rivoluzioni Culturali”,
e lunghe marce, tra gli agguati, e migliaia di tigri-amiche per scuoterci e rigenerarci.

            Per ora c’è Vincenzo, col suo inventato e per noi familiare grammelot di Terronia,
            col suo vivace sudato agitarsi vicinissimo al genio mimico di Fo,
            col suo teatro sobrio, tenace, coraggioso, errabondo e perdente. Eppur prezioso.

                  Per noi 24 - teatro ex dep. FS sold out (!), sedie di plastica esaurite o rotte in diretta - un “terremoto” intimo salutare, che per un po’ ci allontana dalle macerie e dalla morte.

PGC

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