mercoledì 4 novembre 2015

RomaTre Orchestra Intorno a Ophelia

Non sempre, a Roma, si respira la mefitica aria di mafia-capitale, degli intrighi incestuosi tra i voraci reggitori della Città e del Paese, delle strade-pattumiera e dei servizi fatiscenti; a volte, ad alleviare il ribrezzo quotidiano del respirare la stessa aria dei predoni di civiltà e dei loro accoliti, tra queste miserabilia spuntano isole di pulizia e bellezza. Come quella fiorita venerdì al Teatro di Villa Torlonia, con quell’ “Intorno a Ofelia” in cui ha rivissuto la purezza triste e sfortunata di Ofelia. Sulle note di Saint-Saëns, Chausson, Berlioz, R.Strauss e Thomas, la “Roma-Tre Orchestra“ (sempre più prestigiosa e meritoria istituzione dell’Università Roma Tre) ha offerto una riflessione in musica sulla vicenda della fanciulla shakespeariana: riflessione sulla fragilità umana nelle tempeste della vita; sulla sporcizia dell’intrigo, sulla crudeltà dell’amore negato, sull’indegnità del tradimento. Ciascun compositore, a proprio modo, ha “letto” la morte di Ofelia come l’addio di un’anima innocente e ingenua, schiantata nella follia dall’insostenibilità del suo essere testimone di sotterfugi, assassinii e tradimenti: ”Me misera, che ho visto quel che ho visto, e vedo quel che seguito a vedere!”. Lettura composta, levigata ma densa di malinconia e mai eccessiva quella di Saint-Saëns. Sottolineato da una fragile nenia (che si innalza dal mi grave al mi acuto) il tema della tristezza della fanciulla per la morte del padre nella “Chanson d’Ophelie” di Ernest Chausson. Romanticamente emozionante nella delicatezza degli accenti in Hector Berlioz, “La mort d’Ophelie” è quasi una preghiera, la semplicità del pianoforte espressiva come un’orchestra (la sua “orchestra ideale”?), mentre il colore della voce accorata fluisce come l’acqua in cui Ofelia scivola.
Ai limiti estremi dell’armonia, della polifonia psicologica e della recettività dell’orecchio moderno” * si spinge - come in Salome e Elettra - il Richard Strauss dei tre Lieder op.67 del 1910: traspaiono, nella rappresentazione della follia di Ofelia, gli studi freudiani che in quegli anni per la prima volta scavavano nei tormenti e nelle emozioni represse dell’animo umano.
L’aria d’Ophelie“ dall’ “Hamlet” di Ambroise Thomas è infine “un florilegio di nuances che sembrano sortire da un flauto ossianico” (Paul Bernard) dal fascino lirico indimenticabile, quasi una memoria della Lucia di Lammermoor….
E’ su quel diafano “Ah!crudele, vedi le mie lacrime! Ah! Per te muoio!...io muoio!” che si spegne la rosa di maggio: e la voce di Rosaria Angotti ed il pianoforte di Francesco Micozzi – stupendi ambedue – riescono ad evocare il profumo delle pervinche che Ofelia stringe in mano mentre il fiume l’accoglie.
Non si esce immalinconiti dall’argomento trattato, è la forza consolatrice dell’arte; ci si sente anzi appagati e leggeri per aver condiviso con amici perfettamente sconosciuti emozioni e conoscenze: come quando ci si trova fra amici - perfettamente conosciuti - a parlare di arte e di altre cose belle, con un buon bicchiere di vino e con la tv rigorosamente spenta!
* (R.Strauss da “i grandi musicisti” H.Schonberg)


Un ringraziamento speciale è doveroso verso il professor Jacopo Pellegrini che ha introdotto i temi della serata in modo veramente completo e con la semplicità tipica delle persone di profonda cultura.

Francesco Di Giuseppe

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