giovedì 10 settembre 2015

Que Viva L'Aquila!

Questa volta non posso scrivere usando la terza persona (come sarebbe corretto) per “raccontare” la favola della maratona jazz che si è svolta a L’Aquila il 6 settembre. Non posso usare, in questo racconto, il distacco di chi recensisce quando gli occhi hanno visto e sentito il gelo della morte di un città ma anche il calore di 50/60 mila persone accorse non soltanto perché amanti del jazz ma, soprattutto, per testimoniare la propria voglia civile di ridare alito vitale a questa città martoriata e umiliata. Se il terremoto l’ha ferita nella carne il potere ladro, corrotto, osceno oltre ogni limite (i nomi li conosciamo tutti!) l’ha espropriata, l’ha calpestata ed umiliata nel suo tessuto umano, urbano e civile. I crimini commessi a L’Aquila, contro la civiltà e l’umanità, sono stati perpetrati con fredda determinazione: pensare ad una Norimberga è troppo giacobino? Questa maratona è stata un immenso contrappunto: da una parte i puntelli, le impalcature e gli scheletri dei palazzi violentati e dall’altra la gioia di esserci, la frenesia di rincorrere i vari concerti, la fraternizzazione senza retorica tra perfetti sconosciuti: c’era sempre qualcuno disposto a stringersi per regalarti qualche centimetro di asfalto su cui sederti ad ascoltare! C’era sui volti-stravolti, da ore ed ore di pellegrinaggi da una “location” all’altra, il sorriso di chi ascolta ottima musica. Paolo Di Sabatino in Piazza Santa Margherita, Javier Girotto e Paolo Fresu sulla Scalinata di San Bernardino, Carlo Morena, Raffaele Casarano e Mirko Signorile, Francesco Cafisoe Mauro Schiavone, Petrina, Antonello Salis ai Portici di San Bernardino, il Quartetto Alborada nella chiesa di S.Giuseppe artigiano, Enrico Zanisi, Dado Moroni nella Basilica di San Bernardino, Enrico Rava, Danilo Rea, Rita Marcotulli e Maria Pia De Vito al Duomo sono le perle che ho potuto inanellare non avendo il dono dell’ubiquità come S.Antonio (ma l’ho tanto desiderato!): i nostri sorrisi erano quelli di chi, nota dopo nota, riusciva a sognare la favola in cui gli antichi muri de L’Aquila si scrollavano di dosso la turpitudine di tubolari e ponteggi da zona rossa (per la vergogna!!) per riaccogliere i propri abitanti nell’antica e severa bellezza delle loro architetture e, insieme, tornare a vivere. Ma se quella vissuta domenica era la città simile a quella “come-dovrebbe-essere”, quella che mi ha accompagnato al parcheggio di Collemaggio, ormai notte, era invece la città dei vicoli incatenati, dei muri sbriciolati, dei silenzi irreali della morte e dell’abbandono, la stessa – o pressappoco – dei giorni di sempre: da quel 6 aprile…e con tanta mestizia sono tornato in “questa” Italietta.

Francesco Di Giuseppe

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