domenica 22 dicembre 2013

AVGVSTO. La mostra alle Scuderie del Quirinale

Moriva a Nola il 19 agosto del 14 d.C., Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Imperator Augustus: nella celebrazione del bimillenario, i marmi confluiti da grandi musei del mondo e da prestigiose collezioni private alle romane Scuderie del Quirinale per questa superba mostra, raccontano il fascino ambiguo di una stagione politica nata dal sangue delle guerre civili e dal colpo di stato che ne segna la fine: il secolo d’oro della controversa pax augusta, pace ferrea che “ricompone una patria dai frantumi delle guerre civili” creando “dal caos un ordine non esaltante ma duraturo e possente” (L.Canali).

E’ l’imperatore stesso a delineare, nella prosa lapidaria delle Res gestae Divi Augusti, i contorni di un’auctoritas pragmatica e rivoluzionaria che si fa potere carismatico e personale fondato sull’osservanza del mos maiorum; principato che, vanificando l’ordinamento costituzionale, nella visione di oppositori e storici riduce la repubblica a “un nome senza corpo né forma” (così in Svetonio). Nella mostra romana è l’epopea della vittoria, del trionfo e della divinizzazione di Augusto a venirci incontro, nelle forme di una produzione artistica in cui qualità estetica e potenza espressiva prevalgono sull’assunto celebrativo. A un quarto di secolo dalla mostra berlinese tenutasi nel 1988 al GropiusBau, incentrata sul tema del passaggio dalla repubblica al principato (“Kaiser Augustus und die verlorene Republik”), quella romana del bimillenario si concentra piuttosto sul carattere distintivo della produzione artistica in età augustea, su quella visione della classicità che volle essere anche rappresentazione di una fase sociale e politica di pace, prosperità, bellezza.
Provenienti da musei di Grecia ed Egitto, di Spagna e Ungheria, e da Vienna, Copenhagen, Parigi, New York, le opere esposte raccontano l’irresistibile ascesa di un pater patriae che nel lunghissimo suo principato informò di sé un’epoca intera. La silente penombra delle sale museali colloca quei marmi in un tempo sospeso, dominato dalla figura imperiale nella pluralità delle rappresentazioni celebrative e simboliche (come Apollo, o capite velato come Pontefice Massimo, o in vesti militari) che ne sintetizzano il ruolo di pacificatore, custode della norma e della tradizione.
L’intento apologetico è superato dal pregio artistico di capolavori che attingono alla grecità classica rinnovandola con linguaggio e movenze propri: nei panneggi marmorei delle vesti sembra insinuarsi un’aria leggera che tende le stoffe e le piega e suggerisce trasparenze; nei fregi decorativi trionfa il pathos di una visione naturalistica che è sintesi di arcaico e di classico, come negli intensi rilievi Grimani in cui la cinghialessa, la pecora, la leonessa allattano i loro piccoli: testimonianze di un amore per il mondo animale e vegetale che, con l'ideale dell'otium agreste, è peculiare della cultura romana.
Difficile vedere nella effervescenza e nella qualità formale di questa produzione solo l’emanazione di un’arte ufficiale volta ad esaltare, come nel Clipeus virtutis (scudo d’oro celebrativo appeso nella Curia), “il valore, la clemenza, il senso della giustizia e del dovere verso gli dei e la patria” dell’Imperator Augustus.
La rara bellezza dei tesori riuniti in queste sale - si pensi, fra tutti, ai raffinatissimi argenti del tesoro di Boscoreale, provenienti dal Louvre - trasmette piuttosto il senso di un’epoca che pur rappresentata come aurea per volere imperiale, si espresse anche con la voce autonoma di una eccelsa dimensione culturale e artistica. L’abile propaganda che tacendo su contraddizioni, menzogne, ipocrisie del potere, enfatizzò della nuova stagione politica il raggiungimento di agognate prosperità, pace e abbondanza, resta dunque in penombra in queste sale, dai cui capolavori promana l’afflato di un’età irripetibile per il portato culturale e artistico di cui ancor oggi la civiltà occidentale gode e si nutre.

Di solito, dopo Augusto, gli imperatori hanno compiuto la loro metamorfosi nel senso più ovvio della patologia del potere: dalla normale virtù alla follia criminale. Lui la percorse a ritroso: da gangster a padre della patria. Da questa canaglia sbocciò infatti il fondatore di uno dei più gloriosi regimi della storia”.
(Giorgio Ruffolo, 2004)

Sara Di Giuseppe


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