27/02/26

“IL TEMPO DELLE MELE”...

(Rogoredo e dintorni)

…Ma delle mele marce. Ai tromboni del potere piace far credere che di questo si tratti: un’eccezione negativa, l’episodio di Rogoredo; perché suvvia, alle nostre forze dell’ordine NON piace menar le mani e i manganelli, e il nostro NON sta diventando uno stato di polizia. Quando mai. 

Mela marcia, pecora nera: il linguaggio aiuta, le metafore sono lì apposta e fanno il loro dovere, imbellettano di robusto fariseismo il volto arcigno della realtà.

Così il poliziotto delinquente - che da tempo ne fa di ogni e tutti lo coprono, e che per chiudere in bellezza spara alla tempia del giovane pusher straniero DISARMATO, praticamente un’esecuzione - è solo un inciampo,  una mela marcia, succede nella migliori famiglie. 

Peccato che poche ore prima fosse un eroico poliziotto costretto a sparare al feroce immigrato per legittima difesa e per la sicurezza di tutti, e vittima anche lui della mala giustizia che lascia liberi  i criminali e  indaga invece i coraggiosi tutori dell’ordine.

Peccato che la campagna “Io sto col poliziotto” - prima che il poliziotto finisse dentro per aver fatto secco un uomo disarmato - abbia occupato le piazze di borghi e città (compresa la nostra melonianissima e leghistissima San Benedetto), con gran concorso di pensabene e bellagente e strepito di grancassa mediatica e giornalistica.

 


Brutti scherzi gioca la malafede. 

Costringe a re-ingoiarsi fino a strozzarsi le cialtronerie appena dette, ad avvitarsi in tripli salti carpiati per schivare il boomerang della propaganda anti-magistrati a sostegno del  referendario; va da sé infatti che qualora  il magistrato non si fosse infischiato – come invece ha giustamente fatto  - delle balle sesquipedali dei politici e, ubbidente, non avesse indagato, il pistolero sarebbe ancora un eroe nazionale che neanche Garibaldi a Marsala. 

E i geni al governo non si sarebbero fatti il più clamoroso degli autogol con un involontario spot a favore del NO al Referendum e contro le altre riforme repressive in cantiere  come lo scudo penale per le forze dell’ordine.

 

Così la santificazione dell'eroe pistolero s'è trasformata, per la logica basica e truffaldina degli analfabeti al governo, nell'urlata,  grottesca "pena doppia” richiesta per l’agente che commette un reato, “perché manca di rispetto ai suoi colleghi”, per l'offesa recata all'onore della divisa… [Mica perché ha ammazzato qualcuno per strada].

Così straparla il cazzaro verde e vice-Presidente del Consiglio a sua insaputa, in un miserando testacoda argomentativo. 


Come se la legge non dovesse essere uguale per tutti, come se fosse normale il salto acrobatico che dallo scudo penale (leggi: impunità) per alcune categorie passa alla condanna preventiva e pure “doppia” (!), magari senza nemmeno le garanzie di legge che spettano a tutti.

[E non mezza parola per l' ammazzato per strada con un proiettile in testa: ah già, era solo un immigrato d’Africa e per di più spacciava; quando uno se le cerca, signora mia…]

 

Non di mele marce si tratta, è ovvio, ma del marcio che c’è - e tanto - nella deriva della politica italiota, nel servilismo del sistema mediatico, nella (dis)informazione giornalistica. 


Non di mele marce si tratta, ma della follia giuridica di chi governa brandendo la sicurezza come una “clava ideologica”; legiferando a colpi di decreti che scavalcano il parlamento con il colpevole assenso di un presidente-firma-tutto; che solleticano la pancia della gente e l’opinione pubblica più forcaiola; che confondono la giustizia con l’arbitrio. 


Il problema non è la mela marcia nel cesto, il problema è l'intero cesto che è marcio. 

 

      Per rendere giustizia alle innocenti mele troppo spesso tirate in ballo, si applichi un bollino su ogni cesto di Melinda, Fuji, Pink Lady, nonché di modeste e saporite mele nostrane, che rechi cubitale e ben chiara la scritta: 

 

LE MELE MARCE SIETE VOI!



…Non si trattava nemmeno di falsificazione. Era semplicemente la sostituzione di un’assurdità con un’altra. La maggior parte del materiale con cui si aveva a che fare non aveva nessuna connessione col mondo reale, nemmeno quel tipo di connessione che una chiara menzogna intrattiene con la realtà.

[G.Orwell, 1984]

 

Sara Di Giuseppe - 27 febbraio 2026 

 

 



24/02/26

SETTE CHIAVI PER SETTE “FRATELLI”

Dalla stampa locale (per dire come siamo messi):

“VILLA RAMBELLI, NO AL DORMITORIO” !!

     “Il quartiere Sant’Antonio di San Benedetto [riunito nella Sala Parrocchiale] ha respinto il progetto di trasformare [temporaneamente] la ex-casa [disabitata da decenni) del custode di Villa Rambelli [anche questa, dimenticata e disabitata da decenni] in un [provvisorio] dormitorio per sette [soltanto sette] senzatetto”

 

È così che in questi giorni si accaniscono cittadini, politici, giornali, credenti, pensabene e bellagente.  

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INVECE:

Propongo di fare sette chiavi della porta della ex-casa del custode di Villa Rambelli e di darle ai sette “fratelli” senzatetto, una a testa. Provvisoriamente, si capisce: cioè solo per qualche mese, il tempo di individuare a San Benedetto una soluzione migliore, decorosa e stabile, qualcosa più di un rifugio, per rispondere dignitosamente ai primari bisogni di chi vive per strada - che certo sono più di sette.

 

-          Questo non significa per niente andare contro il testamento del dottor Rambelli-sempre-sia-lodato, anzi: utilizzando realmente - per scopi umanitari e per un tempo limitato - una parte della sua pregiata dimora storica donata nel 2001 al Comune “per uso culturale”, si velocizzerebbero per forza le procedure per attrezzarla a LOUVRE o MAXXI o BEAUBOURG secondo le sue volontà. Sennò, a forza di traccheggiare, passeranno altri decenni di inoperosità e la casa del custode crolla. E crolla pure la villa. Perfino il dottor Rambelli, persona di cuore, approverebbe senza una smorfia, penso…

-          La stessa villa, già censita dal FAI tra “I LUOGHI DEL CUORE”, dimostrerebbe di possederlo un cuore generoso, contribuendo - perfino culturalmente, certo! - grazie al “prestito” della modesta ex-casa del custode di Rambelli, ad alleviare temporaneamente i gravi problemi abitativi di “sette poveracci” (copyright Daniele Primavera). Avremmo gratis anche la professionale disponibilità organizzativa dell’associazione ON THE ROAD, più “sicuri” di così… 

-          “Non è un posto da trasformare in dormitorio!” pontificano però (anche con qualche ragione di tipo logistico) quei cittadini, politici, giornalisti, credenti, pensabene e bellagente intruppati nella sala parrocchiale di Sant’Antonio. Ahò!...Non nel mio giardino! Non so che cuore abbiano questi, non saranno mica gli stessi che vogliono chiudere anche la CARITAS al Ponterotto, che se non ci fosse la Caritas… Alla faccia dei “credenti”!

-          Ma sentite, almeno togliamoci per una volta qualche strato di vergogna, facciamo qualcosa di buono: per ora, lì, basterebbero SETTE CHIAVI PER SETTE “FRATELLI”, e sette poveracci  - con le “spose” o senza - per un po’ dormirebbero al riparo fra quattro mura (come dentro a un cinema, non fuori…).

 

PGC - 24 febbraio 2026

16/02/26

“Quadri di una Russia pagana”

 

Equilibrio Dinamico Dance Company


LA SAGRA DELLA PRIMAVERA

“IL RITUALE DEL RITORNO”

 

Coreografia Roberta Ferrara


Foto Amat
 

musica Igor Stravinskij – Le Sacre du printemps (1913)


Benedetto Boccuzzi – Electronic Augmentations to Stravinsky’s Rite of Spring (2023)



Teatro Concordia – S.Benedetto del Tronto

13 febbraio 2026

 

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Se questa bella riscrittura della coreografia di Nižinskij su musica di Stravinskij Le sacre du printemps -  La sagra della primavera nell’imprecisa traduzione accreditata (laddove sacre sta in realtà per rituale) - avesse mantenuto il sottotitolo originale “Quadri da una Russia pagana” che il compositore russo volle dare alla sua creazione, apriti cielo: accuse di putinismo, isteria giornalistica e ostracismo dai teatri dell’orbe terracqueo, danzatori e coreografi additati al pubblico ludibrio.


Niente di tutto questo, naturalmente, per l’ineguagliato capolavoro della musica e della danza rivisitato dalla coreografia di Roberta Ferrara: e non certo per quel “Rituale del ritorno” che sostituisce il sottotitolo originale, ma perché nuova e sperimentale nel rispetto della tradizione è la scena su cui quel classico innovativo e dirompente viene reinterpretato, rivissuto e sviluppato dentro un’ottica di utopistica rinascita e convivenza. 

[Che dispiacerà, è certo, al clima bellicista, al clangore armigero, alla militarizzazione crescente delle società odierne governate - lobotomizzate, forse - da sanguinari e potenti imbecilli]. 

 

Su questo palco l’idea del ritorno evoca l’atemporalità del ciclo perenne di morte e rinascita, comune agli uomini e alla natura, rito di passaggio che sempre, nel  vincere sul tempo, esalta la vita.

Non siamo così lontani dalla ritualità pagana - russa e non solo - rappresentata da Stravinskij: il sacrificio della fanciulla immolata perché la primavera sia propizia trasferisce sul piano umano, pur se di arcaica umanità, il dono di sé che in natura ogni elemento compie perché la vita si perpetui: dal fiore che dona il suo polline per la fecondazione, a tutte le innumerevoli forme animali e vegetali nelle quali dalla fine si genera il principio.

 

Qui le sonorità elettroniche, le Electronic Augmentations di Boccuzzi, precedono l’immersione nella ritualità ancestrale del sacre che si dispiegherà fra poco nella partitura stravinskiana con la sua evocazione di primordiale, impetuosa compenetrazione tra uomo e natura, mito e folklore, vita e morte. 

Ora, solo la disarmonia di suoni cupi e metallici sciabola il buio ferito da lampi di luce: vi prendono vita forme umane lente ed assorte; il moto dei corpi - circospetto, quasi sbigottito - sembra schiacciato da quelle sonorità stranianti, sospeso tra gli assolo convulsi o struggenti e le improvvise reunion dei danzatori che nell’inquietudine dei chiaroscuri acquistano plasticità quasi caravaggesca.

 

Ed ecco il sussulto, ecco l’irrompere del classico rivoluzionario e "scandaloso", ecco il dinamismo possente dei movimenti musicali. I danzatori ne sono come posseduti: le simmetrie e asimmetrie, le ripetizioni, la sovrapposizione dei ritmi innalzano un’architettura sonora sulla quale la collettività prima indistinta delle forme umane si staglia ora in altorilievo, frantumandosi in convulsi assolo o aggregandosi in un vocabolario di movimento intriso di solennità quasi religiosa.

Un timer giganteggia sul fondale e scandisce un tempo cronologico inesorabile, quello della natura e della terra, che si fa tempo psicologico nel suo interrompersi a tratti – sospendendo per attimi il tessuto musicale – quasi a concedere tregua al convulso procedere e ritrarsi dei corpi, scampo al terrore ancestrale per il sacrificio presagito.

Finchè, ogni volta, il ritmo della musica riprende selvaggio, in tutt’uno con quello della danza nel cercarsi e abbracciarsi dei corpi, nel fondersi e separarsi, nello sfidarsi e incontrarsi: in un convergere infine, collettivamente, verso un punto là in fondo, in una spinta di primitivo vigore che si fonde all’imponente crescendo musicale. 

I danzatori - interpreti a tutto tondo, dotati di fisicità ed espressività che insieme all’eccellenza tecnica ne fanno intensissime maschere attoriali - sono ormai un unico corpus.

 

Non più, ora, terrore ancestrale al cospetto di forze naturali sconosciute ma passaggio, infine, all’umano: dal mistero della rinascita che si svela nel ciclo continuo di morte e vita, all’accettazione solidaristica di un destino comune che non sfidi bensì accolga nell’unione reciproca l’immutabilità e l’assoluta perfezione della legge di natura.

 

Ora che più di un secolo è trascorso da quella creazione - che scandalizzò e impressionò il benpensantismo parigino e non solo - quasi profetica alla vigilia delle catastrofi che avrebbero segnato il secolo breve, possiamo ben rileggere quella partitura e quella coreografia come presaghe di un futuro ritorno - il nostro - alla barbarie: e la commistione del classico senza tempo con le stranianti sonorità elettroniche del presente sembrano dirci proprio questo, additarci con realismo e disincanto, e tuttavia non senza speranza, il primate futuro* che stiamo diventando.

 

 

[*Giarmando A. Dimarti, in È tutto sotto controllo, 2009]

 

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Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente di essere parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo (…) in questa considerazione stupisce della sua piccolezza (…) e perde quasi sé stesso nel pensiero della immensità delle cose e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza.


(G. Leopardi, Zibaldone)

 

 

Sara Di Giuseppe - 16 febbraio 2026

 



 

11/02/26

DEMOLIRE IL GRANDE PARCHEGGIO DELL’OSPEDALE SOPRA L’ALBULA!*

 [ma quando mai! niente paura, basterà mercanteggiare,
dare qualcosa in cambio…]
 

   *Questa la comunicazione shock, l’ordine lampo dalla Regione Marche Togliete subito quell’enorme coperchio di cemento sull’Albula ad uso parcheggio (riservato) dell’Ospedale Civile. Riteniamo sia potenzialmente pericoloso, se il vostro torrente s’incazza. Somari! non andava costruito così!  

     ZAC! Una tegola sul cranio. Improvvisa. Tanto che ai poveri sambenedettesi è venuta la faccia luttuosa e gli ha preso un colpo da andarci dritto all’ospedale (ma a piedi, date le circostanze) o da morirci (per il cimitero: pochi metri ancora, la prima a destra). Un po’ come quando caschi bel bello dal pero e ti piomba addosso la dura realtà: che bruscamente prendi coscienza e arrivi alla solare consapevolezza che quest’utile e massiccia operazione di edilizia social-sanitaria (nata nella più ibrida casereccia legalità) doveva e poteva essere studiata/progettata/risolta in ben altro modo. Non con un’ottusa soffocante colata di cemento e asfalto, ma nel rispetto vero dell’ambiente, della sicurezza idraulica e della funzionalità. 

[Come dicevamo, da Verdi, un’era geologica fa] 

  

     Ma dai, è uno scherzo-da-prete, un pesce d’aprile a febbraio, una burla. Vedrai vedrai… scommettiamo che il parcheggio resta così? Qua da noi non si demolisce mai niente di abusivo e di illegale, anzi si incentiva (a norma di legge, eh!) qualunque abuso edilizio ostile. Con condoni e sanatorie. 
I sotterfugi fanno curriculum, premiano, rendono. Come minimo son voti.

     Di sicuro, se non si tratta di uno stupido scherzo di carnevale o roba così, questa inaspettata esagerata tardiva ingiunzione di abbattimento del discusso parcheggio potrà, con calcolata malizia politica, addirittura ri-negoziarsi notturnamente nelle alte sfere. 
È quello che si fa sempre in questi casi. Non subito, però: adesso l’impiccio va a fagiolo per caricare (a salve) la propaganda per l’elezione del nuovo sindaco. Occasione troppo ghiotta per farsela scappare, tant’è che ci si son buttati tutti in salto carpiato: recriminando, promettendo, giustificando, pontificando. Siamo in piena mareggiata elettorale. 

Che sia la prossima amministrazione di scappati di casa - con l’obiettivo di accattare una qualche sanatoria - a mettersi di buzzo buono per trovare una soluzione. Magari giocandosi una carta dello stesso “peso”. Tipo - mi butto a indovinare - quella seconda (!) Cassa di Colmata al porto che incombe sulle nostre teste. Tipo: “sì, ce la prendiamo ‘sta monnezza, ma non toccateci il parcheggio.”
Facciamo cambio, recitava una vecchia pubblicità di pellicce di qua. Schifezza ambientale per schifezza ambientale. Vincono tutti e tutti perdono. E ci terremmo - so’ soddisfazioni! - anche la surreale sfilza di 6 (sei!) cartelli di divieto d’accesso, le sbarre storte, i cordoli sbriciolati, l’intreccio di strisce stinte da espressionismo astratto e tutta quella diffusa bruttezza stratificata intorno. Ci teniamo.  

     Ah, se invece - malauguratamente e con crudeltà beffarda - l’evento distruttivo dovesse realizzarsi in questi tempi abbreviati, l’apocalittica demolizione del parcheggio ammirata dai piani alti del verde-rigato ospedale, per i malati sarebbe davvero uno spettacolo…“bello da guarire”!
 
PGC - 10 febbraio 2026 

05/02/26

PIANTEDOSI come CRUISE

Che c’azzeccano l’uno con l’altro, si dirà. A parte l‘età, che è quasi la stessa (64 e 63, incredibile a dirsi e a vedersi…), uno è bello e intelligente, l’altro invece è ministro.

 

Eppure un elemento comune c’è: la fantascienza. 


Uno, quello intelligente, l’ha portata al cinema, l’altro, quello diversamente intelligente, nella politica. 

Chissà quante volte il minintern che il mondo ci invidia deve essersi visto quel Minority Report di Spielberg ambientato nel 2054, nel quale un sistema collaudato e apparentemente infallibile chiamato Precrimine riesce a impedire i delitti prima che avvengano e ad arrestarne i potenziali colpevoli punendo in tal modo non il fatto criminoso (che non avverrà) ma l’intenzione di compierlo. 


Dev’essergli venuta così, al ministro, l’ideona del fermo di polizia preventivo (sic) di 12 ore (ne volevano 28!) prima di una manifestazione per evitare che il fortunato estratto compia un ipotetico crimine.

Va da sé che, se ad essere sospettato del potenziale crimine sarà l’intero popolo della manifestazione, mbe’? si arrestano tutti, la manifestazione sparisce, problema risolto. Che vuoi di più dalla vita, quando hai un piantedoso così?


A Mattarella un vago dubbio di incostituzionalità dev’essergli venuto, svegliandosi di soprassalto tra un’inaugurazione, una commemorazione, una firma sul murale olimpico (che stancano, sapete, tanto che a volte i fogli dei discorsi gli si confondono, ma fa niente perché sono tutti edificanti uguali e si portano con tutto come il tubino nero, signora mia).

Infatti  “l’importante è partecipare” - l’ha detto lui - e va bene per le Olimpiadi come per le leggi.

 

E sono ben due - pensate al doloroso sforzo - i dubbi che M. ha espresso al governo: che non può bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuare un fermo di polizia preventivo; e che, riguardo allo scudo penale, bisogna evitare di creare un giurisprudenza separata per categorie. 


Apperò. Adesso sì che la Costituzione è in una botte di ferro. Meno male che Mattarella c’è. 

 

Insomma, col nuovo ed ennesimo Decreto Sicurezza, che lo stanno chiacchierando adesso, dormiremo finalmente tra due guanciali: di ferro e corazzati, of course, come Stato di Polizia prescrive. Buonanotte.

 

Sara Di Giuseppe - 5 febbraio 2025