26/11/25

“MASCHIETTI E FEMMINUCCE”

 


In fondo, anziché indignarci per l'indubbia cialtroneria dei nostri rappresentanti al governo, dovremmo esser grati a costoro per i momenti di comicità gentilmente e gratuitamente offerti; tanto più necessari in questo nostro  tempo avaro di allegrie.

Se è difficile stilare una graduatoria del comico, numerosi essendo i soggetti pari merito (dal Tajani che il ponte sullo stretto servirà ad evacuare gli italiani in caso di attacco da sud, al campione di categoria don Lollò-brigida - quello che bisogna diminuire le tasse sulle ostriche e che produce scempiaggini a ritmi da catena di montaggio della Volkswagen - alle epilettiche marionette saltellanti sui palchi elettorali), si può peraltro segnalare il contributo più recente alla causa: che ci viene – sì proprio da lui, avete indovinato – dall’impareggiabile Nordio-tutto-spritz, ministro - ahinoi e ahilei - della Giustizia. 

 

Fondamentale il contributo al cabarettismo nostrano nell’intervento del sullodato alla Conferenza internazionale contro il femminicidio.
Con lui, il Ministro della Giustizia che l’orbe terracqueo ci invidia, possiamo oggi e per sempre spazzar via tabù e pregiudizi - nemici della verità - sulle radici profonde della violenza di genere.

 

Riassumendo infatti i capisaldi del Nordio-pensiero: alle radici del deprecabile fenomeno c’è una sola fondamentale ragione, ed è che quella svalvolata di madre natura “ha dotato i maschietti di una forza muscolare maggiore di quella delle femminucce dai primordi dei tempi [e perciò] quest' unico criterio di superiorità ha diciamo fondato il cosiddetto maschilismo”. Da questo deriva “una sedimentazione che si è formata in millenni di sopraffazione, di superiorità”. Testuale.

 

Non ci è dato sapere se l'italiano da Bar Sport con torneo di briscola esibito dal ministro della Giustizia migliorerebbe senza lo spritz. Contano le idee, come si dice, e queste ci sono: o meglio, ce n’è una sola, solida come il quarzo e vale tutte le altre. 
Ed è che esiste una “gerarchia naturale” (!) tra i sessi dunque un codice genetico inscritto nel subconscio maschile (!) che resiste “all’accettazione da parte maschile della parità formale e sostanziale nei confronti della donna”

 

Ecco svelata grazie al Nordio-pensiero l’origine biologica di un problema che estende la sua cupa ala fino ai nostri giorni, ed ecco si spiega “come siamo arrivati a questa prevaricazione […] dell’uomo nei confronti della donna”.
Lui l’ha capito (e il bagliore di cotale disvelamento deve averlo colpito nel profondo, da cui quella faccia un po' così quell'espressione un po' così) dopo essersi drammaticamente interrogato - racconta allo scelto pubblico - “da modesto studioso anche di storia”, ed è “una risposta se vogliamo un po’ darwiniana della legge del più forte”.

Che facciamo adesso? Gli spieghiamo che alle scuole serali s’è perso un bel po’ di lezioni che avrebbero spazzato via la subcultura di genere di cui è illuminato alfiere? Che non esiste nessun codice genetico da cui far derivare una gerarchia naturale tra i sessi? 

Gli diciamo, senza traumatizzarlo troppo per carità, che teorie come quelle sono rovinose perché ancora radicate nella mentalità di un sacco di  gente? che è per teorie come quelle che i rigurgiti maschilisti e la stessa violenza di genere sono vivi e lottano con noi? 


O gli lasciamo, col fiasco, la rassicurante  certezza che comunque la mettiamo, alla fin fine signori miei “l’uomo è cacciatore” ed è il testosterone la forza che move il sole e l’altre stelle?


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(…)
siete tutti colpevoli di questa infamia incoronata
dell’amore sostituito calpestando ogni sillabico
timore
(…)
non sciorinate all’aria in fretta dimentica
i segni imbecilli del vostro apparecchiato
spettacolato dolore
 
(G.A.Dimarti - canto della fanciulla deflorata non amata
                      In: "È tutto sotto controllo", 2009)
 
Sara Di Giuseppe - 26 novembre 2025

17/11/25

“Stasera non morirà nessuno”

31° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
 Direzione artistica   Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

GIULIETTA E ROMEO
Stai leggero nel salto

Drammaturgia Roberto Latini

con
Roberto Latini e Federica Carra

Musiche e suono Gianluca Misiti

 

Teatro Concordia - San Benedetto del Tronto
15 Novembre 2025


“Stasera non morirà nessuno”


      È su questa battuta di Latini/Romeo, che il sipario idealmente cala. Non sugli shakespeariani amanti ma sulla rotazione completa intorno al proprio asse che quella tragedia immortale ha fatto stasera, uscendo dalla fissità cui la sua stessa bellezza l’ha condannata nel tempo, e arrivando fino al nostro presente per raccontarci qualcosa di noi, dell’immutabilità delle sorti umane che del tempo si fa beffe. 
Cosicchè il dramma lontano è oggi più che mai vicino, e ciò che è consegnato al mito torna a parlarci col linguaggio del quotidiano.

 

Il salto è “leggero”?  Lo è, pur nella profondità degli interrogativi che ci vengono incontro: che come nel salto restano per secondi sospesi a mezz’aria, che come nel salto possono portarci lontano o farci ricadere giù, mancando la meta. 

 

Ci dice questo, la pluralità delle brevi storie che si alternano sullo schermo: volti giovani-non giovanissimi, forse il doppio degli anni dei due tragici adolescenti veronesi, e dell’amore hanno già incontrato il disincanto e le trappole, la bellezza e la forza. Ne parlano, il linguaggio è colloquiale, non perciò meno intenso: ne accolgono il richiamo il “Romeo” e la “Giulietta” sul palco, e intanto si calano con ironia nei miti divistici del nostro tempo malato - così l’imitatore di Elvis, così l’imitatrice della Winehouse - ma sanno bene, nel farlo, di non voler sottrarre quei frammenti di un discorso amoroso al confronto necessario ed eterno con ciò che viene da lontano, con la potenza dei classici che tutto già hanno detto di noi perché tutto di noi hanno già conosciuto e compreso.

 

È così che il dramma elisabettiano si fa oggi metateatro mescolandosi ai neon, ai bauli, alla telecamera, ai microfoni, al registratore a nastro, mentre la poesia percorre - nelle voci di Latini (timbrica alla Carmelo Bene) e della Carra - le strade sperimentate da secoli sui palcoscenici dove la vita e la morte dei due sventurati amanti si sono incontrate milioni di volte.

 

Le parole sono quelle dell’amore e della preghiera – Esaudisci è il verbo sussurrato fuori campo come un’eco continua – dalle poche scene che nel dramma elisabettiano vedono i protagonisti insieme, quando tutto deve ancora compiersi, quando la tragedia è ancora presagio vago benché prossimo, quando l’amore potrebbe ancora sradicare i giovani amanti dall’aiuola triste che li stringe.
È in questo bagliore - di vita e di speranza, di passione - il centro poetico, nell'annuncio di una felicità dovuta e intravista, e che sarà negata.

 

Nel dramma shakespeariano, emblematicamente, sono soltanto i giovani a morire e (come nel nostro tragico presente) muoiono per le colpe e l’odio degli adulti (“Tutti siamo stati puniti […] Una cupa pace porta con sé questo giorno” sono le parole del Principe di Verona): così su questo palco protagonista è, dei giovani, la disillusione, è la caduta delle speranze, è il rimpianto di una felicità cercata e mai raggiunta.

 

Eppure siamo in fondo tutti noi a poterci rispecchiare nel dramma antico. 
È ciò che il particolarissimo impianto teatrale di questa riscrittura scenica ci invita a fare: riconoscerci portatori - alcuni sani, altri no - di rimpianto. Per le occasioni mancate, per ciò che abbiamo interrotto, per l’incertezza che ci ha trattenuti al di qua del salto, per tutte le volte che avremmo potuto essere, e non siamo stati, leggeri nel salto.
 

 

Non giurare. Sebbene ne gioisca, 
Stanotte non provo gioia per questo patto.
È troppo rapido, improvviso, inaspettato,
Troppo simile al lampo che cessa di esistere 

Prima che si possa dire “lampeggia”.

       (W.Shakespeare, Romeo e Giulietta, II.2) 
 

 

Sara Di Giuseppe - 17 novembre 2025

 



12/11/25

Trash test

 Andrea Cosentino
 
 Sala Kursaal – Grottammare
 9 Ottobre 2025
 
 31° Incontro Nazionale dei 
 TEATRI INVISIBILI
 
 Direzione artistica
 Laboratorio Teatrale Re Nudo
 
 

Se un pomeriggio d’autunno un clown nichilista ….

….incontra un’Intelligenza Artificiale, molte cose possono accadere, ma non che il clown e il suo teatro cessino d’essere Invisibili nell’accezione migliore del termine. 

Perché un clown nichilista – come Cosentino definisce sé stesso -  è esattamente ciò che sono i Teatri Invisibili da ben 31 anni: “spettacolo autentico” - così nella definizione di Artaud - libero dalla sudditanza al testo e lontano dalla sclerosi dell’ufficialità, vicino a quello spazio vuoto che per Peter Brook è da riempire fisicamente ed emotivamente alla costante ricerca di senso.

Di certo, niente è più antitetico di un Clown - perfino nichilista! - e di una Intelligenza Artificiale: figura antica, buffone medievale o maschera della Commedia dell’Arte  (“il più bel teatro del mondo”) il primo; quanto di più futuribile la tecnologia renda oggi disponibile, la seconda. 

E dal contrasto nasce la lezione di teatro in Trash test (“Collaudo distruttivo delle potenzialità dell’Intelligenza Artificiale di produrre materiali teatrabili”): che è corpo a corpo – esilarante, straniante, stralunato – fra l’attore-clown-uomo e la macchina; fra l’attore e il suo pubblico; tra il perfetto e il perfettibile, tra ciò che è umano e fallibile e sconnesso, e la raggelante levigata imperturbabilità della macchina.

È il gioco di Trash test: quanto mai serio, pur nella comicità che sprigiona, nel lasciare che agiscano l’essere in scena, l’improvvisazione, l’imprevisto, la compresenza col pubblico, il superamento della demarcazione fra attore e autore, il prendersi gioco dell’autorialità e del tipo di spettacolo - legato ai vecchi codici - che ne deriva.

Da un lato dunque il testo che non c’è, il testo che è l’attore stesso: improgrammabile, modificabile, questi coinvolge il pubblico, sollecita e provoca, fornisce input argomentativi e ne riceve a sua volta, attraversa da funambolo i registri linguistici, disfa la lingua e la ricompone e perfino “convoca” in scena i grandi (Foscolo, De Filippo…), crea un micro, personalissimo caos. 
Dall’altro quella voce generata dalla macchina, immutabilmente disponibile, educata, imperturbabile. 
Quasi vera ma perfetta, perciò non vera… 

Ma siamo al centro del gioco: Cosentino offre suggerimenti e spunti alla macchina, invita, inventa nomi e personaggi - Peppino e Pasqualino, spiccatamente regionali, offrono concretezza alle macchiette da costruire – e si delineano i contorni di una storia da narrare - “Chi lascia la strada vecchia…” – dalla trama incerta, che forse si narrerà o forse no. 
L’uomo provoca, deraglia, improvvisa, inciampa, sbaglia…”fa teatro”. 
Homo sum….
ChatGPT sta al gioco, corrette e sempre innocue le risposte, totale la disponibilità; si nega solo al coinvolgimento su temi omofobici o razzisti… è irremovibile, troppo umani quei contenuti, il suo territorio è altro, deve restare neutro, nessun conflitto che trascini nel magma dell’umano. 
L’homo sum non le appartiene. 

Ecco infine la sfida maggiore: comporre la trama di un film distopico. 
ChatGPT raccoglie ed esegue con efficienza, organizza prontamente gli input, la trama è delineata sullo schermo, si raccolgono suggerimenti dal pubblico, si disegnano linee temporali, tipologie attoriali. 
Il plot è strampalato quanto basta, vi sono gli uomini e i topi e i belli di Hollywood, signori la distopia è servita. 
L’IA ha eseguito il suo compito con perfezione algoritmica priva di scintilla. 
La sfida può spingersi oltre, adesso: si crei dunque una storia bellissima, e così bella che duri per sempre. 
La macchina accetta, non esita: elegante e tranquilla, imperturbabile.

 

Ma è qui l’inciampo, è qui il cortocircuito: l’eternità non è dell’umano, e il clown –  troppo umano - esce di scena.

 

Il saluto affettuoso del pubblico, il calore e i lunghi applausi dicono ancora che Cosentino è “dei nostri”, patrimonio d’umanità degli Invisibili da sempre,  di certo per i prossimi 31 anni e oltre…
 
Sara Di Giuseppe . 11 novembre 2025
 
 

10/11/25

IL CASO ALMASRI alla Raymond Queneau

alla Raymond Queneau*
(“Esercizi di stile” - Novantanove modi di raccontare una storia)


La storia.
 
19 gennaio '25. Almasri è arrestato a Torino su mandato della C.P.I. (Corte Penale Internazionale) per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Libia. 
21 gennaio '25. Almasri è liberato dal governo italiano e rimpatriato in Libia con un volo di Stato dei servizi segreti italiani e accolto trionfalmente in Libia dai suoi sostenitori. 

5 novembre '25 Almasri è arrestato dal governo libico per torture e omicidio nei confronti di migranti detenuti in un centro di sua responsabilità.

 

La versione della storia da parte del governo italiano. 

          Versione giuridico-procedurale. 

Governo, in coro:

"Signori miei, il governo italiano sapeva già fin dall'inizio che la Libia si apprestava ad arrestare Almasri, per questo è stato liberato qui e rimpatriato, per consentire al governo libico di arrestarlo! La legalità innanzi tutto!
Eh? Come? La Libia ha impiegato nove mesi per arrestarlo? 
Eh? Come? Scarcerando Almasri l'Italia ha violato lo Statuto di Roma del 1999 e l’impegno di collaborazione con la Corte Penale Internazionale? 
Ma il perché ve lo abbiamo spiegato nei mesi scorsi!
Andare alla voce "Versioni precedenti", please! (ahò, a questi je devi spiega' proprio tutto!). 

 

 

Versioni precedenti.
 
-          Versione 1.  (Gennaio '25 e seguenti). 
"Fumus persecutionis" . 

 

Meloni: "Mica 'o so, che vonno da noi. Sempre' sta macchina der fango communista pe' getta' er discredito sulle istituzioni”. 
Il governo ha ottemperato alla richiesta di estradizione inviata dalla Libia, capito? 
Dite che la spiegazione fa acqua e che la richiesta è di poche ore prima del rimpatrio già organizzato? embè che c’è, stiamo a bada’ ar capello? 
Ndo' sta er problema? Nun ve va bbe' mai gnente, ahò!"

 

-          Versione 2.
" Mi chiamo Bond. James Bond". 

 

Mantovano, Nordio, Piantedosi (gli 007 che il mondo c'invidia. Avercene!):
"Raga, se la sono bevuta: il tribunale dei ministri ci ha scagionati perché abbiamo agito seguendo la Ragion di Stato, nell’interesse della sicurezza nazionaleInfatti si è trattato non di estradizione ma di provvedimento amministrativo di allontanamento. Me cojoni! (a' Nordio, vedi de posa' er fiasco, nun se famo riconosce sempre!). Magari 'sto Almasri era pure er nipote de Mubarak, che tte sai... 
Facciamoci uno spritz per festeggiare, dai! " 

 

-          Versione 3.
" Importanza delle lingue" . 

 

Nordio (restando serio): c'è stato un qui pro quo, gli atti trasmessi dalla C.P.I. erano scritti in inglese, belin, c’è stato mica il tempo di tradurli! 
E poi questi scrivono da cani, proprio uguale a noi! 
Se vi sta bene è così, e pure se non vi sta bene. E mo' mi faccio uno spritz.

 

-          Versione 4. 
"Italia first"

 

Mantovano 1: abbiamo rimpatriato Almasri per timore di ritorsioni del governo libico contro italiani in Libia (Intervista al Corriere della Sera) 
Mantovano 2: Questa è potente, raga, la mejio balla der secolo. Fámose 'sto spritz, dai! 

 

-          Versione 5. 
"I soliti comunisti" .
 
Meloni: ci sono stati errori giuridici e vizi di forma nella procedura della C.P.I.
(Chiaro che ha stato Putin. Non fa parte della C.P.I. ma non sottilizziamo: il Grande Fratello è ovunque) .

 

-          Versione 6. 
"I soliti magistrati" . 

 

Meloni:
Ha stata la Corte d’Appello. Alla fine i magistrati c'entrano sempre. Li possino…

 

 


Ci fermiamo alla versione n. 6. Ne restano 93. 
To be continued.

* Raymond Queneau, “Esercizi di stile” Novantanove modi di raccontare una storia. 
  Gallimard, 1947
 
Sara Di Giuseppe - 9 novembre 2025
 

28/10/25

“Omaggio a Stefano Benni”

con Piergiorgio Cinì

fisarmonica Sergio Capoferri


Teatro dell'Olmo 
San Benedetto del Tronto
26 ottobre 2025 h18

 


31° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
San Benedetto del Tronto  - Grottammare
26-28 Ottobre - 8-9-15 Novembre

 

Direzione artistica
Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

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“È momentaneamente vivo” si legge nel sito in cui lui, Stefano Benni, parla di sé. 
La data non c’è e non importa: è noto, parola di monsieur de Lapalisse, che chiunque prima della dipartita è vivo.
Nel caso di Benni riteniamo anzi da fondati indizi che vivo lo sia tuttora: per esempio continua a farci ridere di gusto; per esempio Re Nudo e gli Invisibili gli dedicano un recital teatral-poetico-musicale e la sua satira sociale continua a colpire nel segno senza tregua: roba da vivi, no?

E dunque.

Piergiorgio Cinì e Sergio Capoferri fanno già da soli una compagnia teatrale: Cinì parla, mima, declama, spumeggia; Capoferri risponde a suon di fisarmonica e Piazzolla irrompe dalla lontana Buenos Aires fra i legni affettuosi del Teatro dell'Olmo. 
I testi di Benni strappano risate e meraviglia, sono una festa della parola e del paradosso, sono il trionfo dell’iperbole ma sono anche la verità su di noi e ci mettono a nudo, bizzarre creature davanti a uno specchio deformante.

 

Ecco allora il mercante d’armi rivendicare la propria buona fede e perbacco, se avessi saputo che un cliente / può diventare nemico / della mia patria/ dell’Occidente (…) gli avrei fatto pagare / il cinquanta per cento in più… Quando si dice il rigore etico sposato alla solida morale… Avercene!

 

Ecco l’amore, ecco “Le piccole cose che amo di te”; ecco “Ti amo”, e “Prima o poi l’amore arriva”: già, l’amore. Quello che, comunque lo vedi, declinato dal quotidiano al surreale al grottesco come in Benni, sempre rende imprevedibile e surreale ciò che è ordinario e Benni sa come prendersi gioco di "questo guazzabuglio del cuore umano" . 

 

Ecco l’impareggiabile “Storia di Pronto Soccorso e Beauty Case”: amore anche qui, e tanto, e paradossi e iperboli. Sedici anni lui, passione per i motori ereditata seguendo il padre sul lavoro cioè a rubare le gomme;  quindici lei, figlia di una sarta e di un ladro di Tir, così piccola che la madre le cuce le  minigonne con le vecchie cravatte del babbo. 
S’incontrano, s’innamorano una sera di prima estate, si baciano dalle nove e un quarto alle sei di mattina, e “sono innamorato” confesserà Pronto a quattro scarafaggi che dalle nostre parti parlano piuttosto colorito e rispondono di conseguenza. 
Tra una carambola e l’altra di Pronto Soccorso – nomen omen, in un anno s’imbustò col motorino duecentoquindici volte sempre in modi diversi - alla fine la legge arriva nella persona di Joe Blocchetto, spietato comminatore di multe: per Pronto sarebbe finita, se tutto il quartiere di Manolenza - entri che ce l’hai ed esci senza - non si mobilitasse scatenando il più colossale ingorgo che memoria di vigile ricordi: il quale vigile, va da sé, esce fuori di testa. Ma tutto finisce in gloria: il feroce Joe Blocchetto dopo un periodo in manicomio dirige ora un autoscontro, e Pronto e Beauty si sono sposati, lui trucca le auto, lei le pettina.

Potere dell’amore! Perfino se è quello, mercenario e proibito che - ne “Il porno sabato del cinema Splendor” - sconvolge il paese di Sompazzo il cui cinema (il primo ad essere aperto in paese!) inserisce nella programmazione un film a luce rosse, sconvolgendo codici morali ed equilibri famigliari; e dove per involontario scambio di bobine invece che il secondo tempo del porno viene proiettato l’arrivo di Coppi al Giro d’Italia e l’accaduto viene così commentato: Coppi è bestiale. Pensa, nel primo tempo scopa per un’ora di fila, poi salta in bicicletta e vince” .

 

Il Piazzolla degli intermezzi alla fisarmonica del maestro Capoferri – durante i quali l’umorismo dei testi sembra raccogliersi in momenti di abbandono e riflessione – evoca mondi ben lontani dalla colorita provincia emiliana di Benni: eppure il vitalismo porteño che occhieggia nella melodia struggente di Astor (“negli accordi ci sono antiche cose / l’altro cortile e la nascosta orditura”: così il tango, nei versi di Borges) si coniuga intimamente  col microcosmo “diabolicamente” smascherato da Benni, col caleidoscopio di voci e di volti che ci vengono incontro: stralunati o struggenti, e tutti - grazie all'immaginario di Benni, alla scrittura acuminata, al sorriso in agguato dietro la malinconia e viceversa - sono eroi senza medaglie di quell’avventura che tutti ci accomuna ed è la vita. 
“E a morire non riuscirò mai”, scriveva Benni nella sua Canzone per De André.
 Ed ha avuto ragione: non c’è riuscito.
 

 

 
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Povere genti che ai menestrelli credete
Dimenticarvi di me non potrete
E io di voi scordarmi non posso
Dentro un tramonto feroce e rosso 
Dentro un cielo di sangue e vino
Ascoltate come sembra il primo 
L’ultimo accordo che io imparai
Io non voglio non voglio morire 
E a morire non riuscirò mai.
 
[S.Benni Quello che non voglio  (una canzone per Fabrizio De André ) – 2011]