martedì 27 settembre 2016

Festival Filosofia. "Sassuolo è una mattonella". Gustavo Zagrebelsky e il Pluralismo Politico


Ormai il rettangolo di Piazza Garibaldi è quasi casa mia. Ci vengo solo al Festival, ma ne conosco ogni angolo: dove si soffoca e dove tira aria fresca, dove godi della migliore panoramica senza lo strazio di quella stecca di grattacielo simil-sovietico, dove da seduto puoi rileggere all’infinito le lapidi su Garibaldi che ti pare si faceva mancare, Sassuolo. Da tre lati vedi sempre l’orologio della torre, ottimo per controllare quanto dura una lectio magistralis. I bar e i negozi dal soffitto basso, i sobri portici con le tende marron, le bancarelle volanti di libri, l’infilata di persiane chiuse, le 5 via di fuga verso il paese che sta tutt’intorno. Ah, pure la giostra d’antan, bah.

Nei pomeriggi del Festival è fondamentale sapere come gira l’ombra: se sbagli ti cuoci, ti squagli, ti accechi. La lectio diventa infernalis. Quest’anno stavo per rinunciare a Zagrebelsky, perché alle 16,30 è inutile fare i conti, l’ombra nella piazza non c’è. Salvo quella della torre dell’orologio che scorre su 28-30 sedie (sempre diverse) e quella del triangolo sud-est, senza sedie. Allora, per forza, migrazione abusiva delle sedie: ombra per 18 disubbidienti. 
Abbiamo Zagrebelsky di profilo come una moneta, pazienza, l’importante è poterlo ascoltare.

Ma quasi non siamo riusciti a capirlo, Zagrebelsky, perché lungo i 4 (ombreggiati) corridoi sotto i portici è esploso presto lo struscio del sabato pomeriggio tra i tavolini affollati dei bar.
Un terribilio di gente, ragazzi dai jeans finestrati, brandiscono smartphone, tutti a parlar forte, scherzare, chiasso indiavolato.
Zagrebelsky all’inizio abbozza, finge di non sentire, finge di non distrarsi, ma non ce la fa. S’interrompe più volte, si gira, chiede rispetto, un po’ di quiete - mica attenzione - da quelli.

Noialtri 500 quasi ci vergogniamo, ma siamo impotenti, le orecchie doloranti, le teste fumanti per il poco che riusciamo a sentire e capire. La lectio langue. Zagrebelsky allora guarda il sindaco a fianco (che l’aveva introdotto evidenziando gli effetti turistici e commerciali [sic] del Festival), aiuto, pensaci tu. Macchè, quello sorride. [E dài, dì qualcosa tu sei il sindaco! - alzati, scendi un momento dal palco, cazzia i tuoi cittadini/elettori…]. Niente, quello sorride. [E dài, almeno telefona, a un assessore, a un consigliere, a un vigile, alla Protezione Civile…]. Niente, sorride, incollato alla sedia col Bostik, che forse si produce qui a Sassuolo.

Al malcapitato Zagrebelsky, che è un signore, non resta che tirare avanti faticando e sudando più di noi 500 che, un po’ ignorantelli, mal ci barcameniamo tra concetti filosofici rigorosi e complessi, concatenati in ragionamenti che richiedono concentrazione.

Dal Pluralismo politico al Multiculturalismo. Dalle Migrazioni ai Riequilibri. Dall’Universalismo kantiano all’Individualismo. Nomos universale e primato dell’individuo. I Diritti. Separazione, Integrazione, Interazione. Relativismo e Assolutismo. Assimilazionismo. La virtù reciproca della tolleranza. Non si deve essere tolleranti con chi è intollerante all’interno e all’esterno della propria comunità. Se si tollera la violenza interna non si può imporre la tolleranza dall’esterno. La convivenza pluralista è da sempre un progetto. Bisogna educarci al multiculturalismo fin da bambini… (…). Senza fatui ottimismi.

Tempo scaduto. Soffocati perfino gli applausi, dalla bolgia circostante. E il sindaco sorride.

Torno scontento alla macchina, metto in moto e riparto. Penso, come sarà bella l’A14… Ri-guardo Sassuolo all’incontrario, srotolo indietro la pellicola vista la mattina. Avvilente come dappertutto in Italia l’edilizia corrente, pure con quelle rotatorie pretenziose e quel palazzetto dello sport frutto di un incubo notturno del progettista. Più pena di tutto mi fanno gli immensi piazzali delle fabbriche, milioni di mattonelle in blocchi alti come case a due piani, coperti da veli di plastica verdina, azzurrina, grigetta. Una cosa esagerata. Sembrano quartieri di (grandi) mattoncini Lego in attesa di (grandi) bambini. Che non vengono, nessuno gioca, non c’è nessuno. Sono stock? Sono rimanenze? Sono normali accatastamenti di mattonelle in partenza per tutto il mondo? O stanno lì perché c’è la crisi? Sassuolo è praticamente accerchiata da mostri quadrati, chissà se ce la fa a respirare.

Poi penso che non c’è nessuno tra gli infiniti blocchi di mattonelle perché sono tutti in centro, in piazza Garibaldi, a respirare, a sfogarsi, a telefonarsi, a svivere  (direbbe il poeta Dimarti), altro che filosofia.

E capisco: se Sassuolo è una mattonella, per Sassuolo Zagrebelsky è un optional.

PGC

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