sabato 30 gennaio 2016

NICCHIA PRIMA. Università e Nobil Collegio degli orafi ed argentieri dell’alma città di Roma. 22 gennaio - violino solo - M. Paolo Perrone

"Da lungo tempo esisteva a Roma la corporazione degli orefici, dapprima associati ai sellai e ai fabbri; separatisi da costoro nel 1509 si costruirono, col beneplacito di Giulio II, la chiesa di S. Eligio in Via Giulia, il cui progetto è di Raffaello". (Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo).

Ci si sente bene ad entrare in luoghi così: si ritrova il profumo del legno antico, un’intimità elegante e discreta che induce a parlare a bassa voce. Ci si sente “leggeri e puliti” come le linee dell’architettura raffaellesca che disegnano la chiesa. Anche gli appellativi delle cariche istituzionali - Console Camerlengo, Console, Probiviri – richiamano l’incomparabile stagione del Rinascimento romano. Poi, si è colti da un fremito di stupore allorché si scopre che lì, da cinquecento anni, si è pensato il Bello, ci si è occupati del Bello (e si continua…): merce sempre più rara ahimè… ahinoi!
Dove se non qui, d’altronde, eseguire musica di altissimo livello, con un musicista di rango come Paolo Perrone al violino?
Egli fruga nella “nicchia” delle composizioni barocche “a violino solo senza basso”, dunque senza l’accompagnamento di clavicembali, violoncelli e altro, tipici del basso-continuo.
Particolarità che Bach consegnò all’empireo della musica con le Sei Sonate e Partite per violino solo BWV 1001÷ 1006 (o come lui le chiamava: Sei Solo a Violino senza Basso accompagnato), e che Telemann, Pisendel e Von Biber, a loro volta, scandagliarono alla ricerca di tutte le “potenzialità polifoniche del violino”*
Opere che sperimentavano strade fuori dal comune comporre dell’epoca: quando, non esistendo il brano per solista, si richiedeva la capacità di ricavare dallo strumento anche le tonalità basse di accompagnamento e sottolineatura normalmente svolte da altri strumenti.
La moda del virtuosismo sfrenato (si privilegiava più l’interprete che il contenuto!) era di là da venire, e ciò rende evidente quanto realmente virtuosi fossero i violinisti dell’epoca.
Paolo Perrone lo dimostra tutto questo con un’esecuzione impeccabile: vi si coglie il primo balenare dello stile definito “classico”, tangibile in alcuni accenti del primo movimento della Fantasia IV di Telemann; ma anche l’asciuttezza astratta (non sfigurerebbe in tante composizioni contemporanee) dell’esecuzione del secondo movimento; e infine, nel terzo, il ritorno all’alternanza contrappuntistica di bassi e alti tipicamente barocca: come i grandi del passato.
Nella Passacaglia in sol min (l’Angelo custode) di Biber, il M°:Perrone legge con esattezza la cifra devozionale impressa dall’autore ad una forma musicale di origine profana e popolare, usata da musicisti girovaghi; del resto chi conosce la profondità religiosa delle sue meravigliose Messe comprende facilmente le motivazioni di tale operazione: è un canto-preghiera accorato e struggente. Le “contaminazioni” - oggi di moda – in fondo hanno già qualche secolo ed autorevoli antenati da Vivaldi a Bach da Liszt a Rachmaminoff: l’importante è saperle fare…
L’esecuzione della Sonata in la maj. di Pisendel sottolinea per intero “l’italianità” delle influenze di Torelli e Vivaldi sull’autore: melodiosità, dolcezza, espressività ed eleganza - in una parola la Cantabilità - pur in un brano cui è sottesa comunque la forma musicale di Bach.
Della Partita n.2 di Bach è superfluo parlare, tale ne è la perfezione, se non per dire che il M° Perrone rende quasi fisicamente palpabile la stratosfera in cui si realizza la musica del genio di Eisenach.
La lezione che discende da un concerto siffatto si può riassumere in un: evviva le nicchie. “Nicchie” musicali che magistralmente guidano a capire a fondo la grandezza di quest’arte, stimolando a “ragionar” di musica e non a subirla e consumarla come genere di svago. Che aiutano a percepirla non come ottuso sottofondo del quotidiano o, peggio, come truce attrattiva da botteghino (la sfrenata e ripetitiva “sinfonimania” così in voga oggi) ma ad elevarla, presso noi limitatissimi mortali, al giusto rango di paradigma etico ed estetico della nostra stessa esistenza.

Francesco Di Giuseppe

*Dal programma di sala

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