30/05/19

"LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”

“OFFICINA TEATRALE”  AIKOT27
Gruppo teatrale AOIDOS

QUELLE CHE PRENDIAMO TRA LE BRACCIA

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura

Liberamente tratta dall’opera di
Henry de Montherlant

nella traduzione di Camillo Sbarbaro

con
Vincenzo di Bonaventura
in Radiofonia teatrale

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  26 Maggio 2019  h17

 « Voyez-vous, il n'y a qu'une façon d'aimer les femmes, c'est d'amour.
 Il n'y a qu'une façon de leur faire du bien, c'est de les prendre dans ses bras”.

 H. de Montherlant, Pitié pour les femmes


“LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”


         Torna ad essere attore solista, Di Bonaventura, per quest’ultimo incontro della sua stagione teatrale.

       Il dramma in tre atti (1950) di De Montherlant - condensato in due parti dense e brucianti come solo le sue riscritture sceniche - ha la voce profonda e la bellezza “scorticante” di un’opera che ha dietro di sé il teatro borghese fra ‘800 e ‘900, e tutta la forza dirompente di un teatro filosofico che aveva toccato i suoi vertici in Pirandello: il cui Nobel era stato “il riconoscimento ufficiale di un’Europa che cambiava” (Di B.), di una letteratura e di un teatro portatori di speranza e rinnovamento. Non proprio come oggi...

      “Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati…”, e nel presente deserto di slanci, fiero della propria ignorantia, sono linfa salvifica queste voci che il tempo preserva intatte e la passione dei “folli” come Di Bonaventura ci porge vive e pulsanti.

      È teatro immediato, questo esperimento di “teatro radiofonico” che tutto affida alla parola, e della ragnatela dialogica del testo restituisce in ogni sfumatura, esalta ogni infinitesima percezione: esso riprende modalità di ascolto incomprese da un oggi impoverito di parole e di potenza immaginativa, dove il teatro è sempre più, drammaticamente, territorio dell’inesplorato.

      Ed è “teatro dell’interiorità” questo di De Montherlant: autore “difficile” nella complessità del suo pensiero, fra i classici della letteratura francese del Novecento e tuttavia controverso nella Francia della metà del secolo scorso per i suoi problematici rapporti con la critica, l’editoria, l’opinione pubblica; in ombra in Italia che lo conoscerà, nello stesso periodo, grazie all’intenso rapporto epistolare e intellettuale col critico e scrittore Luigi Bàccolo, autore di studi sulla sua opera e di articoli a lui dedicati e pubblicati sulla stampa italiana.

         “Uomo e scrittore d’altri tempi, ammiratore del XIX secolo, un des plus beaux siècles français” (Adinolfi), il suo è teatro che indaga, dell’uomo, la natura molteplice e contraddittoria, fragile e incongruente, e sempre cercando l’universale nel particolare, il senso profondo nell’apparente non-sense dell’esistere: perchè fissare l’éternel humain, trasmetterne il messaggio morale è per lui il compito imprescindibile affidato alla letteratura.

         È a Parigi, pendant l’été de 1949, che egli ambienta Quelle che prendiamo tra le braccia. “Un uomo ama una donna che non lo ama così come lui è amato da una donna che non ama”: nulla di più comune, in questa trama che tuttavia trascende l’avventura banale di personnages tout ordinaires, per toccare il lato oscuro, la fragilità e il vuoto prima della caduta. 

        L’attore solista per l’occasione si fa in tre, e con la piccola magia del vocoder di vecchia e sperimentata fedeltà presta la sua voce ai tre protagonisti dell’intenso raffinato gioco teatrale: il 58enne antiquario Ravier (elegante, snello, barba sale e pepe, che dimostra più dei suoi anni); M.lle Andriot, 60enne sfiorita, collaboratrice di Ravier che ama con vocazione rinunciataria e ostinata cecità; la bella M.lle Christine Villancy, diciottenne di modesta condizione economica, oggetto del desiderio e centro dell’ossessione sensuale dell’attempato antiquario: ricchissimo, potente [“…tous les grands musées du monde ont quelque chose qu'ils ont acheté chez moi”] e tanto attirato dalla grazia e dalla purezza di Christine quanto indifferente alla devozione della dimessa signorina Andriot. 

        “Vi i interesserebbe vedere il mio Rubens?...Durante l’occupazione i tedeschi hanno cercato con ogni mezzo di acquistarlo… ne ho ben riso!”: la seduzione passa banalmente anche da questo, i segni del potere e del denaro esibiti davanti alla fanciulla come il pavone maschio la sua ruota, o il tacchino i suoi bargigli… 

        Perfino la ripulsa della giovane attrae Ravier (… Amo l’odio che mi porta…”), il quale delira fino al feticismo (Resterei ore a contemplare le sue mani…): non manca certo di donne, né di successo e potere, ritiene che solo il possesso conti, che nulla ci sia oltre il piacere. Ma la conquista di Christine - troppo giovane e bella per essere anche sincera - che si darà a lui perché si adoperi a favore del padre finito in guai giudiziari, ha il sapore del fallimento e della contaminazione, è la nemesi matematicamente consequenziale al cinismo.

        La giovane donna che si offre a lui per pura convenienza è simile alla bergère falsa che il cliente di Ravier comprerà pur sapendola tale (“Non mi darà dispiacere, non importa, lo prendo perché ne ho voglia”). Come il suo cliente, Ravier sa che possiederà un “pezzo falso”: quasi non vorrebbe sedurla perché ne ama la purezza - Ti amavo innocente, ti adorerò corrotta - e perché forse il culmine dell’amore è nell’immaginazione, ma occorre che la sua ossessione sia appagata (“Che io la prenda e la ingravidi una buona volta, e che sia finita!” aveva detto al culmine del suo delirio).

        Fuori pericolo, forse, perché “ci sono quelle che si prendono tra le braccia” ma ci sono “Le più pericolose di tutte: quelle che non prendiamo tra le braccia”; e, in fondo, “una cosa nasce nel fango e non diviene peggiore di un’altra che è nata nelle stelle”. 

        E tuttavia questo “apostolo del piacere” non ha che il vuoto davanti a sé, la caduta è inscritta con precisa geometria nel disegno di questa desolazione erotica dove la comunicazione con l’oggetto del desiderio è un gettare “tutto nell’abisso come se parlassi a un pianeta sconosciuto”. Così come per gli altri  protagonisti, non vi sono uscite di sicurezza, essi si inseguono senza incontrarsi, ciascuno rinchiuso nella propria trama di cinismo. Non c’è altra conclusione che quella, desolata, del protagonista: Les jeux sont faits... Malheureux sans toi ou malheureux avec toi. 

      E l’appetit de bonheur, la fame di felicità non può mai passare per la sazietà.

        “Monumento innalzato alla solitudine umana” (Adinolfi), l’opera di Montherlant lo è particolarmente qui, nella rappresentazione dell’amore che non l'appagamento dei sensi né la più elevata tensione spirituale sottraggono all’insoddisfazione di ciò che non è mai raggiunto. Questi personaggi, alle prese con il lato fragile e oscuro di sé, amano “senza reciprocità, amano nel silenzio e nell’orgoglio” e tanto la sazietà dei sensi quanto la ricerca d’assoluto nell’altro sono destinanti ad un uguale naufragio.

        Vi è tuttavia un’esigenza forte di dignità e nobiltà nell’esplorazione dell’uomo che Montherlant vede realizzarsi - sotto un cielo vuoto, privo di prospettive metafisiche - solo attraverso la letteratura: ad essa è affidata, in opposizione alla ”sciatteria del mondo contemporaneo”, la costruzione di quella moralità universale che nelle culture antiche s'è manifestata nelle forme più alte.

        La scelta del suicidio, che chiude il cammino di Montherlant nel 1972, è l’estremo atto di fierezza di un intellettuale convinto che l’uomo “è ciò che lascia di sé”. Aveva amato con passione la cultura latina su tutte, vi vedeva rappresentato l’uomo nella completezza interiore che si sottrae al nulla e all’oblio: nessun miglior omaggio alla sua statura intellettuale e umana, di quello dei due scrittori suoi amici che vollero spargerne le ceneri dove più netta era l’orma di quella cultura e di quel pensiero. A Roma: nel Tempio di Giano, nel Tempio della Fortuna Virile, e nel Tevere.


Sara Di Giuseppe - 30 maggio 2019 


29/05/19

VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno

APP  ASCOLI PICENO PRESENT

4° FESTIVAL DELLE ARTI SCENICHE CONTEMPORANEE: TEATRO, MUSICA, DANZA & CIRCO   24 & 25 maggio 2019

SERATA LIGETI

FORM - ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA

GYÖRGY LIGETI (Musica ricercata, Six Bagatelles)  ARVO PÄRT (Pari intervallo)  STEVE REICH (Electric Counterpoint)

Fausto Bongelli pianoforte    Gianluca Gentili chitarra    FORM WIND QUINTET

ASCOLI PICENO   CHIESA DI SAN PIETRO IN CASTELLO    24 MAGGIO H17


VOTO 12/DODICESIMI, ma anche meno


         Giacchè in questi giorni s’è votato per le europee, proviamo qui a dare “altri” voti. Però di merito, come a scuola. E, stranamente per una volta, in dodicesimi. L’idea ce la dà il bizzarro geniale compositore ungherese György Ligeti, al quale in questo Festival APP è stata dedicata la “SERATA LIGETI”, con il bel concerto della FORM (FORM WIND QUINTET), con il pianista Fausto Bongelli, e con il chitarrista Gianluca Gentili. 

         Quell’incredibile “Musica ricercata” (suite di 11 brani per pianoforte, qui eseguita da Fausto Bongelli), si basa unicamente sull’uso progressivo delle 12 note della scala cromatica ma… una alla volta (salvo le ottave, cioè le altezze, naturalmente partendo dal LA): per cui la prima suite ha solo 2 note, la seconda solo 3, la terza solo 4, e via così fino alla undicesima suite che finalmente le utilizza tutte e 12 (di più non si può). 

         Così - giocando un po’, ma seriamente, anzi severamente, come Ligeti - ci viene in mente di dare dei voti (pseudo-scolastici) ai vari musicisti; quindi all’antica Chiesa di San Pietro in Castello, ad APP (direzione artistica, assistenza, organizzazione…), alle condizioni ambientali del concerto, fin alla Ascoli del circondario. In maniera decrescente: da 12/dodicesimi a 2/dodicesimi. Promossi e bocciati. 

 -          VOTO 12/12:  al pianista Fausto Bongelli che ci ha stupiti ma non troppo, lo conosciamo. Se, specie all’inizio, “Musica ricercata” sembra facile - solo 2 note la prima suite, poi 3, poi 4… - è proprio lì il difficile: quella tecnica combinatoria dall’apparente aridità con graduale “accumulo dei suoni”, in realtà coinvolge l’anima. Frettolosamente liquidata da alcuni come “musica decadente” (eppure, anche Kubrick scelse - abusivamente, ma dopo la causa fecero pace - proprio la suite n°2 per un suo film), Ligeti va suonato con religiosa devozione, precisione e concentrazione. 

Bongelli sa come farlo: sa - sdoppiandosi a volte - come usare con indipendenza, martellante fragore, perizia e spaventosa velocità la mano sinistra; come evidenziare quei non-accordi rotolanti; come a tratti evocarci Bach (verso le suite centrali); come farci galleggiare in quel simil-valtz (quarta suite?); come sorprenderci - nella quinta, ma anche dopo - con motivi forse di tradizione popolare e misteriose armonie, attraverso sovrapposizioni, incroci, dissonanze dissacranti eppur quasi armoniche. “Le discese ardite e le risalite” direbbe Battisti. Così ti pare di entrare in un film, percorri traiettorie negli abissi, guidi astronavi verso stelle e nebulose, viaggi nella luce e nel buio tra spazi intersiderali. Qualcuno la definirebbe musica sperimentale ma da manicomio. Non è un difetto.

-          VOTO 11/12:  al Quintetto di fiati della FORM che ci ha introdotti nelle “Six Bagatelles” di Ligeti. Nel merito, non ci abbiamo capito granchè (certo non sembrano… “sciocchezzuole”), salvo che anche in queste c’è l’ossessione di adoperare prima solo 4 note strane in strani accordi, poi 6, poi 8 e così via (meno il DO, alla fine, bah). Alcuni suoni son tenuti lunghi alla morte, altri vanno in dissolvenza, in corto-circuito, altri si predispongono in simmetria… Per noi tapini è troppo, ma ci piace. Avvertiamo la profondità, la pensosa religiosità, la ricerca o la tendenza a qualcosa di impalpabile in quanto spirituale, mai prevedibile. I cinque - bravissimi sulla stima - ci danno dentro come i sassofonisti di Paolo Conte, ma questa è un’altra musica. Più adatta al lettino di analisi che per ballare.

-          VOTO 10/12:  al chitarrista Gianluca Gentili, che però ha eseguito meglio “Electric counterpoint” di Steve Reich (con l’aiuto delle diavolerie elettroniche alla Pat Metheny) che “Pari intervallo” di Arvo Pärt. Se è vero che anche nelle stilose chiese estoni si suonano i brani di Pärt, questa nostra spoglia chiesa romanica forse non ha il fisico, o ne ha troppo. Funziona meno. Forse il riverbero fuori controllo, forse la scelta del brano troppo minimalista, o forse era meglio un organo invece della chitarra elettrica (dall’accordatura non perfetta)… Ma Arvo Pärt non si discute, fa bene APP ogni anno a proporcelo in tutte le salse.

-          VOTO 9/12: alla Chiesa romanica di San Pietro in Castello, dallo strambo campanile a base triangolare. Meravigliosa, infatti ha mille anni, non ce la meritiamo. Le chiese di oggi son tutte brutte. Restaurata dove benissimo, dove malissimo. Bene le maestose capriate, male le pareti interne con l’orrendo intonaco da condominio sparato “sopra” i blocchi di travertino. Giusto aver tolto altari e orpelli e preservato il pavimento a quadrotti. Da rispedire al mittente gli 8 lampadari anodizzati da pizzeria, i fari multipli laterali da negozio di scarpe, gli altoparlanti buttati sulle pareti. Superflue ma vive, le ragnatele in quantità industriale sulle 4 graziose bifore alte (vedi foto).

-          VOTO 8/12:  al Festival APP. Già nelle altre 3 edizioni ci era piaciuto, questa quarta anche. E’ di alto livello, un piccolo Festival dei 2Mondi di Spoleto (che Ascoli rifiutò!), con spettacoli originali, coraggiosi ed economici (al contrario di Spoleto). Ma non c’era bisogno di aggiungere il Circo. 

-          VOTO 7/12:  all’organizzazione. Si può far meglio. Magari portando le sedie e disimballarle un po’ prima che entri il pubblico, togliendo camion e furgoni dall’ingresso della chiesa, curando la puntualità dello spettacolo Di buon livello il materiale informativo-pubblicitario (grafica, formato, testi). Bello il logo, con quella renna che nei giorni del Festival vedrei gigante sulle torri di Ascoli, sulla superstrada, e piccola tra i tavolidi Meletti, nelle piazze, davanti alle scuole, sulla spiaggia a San Benedetto… Ma non c’è.

-          VOTO 6/12:  all’acustica della chiesa. Proprio non ci siamo, anche perché è un cubo. Occorrono dei correttori acustici ben studiati, oggi funzionano, non sono invasivi e costano relativamente poco. Specie col quintetto, i suoni si mescolavano troppo, figuriamoci con una FORM al completo.

-          VOTO 5/12:  alla segnaletica. San Pietro in Castello sta un po’ nascosta, Per arrivarci (anche a piedi) servono dei cartelli indicatori (con l’amica renna), anche loro fanno immagine.

-          VOTO 4/12: all’esterno della Chiesa. Gridano vendetta quei grigi menhir dell’Enel o non so chi svettanti sulla destra della facciata. I cavi telefonici e della luce appesi o cuciti dovunque, l’incuria dell’antico portone, lo sporco cronico, l’angoscia dell’adiacente casa a sinistra…

-          VOTO 3/12:  a tutto il circondario. Un‘edilizia orrifica e invadente, tanto più brutta quanto più recente: abitazioni tirate là, pretenziose o cadenti, minacciosi recinti simil-carcere, muri, muretti, reti rotte, verde trascurato da secoli…  Chi concepisce tali orrori, chi firma i permessi edilizi?

-          VOTO 2/12:  al mastodontico parcheggio che incredibilmente si sta costruendo lì a due-passi-due. Se non ci vai non ci credi. Uno spiazzo rubato, che verrà cementificato/asfaltato con l’aggiunta di sbarre, gazebo e quant’altro. Vicino al gioiello San Pietro in Castello! Da arrestarli tutti, i politici e i tecnici ben in mostra sul tabellone. E pure la Soprintendenza. Ma questa è Ascoli, bellezza.


PGC - 29 maggio 2019 


21/05/19

La fiaba inquietante

NÁRODNÍ DIVADLO – PRAHA

THE LITTLE MERMAID

(LA SIRENETTA)
Balletto ispirato alla novella di Hans Christian Andersen

Coreografia: Jan Kodet
Musica: Zbynĕk Matĕjů
Scenografia: Jakub Kopecký

Regia
Lucáš Trpišovský, Martin Kukučka)                                                                                        

Praga – Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
11 maggio 2019   h18

LA FIABA INQUIETANTE

“…  Poi si gettò in mare e sentì che il suo corpo si scioglieva in schiuma”
Hans Christian Andersen,  La Sirenetta


         Sono in buon numero i bambini e le bambine, oggi, per questa Sirenetta di H.Ch.Andersen, riscritta per la danza dal coreografo Jan Kodet e dal collaudato duo registico Martin Kukučka - Lukáš Trpišovský (conosciuto come SKUTR), impreziosita dalle intense soluzioni visive dello scenografo Jakub Kopecký, musicata dal compositore contemporaneo Zbyněk Matějů.

         Da queste parti anche il pubblico-bambino - non meno di quello adulto - mostra esemplare “educazione allo spettacolo”: preparato, attento, caloroso; soprattutto assente ogni birignao di mondanità. Cultura dello spettacolo che è anche - sì - assoluta puntualità (dunque civiltà e rispetto per gli altri); la stessa, cronometrica, con cui ogni spettacolo inizia-finisce e si “intervalla”. 

         Se tuttavia il pubblico è in maggioranza adulto, è certo perché una fiaba classicissima non parla solo ad orecchie infantili, e  la sua validità è nel significato che le diamo adattandovi il filtro del nostro vissuto: così come Andersen trasferiva nelle sue storie le inquietudini, la malinconia, il bruciante senso di una diversità che sentiva placarsi solo nel gioco letterario. 

         Con buona pace di ottocentesche interpretazioni moralizzatrici di marca anglosassone e di edulcorate produzioni disneyane (“Hanno spinto Andersen in una nursery e ce lo hanno chiuso dentro. Per sempre”), questa Sirenetta è tra le fiabe più dolorose e struggenti di quel riconosciuto innovatore del genere fiabesco che fu lo scrittore di Odense: quella che meglio di altre affronta il tema del “doppio”, della non appartenenza, della sospensione tra essere e non essere, della sofferenza connaturata alla ricerca di sé.

         Fiaba triste e crudele come altre – non del solo Andersen – sulle quali chi di noi fu bambino nelle remote trincee del secolo scorso formò con gusto il proprio immaginario: ma senza rimanerne turbato, interiorizzandone anzi inconsapevolmente la poesia, la qualità letteraria, la complessità dello sguardo.

         La riscrittura coreografica conserva lo schema della fiaba originale: la giovanissima figlia del Re del Mare che affacciatasi per la prima volta a contemplare il mondo “di sopra” si innamora perdutamente del bel principe terrestre trovato esanime in riva al mare, superstite di un naufragio (e c’è un po’ dell’omerica Nausicaa e del naufrago Odisseo); che per esserne riamata dovrà rinunciare - per volere della Strega del Mare, cattiva come solo le streghe… - alla voce e alla sua stessa natura di sirena, e in luogo della magnifica coda avrà un paio di gambe che non le serviranno granchè; che nonostante il sacrificio, il dolore, la perdita di sé, non riuscirà ad esserne riamata, e la sconfitta coinciderà con l’annientamento e la definitiva metamorfosi in schiuma marina.

          Fiaba inquietante nella complessità dei temi che suggerisce pur attraverso i rassicuranti stilemi del racconto fantastico. Il linguaggio della danza ne restituisce intatta la suggestione, ne esalta i tratti simbolici e nel rivolgersi con garbo, eleganza, magia, all’immaginario infantile, sollecita intanto una riflessione “adulta”. Quei temi (il “doppio”, l’identità “sospesa”, la condizione del “non collocato e non collocabile”), che appartengono allo sfaccettato mondo interiore di Andersen - al suo sentirsi imprigionato in una “diversità” rifiutata dalle convenzioni dell’epoca - e che si affacciano in molte delle sue invenzioni fiabesche, traspaiono discreti ma imprescindibili in questa creazione di trascinante tensione evocativa. 

        Acqua, aria, terra, gli elementi ancestrali che la fantasia di Andersen sovrappone all’esperienza concreta e trasforma in fiaba, qui si esaltano in movimenti coreografici di aerea eleganza e rigorosa padronanza tecnica, nella visionarietà delle soluzioni scenografiche, nel tessuto musicale di audace contemporaneità, nella suggestione dei colori (pura gioia per gli occhi, i dominanti azzurri e verdi dei costumi). 

         L’acqua è l’elemento fluido, contenitore di vita e archetipo femminile, che domina la scena con forza simbolica, trovando nel finale la sua apoteosi, nella rosa di schiuma proiettata in alto con al centro la danzatrice: ultimo e unico abbraccio per la piccola sirena (un’eterea lievissima Kristýna Nĕmečková) che uno sciocco Principe (un magnifico Giovanni Rotolo) non sa amare. 

         Acqua e terra sono i mondi sul confine dei quali si consuma la breve esistenza della Sirenetta: la danza ne disegna l’amore e il dolore, il gioco e la disperata sfida, e nei passaggi corali si fa più netta la solitudine, più inesorabile il destino che né l’amore delle Sirene sorelle né quello della Nonna potranno vincere.

         La piccola creatura del mare si è già spogliata della sua natura di sirena per amore del principe; ora rinuncia per sempre a se stessa scegliendo di non ucciderlo – se lo facesse, potrebbe invece tornare ad essere sirena, come la Strega dispone (le streghe ogni tanto andrebbero ascoltate) – ed è la scelta che suggella, nel sacrificio di sé, l’impossibilità di quel vagheggiato passaggio a un diverso livello dell’esistenza.

Nel mondo fiabesco di Andersen la tensione fra reale e ideale fa sì che spesso anche il lieto fine sia apparente e labile. Se per il Brutto anatroccolo divenuto finalmente cigno la felicità vera era forse lo stagno fangoso nel quale prima sguazzava “vicino alle radici del mondo”, così per la Sirenetta la pace viene dalla rinuncia al sogno, dal suo essere restituita all’acqua e all’aria, ai suoi elementi originari. 

         “Ai personaggi di Andersen - scrive Simonetta Caminiti - i quali cercano strenuamente e spesso invano di essere accettati, tocca aspirare al cielo perché si comprenda che erano esseri speciali ”. 


Sara Di Giuseppe - 20 maggio 2019 


19/05/19

[PICCOLO DECALOGO DI RESISTENZA CIVILE]

         …a Matte’, se trovi uno di questi striscioni che fai, mi arresti?



  1     MATTO DA LEGARE


  2     CHI LEGA non MANGIA LE MELE


  3     FESSO CHI LEGA


  4     LA FELPA NON E’ ELEGANTE


  5     LE STELLE NON HANNO LEGAMI


  6     LEGALMENTE ME NE FREGO


  7     MI FANNO MALE I LEGAMENTI


  8     CON TE NON FACCIO LEGA


  9     LEGATI (almeno) LA LINGUA 


10     LA LEGA E’ UN EX VOTO



PGC - 18 maggio 2019



18/05/19

Partita a scacchi

NÁRODNÍ DIVADLO - PRAGA

VALMONT
Balletto basato sul romanzo di P. Choderlos de Laclos
“Les liaisons dangereuses”

Coreografia 
Libor Vaculík
Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga

Musiche 
Franz Schubert - Pēteris Vasks

Praga – Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati)
10 maggio 2019   h19


PARTITA A SCACCHI

“Siamo sinceri: nei nostri intrighi amorosi così freddi e fatui, ciò che chiamiamo felicità è appena piacere”
(Lettera VI) 
 P. Choderlos de Laclos, Le liaisons dangereuses


        Una grande opera letteraria, il polifonico romanzo epistolare di Pierre Choderlos de Laclos (1782) e la sua trasposizione nel linguaggio della danza: sfida coraggiosa che il coreografo-scenografo-regista Libor Vaculík accoglie e vince. ”Quando Petr Zuska (direttore artistico del Corpo di Ballo del Teatro Nazionale di Praga) mi ha proposto questa trasposizione ho pensato che fosse impazzito” scherza il coreografo, e l’eccellenza del risultato glielo permette.

        Sapientemente frazionando e ricomponendo in “quadri” il meccanismo complesso dell’opera - grazie ad originali soluzioni scenografiche - la coreografia sviluppa l’azione con rigore drammaturgico, e del romanzo conserva la perfetta struttura di congegno ad orologeria che dispone e muove i suoi pezzi sulla scacchiera; il plot, vera apoteosi dell’arte della manovra, è scandito nei passaggi salienti dalle lettere affidate a voci fuori campo; la danza - superbo amalgama di classico, moderno e contemporaneo con incursioni fra i mostri sacri Balanchine, Forsyte, Kylián - disegna la geometria di una partita a scacchi in perverso equilibrio fra divertimento e vendetta, gioco e intrigo: nessun vincitore, alla fine, ma solo una catastrofe senza catarsi.

         Il caleidoscopio di broccati, decorazioni e parrucche rococò è, nella prima parte, cornice e sfondo alla fatuità di un mondo di apparenze e libertinaggio; nella seconda, solo il bianco e nero della scacchiera e il gioco di luci e ombre presagio di tragedia. Così, i movimenti sinfonici di Franz Schubert e le dissonanze del compositore Pēteris Vasks sono il tessuto musicale dell’azione nel suo precipitare dalle iniziali manierate lievità all’intrigo cinico e dissoluto.

        Il gioco seduttivo condotto secondo il codice libertino dalla Marchesa de Merteuil (una sofisticata, perfetta Alina Nanu) e dal suo degno e manipolato amante, il frivolo seduttore Visconte di Valmont (un intensissimo Giovanni Rotolo, italiano di Polignano a Mare, primo ballerino del Corpo di Ballo del Národní Divadlo) si traduce in una danza tecnicamente impegnativa che disegna con maestria la complessità delle relazioni, la linea sinuosa lungo la quale si dispongono il capriccio e l’imprevisto, l’irrompere della passione che smentisce il credo libertino, il “movimento involontario” dell’amore che turba e scompiglia il disegno preordinato; il testo coreografico esalta personalità e virtuosismo dei singoli: non vi è coralità nella creazione di Vaculík che al contrario scolpisce una galleria di singoli ruoli e caratteri, ciascuno sbalzato in robusto altorilievo sulla scena. 

        Accanto alla coppia Merteuil-Valmont, tutti gli altri protagonisti - l’infelice Madame de Tourvel, la dolce giovanissima Cécile de Volanges, l’appassionato cavaliere Danceny - formano un “concerto di solisti”: ciascuno vi danza il proprio dramma, che da intimo si fa epico nel comune precipitare - per vie diverse -  dentro la tragedia finale. Un registro stilistico che richiede ai ballerini qualità tecnica, rigore, eleganza, ma anche doti interpretative - quasi “attoriali” - non comuni perché il grande tema umano che il romanzo affida alla parola si trasferisca nel linguaggio del corpo, demandando ad esso l’espressione dei moti interiori e l’urgenza degli snodi narrativi. 

        Gelosia, vanagloria, brama di prestigio, volontà di dominio, sete di vendetta e tutto quanto attiene all’affermazione perentoria dell’ego, si disegnano plastici nel microcosmo che M.me de Merteuil manovra da malefico demiurgo. “Ci sono individui che non si fermano davanti a nulla. E sopravvivono” - commenta L.Smoček - drammaturgo e direttore di scena.

        Un tema poderoso, filtrato dall’intensità evocativa degli stilemi coreografici: per questa via, il romanzo di denuncia della nobiltà francese settecentesca scende nella danza ad incontrare il nostro presente, a farsi metafora di ogni dinamica – individuale o collettiva, di ieri o di oggi – che manipola e asservisce, che fa dell’uomo soltanto un “mezzo” e mai un “fine”. 

        E la vocazione autodistruttiva di una società - l’aristocrazia settecentesca - ignara di un mondo che al di là di quei confini dorati è in irreversibile mutazione, è davvero - fatte le dovute proporzioni - così lontana da noi? Le coreografie di Vaculík ci dicono di no: il finale chiaroscurato da cui sono spariti crinoline e broccati, la luce fioca delle lampade che vegliano la salma di Valmont, le fiamme che dalle lettere gettate nel braciere si innalzano ad avviluppare ogni cosa ci trasferiscono da un’epoca e dalla sua vicenda storica alla universalità e atemporalità del simbolo.


Sara Di Giuseppe - 15 maggio 2019


09/05/19

Per li rami del jazz

Francesco Diodati / Yellow Squeed  –  NEVER THE SAME

F. Diodati chitarra  F. Lento tromba  E. Zanisi piano, Fender Rhodes, synths  G. Benedetti tuba, trombone a pistoni  E. Morello batteria

Ascoli Piceno – Cotton Lab
3 maggio 2019  h 21,45


         La 29ª stagione del Cotton Jazz/Cotton Lab non poteva concludersi che con un’altra sterzata sulla strada del jazz: ecco una nuova band discender per li rami del jazz… Yellow Squeed: un quintetto primaverile di giovani sperimentatori professionisti guidati da Francesco Diodati. 

         Giovani solo all’anagrafe: il loro jazz, coltivato e maturato in anni di sagge frequentazioni, di fatiche ed esperienza, potrebbe già essere incasellato dai pelosi critici in uno dei tanti schemi costruiti a tavolino, se non fosse che nel jazz certe operazioni di marketing non contano niente.

Questi non sono musicisti qualsiasi. Ragazzo-Diodati fin dai tempi del sodalizio - circa 10 anni or sono - con Ermanno Baron e Marcello Allulli, coi quali suona ancora, era “avanti” eppure studiava. Oggi è avanti e ancor di più studia, ascolta, inventa, sperimenta. Gli piace. 

Quando in un lontano indimenticabile “Camera Concerto” concepito in un nebbioso appartamento estivo al 3° piano aperto d’inverno, quindi gelido, si presentò magro con la sua chitarra e un ambaradan di scatolette elettroniche fili pulsanti lucine levette e pedali, pensammo che quel putiferio gli servisse per scaldarsi le dita. Fu messo a suonare (proprio in quartetto con Allulli, mi par di ricordare) nella stanza in fondo a destra, sotto al lampadario (avevamo tolto il letto e i comodini, l’armadio no), e noi “pubblico” in corridoio. Forse non capimmo, avevamo davanti un piccolo talento lanciato.   (…)

         Riascoltarlo in un club prestigioso come il Cotton in compagnia di musicisti coetanei altrettanto scelti è conferma di una raggiunta e consolidata maestria. La sua musica è cresciuta con ancor più carattere: è precisa, fantasiosa, limpida, matematica. Improvvisazioni libere e virtuosistiche mai invadenti o arrembanti, direi con buoni freni. Più evocative che imprevedibili. La melodia, sempre presente, pare de-strutturata da un architetto. Lo stile, ben riconoscibile, si nutre di forme semplici, senza manierismi, senza asprezze. 

E’ “musica da camera contemporanea”, bellezza! (copyright Emiliano D’Auria). Suonano concentrati, tutto un ingranaggio. Sembrano “colloquiare” solo tromba e chitarra, continue occhiate e cenni d’intesa, ma Diodati lo dice: io non scrivo per “una” tromba, io scrivo per Francesco Lento.

       Si era subito distinto (almeno per l’energica presenza scenica), ma è In Cities che si svela meglio la tuba di Glauco Benedetti, che nel quintetto ha soppiantato il contrabbasso: “solo” due note vicine ascendenti, ossessive e potenti ma calde e rassicuranti - quando lui la sua tuba la accarezza sulla piccola curva in alto - sulle quali poi si incardina la tromba e tesse armonie, un po’ alla volta, come fanno sempre. E dietro, Enrico Morello alla batteria che lega con rigore di clessidra, facendo di tutto per non emergere, ma non ci riesce…

        Tutto il concerto rispecchia l’ultimo disco NEVER THE SAME: “tutte composizioni originali italiane”. Ma ecco a chiudere Thelonious Monk, e qui anche Enrico Zanisi può spiccare in tecnica e personalità, tra le “terre incognite del jazz”…

        Artisticamente vicino al grande Enrico Rava, che frequenta anche informalmente oltre a farci concerti, Diodati (di)mostra che il talento può essere “ereditato”. Perché se è vero che di rado la virtù dei padri si trasmette ai figli (per l’Alighieri, rade volte risurge per li rami…), ecco qui una felice eccezione: la magistrale linfa di Rava fluisce limpida in questo suo discepolo, ramo verde e già robustissimo di quel grande “albero” (quasi) secolare.


PGC -  8 maggio 2019 


07/05/19

Stiamo freschi!

Gli affreschi della Petrella dureranno sempre. [forse]

La tesi di Tania Bonanno

Ripatransone – Sala Consiliare del Comune    4 maggio 2019  ore 17



        Santa Maria della Petrella, un’antica chiesetta di campagna del genere povero, come tante. Tuttavia l’avrebbe, una propria dignità architettonica, se qualcuno un po’ se ne curasse. Invece, nonostante vecchi e inadeguati restauri-ormai-bisognosi-di-restauri, è praticamente abbandonata. Finto-terremotata. Chiusa. Quando ci passi manco la guardi più. E’ solo un facile punto di riferimento: “passata la Petrella, pe’ Ripa so’ 3 chilometri”. 

        Se la chiesetta se la passa male, i suoi preziosi affreschi non stanno meglio. Hanno anche loro gli acciacchi dell’età, ma non hanno mai visto medico. Tania, che li ha amorevolmente studiati tanto da farci la tesi di laurea, nel partecipato incontro di sabato ce li ha mostrati uno per uno: quelli in basso sono quasi scomparsi per colpevole consunzione fisica o per i violenti graffitaggi ignoranti; quelli in alto resistono, ma appaiono stanchi, mutilati, quasi morenti. Li stiamo perdendo. Eppure, per la particolare tecnica con cui furono dipinti, loro durerebbero sempre. E questi della Petrella hanno appena 500 anni, dei giovinetti! 

        Per ridargli fiato, forse si potrebbe cominciare così:

-      Via quegli orribili banchi attaccati alle pareti (ormai poco) affrescate. A protezione, si costruisca una semplice ma solida balaustra di ferro.

-      Eliminare la spaventosa nicchia posticcia che contiene la statua di una madonna abusiva. Lei cosa c’entra? Mica era un’appestata che cercava ricovero. Perbacco, lì c’era un affresco, perduto per sempre.

-      Spiccare l’offensivo lampadario centrale, portarlo a L’Antico e le Palme, o a casa di qualcuno, o in ricicleria, sempre 3 km da qua. Per l’illuminazione, 6 invisibili led di Brico.

-      Via quegli ingressi posticci con serrande-Novelli da garage. Chiuderli con dei vecchi mattoni.

-      Imperativamente rimettere al suo posto il magnifico affresco furbescamente sottratto (e ben restaurato) che ora sta al Museo. Fare piano che si rompe.   

Fin qui basterebbero un 5 mila euro. Il Comune dirà che non ce l’ha, non credetegli. Ma comunque, visto che a messa si usa dar qualcosa, perché il prete non fa circolare un piattino raffigurante un affresco della Petrella e raccoglie soldi per quello? A ogni chiesa di Ripa un piattino con un affresco diverso. Con tutte ‘ste messe… 

Poi certo bisognerà continuare, fare tante altre cose per rivitalizzare come si deve la chiesetta e gli affreschi, forse Tania ci “guiderebbe”… Ma diamoci noi una mossa subito, sennò stiamo freschi!


PGC - 6 maggio 2019


06/05/19

Nureyev al clarinetto

MUSICAUNA – Tributo a JOBIM

Gabriele Mirabassi [clarinetto] e FORM [Orchestra Filarmonica Marchigiana]

Trombone, Arr. e Dir. Orch. Massimo Morganti
Chitarra G. Bianchini
Contrabbasso G. Pesaresi
Batteria B. Marcozzi

MACERATA - Teatro Lauro Rossi     2 maggio 2019  ore 21


        Saranno state all’inizio le astratte “atmosfere impressionistiche alla Debussy” di Saudade do Brasil (solo orchestrale), poi l’eleganza dei ritmi morbidi di Tempo do mar con la chitarra acustica, a far sì che, arrivati a Desafinado, io abbia associato Mirabassi all’immenso Nureyev. Senza offesa per entrambi. 

        Perché lui è “cobra-Mirabassi”: così lo apostrofò icasticamente Valerio Colzani 5 anni fa, al Teatro del Pavone di Perugia, per quel suo contorcersi e avvilupparsi su se stesso nel suonare; e perché anche stasera “danza” intorno al clarinetto mentre ne tira fuori quei suoni solo suoi, magici e impossibili quanto un’elevazione verticale di Nureyev. Poi, Nureyev e Jobim erano contemporanei e si conoscevano. E quante volte il russo che “era la danza stessa”, deve aver danzato L’aprés-midi d’un faune che Debussy compose proprio per i Ballets russes. D’accordo: forse Nureyev non sapeva suonare il clarinetto…

        Con quel Desafinado il concerto poteva anche finire: l’imprevedibile inizio pensante di tromba con i minimalisti chitarra-contrabbasso-batteria dell’ensemble-Mirabassi al ritmo scarno di bossanova lenta (alla Arbore); quindi il clarinetto-Mirabassi che esitante s’avvia sulle tracce della tromba (ma sotto di un’ottava - mi pare - e parecchio più calmo rispetto alle Desafinado che conosciamo); a seguire, lo scoppiettante trombone-jazz quasi solista del direttore Morganti. 

La FORM dietro, a tessere atmosfere calde e distese di un Brasile amico ma impenetrabile, come una foresta in ebollizione. Ma quando poi l’orchestra vira impercettibile su un simil 3/4, Mirabassi t’inventa tutt’un altro Desafinado, il suo: fresca cascata di note trasparenti e velocissime, e “danzante”: lui che suona su un piede come una gru, o surfando come su una tavola sul Rio Negro, o simulando arrampicate, salti, sospensioni… sempre battendo precipitosamente il tempo sul palco a sottolineare atavici legami d’Africa. 

       Acrobazie al ralenti, senza angoli. Ad ogni “guizzo”, ad ogni sbang di scarpa-che-atterra, t’immagini uccelli del paradiso volare spaventati, animali esotici inseguirsi chiamandosi sopra e sotto gli alberi, impressionanti scrosci d’acqua, carnevali infiniti che sfilano al ritmo di samba… Ma senza confusione. Desafinado movimentato e leggero, “impressionistico”, dai colori apparenti ma vibranti. La scelta orchestra pare quella di Paolo Conte, creativa e sicura, senza ansia. Anche lei ammirata e divertita da Mirabassi, magari anche a qualche musicista sarà venuto in mente Nureyev…

        Beh, il nostro Mirabassi da Perugia, né agile né asciutto né volante né russo, che veste sempre superclassico anni ’70 ampio e scuro (altro che bianco), che neanche el purta i scarp de tennis, mi evoca il grande Nureyev proprio perchè nell’aspetto è soavemente il suo contrario, ma la sua musica “movimentata” scorre inarrestabile unica miracolosa e sublime come la danza di Nureyev.

        Tutto così il concerto. Quale miglior tributo ad Antônio Carlos Jobim inventore della bossanova sinonimo di Brasile. “Non come il samba, che sembra la cosa più tropicale che c’è ma è nato a Casarsa, nel nostro Polesine”, ci svela sottovoce Mirabassi in una breve divertente ma colta e profondissima “conferenza” sulla musica di stasera, tra A felicidade, Chovendo na roseira, Correnteza – Eu sei que vou te amar, Você vai ver…  Sempre Nureyev al clarinetto, anche al bis.


PGC - 6 maggio 2019


02/05/19

Il Dottor Hinkfuss

“OFFICINA TEATRALE” – AIKOT27                   Gruppo teatrale AOIDOS

"NON SI SA COME" (ATTO I)
ovvero
Le inevitabili conseguenze di pensieri bastardi

da
LUIGI PIRANDELLO

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura
con
Vincenzo di Bonaventura e il Gruppo teatrale AOIDOS

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  28 Aprile 2019  h17


”…che le cose più impossibili accadono, 
e non se ne sa nulla, i veri delitti chiusi, sepolti dentro…”
(Non si sa come, Atto II)


Il Dottor Hinkfuss

         “Un omarino alto poco più di un braccio, in frak, con un rotoletto di carta sotto il braccio”: è il dottor Hinkfuss, il dispotico regista che, in “Questa sera si recita a soggetto” dirigerà gli attori nella messa in scena di una ”novelletta” di quel Pirandello, “con il concorso del pubblico che gentilmente si presterà”.

         Siamo in pieno metateatro - e qui Pirandello è di casa - ma Di Bonaventura è perfino oltre, se fa sì che - in questa sua riscrittura scenica di "Non si sa come" - il dottor Hinkfuss (lui stesso, stasera) trasmigri addirittura da quel dramma precedente (1930) a questo del 1934, opera della piena maturità, ultimo degli scritti teatrali (nelle lettere a Marta Abba confidava la certezza di “aver raggiunto l’apice”) e summa di tutto il problematicismo pirandelliano.

         È dunque Di Bonaventura, l’Hinkfuss che dirige quest’oggi i valenti cinque attori nell’indagine tormentata, nell’incalzante processo verbale di questo “Non si sa come” che pare vivisezioni corpi e anime: nel quale la vita irrompe, scardina la scena tradizionale creando il dramma impossibile, realizzando quello che per Artaud è il fine stesso del teatro, “offrire uno sbocco ai nostri sentimenti repressi”. 

Teatro esegetico, quello di Pirandello, che si fa “prodigio, seconda realtà poetica” (N.Borsellino) e disvela messaggi di portata irrevocabile.

         L’apertura colloca l’azione in medias res: la presunta follia del protagonista Romeo Daddi deflagra nella conversazione concitata degli amici più cari, accolta con incredulo stupore, filtrata dal relativismo delle diverse interpretazioni. L’apparire di Romeo, poco dopo, è l’inizio di un’autoanalisi spietata, di un affacciarsi sull’abisso che è dentro di lui e in ognuno di noi: è tutt’altro che pazzo, Romeo, al contrario è un fiume in piena e  arzigogola “come un professore di Oxford” (dirà Di Bonaventura). 

Come in una partitura musicale, a lui è affidata l’esposizione, e i temi saranno da qui in poi sviluppati, ripresi, variati in una vera geometria concertistica, fino al tragico epilogo.

         Solo in apparenza il tema è quello, banale, della gelosia e del tradimento: Romeo ha semplicemente iniziato a “vedere” e - come il Belluca de “Il treno ha fischiato” - il suo sguardo ha colto l’abisso (Vorrei sapere chi ha detto che sono pazzo. Io no di certo. Io penso ora così, perché vedo: vedo). 

         E l’abisso è la consapevolezza che la volontà nulla può di fronte a quegli “stordimenti della coscienza” che rendono - non soltanto lui ma chiunque - potenzialmente capace di qualsiasi colpa. È folgorazione che cala con forza sul protagonista, lo convince che nessuno possa sottrarsi al proprio inconsapevole “delitto”, compiuto al di là della volontà, non si sa come, in un momento di debolezza della carne, di oblio della coscienza. O perfino in sogno, non c’è differenza e non conta. 

         Conta che questi “delitti innocenti” - è l’ossimoro con cui li definisce - nel loro compiersi e persino nella loro banalità (come può esserlo un fugace adulterio, quasi non realmente voluto) svelino l’incolmabile scissione tra corpo e pensiero, istinto e volontà, tra la razionalità e le pulsioni che vivono in noi nel profondo all’insaputa di noi stessi (…Ecco, ecco, caro Giorgio, i delitti veri, caro, i delitti veri, per cui non c'è tribunali, si commettono così. Chi li vuole? Si commettono; non si sa come). 

“Delitti innocenti - dice Romeo - ma veri delitti”.

         La scoperta del vuoto di volontà - “Io non ero più nel mio corpo” - nel quale ha trovato spazio il tradimento (l’adulterio con la moglie dell’amico, Ginevra) è il detonatore che innesca in Romeo quel “trapanamento” della coscienza dal quale riemerge infine un antico delitto. 

Il coetaneo da lui ucciso trent’anni prima, nella lontana adolescenza - richiamato appunto dal secondo “delitto”, l’adulterio - riaffiora prepotente alla coscienza: cancellato, fino a quel momento, dal non sentirsene responsabile perché a quell’atto non ha concorso la volontà (Non era stato nulla. Io non l'avevo voluto).

         Se questa “scissione dell’Io” è possibile (“Due volte, due volte io non ho voluto le mie colpe e le ho commesse…”) se in tale condizione tutto può avvenire “non si sa come e la volontà non ci può nulla”, se la vita istintiva e animale sfugge alle convenzioni e alle regole senza che la volontà vi abbia parte alcuna, allora tutti sono colpevoli, poiché non può esservi chi non abbia compiuto un seppur inconsapevole “delitto”, un delitto innocente. Potrà essere un momentaneo deragliamento della coscienza, o il frutto di pensieri bastardi, un improvviso agguato dei sensi, “il corpo che s’è svegliato: come un albero!”, o perfino un sogno. Ed è un gorgo che si apre, per subito richiudersi (“Dopo, richiuso il gorgo, sepolto il segreto, nessun rimorso, nessun turbamento”).

         Ma per Romeo aver guardato nell’abisso esige espiazione: se il delitto appartiene alla natura, il riemergere alla coscienza, all’irresistibile richiamo della coscienza – “giudice severissimo e intransigente” – porta con sé l’ineludibile assunzione di responsabilità, dunque la condanna. Penetrare nel proprio io profondo, dunque conoscersi, è morire. O è, peggio, la condanna della libertà, ”fuori fuori, dove non c’è più niente di stabilito, di solido… leggi, convenzioni, abitudini… più nulla…”. Egli dunque ha già scelto la sua pena: negare la vita, in un modo o nell’altro.

         Il buio in sala ci restituisce al reale, ma un po’ dello sguardo allucinato di Romeo ci resta addosso: qualcuno forse ne raccoglierà la sfida e cercherà in sé lacerti rimossi di chissà quale delitto innocente, altri torneranno senza scalfitture alle proprie rassicuranti certezze. Ma questo Pirandello – che ne siamo o no consapevoli – ha lasciato su di noi la sua impronta.

         Con il ritorno alla realtà, Di Bonaventura/Hinkfuss è di nuovo sulla scena: figura carismatica come Hinkfuss ma a differenza di quello non in conflitto coi suoi attori, che dal canto loro non si sono ammutinati. Non ne avrebbero motivo. Perché, come Pirandello insegna, “l’opera dello scrittore è finita con lo scrivere l’ultima parola” e in teatro l’opera dello scrittore non c’è più e c’è invece – è Hinkfuss a parlare –  “la creazione che ne avrò fatta io, e che è soltanto mia” (Questa sera si recita a soggetto). 

         E, come sempre nel teatro di Di Bonaventura, gli attori hanno portato alla luce la nudità delle cose, dis-appreso il testo dopo averlo appreso, navigato a proprio rischio, trasmesso vibrazioni e ricreato sulla scena il gioco proteiforme della vita.

         E se “la vita bisogna che consista e si muova – per dirla ancora con Hinkfuss/Pirandello – all’opera d’arte la vita gliela diamo noi; di tempo in tempo, diversa, e varia dall’uno all’altro di noi; tante vite, e non una”.*


* [L.Pirandello, Questa sera si recita a soggetto, 1930]


Sara Di Giuseppe - 1 Maggio 2019


01/05/19

La Palazzina spenta

Per chi ci abita a Sben, sa che esiste e che in qualche caso, sempre tra i sambesi, ci si fanno degli eventi. Di che tipo lo immaginano, lo presumono o forse ne hanno presenziato uno o due. 
Per i turisti estivi lo dobbiamo solo alla loro curiosità se si avventurano nello spazio, magari attratti dalla lodoliana coppia rossoblù, o di sera, come moscerini, dalle luci che si accendono per obbligo e qualcuna in più per necessità dei tavoli all'aperto. 
"Ah, c'è una presentazione", "Senti? c'è della musica stasera", "Guarda, offrono da bere". Entrarci? "C'è scritto 'tirare', si vedono dei quadri appesi. Che facciamo, entriamo?"

Gli artisti hanno bisogno di visibilità e forse per il prestigio o per il meritevole luogo pensano che esporre in Palazzina serva al curriculum. Uno spazio ben custodito, pareti sufficienti per una personale o anche collettiva, spazio pubblico gratuito e una riga in più da aggiungere sulla propria biografia è sempre utile per il prossimo depliant. Temo, ahimè, che per il ritorno dell'operazione lo sapranno solo dopo averla frequentata. Se l'artista coltivava delle aspettative di qualsiasi tipo, la spunta è certamente negativa. Spero di sbagliarmi, ma questa è la mia impressione. 

La Palazzina Azzurra si è spenta, quasi nascosta tra i ferri, la vegetazione e le tende bianche che perennemente tese danno una costante impressione di lavori o allestimento in corso; di restauro o preparazione delle urne per la prossima 'tornata elettorale'. Eppure una custode, accompagnata da un simpatico eterno fanciullo, c'è ed è lì che aspetta pazientemente il prossimo avventore per porgergli educatamente il benvenuto.

Mi dicono che una bacheca esterna c'è: un fuori-formato 110x80, appena sufficiente per una locandina e avvisi d'obbligo; che il sito comunale ha una pagina dedicata: aggiornata a giugno 2017 https://www.comunesbt.it/Le-Strutture/Palazzina-Azzurra ... e spoglio di qualsiasi 'dignitosa' informazione.
Ah, che 'i soldi non ci sono'! Un'inutile, forse pretestuosa, precisazione.

Non avanzo suggerimenti o idee. Se le vogliono, se le cerchino… i nostri cari amministratori, dirigenti e impiegati. Sono pagati per questo, anche se non le trovano. Questa città meriterebbe un brainstorming di cervelli attivi.


PS: Fino al 7 maggio c'è la mostra personale di Alessandro Casetti: diverse cose si fanno apprezzare per tema e forma.
http://www.picenotime.it/articoli/38944.html



Francesco Del Zompo - 1° maggio 2019