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14/01/26

IL CERVO [VESTITO] ELEGANTE


STEVE NEGRÓN

Dove il cervo sogna

A cura di Alex Urso


FIUTO ART SPACE    6.12 - 15.02  Ripatransone


 

      Stavolta, andare da FIUTO è come andare a teatro [in pochi alla volta, si capisce]. Ma non ti serve il biglietto, nè devi cercare il numero di una poltroncina rossa o del palchetto. Non devi faticare su per le scale del Mercantini. Senza palcoscenico né sipario, hai solo tre piccole pareti con una decina di quadretti (allineati come sempre con garbo) di scene ferme, silenziose, dentro paesaggi deformati ed essenziali. 

Potrebbero ricordarti le tavolette illustrate del Teatro Muto giapponese, ma qui le nude narrazioni di Steve Negrón sanno più di antico. Anzi di greco (di mitologia, di leggende, di storie…). Di letterario, come a teatro.

Esili sagome umane contemporanee “in abito serale”, o faunesche, come incise o incollate dopo, a quadro fatto. Hanno appena compiuto o subìto o visto qualcosa di tragico, e ora (si) guardano inespressive con sguardi schematici, inchiodate nel ralenti di scena. 

Ne vedi l’istante freddo, senza pentimento o sorpresa: ti sembra di essere nell’azione (come nell’attimo aereo di “sospensione” nel basket) o di assistervi vigile, non sai perché quel fatto era obbligatorio. 

Certo ne hai letto, ne hai sentito di quelle tragedie lì, eventi standard di vite borghesi, orrendi trionfi in malinconie cosmiche, nel classicheggiante circondario architettonico qui costituito da severe e ambigue quinte di palcoscenico, mute testimoni degli intrighi e dei delitti, dei fasti delle feste, dei giochi... 


Aria d’inquietante surrealismo: scarni paesaggi generatori di palette di colori, piante e alberi orfani dalle foglie contate, salici che piangerebbero comunque, vasche-piscine-fontane con mattonelle da albergo diurno, simil-chalet a baldacchini di colonne, e spiagge - si fa per dire - più per brindar cantando che per fare il bagno, tra metodiche risacche-merletto e atletiche onde marine da nuoto sincronizzato. Sotto cieli da rivestimento color tifone, in “albe stranianti” (Ferré) dai fantasmi avvolgenti dell’inconscio e tempietti greci incombenti dall’impossibile, dappertutto aleggia qualcosa di desafinadoper storie e magie più ermetiche di Ungaretti.

Ballano inquieti ma anche no: donne inutili e pompose come pavoni, figure magrissime di linee rette, fauni cerimoniosi attori nati. Hanno posizioni fisse ma geometriche, tengono i rimorsi a distanza, fanno gesti teatrali (forse convincenti), certamente declamano. 

Tutto in due dimensioni e basta - quasi come nei quadri di un Cimabue ancora bizantino, a Steve Negrón la terza dimensione non serve, e nemmeno la prospettiva. Queste due o tre storie metafisiche - i suoi simbolismi d’antan proiettati in moderne metamorfosi, le sue rivincite sulle convenzioni di cemento o fittizie, la sua cultura letteraria e ironica (che pensavo improbabile in un americano!) - meritano da FIUTO-theater una visita rallentata e attenta.

Per capire bene quando e Dove il cervo sogna, [vestito] elegante in equilibrio sui rami o a terra appena trafitto da una freccia.  

 

PGC - 13 gennaio 2026

 

04/01/26

C’è del genio, in Comune!

ovvero

Ripatransone: i Vigili pistoleri scappati con la cassa.

 


Ripatransone. Ultimi sviluppi nella saga dei Vigili pistoleri della Colonna Mobile Blu dell’Unione Montana dei Monti Azzurri (e Fata Turchina di complemento: per armonizzare la gamma cromatica, sapete).

Ingaggiati con contratto - or sono circa tre anni - dall’Amministrazione Comunale ripana per debellare il crimine in questa Gomorra picena a suon di multe per divieto di sosta e per eccesso di velocità, se n’era notata l’improvvisa scomparsa negli scorsi mesi. 

Molte le ipotesi sulle cause della sparizione (https://faxivostri.wordpress.com/2025/09/20/la-scomparsa-dei-vigili-pistoleri/) mentre l’inquietudine serpeggiava tra i cittadini, consapevoli che l’assenza dei vigili pistoleri - muniti di Beretta semiautomatica calibro 9 penzolante al fianco, più 2 caricatori e bomboletta spray di chissaché - avrebbe consegnato la città alla violenza, una sorta di Chicago degli anni ’20 e di Al Capone.

Sarà vero - ci s’interrogava in silenzio - che il Comune non ha rinnovato il contratto con la premiata Unione Montana dei Comuni dei Monti Azzurri di San Ginesio da Macerata? Perché allora in questi anni si sarebbe speso denaro pubblico in una simile costosa iniziativa poi morta lì?   

Ma ecco, sul finire dell'anno, il colpo di scena.

La minoranza in Comune afferma documentatamente – e interroga su questo sindaco e maggioranza – che il Consorzio, dopo aver incassato i paccuti proventi delle multe comminate in questi anni - mentula canis, il più delle volte - dai Vigili Pistoleri, ha finora “dimenticato” di versare al Comune di Ripatransone la quota a questo spettante: 170.000 (centosettantamila) euro circa.

Dopo di che, niente più Colonna Mobile Blu e Fata Turchina da ‘ste parti.

Si chiama scappare con la cassa.  

Non basta: i consiglieri affermano, pure,  che gli autovelox installati dagli eroi di cui sopra nemmeno erano omologati - almeno quello di Valtesino. Ergo, tutte le multe comminate in base ai rilevamenti di velocità forniti dagli stessi sono illecite

Dunque cittadini rapinati due volte: per i 170.000 euro non versati dall'Unione Montana eccetera al Comune ripano, e per le multe comminate dai Vigili della Colonna Blu e Fata Turchina sulla base di autovelox farlocchi, forse cinesi… 

Ce n'è d'avanzo per finire in cronaca nazionale. Saremo famosi.

[Degna cornice dell'edificante vicenda, l'utilizzo di risorse pubbliche nell’ingaggiare - provenienti da comuni lontani - vigili urbani armati a pagamento, in linea con la deriva securitaria e muscolare della fascistizzata politica nazionale]

Una certezza ci conforta, tuttavia: c’è del genio, in Comune. 

È un’eccellenza infatti, mica roba da tutti i giorni, un Comune che col suo sindaco e la sua maggioranza riesce a farsi rapinare, dalla Colonna Mobile Blu dell’Unione Montana dei Monti Azzurri e Fata Turchina, della quota dei proventi delle multe spettante per contratto; che, non contento del buon piazzamento nella corsa all'Oscar della dabbenaggine, nemmeno vigila che tali multe non provengano da sistemi di rilevamento farlocchi dei quali anzi sostiene la validità finchè non viene clamorosamente smentito dai fatti. 

Puro genio.

Che riesce pure a tacitare la stampa locale (senza sforzo: questa, lo sappiamo, si autosilenzia e si autocensura volentieri) secondo il noto sopire, troncare di manzoniana memoria*

Di fatto, dopo la prima fuggevole rivelazione sul Carlino passata in un battibaleno, sui giornali neanche più un rigo.

Neanche la civile osservazione - da giornalisti, ma figurati - che ben vengano multe se c’è pericolosa violazione di legge [specie per i tanti che ogni giorno sui nostri percorsi paesani si credono nel circuito automobilistico di Marina Bay Street di Singapore a 300km/h e, nei sorpassi in curva, sulla Singapore Sling del medesimo circuito]: e che però un Comune deve pure controllare - minimo sindacale di intelligenza richiesto -che le infrazioni siano rilevate con strumenti omologati. Sennò marameo

 

 

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*
Veda vostra paternità; son cose (…) da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo... si fa peggio. (…)  A voler trovarne il fondo (…) vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire.

(A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XIX)

 

Sara Di Giuseppe - 4 gennaio 2026

21/09/25

La scomparsa dei vigili pistoleri

 

Giuda murì / Patò spirì / Spirì Patò / Cu l’ammazzò? / Quantu patì? / E po’: pirchì / Patò spirò?*

 

Ripatransone.

La cittadinanza è in subbuglio. Da quando s’è notata l’ormai prolungata assenza dei vigili pistoleri dal centro cittadino, sempre più preoccupate si sono fatte le ipotesi sulle ragioni dell’inspiegabile scomparsa e sulle oscure, temibili conseguenze di questa.

Scomparsi come Patò, i vigili pistoleri de noantri.

I ripani sono attoniti, sull’orlo di una crisi di nervi. 
Abituati da tre anni a vederli comparire in piazza davanti alla cattedrale - di domenica e non solo - questi Vigili della “Colonna Mobile Blu” del Consorzio dei Comuni Montani dei Monti Azzurri  - con fata turchina per armocromia e sede a San Ginesio (MC) - con penzoloni la pesante BERETTA semiautomatica calibro 9, cinturone con 2 caricatori e bombola spray di chissaché (in sede hanno anche sciabola e fucile come da loro statuto ma non se li portano, qui a Ripa), i cittadini oggi s’interrogano sgomenti. 

 

C’è un rapimento, dietro tutto questo? Hanno forse litigato col sindaco o col parroco? 
O magari li ha inghiottiti una botola, proprio come - nel romanzo di Camilleri - il ragionier Patò nei panni di Giuda durante la scena dell’impiccagione, nella sacra rappresentazione “Mortorio” sul palco in Piazza Grande presso il palazzo dei marchesi Curtò di Baucina di fronte alla Chiesa Madre?

 

Tutte le ipotesi sono al vaglio, scriverebbero i carabinieri e i giornalisti da riporto.

 

Sia come sia, la città ora non si sente sicura. I negozi abbassano le saracinesche, gli abitanti hanno messo sacchi di sabbia vicino alle finestre, la banca ha esposto in vetrina il cartello “Non c’è denaro contante”, che è come annunciare “Al cimitero non ci sono tombe” (per dire come siano tutti fuori di testa).

 

Insomma è il caos. 
Ma nel silenzio. Nessuno parla, solo mormorii, sguardi in tralice, mai esporsi è il motto della casa.
Intanto, va da sé, bande di gangster armati fino ai denti si aggirano ora indisturbati per le vie cittadine come nella Chicago degli anni venti (qualcuno s’incastra con l’arma nel vicolo più stretto d'Italia e lo tirano fuori a fatica). 
Chi può abbandona la casa di paese per rifugiarsi in campagna ma finisce miseramente vittima delle strade comunali dissestate come a Gaza.

 

Qualche nostalgico (ce n'è sempre di più, di 'sti tempi) rimpiange le fulgide giornate in cui gli intrepidi vigili-Rambo dei Monti Azzurri arrivavano in piazza con le loro pitturazzate macchine o coi bianchi SUV Nissan ruggenti grandi come carrarmati Leopard3, e piazzavano sbarre e divieti e multe, poi andavano al bar a far la pipì…
Sentivi tremar le vene e i polsi, ma ti sentivi al sicuro, diamine!

 

Altri più pragmatici fanno due conti e s’incazzano. 
Ben sanno infatti che gli angeli col pistolone e il macchinone e il cipiglio fiero, col quadernone delle multe appioppate mentula canis su e giù per le strade del contado, non cadevano dal cielo aggratis e con grandi ali bensì erano ingaggiati dal Comune ripano (come da altri Comuni) con contratto a suon di bei dobloni…
 
Ben sanno che questa edificante storia è andata avanti per tre anni: durante i quali risorse pubbliche sono state spese per mandare in giro gente armata fino ai denti nelle strade di una cittadina sonnolenta come una marmotta delle Montagne Rocciose a fine letargo. 
Anni durante i quali la sicurezza dei cittadini è stata messa a rischio, questo sì, dalle tante armi circolanti appese alle pance degli angeli custodi.
 
E s’interrogano allora sulle ragioni oscure di tali scelte, sul fatto che un’amministrazione comunale non sia chiamata a render conto dell’utilizzo dissennato di risorse pubbliche, investite in iniziative dal connotato muscolare e cialtrone, finalizzate ad ingrassar le tasche di pochi e a compiacere le psicotiche logiche securitarie di questo nostro tempo cupo, a mostrare il ghigno truce di un potere e di una politica - fedelmente modellati su quelli nazionali - tanto mascelluti e arroganti quanto inetti.
 
 
*A.Camilleri, La scomparsa di Patò, 2000.
 
Sara Di Giuseppe - 20 settembre 2025
 

06/09/25

Il nuovo Colle del Giglio


      Piccolo universo di quiete mescolanze umane, le tre ore di tramonto passate in queste colline di Tullio Pericoli che invecchiano con misteriosa eleganza, riambientando “dentro” le essenziali canzoni d’antan di Padre e Figlio (di non intimidatoria bravura). Ma insieme anche guardarsi e parlare, ri-conoscersi senza ossessioni, sorridere senza fingere, e ascoltare, ricordare, galleggiare nei pensieri… Con intorno silenzio attonito, naturale. La vita normale sospesa, come in un’atmosfera retrofuturista.

                                      

      Niente rumori di minacciose macchine splendenti, niente schermi giganti con imprese di sport iniettate di vile pubblicità, niente torcimenti di parole standard microfonate. 
      Niente orrende architetture assassine a vista, né infiltrati politici in punto di elezioni, o altri artifici per viverli male, questi tempi abbreviati.

 

     Nuovo Colle del Giglio, premiata oasi (di gigli e) di pace in scadenza, piccola bolla di dolcezza come in un acquerello di Eugenio Cellini. Mondo a tutto orizzonte - di piacevole gusto vintage - in territori dell’aria liberi ma indifesi, che di sera scuriscono in dissolvenza - la mezzaluna da tempo fuori dalla collina. 

 

PGC - 3 settembre 2025

08/07/25

Per tetto una nuvola

[“su nell’immensità del cielo”]
 
 Appena fuori Ripa, scendendo in Valtesino, dopo un po’ di curve quando meno te l’aspetti, sotto un cielo un po’ “viola” ecco lì per tetto una nuvola: una piccola nuvola (nera, di ferro!) su un cancello. Pare l’appendice de “il cielo in una stanza” - e toh, guarda…“suona armonica, mi sembra un organo che vibra per te e per me su nell’immensità del cielo”… una nuvoletta creata da un fabbro artista che produce magia, poesia, musica! 
 
I fabbri di una volta erano gente rude ma dolce, come l’Artemio che conoscevo da piccolo: nella sua larga tuta blu rigata di ruggine, le mani grandi e grigie sempre con martello lima e scalpello-a-taglio a piegare ferri infuocati e fumanti sull’incudine. Ti osservava di bolina, senza smettere di lavorare. Sapeva cosa osava chiedergli un bambino curioso, negli spazi tra un rumore e l’altro. Però lui silenzio, faceva rispondere i suoi “ferri”, manco fossero tamburi di una batteria: colpi accelerati, sospesi, rallentati… e stridìi, rullate, sincopi, drag… Ci capivamo con quei rumori noi due, senza bisogno parole. Ma Fabbro-Artemio era anche un artista, faceva certe foglie, certi fiori, certi volti, certi santi! Disegnava per terra col gesso, e dopo copiava col ferro.

Fabbri così per fortuna ce ne sono ancora (il Pierluigi, per esempio). Che pensano e inventano. Che giocano. Che sanno, che se esci dai soliti schemi borghesi, col ferro puoi perfino migliorare intorno il tuo paesaggio. 

Questo bel paesaggio stravolto e offeso dall’inguardabile “edilizia-archistar” nazional/industrial/contadina, squarciato da chilometriche recinzioni carcerarie, muri-di-Berlino e cancelli-Reggia-di-Versailles di fastosa orrenditudine a difesa di trionfali ville messe all’ingrasso, galleggianti in pseudo-giardini all’italiana dai conturbanti vialetti autostradali e lussuose piscine-pozzanghera. Sfilze di balconi deserti eppur “abitabili”, posticci gazebo fabbricatori d’ombra, persiane blindate. E cemento a gogò, cristalli, mattoni finti e cotto alla moda. Soprattutto, l’orgogliosa specialità locale sono i complementi edilizi dei grandiosi cancelli d’accesso: tutt’un fiorire di tettoie tirolesi, plasticose simil-pagode antigrandine, sgraziati coperchi di coppi con inclinazioni a cazzo stile castelli romani (o solo abruzzese di Martinsicuro), a coprire tempietti funerari con cassette della posta art-nouveau come tombe e allarmati fortilizi e casamatte dalle occhiute telecamere a cannoncino e feritoie d’aria. Intorno, mortifere fioriere e sontuose anfore. La chiamano creatività italiana. Di guardia, su colonne e colonnine, aquile sedute e leoni (alati). O raminghi nani giganti, vanno sempre… 

      Spesso poi, quando tutto il cafonesco ambaradan (con 1 o 2 pesanti capriate) a corredo del cancellaccio se ne sta incredibilmente a sbalzo laterale su un’unica colonna! (come un “Gambadilegno a Parigi” ballerino di samba che attraversa la strada senza una gamba*), l’involontaria comicità di testimoni di Geova, postini e corrieri che s’avvicinano circospetti per timore di un crollo, è già da sola uno spettacolo… 

      Che bello sarebbe, allora, se attorno a Ripa almeno cinquanta di questi stupidi “monumenti al nulla” sparissero e al loro posto venissero queste nuvole: grandi e piccole, grasse e magre, di ogni colore, da sole o a gruppetti. Attirerebbero gente. Lavorerebbero i fabbri. Toglierebbero la noia. Senza portar pioggia…

*Francesco De Gregori, 2004
 
PGC - 7 luglio 2025
 

06/01/25

R I S E R V A T O V E S C O V O

Quando arrivano (sonnacchiosi, come tutte le domeniche) i contrattuali Vigili armati della Polizia Locale dell’Unione Montana Monti Azzurri (sic) di San Ginesio -MC e trovano davanti al Duomo quella santa (ma loro non lo sanno) Peugeot azzurra parcheggiata di traverso nel posto riservato ai portatori di handicap (!) e ai motocicli - cartello segnaletico messo a cazzo (alla ripana), strisce gialle e bianche a terra scolorite (alla ripana), ma è chiarissimo che quel divieto c’è lì da sempre! - non gli par vero di mollarle come minimo una multona da 330 a 990 euro, oltre a far le obbligatorie misurazioni di tasso alcolico e droghe e a sequestrargli la patente, a uno che parcheggia tutto di traverso dove non deve. 

Ma sembra che qualcuno della piazza gridi “aho’… la Peugeot è del Vescovo… sta là, là dentro al Duomo! Coosa? Azz! I due vigili si fanno pallidi, si guardano, guardano l’auto blu, pensano! Ma uno di loro non si perde d’animo, con sprezzo del pericolo entra in Duomo, ne esce, scribacchia con grafia incerta da scuola elementare:             

RISERVATO

VESCOVO

su un foglietto che mette sotto il tergicristallo della sacra Peugeot, si guarda intorno, poi salta nell’auto che lo aspetta col motore acceso e tela! (A Roma dicono se so’ ddati). Non so se dopo sia arrivato un portatore di handicap che non ha potuto parcheggiare nel posto a lui riservato ma cristianamente rubato dal Vescovo.

Cose che succedono a Ripa e nel mondo al contrari.
 
PGC - 5 gennaio 2025


 

27/12/24

POLONIA – AMERICA A/R


     Per noi è un viaggio da niente, oggi, POLONIA – AMERICA, Andata… e magari Ritorno. Ma se per un profugo impetuoso (senza Samsonite, in compenso con famiglia…) perfino oggi è ancora quasi come avventurarsi in mare su un gommone bucato, o come scavalcare con sprezzo del pericolo - restandone vivi - il muro di confine tra Messico e California, figurarsi cosa comportava 30 anni fa trasmigrare - come speranzosi emigranti, mica come turisti-viaggiatori - dalla depressa Alta Slesia di Polonia post-sovietica dal sapore di carbone alla rutilante super industrializzata “Detroit dell’auto” (per di più già decadente e problematica): peggio di un trauma esistenziale per Radek (Radosław) Szlaga figlio, giovane artista dell’Accademia di Belle Arti di Poznan, non fine battilastra o saldatore meccanico Polski-FIAT.  

      Conscio della sua formazione di artista multidisciplinare, ma anche per indole, Radek farà proprio l’artista. Di professione, con una sua specificità, non superficialmente. 

Fin dall’inizio lui attraverso l’arte osserva il presente, studia come vivono e come cambiano al momento le sue due società di riferimento: l’aspetto quotidiano della gente e dell’ambiente, le tradizioni invisibili ma invadenti, le culture innate o imposte (contrastanti e retrive), i sogni estinti, i sacri simboli confusi con la pubblicità, l’asfissiante volatile politica, i tanti fallimenti obbligati. L’America consumistica e ritmica che gli è stata assegnata lui la scannerizza con sensibilità e nostalgia, “con gli occhi impastati di swing e di lacrime”, canterebbe forse Paolo Conte. Ma anche con l’istintiva romantica introspettiva ironia di improvvisato giornalista. 

  

Non indugia nella rappresentazione di ameni paesaggi di boschi laghi e città, di nature morte vive, di invasioni armate di fiori e colori, di sante madonne con bambino zitto (in Polonia vanno sempre), non perde tempo in ritratti di foto preparate, nè adopera la furba tecnica - più lucrosa che pensosa - di certa rampante arte contemporanea buona per le mode e il successo facile. Si costruisce la sua strada. 


Gli otto quadri medio-piccoli realizzati apposta per FIUTO sono fedeli testimonianze di una vita complicata e intimamente sdoppiata, vissuta nel profondo come può fare un artista reporter, “cronista” di due epoche in una, quindi pure di due sé stesso. Filosofia popolare e democratica rappresentata di slancio, con stile minimalista/espressionista essenziale, senza ripensamenti.

 

      In “Pan RDK Malarstwo”, locandina della mostra, la riga orizzontale che divide in due l’inquadratura ben rappresenta - dissolte e distanti, non parallele né consecutive ma sovrapposte nel loro tempo - le due vite, nei due mondi, di due ragazzi in una stanza - in realtà è uno solo - con alle spalle la finestra. Guardano. Ma è quella frattura che…  o chissà, toh, forse è il riflesso del vetro… che “inventa” l’altro ragazzo (quello ancora in Polonia). Vicini (come fratelli) guardano, sorridono, un po’ scherzano: uno più moderno, più inserito dell’altro, più cresciuto, più scafato, più sicuro (quella mano sulla spalla…). Tratteggi forti di matita quasi violenti, segni rapidi, decisi. Non c’è altro, ma quanti pensieri dipinti! Potrebbe essere il frammento dello storyboard di un film o di un fumetto.

      [Alex mi dice si ispiri proprio alle popolari (e spesso assurde) storie di BEAVIS AND BUTT-HEAD]

 

 

     Negli altri 7 quadri dove compaiono, quasi per caso, anche innocui animali (come due mucche credo polacche), si rimane sempre nell’astratto, ogni figura trasmette pensieri. Tanta natura e niente automobili (strano, in America), solo oggetti comuni senza design, la brutta moderna sedia colorata (qui grigia) di plastica che usiamo tutti - comoda, costa poco, prodotta a milioni, più si rompono più inquinano - messa accanto a dei salsicciotti tipici e alla più conosciuta bottiglia nazionale di Vodka con l’etichetta contraffatta (non riesco a tradurla). 

Uno si chiede che c’entrano, cosa vuol dire, però le guardi, ti fermi, le riguardi, pensi. Cose così. Semplici. Comprensibili. E’ arte contemporanea! Poi il quadro “Confession”: terribile, carcerario, tratteggi d’angoscia in croce ortogonali, il prete importante (con la stola ben in vista) dalle spaventose narici che confessa dei timorosi preti piccoli senza peccati. Atmosfera di medioevo, da Chiesa di tutti i Santi di Gliwice. Quando si dice l’autobiografia dell’infanzia.

      Non è una mostra leggera, ricreativa, natalizia. Forse Alex stavolta ce l’ha portata, a ragione, più per sollecitarci emozioni intime, dati i tempi. Inaugurata di sera sotto i portici bui di Ripa - con freddo e vento, neve non ancora… (atmosfera Vecchia Polonia) ha fatto contento Radek (sempre serio come un polacco serio), anche per l’orgogliosa presenza dell’Istituto di Cultura Polacco di Roma. Comunque, POLONIA – AMERICA  A/R son viaggi che ormai lui si fa in scioltezza, come fare un quadro… 

 

Buona mostra!  Queste sono solo le mie “Impressioni di Dicembre”  [se era Settembre venivano meglio]

 
PGC - 21 dicembre 2024

 

06/12/24

ALBERGO DIFFUSO (forse) anche nel Piceno a 494 m s.l.m. (per esempio)

Non sarà "ancora alberghi", questo “ALBERGO DIFFUSO”

 

          Il progetto sociale dell’ALBERGO DIFFUSO (A.D.) può finalmente essere anche per noi l’innovativa saggia opportunità di investimento pubblico/privato nel “Turismo Sostenibile”, e non soltanto e banalmente attività alberghiera (di rapina), nè (furbi) B&B a go-go nè forme dilaganti e spopolanti di “affitti brevi” (Airbnb).

Ri-utilizzando, con sapiente e corale gestione centralizzata, solo strutture e immobili già esistenti “diffusi nell’autenticità locale” - semplici abitazioni appena da ricondizionare, palazzetti storici dimenticati [dismessi o in (s)vendita], case sussurranti di paese, casolari tipici sorridenti, ex luoghi di lavoro o d’impresa ecc. - l’A.D., in sinergia tra residenti e turisti, valorizzerebbe diversamente e con successo i nostri borghi storici espulsi dalle zuccherose rotte turistiche. Senza costruire il solito albergo (l’albergo in più o l’albergo che non c’era), senza cacciare gli abitanti, senza insistere nella violenza del territorio.

Borghi e colline restano integri, gentili. Per il turista emergente che cerca nuovi stimoli, addio stress nelle ospitali dimore-soft a misura d’uomo di albergo diffuso mimetizzato nel jazz dell’ambiente, conservate ad arte per lui.

          Conservare qui non significa congelare, bensì rivitalizzare rigenerando con cautela e rispetto: solo che ormai è compito delle anime volenterose del borgo snaturato e svilito da certa modernità, bonificarsi dal kitsch delle brutture sovrapposte, frutto dell’abitudine all’incuria dei propri amministratori e dell’ignavia dei troppi sudditi votanti. Presane tristemente coscienza, tocca a loro subito reagire, macinar idee, pianificarle con luminosa intelligenza, progettare, organizzarsi, restaurare come si deve. Perché, come in acustica la qualità d’ascolto è compromessa dal più scadente dei componenti, così un borgo si mostra brutto-e-cattivo e respingente al visitatore se anche uno solo dei suoi elementi importanti resta sciatto e scadente: solo ricondizionandone tutte le parti critiche con cura, impegno, sentimento, armonia e spirito sociale, il borgo diventerà attrattivo e funzionerà. Servizi, viabilità, segnaletica, traffico, sicurezza, trasporti, illuminazione… cose così, a tutto campo.

Il turista/viaggiatore che sceglie l’A.D., statisticamente meno corsaro, più leale e sensibile della cieca massa vacanziera, guarda con occhi come fionde, pensa, confronta, giudica, pretende. Torna a casa sua e racconta. Ma pure dà. E quel che dà - specie in esperienza, socialità, cultura - è patrimonio regalato che resta al territorio, è curriculum che non si disperde.

-          Se (per es.) il comprensorio del borgo a 494 m s.l.m. vuol degnamente competere con le forme tradizionali di ricezione alberghiera del circondario con un A.D., ri-conosciuti in coscienza i propri punti di debolezza, vi rimedi! Ricordandosi che il suo cliente potenziale prediligerà sempre - migliorandole - la calma, il silenzio giusto, la quiete dell’antico, la pulizia urbana, l’informazione, i prezzi morigerati e sorvegliati, l’aria buona, la genuina cortesia di paese.

Ma non basta.       

          Non basta perché occorre aggiungere un connotato speciale a questo A.D.. Certo per distinguerlo, ma anche per cogliere l’opportunità di dare al settore vacanziero corrente (che normalmente ne è lontano) qualcosa di autenticamente culturale. Sta diffondendosi l’arte di viaggiare: spinta dalla curiosità, dalla voglia di esplorare, di imparare o da chissà cosa, c’è sempre più gente che vuol scegliere “dove” andare e “perché”. Un borgo meno nevrotico e più umano certamente  attira, poi se offre una certa panoramica culturale originale attuale è meglio.

            Per cui, agganciandomi non per caso alla cronaca di questi giorni, il polverone mediatico sulla banana con scotch di Maurizio Cattelan venduta all’asta alla cifra folle di 6,2 milioni di dollari, bassa cronaca giornalistica che sbeffeggia l’Arte Contemporanea centrifugandola coi soldi dei mercanti, degli speculatori e di galleristi più spregiudicati che competenti, propongo l’idea di dare alle varie dimore-soft del borgo a 494m s.l.m. (sempre per esempio) adibite ad A.D. i nomi di noti artisti/performer internazionali di Arte Contemporanea*.  Se i siti fossero 10, sceglierei

BANSKY  CHRISTO  KOONS  PAOLINI  KOUNELLIS  HOCKNEY  KIEFER  CASTELLANI  GILARDI  CATTELAN

E di ognuno “arrederei” gli interni (possibilmente pure gli esterni) con manifesti, stampe, cataloghi, adesivi, modellini e multipli di opere dell’artista di cui quell’A.D. ha preso il nome. Come se lì ci abitasse davvero lui, l’artista famoso, ah ah…  

Ovviamente, a prezioso supporto dell’operazione, si progetti una comunicazione adeguata che informi, racconti, spieghi, insegni, appassioni. Ma, per favore, in un italiano preciso e brillante, non medicinal-burocratico-pomposo come fan tutti. Anche in oxfordiano inglese (non maccheronico o all’amatriciana, che poi ci ridono dietro…), e in spagnolo, cinese e russo. Sììì! Non è strano, serve!

       Ma ancora non basta.

-          Al “nostro” ALBERGO DIFFUSO necessita pure un marchio/logo esclusivo. Eccolo:

 

*P.S.    Ah… ci vuole un certo fiuto per orientarsi nell’Arte Contemporanea. Ripa ce l’ha.

PGC  Messico e nuvole - 1 dicembre 2024