31/08/19

Racconti incisi

“IL SOGNO INCISO”

Mostra di Acqueforti (2002-2019) di GIORGIO VOLTATTORNI M.
Cupra Marittima – Sala Polivalente   
27 luglio - 9 agosto 2019


RACCONTI INCISI


      L’impassibile spirale quadra di 130 pezzi si snoda sui 4 lati dell’infuocata palestra di cemento nuda di fronte al mare. Le acqueforti incorniciate con cura, tutte del formato “standard” medio-piccolo, quasi si perdono nel rimbombante hangar dove a ragione potrebbero irrompere squadre di cestisti, pallavolisti, calcettisti…

 Il visitatore regolamentare sembra temerlo. Ma capisce anche che deve “organizzarsi”, per girare l’intera mostra e goderla; altrimenti, disorientato, se ne uscirà inventando un’accorciatoia, una scusa, prontooo…

Ci vuole un po’ di “religione” per guardare e capirla, un’acquaforte. Non è un quadro, un olio, una foto, una serigrafia, un intruglio pseudo-artistico. Ecco, intanto avvicinati: quando distingui i tratti di pennino, fermati.

Probabilmente ti troverai davanti al disegno (toni e toni di grigio) di un paesaggio naturale ondulato, poco o niente urbanizzato, con molta vegetazione (“Il giardino abbandonato” - “Verso sera”…); poi alberi calmi (“Albero solo” - “Albero strano” - “Il cedro malato” - “I cipressi di San Michele”…); paesi del circondario, ville e case rurali senza cemento (“Finestrella sul mondo” - “Finestra del tempo”…); strade acciottolate di paese, muri antichi (“Il giardino di Iside” - “L’ombra bianca”…); rovine intatte e cattedrali (“La cattedrale”). 

Talvolta il mare all’orizzonte, colline, calanchi, boschi. Poche figure. Quiete diffusa, pensante. “Tra cielo e mare” , “Verso sera” , “Filigrana di luce”. 

Ecco le famose uova come in rilievo di Giorgio Voltattorni (“L’uovo prodigioso” - “L’uovo di San Rocco” - “Il grande uovo” - “Età dell’uovo”…), il felice “Naufragio” della lancetta appollaiata sulle punte di tre cipressi, “Il treno delle 12:41”,“I violini d’autunno” che non stanno in concerto ma sono usciti in campagna, l’agreste “Concerto per arpa”,“Il grande nido”,“Il rinoceronte di Dϋrer” (Albrecht Dϋrer, il grande incisore/pittore/acquarellista e uomo di scienza di Norimberga del ‘500), “Il sogno equestre”,“La grande conchiglia” , “Cose”… … Hai voglia ad arrivare a 130!

        Ma non ti stancherai, perché questa antica tecnica di stampa artistica manuale multipla (poco multipla) dell’acquaforte ti avrà conquistato. Specie se hai la fortuna di avere proprio Giorgio, che con passione ti svela ogni stadio del paziente complicatissimo misterioso procedimento: dalla matita appuntita per lo schizzo preliminare, alle lastre di metallo ben preparate (Dϋrer usò anche un certo legno), agli inchiostri (si parte dal “nero sordo”) da “corrompere” d’istinto con altri colori, agli acidi da governare con la competenza di un chimico… per arrivare alla temuta “prova di stampa”. 

Una tecnica multiforme mai sicurissima, che si mette a punto proprio sbagliando. L’acquafortista è un operaio che deve “sporcarsi le mani”, per ottenere quell’impalpabile “profondità regolabile”, quei tagli di luce (giusti o inventati) del pomeriggio, quei tratteggi ritmati (ma anche no), risolutivi senza tratti corsari. Ma le sue dita impastate d’inchiostro faticano felici.

Il potere placido di un’acquaforte è proprio quell’essere “narrazione”, dalla progressiva comprensione man mano che la osservi “dentro”. Una gemmazione di storie, ricordi, emozioni, esperienze che l’artista irradia con generosità, in silenzio. Ogni acquaforte di Voltattorni M. è un “racconto inciso” che prenota un po’ del tuo tempo, non puoi passarle davanti dandole solo un’occhiata. E’ una specie di musica di Brassens, non una canzonetta. Con la delicatezza di un Van Gogh. Alla fine è più comoda di un libro, non devi neanche girare le pagine… 


PGC - 29 agosto 2019 


25/08/19

Ricordi di Cinema: Carlo era Carlo, Max era Max...

Scrivere un libro ci vuole fantasia, intelligenza, cultura, competenza, passione e molta, moltissima pazienza. Non so in quale ordine e quante altre qualità ne servano, ma di certo le ho viste tutte in Massimo Consorti nello scrivere la prima ed unica biografia su Carlo Delle Piane. Soprattutto pazienza, dato il non facile carattere dello stesso Carlo, tanto che diversi scrittori o ghostwriters avevano fallito dopo aver preso solo qualche appunto o semplicemente fatto la conoscenza.

Fino ad allora avevo potuto apprezzare in Massimo il giornalista, il grandissimo esperto e critico cinematografico e anche quando nell'arte aveva intelligentemente ficcato il naso, ma ancora non conoscevo in lui il narratore se non per i pochi suoi testi da me letti in "UT". Sì, avevamo fondato questa benedetta rivista insieme, Massimo, Giorgio (alias PGC) ed io nel 2007, e grazie a questa 'piazza' delle idee, avevamo intrecciato le nostre professionalità con le stravaganti iniziative collaterali che ci inventavamo.
Massimo e Carlo si conobbero personalmente nella 16a edizione del Premio Libero Bizzarri di San Benedetto, luglio 2009. Carlo fu chiamato da Max per l'Omaggio a lui dedicato nel corso del Premio da lui diretto in quell'anno. Questo è stato l'inizio di una loro intensa per quanto breve amicizia, coordinata soprattutto dalla compagna, poi divenuta moglie, di Carlo Delle Piane: Anna Crispino, artista anche lei, con una voce stupendamente affinata per la canzone napoletana e alla sua tradizione più nobile.

E così che ne seguì l'incarico di Carlo a Max per scrivere la sua storia, sia umana che professionale. Passò circa un anno per la stesura definitiva del racconto biografico della vita di Carlo, sapientemente ricostruito da Max con i pochi ma puntuali spunti ricevuti da Carlo Delle Piane. Personalmente ho conosciuto (o riscoperto) l'artista-attore Carlo grazie a questa stupenda biografia, avendo avuto l'incarico di redigere la parte illustrata compreso la copertina. Quest'ultima mi fu cambiata dall'Editore in diversi ma importanti dettagli. Portai pazienza. Questo capitolo della ricerca dell'Editore, fu una vera e propria lotta con 'venti e correnti' contrari, e ci vollero diversi mesi per vedere accolto il lavoro. Fu scelta una piccola casa editrice napoletana, Testepiene, specializzata in pubblicazioni a carattere sportivo e quasi locale. Ma la si scelse anche per la fretta di voler uscire e non perdere lo slancio, col titolo che volle Max: Signore e Signori: Carlo Delle Piane. Prefazione di Pupi Avati e la postfazione di Franco Battiato.

La prima uscita della biografia fu il 19 ottobre 2011 a Roma, presso la Libreria Feltrinelli di via del Babuino. Il pubblico era assolutamente attento data l'esile voce di Carlo Delle Piane, e ne seguì una folta schiera di copie autografate dai due protagonisti. Presenziò anche Pupi Avati con dei suoi aneddoti, regista di molti film di Carlo tra i quali Regalo di Natale (1986), per cui Carlo fu premiato con la Coppa Volpi come migliore interpretazione maschile. 
A seguire le poche e occasionali presentazioni della biografia, quasi strappate a forza, fatte a Trento, Ascoli e di nuovo a Roma. Inutile dirlo, ma l'investimento professionale di Max fu per la 'gloria', compagna costante di sue come di nostre avventure.

Di Carlo Delle Piane mi rimane un autografo e un grazie ricevuti dallo stesso, con la voce di chi sa di far parte di un mondo magico e crudele al tempo stesso. Fu premuroso quel giorno a tavola, in casa di Anna, e lì scoprii le sue 'debolezze', di persona ferita, traumatizzata ma capace di restare un Primo Attore fino in fondo.

Scrivo queste poche righe in omaggio a Carlo Delle Piane, scomparso ieri 24 agosto, credo non aggiungendo nulla alla sua figura professionale, ma volevamo, io e PGC, ricordalo insieme all'amico Massimo Consorti. 

Ci siamo affezionati a Carlo Delle Piane e poi ad Anna Crispino grazie a Max, che ci ha ancora di più tragicamente 'stupiti' nel marzo 2018.



Francesco Del Zompo

https://www.youtube.com/watch?v=FuOifnIE_PU&feature=share


23/08/19

Non solo UNDERWORLD


MARIO VESPASIANI UNDERWORLD

PEDASO - GALLERIA MARCANTONI   
21 luglio - 15 settembre 2019


Non solo UNDERWORLD

        Mentre d’estate tutto si gonfia - le sagre all’ingrasso, gli eventi (spesso senza senso) che si moltiplicano a dismisura, le mostre di pittura e d’arte varia che smaniano per accaparrarsi visibilità, spettacolarità, prestigio e artificiose presenze - Mario Vespasiani in questo mare affollato va controvento: la sua sobria UNDERWORLD a casa-Marcantoni ha come un fresco “sapore familiare”. 

        La Galleria d’Arte Moderna Contemporanea Marcantoni si tiene fuori dai traffici vacanzieri, non fa da esca al turismo, non rincorre i nomi celebrati, le mode. Espone solo quello che ritiene valido, e come gli pare. Niente spazi esagerati. 2 stanze/8 pareti di un quieto appartamentino in provvisoria mutazione genetica, con giardino, pianoforte pronto all’uso, libri, arredi semplici e invitanti. E c’è sempre chi ti accoglie.

        UNDERWORLD può sembrare una mostra estiva come tante. Il mondo sottomarino - pesci meduse polpi alghe plancton bolle d’aria… - visto a due diverse profondità è però solo una delle chiavi di lettura. Forse Mario neanche c’è andato in apnea con le pinne fucile (pennello) ed occhiali; potrebbe essersi messo comodo davanti all’acquario di Genova e con sicuro mestiere ZAC ZAC… olio su carta, 100X70. 

Ma guardando meglio, senza correre come noiosamente fai alle mostre, resti calamitato da qualcosa, che ti produce emozioni vaganti. E più osservi, più quel mondo ti appare più asciutto che subacqueo, più intimo e riservato che fotografico, più evanescente che reale, più parlante che muto (come i pesci…). Misterioso sì, ma solo quanto basta. C’è dell’arte quindi, altro che polpi e meduse e sfaccendati pescetti colorati. Potresti anche (sognare di) viaggiare nello spazio tra due nebulose, ruotare dentro un atomo, essere catapultato al ralenti in un’esplosione vulcanica, essere l’attore in una scenografia fantastica senza il finale… Architetture di luce e ombre si muovono - all’apparenza senza leggi - con una strana serenità, e mai secondo una retta.

        Insomma: sono dipinti pensanti che nelle loro cornici stanno stretti, qui nella Galleria Marcantoni di Pedaso e su nello studio/atelier di Corso V. Emanuele a Ripa. Meriterebbero di muoversi liberi, di comparire in altri posti improbabili, per essere guardati “diversamente”, da un più ampio pubblico. Per esempio:

-          Se avessi un FAZIOLI F 278 Gran Concerto, farei placcare le due facce della lunga coda sollevabile col quadro delle simil-meduse su fondo nero. [“L’arte che suona”]

-          Se corressi - per vincerla - una cronometro al Tour, vorrei la ruota lenticolare della mia Bianchi “arredata” col primo quadro del catalogo (terzo quadro a destra della stanza con pareti bianche, mi pare). [“L’arte a cronometro”]

-          Se fossi lo skipper di Azzurra, sicuramente la randa steccata e l’immenso spinnaker neri sarebbero dei giganteschi quadri UNDERWORLD (della stanza con pareti nere). [“L’arte del catamarano”]

-          Semmai comprassi una corsaiola Mini Cooper S, farei riverniciarne il tetto col quadro N.6 del catalogo. [“L’arte che corre”]

        Ma se, più praticamente, pitturassi “alla Vespasiani UNDERWORLD” lo scudo metallico della mia cara vecchia VESPA, nomen omen, che fai Mario, mi sgridi?

E’ l’Arte Applicata, bellezza!


PGC - 19 agosto 2019


11/08/19

Dante, Massimo e Silvana

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

1° Edizione Estate    27 Luglio - 7 Agosto 2019

“Il fabulatore incantevole”

a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

L’INFERNO MAI UDITO / Memorie di un interprete
di e con Vincenzo Di Bonaventura 

Grottammare Paese Alto – “Teatro Ospitale”    7 agosto 2019  h 21,15



Dante, Massimo e Silvana


       Fra il pubblico di stasera - finalmente numeroso -  in qualcuna delle 72 poltroncine di velluto rosso* secondo me c’erano, in incognito, anche Massimo Consorti e Silvana Scaramucci: a prendere appunti per due nuovi pezzi sui “dibonaventureschi” primi 6 Canti dell’Inferno di Dante, a 20 anni giusti dai memorabili articoli che loro pubblicavano sulla stampa locale dopo altri Inferni di questi.

       Già allora la Divina Commedia-turbo del nostro Di Bonaventura-attore-solista faceva scalpore, tra noi che a mala pena ce la ricordavamo dai tempi di scuola recitata meccanicamente come il rosario, senza guizzi e senz’anima.

       Intanto, quel piccolo affettuoso non-teatro Aikot27 arrampicato sulla salita, ricavato senza paura da un ramingo garage rubato alle auto: possenti, ripidi e poco ergonomici gradoni-with-gallery (altro che poltroncine); palcoscenico integrato ma superfunzionale (tanto di quel legno che neanche in Val di Fiemme), con dietro un labirinto(!); torri di casse giganti, amplificatori potenti e fedelissimi (tuttora insuperabili), anche quelli auto-costruiti dal nostro ingegnere del suono; mixaggio di musiche selezionatissime; perfetto isolamento acustico (sempre l’ingegnere…); pesanti tendaggi scuri alle pareti; fari a pinza da cinema/teatro a varie quote; lunghe scale a libro pronte all’uso; djembè grandi medi e piccoli…

Luogo di oggetti “leali”, da studio da lavoro e da ascolto, di una bellezza accidentale: nulla ad ingentilire il paesaggio. Mentre nell’aria aleggiavano Carmelo Bene, Dario Fo, Jacques Lecoq.

       Uno spazio franco di cultura militante fuori dal coro: scuola di teatro, rassegne, festival, cicli a tema (dai classici greci a Dante, dai grandi dell’800 ai poeti russi della Rivoluzione, da D’annunzio a Pirandello a Hikmet a Pennacchi… saranno 100 autori!). Spettacoli di riscrittura-scenica in rispetto dei testi, con pochi attori - spesso solo l’attore-solista - e per pochi intimi. Al massimo 27.

       Massimo e Silvana, che erano del ramo, venivano per passione e amicizia. Ma, da giornalisti di una volta, lottando non poco nelle redazioni - oggi sarebbe battaglia persa - si guadagnavano il giusto spazio culturale sui loro giornali per raccontare cosa succedeva al TeatrLaboratorium Aikot27 di via Fileni, direz. Cimitero. 

Massimo, passo indolente da flâneur, quasi sempre prima fila a destra, pensoso e attento, mai un applauso. Silvana esuberante ed espansiva, dall’intervista automatica, capace di tirar fuori dalla borsetta microfono e registratorino - non c’erano gli aggeggi di oggi - “ti mando in onda in Tv stasera, o domani…”.

-          Quella sera che, proprio in un Inferno, ai colpi scientifici (di scuola senegalese) dello djembè di Vincenzo, si aggiunsero i rabbiosi
        colpi di bastone di scopa sul soffitto, contributo dell’insofferente anziana signora del piano di sopra, e Vincenzo quasi felice li
        incorporò al volo nel IV Canto…
-          Quella volta che irruppero perentori i Carabinieri… “Si fanno messe nere, qua dentro?”… Che te pozza arrajà… 
-          Quella volta che Vincenzo voleva “trasportare” lo spettacolo direttamente nella frequentatissima pizzeria di fronte, che se ne fottevano di Foscolo e Leopardi.  (…)

       Erano i tempi degli amici Massimo e Silvana, giornalisti che - nonostante tutto - osavano scrivere di cultura altra e vera partecipando pur tra anime sgangherate e fiammeggianti, e col loro sicuro e appassionato mestiere tenevano viva e alimentavano la parte forse migliore di noi. E, soprattutto, loro c’erano: venivano, vedevano, ascoltavano, pensavano, scrivevano sapendolo fare, non aspettavano le veline precotte sussiegosamente seduti al computer…

       Vincenzo, prima di iniziare stasera l’ultimo spettacolo di questo Autoctophonia Festival, ci mostra le intere pagine di giornale con quei loro articoli - le ha conservate con orgoglio - e ce li ricorda come fa lui, con parole a tempo di jazz intrise di commozione e di gioia, anche nostre.

Poi via, tutti verso l’ultimo Inferno mai udito.


*Questo Teatro Ospitale ha 72 posti (9 poltroncine in fila per 8), il Teatro Aikot27 ne aveva 27. Buffo, no?


PGC - 10 agosto 2019


09/08/19

Restare umani

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

Grottammare – Paese Alto
“Teatro Ospitale” – Casa delle Associazioni

Iª Edizione Estate  27 Luglio – 7 Agosto 2019 

“Il fabulatore incantevole”
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di trincea
di e con Lirim Gela

6 Agosto2019  h21.15

Riscrittura scenica da: La provocazione di Ismail Kadare


Restare umani


     È affidato al promettente Lirim Gela il penultimo incontro di Autoctophonia Festival. La sua riscrittura scenica de “La provocazione” di Ismail Kadare è provocazione essa stessa: è ri-creare il testo piuttosto che re-citarlo, divenirne “autore” oltre che soggetto-attore. 

Ne emergono echi mai spenti di guerre balcaniche, di terre che il giovane Lirim ha lasciato bambino, teatri di conflitti antichi e recenti: e le trincee delle pagine di Ismail Kadare sono le stesse narrategli da coloro che là sono rimasti, guardate attraverso gli occhi di chi c’era.

     Sono uguali ovunque, le trincee. Di Bonaventura ne conversa, in apertura, col suo pubblico: parla di quelle vissute dal padre, incapace di dimenticarne la ferocia; di quelle del nonno disperso in Macedonia, di lui solo qualche foto è rimasta; di quelle ricreate da Francesco Rosi in “Uomini contro” con quel comandante Ottolenghi, “Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame”, e il regista denunciato per ”vilipendio dell’esercito” nella cupa italietta degli anni ‘70. 

     Sono le trincee di ogni guerra nel “secolo della carneficina industrializzata”, nel Novecento dei nazionalismi e dei monumenti eretti alla manipolazione patriottica, dei poveracci mandati al macello per la gloria delle aristocrazie militari. 

     In Ismail Kadare, scrittore albanese emigrato in Francia - dove pronunciano Kadaré (fenomeni, questi francesi), insignito di prestigiosi riconoscimenti, più volte candidato al Nobel per la Letteratura - e nella prosa asciutta del suo La provocazione (1962) leggiamo una storia senza tempo, che parla tuttavia ai contemporanei.

     Due trincee, due eserciti che si fronteggiano e si provocano reciprocamente, un inverno bianco e ghiacciato, il piccolo caporale Kostouri suo malgrado a capo della divisione dopo la morte del “compagno comandante”.

     “La neve abbagliava lo sguardo”, dalla trincea di fronte il vociare del nemico che festeggia il Natale; le ragazze arrivate col camion “non sempre erano prostitute”, a volte erano studentesse iscritte alle associazioni patriottiche dell’esercito nazionale. Affiora il ricordo di lei, della sua ragazza che ora s’è fidanzata, gliel’hanno scritto, ecco la lettera rigirata tra le mani, coi francobolli incollati storti. 

     E, improvvisa, la provocazione anche se è Natale: i colpi di pistola, il boato di una bomba, la mitragliatrice, e subito la risposta, le grida, il crepitio delle armi, l’inferno… 

[ Sparagli Piero sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora… il suono di djembè percuote il buio, rimbalza sugli assi di legno del palco…  ].

     La morte “stava lì nell’edifico della postazione”, intorno solo il silenzio e l’ufficiale di collegamento che nella cornetta nera gracchia “pronto, pronto”; al mattino l’improvvisata sepoltura del comandante ucciso è già coperta dalla neve, candida e luminosa sopra quella terra nera.

     E di colpo una bandiera bianca dalla trincea opposta, una ragazza ferita, “sappiamo che da voi c’è un medico” dice in albanese, la convenzione di Ginevra eccetera. Una decisione drammatica da prendere in fretta – una donna, una straniera – il dubbio, l’incertezza, poi la coscienza che impone di soccorrere, di restare umani. 

Diciannove anni, si saprà poi  - “piangeva in modo silenzioso, con la testa sotto la coperta” - e dopo, quando sarà morta - “si spense prima dell’alba” - eccola coi capelli biondi e il corpo minuto adagiata sulla barella in territorio neutrale, verranno a riprendersi il corpo dall’altra trincea.

     E i giorni sono ancora vuoto e attesa nella neve, giorni di nulla, uno strano silenzio intorno, solo il lamento della neve sotto gli stivali, e pochi metri più in là il confine tra due stati, sotto il fango nero i “loro” morti, sepolti secondo la loro usanza, la testa verso la propria terra, le gambe verso l’altro stato. 

Ma finalmente non nevica più, domani o dopodomani la strada si aprirà, dei punti neri già avanzano in lontananza, presto la spedizione li raggiungerà; e tutto questo avrà fine, riceveranno le lettere a lungo attese… sembra di non sentire più nemmeno il gelo che ferisce la faccia. 

     “Allarme!” è il grido improvviso della vedetta e squarcia il silenzio. “Di nuovo un provocazione? Com’è possibile?”…

     Dodici ore dopo la strada è aperta, la spedizione - i punti neri all’orizzonte - è avanzata velocemente, ha lottato con la neve e le valanghe ma la postazione è raggiunta, i soldati avranno le loro lettere… 

Silenzio, troppo silenzio, e presentimenti, è strano non sentire nessuno, da lontano la sentinella appare seduta, appoggiata alle travi, come se fosse troppo stanca, come se…

      ”Da ambo i lati del corridoio il vento soffiava forte sopra i morti”.  Guardava il cielo, il caporale Kostouri, con una grande ferita di baionetta nel petto, gli altri giacevano qua e là…

Li misero in fila nel retro del camion, sopra i corpi la borsa piena di lettere e cartoline.

        Il lungo applauso che saluta Lirim ci riscuote da quest’ora di immedesimazione totale. Nella fulminante riscrittura scenica scopriamo il pathos di un’opera che tocca corde universali; che addita la tragedia e la follia di ogni guerra ma ci interroga con forza anche sull’oggi, sul precario confine tra umano e disumano: incerto e confuso, disperso nella nebbia degli slogan e delle propagande, nelle mistificazioni dei poteri che chiamano sicurezza il non soccorrere, il volgersi dall’altra parte, la rinuncia a restare umani. 


Sara Di Giuseppe - 8 Agosto 2019 


05/08/19

A Selvaggia Lucarelli

Rif.  “E i fratini a rischio estinzione vanno tutti al tour di Jovanotti” 
(Selvaggia Lucarelli) IL FATTO QUOTIDIANO, 4.8.’19, pag.17


Cara Selvaggia (“giuro, è vero”) ti scrivo

            Sono un fratino che va ai concerti di Jovanotti. Specie d’estate non me ne perdo uno, Jovanotti mi piace da morire. Sono stato ai suoi Jova Party in Val Pusteria, Cerveteri, Rimini, Castel Volturno, Roccella Jonica… Volevo portarci altri fratini, gli amici bucaneve, camosci, marmotte, cappellacce, beccamoschini, e magari pure Reinhold Messner, ma loro non hanno mai voluto.

Preferiscono il silenzio, l’aria pulita, la tranquillità… bah, non li capisco.

          Ieri al Lido di Fermo è stato bellissimo. Ho cantato, mangiato, bevuto, ballato fino allo sfinimento con 30 – 40.000 scalmanati. Fino all’alba. Oddio, finito il party era un macello, è rimasto un campo di battaglia proprio da selvaggi (tu ti saresti trovata bene…), ma chi se ne frega, io ho le ali!

Sbagliato, cazzo, ho i sandali, sono un fratino in estinzione.

Non mi resta che pregare.


PGC (Giorgio Camaioni) - 4 agosto 2019 


02/08/19

Per una pallottola in più

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 

Iª Edizione Estate  27Luglio - 7Agosto 2019 

“Il fabulatore incantevole”
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

“POETAR RIVOLUZIONANDO” / Memorie di Ottobre
Riscrittura scenica di e con Vincenzo Di Bonaventura

Grottammare Paese Alto – “Teatro OSPITALE”     
28 luglio 2019   h 18,15 e 21,15


Per una pallottola in più


     Un tempo d’ottobre, più si facevano le rivoluzioni, più nascevano i poeti. Illuminavano come fiaccole il tempo della rivoluzione. Ma finita quella, o subito o dopo un po’, alcuni toglievano il disturbo. Si sparavano. Se la pistola s’inceppava non si perdevano d’animo, ci riprovavano, che sarà mai una pallottola in più… Finchè BANG, gli andava bene. Esénin invece si uccise “diversamente”: chi dice tagliandosi le vene, gli serviva il sangue per scrivere l’ultima poesia…

       Turbinosi tempi di Futurismo. Voglia di cambiamento, costi quel che costi. Il pensiero oltre l’azione. “… le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa… il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche…”

       Parevano essersi messi d’accordo, quei tre grandi poeti russi, e furono come un’onda anomala in un mare di vecchiume. Furono la rivoluzione essi stessi. Majakovskij “sognò la rivoluzione prima che questa accadesse”: “Aderire o non aderire? La questione non si pone per me (e per gli altri futuristi moscoviti). E’ la mia rivoluzione”. Blok, il simbolista che “vedeva nel cielo geroglifici”, dalla prodigiosa forza lirica, pervaso come pochi di alone mistico, alla fallimentare rivoluzione del 1905 si accascia: diventa realista. A quella di ottobre del ’17, prima si esalta, poi ne è travolto. Perde quasi la speranza; salvo - ne “I Dodici” - diventar visionario: le 12 guardie rosse che pattugliano Pietroburgo sarebbero i 12 Apostoli, e arriverà pure un Cristo… Esenin bello come il sole, il poeta-contadino (allora era il massimo), il romantico, credeva nella rivoluzione fino a un certo punto, ma la usò. Non era un rivoluzionario. Le sue poesie incantavano, anche per lo scalpore, sicchè in patria divenne subito celebre: oggi sarebbe un influencer da 1 milione di follower.  Fu un prodigioso effetto della rivoluzione, e la sua fine poi così teatrale…

       Eccolo, il “poetar rivoluzionando” del primo ‘900, immerso nella pittura, nella musica, nell’architettura, in ogni disciplina artistica. Oltre che - rischiosamente - nella politica. I poeti erano “interconnessi”, si direbbe oggi. Erano come “lampioni ficcati nel mezzo della strada”, la illuminavano esponendosi, se non combattendo. Proprio non poteva essere la solita poesia. Era nato un nuovo “metodo artistico”, più sperimentale e realistico, più visivo, più acustico nella fattura dei versi, più penetrante intimistico e scenografico nella tenerezza. Più palpitante. Meno simbolista. Nasceva la modernità ad alta tensione, veloce, metaforica. La parola veniva scomposta come un quadro cubo-futurista, e la poesia concepita come arte teatrale irripetibile di vita pulsante.

       Ed ecco oggi il “poetar rivoluzionando” militante di Di Bonaventura-attore-solista. Prima, nell’inospitale Ospitale con le sue mani s’è costruito (per il Festival) il giusto non-palcoscenico, come un’installazione non finita, nata per sottrazione di retorica perbenista e per addizione di materiali poveri, grezzi, e materie-seconde ricche di espressività futurista. Volumi monumentali ma dinamici, poggiati su un parquet primitivo, come su un’isola. Manca solo una centenaria bicicletta della Rivoluzione… Poi, nello spettacolo, come quinte, solo partiture di luce calda e incerte sciabolate - schlàac - di autentiche rare foto d’antan. Mentre la musica-matematica dello djembè accompagna la lingua “trasformazionale” di Vincenzo.

       Tre poeti di questa levatura in audace “riscrittura scenica” unica non ripetibile. Chi c’è, c’è. Poco più tardi, alle 21,15, sarà ancora uguale ma diverso. Chi c’è, c’è. Comunque, Carmelo Bene e Dario Fo sono tra noi.


PGC - 1 agosto 2019 


“ANIMULA VAGULA, BLANDULA…”

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL
Grottammare – Paese Alto
“Teatro Ospitale” – Casa delle Associazioni

 Iª Edizione Estate Luglio-Agosto 2019 

“Il fabulatore incantevole”
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di un Imperatore
di e con Simone Cameli

30 luglio 2019  h21.15

Riscrittura scenica da: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar


“ANIMULA VAGULA, BLANDULA…”

       Cerchiamo d’entrare nella morte ad occhi aperti… È il congedo epistolare di Publius Aelius Traianus Hadrianus, Imperator, dal giovanissimo Marco Aurelio, nipote e futuro imperatore, destinatario delle sue memorie. “Ho concepito il progetto di raccontarti la mia vita”, e nel capolavoro della Yourcenar quella lettera, iniziata per informare il giovinetto sullo stato della malattia, diventa per il sessantaduenne Adriano narrazione, confessione, memoria. 

        Su quelle ultime parole cala stasera per noi l’ideale sipario, e una nenia profonda di melodie etniche colma di sé il buio in sala, eco di confini lontani quanto quelli dell’Impero che dominò il mondo.

        È riscrittura scenica, quella del valentissimo Simone attore solista, del tutto all’altezza del maestro Di Bonaventura; dietro lo “smemoramento” del testo agisce la lezione dei grandi:  la scuola di Jacques Lecoq, il magistero di Dario Fo, quello di Carmelo Bene. 

        E quel romanzo di portentoso lirismo che è Memorie di Adriano - poesia, storia, filosofia, saggio, meditazione  – attraverso il volto e la voce dell’attore ci prende per incantamento e ci conduce alla Tivoli assorta, ai silenzi della Villa Imperiale, dove il passato dei ricordi si intreccia per Adriano al presente della meditazione: i giorni sono contati, “sono giunto a quell’età in cui la vita è per ogni uomo una sconfitta accettata” e le rinunce fanno ormai parte del quotidiano - così la caccia, il cavalcare, il nuotare, il correre - ma ciò che è perso in azione è acquisito in conoscenza: di sé, “delle ragioni dell’esistenza, dei punti di partenza, delle origini“, meta ultima di una ricerca nella quale "trascorre una parte di ogni vita umana”. 

        Ecco allora i ricordi, ombre troppo lunghe del nostro breve corpo: quelli di una vita pubblica che lo ha reso Imperator e padrone del mondo, e quelli più intimi e privati, il vigore, l’entusiasmo, la forza, l’ebbrezza della felicità e l’abisso del dolore.

        Il cursus honorum, le conquiste militari, la designazione da parte di Traiano, la successione al governo di una Roma che non è più da tempo la “borgata pastorale dei tempi di Evandro”: crogiuolo di contraddizioni feconde, come quella fra la rusticità del suo popolo e l’incredibile esotismo dei suoi sette colli popolati da “tutte le razze del mondo”. Ecco il Saeculum Aureum, lo splendore dell’Impero in quel II° secolo di conquiste e di monumentali grandezze, quando “costruire è collaborare con la terra”, quando “ricostruire (…) significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”. Ecco gli acquedotti nella Troade, le fortificazioni di Cartagine, i porti e le biblioteche perché “Fondare biblioteche è come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”

        Humanitas, Felicitas, Libertas, sono le parole incise sulle monete del suo regno, “non ancora avvilite da applicazioni tanto ridicole”. Ed è sentirsi “responsabile della bellezza del mondo”, è aristocrazia dello spirito che lo inclina alle filosofie che hanno il sapore delle notti asiatiche e il fascino delle terre più orientali dell’Impero, è quindi l’iniziazione ai Misteri di Eleusi; ed è l’assoluta modernità di un pensiero che lo rende rigoroso con se stesso prima che con gli altri, di una visione del mondo che gli fa aborrire arroganza e sopruso, combattere il pregiudizio, legiferare in un’ottica di giustizia e generosità – “Fino ad oggi tutti i popoli sono periti per mancanza di generosità” - nella convinzione d’essere funzionario dello Stato e non Cesare. 

Come oggi. 

       “Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare l’Età dell’Oro”. Poi l’amore totale, bruciante e tenero, per il greco giovinetto Antinoo di miracolosa bellezza, la vertigine di una felicità assoluta; e il silenzioso suicidio di quel dio fanciullo ombroso e schivo, i presagi ignorati “di quel raro capolavoro che fu la sua fine” (la scelta del giorno che ricorda la morte di Osiris, dio delle agonie); il dolore infinito e la memoria esaltata nella divinizzazione del fanciullo che un dio lo era già, il monumento ordinato “in riva al Tevere, presso la mia tomba”.

       “Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più…”

Si è fatto portare a Baia, il tragitto è stato penoso, ma “con questo caldo di luglio (…) in riva al mare respiro meglio”. Gli amici più intimi, i fedeli servitori non trattengono la commozione… ”Fino all’ultimo istante – scrive ancora a Marco – Adriano sarà stato amato d’amore umano”.

        Se è arduo per noi tornare ai feroci neon dell’Ospitale dopo esserci per due ore abbandonati al teatro, lo dobbiamo a Simone, soggetto-attore e mirabile artifex questa sera di un teatro intenso e alchemico d’impronta beniana; teatro catartico, quasi, nel quale capita di trasformare il mondo più che rappresentarlo, di “mettere in scena quel che manca nella vita quotidiana”: come l’incanto di un libro, stavolta, “che continua a insegnarci a vivere, e a morire” .

Animula vagula, blandula,

Hospes comesque corporis,

Quae nunc abibis in loca

Pallidula, rigida, nudula, 

Nec, ut soles, dabis iocos…       P.  Aelius Hadrianus, Imp.

       (In: Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, 1951 - Trad. Lidia Storoni Mazzolani)


Sara Di Giuseppe - 1 Agosto 2019