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11/08/19

Dante, Massimo e Silvana

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

1° Edizione Estate    27 Luglio - 7 Agosto 2019

Il fabulatore incantevole

a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

LINFERNO MAI UDITO / Memorie di un interprete
di e con Vincenzo Di Bonaventura 

Grottammare Paese Alto Teatro Ospitale    7 agosto 2019  h 21,15



Dante, Massimo e Silvana


       Fra il pubblico di stasera - finalmente numeroso -  in qualcuna delle 72 poltroncine di velluto rosso* secondo me cerano, in incognito, anche Massimo Consorti e Silvana Scaramucci: a prendere appunti per due nuovi pezzi suidibonaventureschi primi 6 Canti dellInferno di Dante, a 20 anni giusti dai memorabili articoli che loro pubblicavano sulla stampa locale dopo altri Inferni di questi.

       Già allora la Divina Commedia-turbo del nostro Di Bonaventura-attore-solista faceva scalpore, tra noi che a mala pena ce la ricordavamo dai tempi di scuola recitata meccanicamente come il rosario, senza guizzi e senzanima.

       Intanto, quel piccolo affettuoso non-teatro Aikot27 arrampicato sulla salita, ricavato senza paura da un ramingo garage rubato alle auto: possenti, ripidi e poco ergonomici gradoni-with-gallery (altro che poltroncine); palcoscenico integrato ma superfunzionale (tanto di quel legno che neanche in Val di Fiemme), con dietro un labirinto(!); torri di casse giganti, amplificatori potenti e fedelissimi (tuttora insuperabili), anche quelli auto-costruiti dal nostro ingegnere del suono; mixaggio di musiche selezionatissime; perfetto isolamento acustico (sempre lingegnere); pesanti tendaggi scuri alle pareti; fari a pinza da cinema/teatro a varie quote; lunghe scale a libro pronte alluso; djembè grandi medi e piccoli

Luogo di oggetti leali, da studio da lavoro e da ascolto, di una bellezza accidentale: nulla ad ingentilire il paesaggio. Mentre nellaria aleggiavano Carmelo Bene, Dario Fo, Jacques Lecoq.

       Uno spazio franco di cultura militante fuori dal coro: scuola di teatro, rassegne, festival, cicli a tema (dai classici greci a Dante, dai grandi dell800 ai poeti russi della Rivoluzione, da Dannunzio a Pirandello a Hikmet a Pennacchi saranno 100 autori!). Spettacoli di riscrittura-scenica in rispetto dei testi, con pochi attori - spesso solo lattore-solista - e per pochi intimi. Al massimo 27.

       Massimo e Silvana, che erano del ramo, venivano per passione e amicizia. Ma, da giornalisti di una volta, lottando non poco nelle redazioni - oggi sarebbe battaglia persa - si guadagnavano il giusto spazio culturale sui loro giornali per raccontare cosa succedeva al TeatrLaboratorium Aikot27 di via Fileni, direz. Cimitero. 

Massimo, passo indolente da flâneur, quasi sempre prima fila a destra, pensoso e attento, mai un applauso. Silvana esuberante ed espansiva, dallintervista automatica, capace di tirar fuori dalla borsetta microfono e registratorino - non cerano gli aggeggi di oggi - ti mando in onda in Tv stasera, o domani…”.

-          Quella sera che, proprio in un Inferno, ai colpi scientifici (di scuola senegalese) dello djembè di Vincenzo, si aggiunsero i rabbiosi
        colpi di bastone di scopa sul soffitto, contributo dellinsofferente anziana signora del piano di sopra, e Vincenzo quasi felice li
        incorporò al volo nel IV Canto
-          Quella volta che irruppero perentori i Carabinieri Si fanno messe nere, qua dentro?”… Che te pozza arrajà 
-          Quella volta che Vincenzo voleva trasportare lo spettacolo direttamente nella frequentatissima pizzeria di fronte, che se ne fottevano di Foscolo e Leopardi.  ()

       Erano i tempi degli amici Massimo e Silvana, giornalisti che - nonostante tutto - osavano scrivere di cultura altra e vera partecipando pur tra anime sgangherate e fiammeggianti, e col loro sicuro e appassionato mestiere tenevano viva e alimentavano la parte forse migliore di noi. E, soprattutto, loro cerano: venivano, vedevano, ascoltavano, pensavano, scrivevano sapendolo fare, non aspettavano le veline precotte sussiegosamente seduti al computer

       Vincenzo, prima di iniziare stasera lultimo spettacolo di questo Autoctophonia Festival, ci mostra le intere pagine di giornale con quei loro articoli - le ha conservate con orgoglio - e ce li ricorda come fa lui, con parole a tempo di jazz intrise di commozione e di gioia, anche nostre.

Poi via, tutti verso lultimo Inferno mai udito.


*Questo Teatro Ospitale ha 72 posti (9 poltroncine in fila per 8), il Teatro Aikot27 ne aveva 27. Buffo, no?


PGC - 10 agosto 2019


09/08/19

Restare umani

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

Grottammare Paese Alto
Teatro Ospitale Casa delle Associazioni

Iª Edizione Estate  27 Luglio 7 Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di trincea
di e con Lirim Gela

6 Agosto2019  h21.15

Riscrittura scenica da: La provocazione di Ismail Kadare


Restare umani


     È affidato al promettente Lirim Gela il penultimo incontro di Autoctophonia Festival. La sua riscrittura scenica de La provocazione di Ismail Kadare è provocazione essa stessa: è ri-creare il testo piuttosto che re-citarlo, divenirne autore oltre che soggetto-attore. 

Ne emergono echi mai spenti di guerre balcaniche, di terre che il giovane Lirim ha lasciato bambino, teatri di conflitti antichi e recenti: e le trincee delle pagine di Ismail Kadare sono le stesse narrategli da coloro che là sono rimasti, guardate attraverso gli occhi di chi cera.

     Sono uguali ovunque, le trincee. Di Bonaventura ne conversa, in apertura, col suo pubblico: parla di quelle vissute dal padre, incapace di dimenticarne la ferocia; di quelle del nonno disperso in Macedonia, di lui solo qualche foto è rimasta; di quelle ricreate da Francesco Rosi in Uomini contro con quel comandante Ottolenghi, Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame, e il regista denunciato per vilipendio dellesercito nella cupa italietta degli anni 70. 

     Sono le trincee di ogni guerra nel secolo della carneficina industrializzata, nel Novecento dei nazionalismi e dei monumenti eretti alla manipolazione patriottica, dei poveracci mandati al macello per la gloria delle aristocrazie militari. 

     In Ismail Kadare, scrittore albanese emigrato in Francia - dove pronunciano Kadaré (fenomeni, questi francesi), insignito di prestigiosi riconoscimenti, più volte candidato al Nobel per la Letteratura - e nella prosa asciutta del suo La provocazione (1962) leggiamo una storia senza tempo, che parla tuttavia ai contemporanei.

     Due trincee, due eserciti che si fronteggiano e si provocano reciprocamente, un inverno bianco e ghiacciato, il piccolo caporale Kostouri suo malgrado a capo della divisione dopo la morte del compagno comandante.

     La neve abbagliava lo sguardo, dalla trincea di fronte il vociare del nemico che festeggia il Natale; le ragazze arrivate col camion non sempre erano prostitute, a volte erano studentesse iscritte alle associazioni patriottiche dellesercito nazionale. Affiora il ricordo di lei, della sua ragazza che ora sè fidanzata, glielhanno scritto, ecco la lettera rigirata tra le mani, coi francobolli incollati storti. 

     E, improvvisa, la provocazione anche se è Natale: i colpi di pistola, il boato di una bomba, la mitragliatrice, e subito la risposta, le grida, il crepitio delle armi, linferno 

[ Sparagli Piero sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora il suono di djembè percuote il buio, rimbalza sugli assi di legno del palco  ].

     La morte stava lì nelledifico della postazione, intorno solo il silenzio e lufficiale di collegamento che nella cornetta nera gracchia pronto, pronto; al mattino limprovvisata sepoltura del comandante ucciso è già coperta dalla neve, candida e luminosa sopra quella terra nera.

     E di colpo una bandiera bianca dalla trincea opposta, una ragazza ferita, sappiamo che da voi cè un medico dice in albanese, la convenzione di Ginevra eccetera. Una decisione drammatica da prendere in fretta una donna, una straniera il dubbio, lincertezza, poi la coscienza che impone di soccorrere, di restare umani. 

Diciannove anni, si saprà poi  -piangeva in modo silenzioso, con la testa sotto la coperta - e dopo, quando sarà morta - si spense prima dellalba - eccola coi capelli biondi e il corpo minuto adagiata sulla barella in territorio neutrale, verranno a riprendersi il corpo dallaltra trincea.

     E i giorni sono ancora vuoto e attesa nella neve, giorni di nulla, uno strano silenzio intorno, solo il lamento della neve sotto gli stivali, e pochi metri più in là il confine tra due stati, sotto il fango nero i loro morti, sepolti secondo la loro usanza, la testa verso la propria terra, le gambe verso laltro stato. 

Ma finalmente non nevica più, domani o dopodomani la strada si aprirà, dei punti neri già avanzano in lontananza, presto la spedizione li raggiungerà; e tutto questo avrà fine, riceveranno le lettere a lungo attese sembra di non sentire più nemmeno il gelo che ferisce la faccia. 

     Allarme! è il grido improvviso della vedetta e squarcia il silenzio. Di nuovo un provocazione? Comè possibile?”…

     Dodici ore dopo la strada è aperta, la spedizione - i punti neri allorizzonte - è avanzata velocemente, ha lottato con la neve e le valanghe ma la postazione è raggiunta, i soldati avranno le loro lettere 

Silenzio, troppo silenzio, e presentimenti, è strano non sentire nessuno, da lontano la sentinella appare seduta, appoggiata alle travi, come se fosse troppo stanca, come se

      Da ambo i lati del corridoio il vento soffiava forte sopra i morti.  Guardava il cielo, il caporale Kostouri, con una grande ferita di baionetta nel petto, gli altri giacevano qua e là

Li misero in fila nel retro del camion, sopra i corpi la borsa piena di lettere e cartoline.

        Il lungo applauso che saluta Lirim ci riscuote da questora di immedesimazione totale. Nella fulminante riscrittura scenica scopriamo il pathos di unopera che tocca corde universali; che addita la tragedia e la follia di ogni guerra ma ci interroga con forza anche sulloggi, sul precario confine tra umano e disumano: incerto e confuso, disperso nella nebbia degli slogan e delle propagande, nelle mistificazioni dei poteri che chiamano sicurezza il non soccorrere, il volgersi dallaltra parte, la rinuncia a restare umani. 


Sara Di Giuseppe - 8 Agosto 2019 


30/05/19

"LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”

OFFICINA TEATRALE  AIKOT27
Gruppo teatrale AOIDOS

QUELLE CHE PRENDIAMO TRA LE BRACCIA

Riscrittura scenica di 
Vincenzo Di Bonaventura

Liberamente tratta dallopera di
Henry de Montherlant

nella traduzione di Camillo Sbarbaro

con
Vincenzo di Bonaventura
in Radiofonia teatrale

Ospitale delle Associazioni  -  Grottammare Paese Alto  -  26 Maggio 2019  h17

 « Voyez-vous, il n'y a qu'une façon d'aimer les femmes, c'est d'amour.
 Il n'y a qu'une façon de leur faire du bien, c'est de les prendre dans ses bras.

 H. de Montherlant, Pitié pour les femmes


LE PIÙ PERICOLOSE DI TUTTE…”


         Torna ad essere attore solista, Di Bonaventura, per questultimo incontro della sua stagione teatrale.

       Il dramma in tre atti (1950) di De Montherlant - condensato in due parti dense e brucianti come solo le sue riscritture sceniche - ha la voce profonda e la bellezza scorticante di unopera che ha dietro di sé il teatro borghese fra 800 e 900, e tutta la forza dirompente di un teatro filosofico che aveva toccato i suoi vertici in Pirandello: il cui Nobel era stato il riconoscimento ufficiale di unEuropa che cambiava (Di B.), di una letteratura e di un teatro portatori di speranza e rinnovamento. Non proprio come oggi...

      Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati…”, e nel presente deserto di slanci, fiero della propria ignorantia, sono linfa salvifica queste voci che il tempo preserva intatte e la passione dei folli come Di Bonaventura ci porge vive e pulsanti.

      È teatro immediato, questo esperimento di teatro radiofonico che tutto affida alla parola, e della ragnatela dialogica del testo restituisce in ogni sfumatura, esalta ogni infinitesima percezione: esso riprende modalità di ascolto incomprese da un oggi impoverito di parole e di potenza immaginativa, dove il teatro è sempre più, drammaticamente, territorio dellinesplorato.

      Ed è teatro dellinteriorità questo di De Montherlant: autore difficile nella complessità del suo pensiero, fra i classici della letteratura francese del Novecento e tuttavia controverso nella Francia della metà del secolo scorso per i suoi problematici rapporti con la critica, leditoria, lopinione pubblica; in ombra in Italia che lo conoscerà, nello stesso periodo, grazie allintenso rapporto epistolare e intellettuale col critico e scrittore Luigi Bàccolo, autore di studi sulla sua opera e di articoli a lui dedicati e pubblicati sulla stampa italiana.

        Uomo e scrittore daltri tempi, ammiratore del XIX secolo, un des plus beaux siècles français (Adinolfi), il suo è teatro che indaga, delluomo, la natura molteplice e contraddittoria, fragile e incongruente, e sempre cercando luniversale nel particolare, il senso profondo nellapparente non-sense dellesistere: perchè fissare léternel humain, trasmetterne il messaggio morale è per lui il compito imprescindibile affidato alla letteratura.

         È a Parigi, pendant lété de 1949, che egli ambienta Quelle che prendiamo tra le braccia. Un uomo ama una donna che non lo ama così come lui è amato da una donna che non ama: nulla di più comune, in questa trama che tuttavia trascende lavventura banale di personnages tout ordinaires, per toccare il lato oscuro, la fragilità e il vuoto prima della caduta. 

        Lattore solista per loccasione si fa in tre, e con la piccola magia del vocoder di vecchia e sperimentata fedeltà presta la sua voce ai tre protagonisti dellintenso raffinato gioco teatrale: il 58enne antiquario Ravier (elegante, snello, barba sale e pepe, che dimostra più dei suoi anni); M.lle Andriot, 60enne sfiorita, collaboratrice di Ravier che ama con vocazione rinunciataria e ostinata cecità; la bella M.lle Christine Villancy, diciottenne di modesta condizione economica, oggetto del desiderio e centro dellossessione sensuale dellattempato antiquario: ricchissimo, potente [“…tous les grands musées du monde ont quelque chose qu'ils ont acheté chez moi] e tanto attirato dalla grazia e dalla purezza di Christine quanto indifferente alla devozione della dimessa signorina Andriot. 

       Vi i interesserebbe vedere il mio Rubens?...Durante loccupazione i tedeschi hanno cercato con ogni mezzo di acquistarlo ne ho ben riso!: la seduzione passa banalmente anche da questo, i segni del potere e del denaro esibiti davanti alla fanciulla come il pavone maschio la sua ruota, o il tacchino i suoi bargigli 

        Perfino la ripulsa della giovane attrae Ravier ( Amo lodio che mi porta…”), il quale delira fino al feticismo (Resterei ore a contemplare le sue mani): non manca certo di donne, né di successo e potere, ritiene che solo il possesso conti, che nulla ci sia oltre il piacere. Ma la conquista di Christine - troppo giovane e bella per essere anche sincera - che si darà a lui perché si adoperi a favore del padre finito in guai giudiziari, ha il sapore del fallimento e della contaminazione, è la nemesi matematicamente consequenziale al cinismo.

        La giovane donna che si offre a lui per pura convenienza è simile alla bergère falsa che il cliente di Ravier comprerà pur sapendola tale (Non mi darà dispiacere, non importa, lo prendo perché ne ho voglia). Come il suo cliente, Ravier sa che possiederà un pezzo falso: quasi non vorrebbe sedurla perché ne ama la purezza - Ti amavo innocente, ti adorerò corrotta - e perché forse il culmine dellamore è nellimmaginazione, ma occorre che la sua ossessione sia appagata (Che io la prenda e la ingravidi una buona volta, e che sia finita! aveva detto al culmine del suo delirio).

        Fuori pericolo, forse, perché ci sono quelle che si prendono tra le braccia ma ci sono Le più pericolose di tutte: quelle che non prendiamo tra le braccia; e, in fondo, una cosa nasce nel fango e non diviene peggiore di unaltra che è nata nelle stelle

        E tuttavia questoapostolo del piacere non ha che il vuoto davanti a sé, la caduta è inscritta con precisa geometria nel disegno di questa desolazione erotica dove la comunicazione con loggetto del desiderio è un gettare tutto nellabisso come se parlassi a un pianeta sconosciuto. Così come per gli altri  protagonisti, non vi sono uscite di sicurezza, essi si inseguono senza incontrarsi, ciascuno rinchiuso nella propria trama di cinismo. Non cè altra conclusione che quella, desolata, del protagonista: Les jeux sont faits... Malheureux sans toi ou malheureux avec toi

      E lappetit de bonheur, la fame di felicità non può mai passare per la sazietà.

       Monumento innalzato alla solitudine umana (Adinolfi), lopera di Montherlant lo è particolarmente qui, nella rappresentazione dellamore che non l'appagamento dei sensi né la più elevata tensione spirituale sottraggono allinsoddisfazione di ciò che non è mai raggiunto. Questi personaggi, alle prese con il lato fragile e oscuro di sé, amano senza reciprocità, amano nel silenzio e nellorgoglio e tanto la sazietà dei sensi quanto la ricerca dassoluto nellaltro sono destinanti ad un uguale naufragio.

        Vi è tuttavia unesigenza forte di dignità e nobiltà nellesplorazione delluomo che Montherlant vede realizzarsi - sotto un cielo vuoto, privo di prospettive metafisiche - solo attraverso la letteratura: ad essa è affidata, in opposizione alla sciatteria del mondo contemporaneo, la costruzione di quella moralità universale che nelle culture antiche s'è manifestata nelle forme più alte.

        La scelta del suicidio, che chiude il cammino di Montherlant nel 1972, è lestremo atto di fierezza di un intellettuale convinto che luomo è ciò che lascia di sé. Aveva amato con passione la cultura latina su tutte, vi vedeva rappresentato luomo nella completezza interiore che si sottrae al nulla e alloblio: nessun miglior omaggio alla sua statura intellettuale e umana, di quello dei due scrittori suoi amici che vollero spargerne le ceneri dove più netta era lorma di quella cultura e di quel pensiero. A Roma: nel Tempio di Giano, nel Tempio della Fortuna Virile, e nel Tevere.


Sara Di Giuseppe - 30 maggio 2019