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28/04/26

La “cometa doppia” MIKE STERN / DENNIS CHAMBERS nel cielo di Ascoli

Mike Stern guitar   Leni Stern ngoni/guitar   Bob Franceschini sax
Gary Grainger bass   Dennis Chambers drums

 BREAKLIVE – Ascoli Piceno   17 aprile 2026


Quando passa una già rarissima “cometa doppia”, che per contratto splende come deve e sa - e tu te l’aspetti - non limitarti a guardarla. Se è la MIKE STERN / DENNIS CHAMBERS ti conviene soprattutto “sintonizzarti” (dal vivo) sulle sue frequenze: lei è unica, lei suona, lei è un centro mistico, lei fa jazz!

 

Stasera il suo tour (in orbita ellittica) inizia nientemeno che nel cielo di Ascoli, allo zenit del BREAKLIVE. Ma purtroppo fra due ore questa leggendaria jazz band suonando se ne va, parte per i cieli di Roma, Bucarest, Oslo e più lontano ancora. Chissà se tornerà, è una super cometa doppia, mica una stella cadente…

 

La sua (di Mike) bella chioma luminescente - per la gravità di Giove che ne attira il nucleo al Sole - stasera ci appare solo più grigio-argento di quando tanti anni fa (il tempo passa pure per le comete…) la sua orbita periodica a corto periodo (< 100 anni) attraversò in jazz i nostri cieli. 

 

Resta  inalterato e intenso invece il tradizionale ma composito scintillio della “coda”, non tanto perché le code delle comete mancano della chioma per definizione, ma perché - nell’essenza artistica - questa ha ancora e sempre con sé l’immarcescibile DENNIS CHAMBERS col il suo fortino-batteria Pearl dalle scaglie di luce, dalle timbriche lunari (negli improvvisi cambi di tempo in terzine), dalla perforante massa sonora dei colpi, dalle ginniche percussioni sui piatti, dai carezzevoli suoni talvolta inudibili, pieni di poesia. 

E già, Dennis non molla Mike, Mike non molla Dennis.

 

 

Nelle costellazioni musicali del jazz (“il suono è all’origine del cosmo”), la cometa terrestre MIKE STERN / DENNIS CHAMBERS - quasi seguisse una sua personale Stella Polare - nel suo lungo girovagare pare proprio non conosca tramonto. Sarà che nella sua “coda” orbitano scelti musicisti che sono a loro volta simil-stelle, “variabili” solo in apparenza: Leni Stern (la voce più intima e affettuosa di Mike), Bob Franceschini (dai fraseggi dal pathos stellare, nei soul di blues), Gary Grainger (sempre vigile, sorridente e instancabile nel basso veleggio spaziale a fotoni).

 

Poi sarà che non si lascia intrappolare dalle misteriose nebulose in agguato: guardandola da vicino (come stasera) la si ascolta costantemente nitida, brillante, giovane, sicura, libera… Niente polveri di note, niente barbatrucchi tecnologici ad oscurare la fantasia inesauribile, la naturale tecnica virtuosistica, le vibrazioni ritmiche di Mike (sempre abbracciato alla sua iconica Yamaha Pacifica SC di sempre) e la sua band. Ma sarà anche che nessuno di questi 5 musicisti-viaggiatori cosmici, pur nella sottile complessità delle traiettorie e degli intrecci di suoni e di stili, esce mai dalla cometa.

 

Una formazione stellare infinita i cui suoni sono una potenza divina.

 

Si mettano il cuore in pace i cacciatori di comete. 

 

 

 

La musica [jazz] è come il cibo, non puoi farne a meno  (TRILOK GURTU)

PGC - 24 aprile 2026

25/04/25

CAMPIONE DI CONTRABBASSO

BILLY MOHLER  EURO AMERICAN QUARTET

BILLY MOHLER / contrabbasso    HERMON MEHARI / tromba    FRANCESCO BIGONI / sax    NATE WOOD / batteria 

  

ASCOLI PICENO - Cotton Lab     11 aprile 2025 h21.00

Di BILLY MOHLER già il nome suona bene: è facile, si ricorda, non si confonde, funziona, piace. Oggi, un nome “internazionale” e orecchiabile spesso propizia il successo, lo sanno bene cantanti, attori, scrittori, registi, atleti, pittori, presentatori… (no, politici no, loro bramano voti).

Tanto che chi non ce l’ha, e mentre il suo è davvero pessimo, si auto-ribattezza disinvolto con un paccuto nome d’arte, e via. 


     Ma qua al Cotton Lab, se quell’americano si chiama proprio BILLY MOHLER e fa il musicista jazz e ci sa fare e gli viene in ogni modo riconosciuto, che il suo sia un bel nome è un optional. Anche se suona il contrabbasso e non la chitarra, il piano, la tromba, la batteria, il clarinetto, il sax alto… 

Proprio il contrabbasso classico di legno, invece, quel bestiolone alto 2 metri.  [ Altezza del corpo 2,12, fino al riccio 1,92, lunghezza della corda vibrante un metro e dodici…* ]

E non fa TUN TUN - TUN TUN come tanti nelle canzonette, quattro note a rimorchio della batteria, sempre quelle che è pure difficile sbagliarle nè devi saper legger musica. 

 

      [Negli anni ’60 - ’70, al tempo dei “complessi”, al basso (elettrico) ci poteva stare chiunque: imparava facile, senza stress, e tomo-tomo cacchio-cacchio si beccava la sua brava quota (di 4, o di 5), come gli altri. Da noi usava “se vuoi suonare con noi mettiti al basso”. Come a pallone “se vuoi giocare mettiti in porta”: toccava al più scarso o al più somaro, guai se gli passava la palla tra le gambe!].

     Fattostà che il contrabbasso è stato quasi sempre considerato uno strumento minore o subalterno. Nelle orchestre di “classica” - che ne hanno anche 4 in fila - lui se ne sta in disparte, o dietro, o là in fondo in solitudine, o sbattuto all’estrema (ala) sinistra dove pare non conti nulla. Mai sotto la luce dei riflettori, quasi mai in evidenza, quasi nessuno che lo guardi, che senta le sue “note profonde e quasi inudibili”. E il direttore che sbava quasi solo per i violini? Quando invece “è inconcepibile un’orchestra senza il contrabbasso. Se si toglie il basso insorge una totale confusione linguistica di tipo babilonese, una Sodoma, all’interno della quale più nessuno sa perché fa della musica.**  A un’orchestra, a una band, toglietegli tutto ma non il contrabbasso (come fosse il suo Breil). 

 

     Se dunque di BILLY MOHLER già il nome suona bene, figurarsi quando “contrabbassa” nell’ EURO AMERICAN QUARTET dove, mancando (stranamente) il pianoforte - ma proprio non ne sentiremo la mancanza - il “motore” deve farlo lui. Musicista pazzesco, per molti il migliore in circolazione. Metamorfico e ipnotico, quando partendo di pancia con colpi secchi e marziali, bellici e minimalisti, continui e trascinatori, riesce a garantire infinita energia vitale all’esecuzione. Lui, il contrabbasso lo artiglia, o lo accarezza. E l’atmosfera, da potente e adrenalinica, torna cauta, striata, levigata nei dettagli. 

     Questo anche per l'affiatamento col suo giovane batterista, che riempie rullando oppure asseconda con fantasia, e come sussurrando ricama, sui grandi piatti, inverosimili momenti sospesi. E dei due diversissimi fiati, sassofono e tromba, che sembrando a volte fratelli a volte pensosi randagi dai passi di gatto, declinano divoranti dissonanze e invenzioni di vera grazia, incrociando tra loro sguardi lieti. 


    E’ jazz controvento, mai jazz antico. E’ jazz euro-americano futuribile, capace di pensiero o impetuoso dalla velocità elettrodomestica. E' jazz utile, economicamente corroborante, mai scontroso, mai "pericoloso": Nate Wood, quando d'improvviso ma in velicità “inchioda” la batteria fiondandosi sui due grandi piatti roventi e li blocca simultaneamente con le (quasi rosse) mani e dita simili a due orgogliose pinze-freno BREMBO, ogni suono si immobilizza, sparisce. Che silenzio...


Un quartetto sicuro.

Con un campione di contrabbasso.   

 

* Patrick Süskind - Il contrabbasso,1980

** ibidem

PGC - 22 aprile 2025

 


29/03/25

ENTROPIA & EMPATIA in jazz

 

"IKI – Bellezza Ispiratrice”

Francesco Cavestri/piano  Riccardo Oliva/el.bass  Mattia Bassetti/drums  -  feat. Fabrizio Bosso/trumpet

ASCOLI PICENO – Cotton Lab      21 marzo 2025 h21


 
      Filosofia giapponese stasera, con IKI si impara. Senza rischiare di apparire un’enciclopedia, ma navigando sia nei variegati noti “mondi del jazz” che in generi musicali altri, cronologicamente distanti, tecnicamente diversi, forse poco compatibili o sentimentalmente perfino “distaccati” (nel senso della Dolce Vita di Fellini). Con poi Bellezza Ispiratrice nell’accezione più ampia, con caldi rimandi alle suggestioni del cinema d’autore e ad ascolti analitici di categorie musicali improbabili, ibride, estinte o futuribili, ma sempre spiritualmente connesse. E’ il jazz che evolve, bellezza. 

 

      Questo giovanissimo trio sembra applicare il concetto di “distacco” anche al modo di suonare: producono il loro fresco jazz - all’apparenza ripetitivo, ma quando mai! - come se prendessero un tè - meglio una cioccolata - delle cinque, con riposata indipendente indifferenza. Musica agile, educata, senza esotismi: sonorità complesse nelle parti armoniche, fuggevoli ombreggiature classiche nei tempi sospesi, conciliazioni timbriche vigorose nei ritmi sostenuti, architetture intriganti, garbate infiltrazioni elettroniche… come ormai usa. Ma generandosi empatia cresce l’entropia generale del concerto - non propriamente in senso termodinamico, anche se in sala ce n’è di calore, ma in jazz. Stasera siamo in tanti nella “nostra” Cotton Lab Wunderkammer, credo soprattutto perché alla tromba - con la sua intimidatoria bravura - c’è Fabrizio Bosso, e quel Mattia Bassetti a destra è proprio di qui, di Ascoli, il batticuore se lo porta…

 

      Un trio che già vale. A partire da Francesco Cavestri, un raro “speciale ragazzo normale” di quelli che purtroppo oggi ne fabbricano pochi. Impensato pianista (sgobbone?) ma non solo: senza le pose da intellettualino, ma con linguaggio scelto e sorvegliato, chiaro facile e breve, lui parla racconta spiega intrattiene e diverte. Parole mai in combattimento tra loro, sempre nel tono “accordato giusto”, gli viene naturale. Veste prudente: ampi pantaloni scuri classici XL di buona stoffa di negozio di stoffe (con le pinces, la riga ben stirata, i sartoriali risvolti da 4 cm), cinta di cuoiomicacoccodrillo, vissuti mocassini bianco-neri più o meno dolce vita anni ’30, ordinaria maglia scura sottogiacca, monotinta, senza marchio nè scritte. Robusti ma instabili occhiali da vista e da studio avari di design, severi. Ripeto: nessun colore addosso. Suona il piano sicuro e composto come lo suona uno bravo nel tinello marron di casa, non gli serve fare scena. Costruendo gotiche cattedrali di note sa farne preziosi mosaici di paesaggi virtuali, di figure libere, di trasparenze, di suoni in movimento. Sperimenta un jazz suo.

 

      Anzi stasera, chissà come e perché, si butta anche a “cantare” - solo solo al piano - un “suo” Luigi Tenco vagamente in jazz, con l’aria oziosa e indagatrice di francesizzante flânerie che da lui ti aspetti: due sole canzoni per portarci lontano, lontano nel tempo… - quando il jazz era diverso e americano, quando qualche visionario pensava vedrai, vedrai… vedrai che cambierà… un giorno dopo l’altro.

A Francesco, ormai (quasi) tra i grandi, gli piace sempre da matti stare nel vivaio di Fabrizio Bosso.   

      Fondamentali nel trio gli altri due ragazzi Riccardo Oliva e Mattia Bassetti. Totalizzano in tre meno di 70 anni, forse un record a questi livelli. Ti chiedi come hanno fatto, come si sono incontrati, se sono nati tutti e tre insieme… stesso anno-giorno-ora? Si vede, come ognuno contagia bravura all’altro: suonano e si guardano, si guardano  e suonano… spielen. Sì, davvero giocano. 

-          Riccardo - dita lunghissime - imbraccia un lungo basso elettrico 6 corde che pare una chitarra. Lo tratta pure da chitarra quando serve, e fa bene. Però io non m’intendo, non so a chi rassomiglia quando suona così, son passati tanti fantastici bassisti al Cotton, lui neanche può averli visti tutti, eppure… Certo, che se fa parte del vivaio di Fabrizio Bosso… 
-          Mattia guida la batteria come una Ferrari a Montecarlo. Velocità. Precisione. Controllo. Nervi saldi. Pazienza. Resistenza. Sapienti pit stop. Tuoni e silenzi. Morbide carezze, timbri sferzanti dei piatti. Niente tracce di compiacimento sul volto, sogni. Cari e convinti applausi, ascolani.

Infatti, se fa parte del vivaio di Fabrizio Bosso…


E poi la tromba jazz Fabrizio Bosso: un monumento. Niente potrei dire, perciò, che non sia già stato detto. Dirò solo di come sia unica questa sua capacità di “adottare” giovani talenti, e indovinarci sempre, e suonarci insieme. Come “baricentro” stasera è stato perfetto. Ha fatto perfino 2 sorrisi.
 
PGC - 29 marzo 2025


10/05/24

Il senso del jazz (tra filologia e modernità)

KIRK LIGHTSEY QUARTET

KIRK LIGHTSEY PIANO  PAUL ZAUNER TROMBONE  WOLFRAM DERSCHMIDT CONTRABBASSO  DUSAN NOVAKOV DRUMS


ASCOLI PICENO – COTTON LAB  [Cotton Jazz Club Ascoli]    3. 5. 2024  h21

  “Il senso del jazz, tra filologia e modernità”: poteva essere questo, stasera, il titolo della straordinaria Lectio Magistralis in musica del - veterano - Kirk Lightsey e del suo - non veterano - quartetto al Cotton Jazz Club Ascoli. 

Una “lezione” entusiasmante e imperdibile, in cui il jazz standard della tradizione novecentesca è apparso diverso, libero da quella sua patina di tarda malinconia, lontano da quella sua immagine un po’ statica e prevedibile. Rinvigorirlo con un mosaico di sonorità abbaglianti e tuttavia rispettose, è ciò che ha fatto il pianista che forse più di tutti del jazz “antico” s’intende: Kirk Lightsey, appunto. Facendo emergere, di quel jazz, da un lato l’anima filosofica nascosta: la romantica rotondità dello swing - di lontano sapore beethoveniano, perfino - la pulsante energia sotterranea del blues, le prudenti o avventurose esplorazioni tra realtà e fantasia che di continuo fermentano in questo fluido genere musicale; producendo, dall’altro, continue innovazioni lampo sul tema, di sorprendenti e inesauribili tecnica, talento e giovanile energia.  Sempre con classe naturale, dialogando instancabile e felice in ogni maniera, teatralmente, coi suoi fidi musicisti e con noi. 

Neppure all’intervallo ci ha concesso riposo, abbracciandoci uno ad uno nei corridoi, al bar. Si toglie la giacca giusto alla fine del concerto. Prima, pattugliando i muri dell’auditorium con le locandine, i manifesti, i poster e i murales fotografici dei musicisti esibitisi nei decenni al Cotton (saranno più di cento!), s’era soffermato su ognuno con devozione e affetto: di tutti si ricorda, ha suonato con tutti… 

Oggi Lightsey viaggia nel tempo e non smetterà, rilancerà anzi ancora più forte, col suo jazz d’impianto tradizionale eppur fonte di “modernità” e di quelle sorprese che da lui ti aspetti… E tuttavia niente di spaesante, stravagante, funambolico. Con le dita sprint che si muovono con sicura gioia come sul velluto, nelle dinamiche percussive come nelle sospensioni mistiche; e note tante, ma col dovuto infinitesimale silenzio tra loro. E quei suoni determinati - temperati - e indeterminati, e il coesistere di modo maggiore e minore, le dissonanze al cubo, quei riverberi elicoidali ed eleganti. E quel tempismo d’incanto del quartetto, che tutto enfatizza. 

Per i tre, lo spartito è lui, comunicatore naturale che “vede” la musica prima di sentirla. Però attenti a quei 3, relativamente giovanissimi, ma tutt’altro che comparse. 

Il composto Novakov alla batteria, gli occhi puntati su Lightsey a intuirne e sottolinearne le invenzioni, le sue “riflessioni” sui piatti, le sue raffiche-di-pace morbide, i suoi pensieri sorridenti, sempre al tempo giusto. 

E Derschmidt-con-cappello al contrabbasso, magro ma tosto, finissimo solista, ordinato mediatore di suoni e di silenzi e complice delle trombonesche incursioni del possente Zauner - lì davanti col trombone a stantuffo di locomotiva a vapore dalle bassissime monumentali frequenze di vocalità di foresta - pensoso fabbricante di note d’avventura quasi buffe, quasi umane, chissà… forse di derivazione fiabesca. Anima nobile e perfino emozionale attore solista, declamatore autorevole di storie e canti baritonali in inglese (beh, con accento viennese…). 

BRA--VI.

PGC - 10 maggio 2024

 

 

25/04/24

Momenti di assenza



KRISTJAN RANDALU TRIO

“ABSENCE”

KRISTJAN RANDALU  PIANO      NELSON VERAS  CHITARRA      MARKKU OUNASKARI  BATTERIA

ASCOLI PICENO – COTTON LAB  [Cotton Jazz Club Ascoli]    19. 4. 2024  h21



 

       Pensavo fosse un trio strano. Ci sono - ma non è una barzelletta - un estone, un finlandese (due dirimpettai del freddo quasi vicini di casa, quasi russi), con in mezzo un brasiliano che non sembra brasiliano. Tre giovani ad occhio della stessa età, nerovestiti come usano gli architetti. Mai visti e mai sentiti prima (o sono sempre io l’impreparato, come a scuola). E senza contrabbasso – che intanto mi pare una strana “assenza”. Nella penombra del non pienissimo silenzioso Cotton, stasera ci si guarda e ci si saluta più col sorriso che con le parole (che strano, si son dimenticati d’accendere quel buon jazz d’accoglienza…), tra ombre che si cercano, che indugiano dove sedersi, che forse pensano: “ABSENCE”, cosa sarà che manca?


       No, al concerto non mancherà niente, anzi. Saranno tutte presenze (“presence”?) consapevoli di bellezza di ascolto di giusta e rara musica: indispensabili momenti di assenza del superfluo, che normalmente ci mancano perché ce li fanno mancare, o ce li rubano. 

Poi, non serve raccontarlo questo (strano) trio - almeno io non so farlo - anzi penso sia impossibile: il piano di Kristjan Randalu che irradia musica autoprodotta, improvvisata, romantica e abbagliante, rigorosa e asburgica, lirica e jazz (somiglia un po’ – essendone anche profondamente diversa – a quella di Keith Jarrett), che sembra suonata su 2 pianoforti distinti - uno di circa 3 ottave l’altro di 4 - in qualche modo “comunicanti” manco fossero i famosi vasi di Stevino…[una parte dei bassi del primo funzionano spesso anche da mezzo contrabbasso - che non c’è - mentre le note dell’altro mezzo contrabbasso mancante fuoriescono dalla chitarra di Nelson Veras!].

 

La batteria di Markku Ounaskari, che con leggerezza crea continui spazi liberi per la mente piuttosto che ritmiche divisioni o confini, evoca (immagino, non ci sono mai stato) popolari presenze di tradizioni e storie di Finlandia, di vite da romanzi russi, con slarghi paesaggistici di meditazione del Grande Nord. Mai Markku bastona i piatti, piuttosto li sfiora con le punte! In mezzo, la semiacustica di Nelson Veras che non si è mai fermata, anche perché essendo lei la terza solista su tre, nessuno spartito glielo ha permesso. Kristjan la coinvolge in tutto, dai complicati contrappunti aerei all’imperioso protagonismo confortante di (mezzo) contrabbasso.

 

Assenti gli accordi fascinosi ma arrembanti alla Jimmi Villotti, niente tracce di Sudamerica, ma decise sonorità di pianoforte, arpeggi d’acqua, dissonanze, per visioni e silenzi e rumori di foreste e di laghi… E a riprova che il movente del jazz è ovunque ci sia ansia e coraggio di liberazione e sperimentazione, Randalu, da solo, ci offre anche il “suo” Schumann delle canzoni romantiche, forse più alla mano per noi. Interpretandolo sempre nella scia della sua formazione classica, ne emerge un ritratto oltre il limite della scena rituale, pieno di astrazione, di poesia, di assenza.  


E’ l’essenza del jazz nordico, cui non manca niente.


  

PGC - 25 Aprile 2024

21/03/24

CHAMPIAN FULTON MEET ME AT COTTON LAB

 

CHAMPIAN FULTON TRIO

Champian Fulton: piano & vocals   Lorenzo Conte: bass   Andrea Michelutti: drums

Ascoli Piceno – COTTON LAB   15.3.2024   h 21.00


Stasera finalmente incontro Champian Fulton. 

La conoscevo appena di nome, e neanche in questo suo “Jazz classico” che pure  - bazzicando un po’ di musica - avevo qualche volta incontrato in automatico. Ma quanto poco li conoscevo! Ecco però che al COTTON LAB può capitarti di re-immergerti con gusto nuovo nel jazz di nostalgia e di qualità (quello “in bianco e nero”, oggi un po’ meno suonato se non addirittura lasciato nell’ombra) riproposto uguale ma diverso dalla brava e virtuosa Fulton finalmente incontrata in concerto. 

Non serve andare al BIRDLAND di N.Y. 

Se anche il Champian Fulton Trio del Cotton Lab non è proprio quello del Birdland Theater (con Fugushi Tainaka e Hide Tanaka da Tokio), ne andrebbe realizzato il CD, e cambiare due scritte… 

Anche i “nostri” Lorenzo Conte e Andrea Michelutti sono infatti gli strumenti giusti per la voce-strumento Fulton: si vede da come lei li guida, li ammira, li guarda con gioia. Sono suoi. Il livello è alto. C’è che, mentre lei suona e canta con gioia, guarda chiunque con gioia: la musica la fa felice e lei  esterna. Fulton-fabbrica di gioia. E quando parla – parla tanto – è come se suonasse: parla e canta a due mani, fa le scale, gli arpeggi, le dissonanze,+ i silenzi e i tempi del jazz. La sua voce eclettica è swing e blues. Le sue note sono parole in jazz. Mi ricorda Ray Charles. Canta come parla, parla come suona: non distingui la fonte, la provenienza. Il “solito” jazz classico diventa così una musica nuova, rinfresca perfino certi standard ascoltati troppe volte. La tastiera del piano, mai sotto stress, anche nei virtuosismi obbedisce senza faticare (anche sorridendo…). E mi pare che Champian lasci abbastanza in pace i pedali, le servono poco. Come sospetto che sia lei, sia la sua voce ad “accordare” gli strumenti! che dia lei la frequenza giusta, gli hertz, lei agli altri!

      E quei due? Lorenzo Conte (da Venezia) al contrabbasso: in velocità sembra un silenzioso gradevolissimo motore elettrico ma pare guidare su un binario, quando lento e autorevole sottolinea i fondamentali. Andrea Michelutti con la sua “batteria essenziale” che neanche un piatto in più: è la fantasiosa cremagliera del trio. Sempre presente e vario, sa emergere come eclissarsi. Con classe.

PGC - 21 marzo 2024 


03/02/24

Colorate pitture di Puglia

ROBERTO OTTAVIANO & Pinturas

Roberto OTTAVIANO sax Nando DI MODUGNO chitarra Giorgio VENDOLA contrabbasso Pippo D’AMBROSIO batteria

ASCOLI PICENO – COTTON LAB    26 gennaio 2024 - ore 21

Al Cotton Lab c’era oggi in concerto “A che punto è la notte”, l’ultimo CD di Roberto Ottaviano & Pinturas: tornando in auto, nella nebbia, pensavo a come raccontarlo, questo jazz “pugliese” (che a me pugliese non dice niente) che è forse diverso ma come diverso non so, che pare più difficile, più lento, più quieto… ma da dove comincio, devo pensarci su… mica puoi dire bravi e basta, mica puoi cincischiare sui quattro annaspando nel mare della loro sapienza tecnica, che poi a chi frega… Insomma ero a quel punto della notte che… basta, dormi! Neanche in testa qualche rimasuglio di nota, quelle sono già via, le potresti solo pensare, ah, ecco, le pensi! Non succede sempre. Solo col jazz che parla, che rischia, che vale, che vola.  

Poi la scelta del titolo. Roberto Ottaviano per i suoi singoli haiku musicali dice di aver scelto “A che punto è la notte” di Fruttero e Lucentini perché può racchiudere in sé molte altre atmosfere e richiami di sapore letterario (da Il buio oltre la siepe a Il lungo sonno a Tenera è la notte), per indagare nei naufragi esistenziali che ci angosciano nelle notti buie. E Pinturas, evocando “Avalanche” di Leonard Cohen, è come una piccola lanterna in questa ieratica ricerca di chi è andato via, nel buio. Vado riassumendo come posso, per dire che la penultima di copertina di questo CD va letta e meditata: perché, in questo jazz educato e brillante, ti fa da guida. Testi così belli e intensi sono rari nelle architetture dei CD, ma in quelle di Ottaviano è normale.

Allora sì che Pinturas-Pitture può essere il baricentro del titolo specularmente al buio della notte, nel senso che la musica di Roberto Ottaviano & C. evoca proprio delle pitture colorate, arcaiche o moderne, resistenti come quelle rupestri o volatili come d’arcobaleno. Altro che le “pitture nere“ di Goja, anche se conservano un po’ di malinconia. E poi “di Puglia”, intanto perché i quattro sono in sostanza baresi (qualcuno tradito pure dal cognome…). Ed è jazz dai colori di Puglia, se ascolti con gli occhi la chitarra di Nando Di Modugno produrre tutti i toni azzurri dell’increspato Adriatico; il ventoso e terrestre contrabbasso di Giorgio Vendola rumoreggiare di verde e marron della garganica Foresta Umbra; la batteria essenziale di Pippo D’Ambrosiodar chiare “spazzolate” (pennellate) barocche di grigio, il sax soprano d’oro di Roberto Ottaviano spaziare con eleganti acrobazie su tutti gli altri colori acuti, che in certi guizzi velocissimi - si sa - diventano bianchi.

PGC - 2 febbraio 2024