27/04/26

PER SOLI UOMINI

 

“Olympiade [trace]” 

COREOGRAFIA DI ANTONIO DE ROSA E MATTIA RUSSO/KOR’SIA


Ballet de l'Opéra Grand Avignon

 

PRODOTTO DA OPÉRA GRAND AVIGNON
IN OCCASIONE DEI XXXIII GIOCHI OLIMPICI ESTIVI DI PARIGI 2024


 

23 APRILE 2026
TEATRO DELLE MUSE 

ANCONA


Per soli uomini furono le Olimpiadi in antico. Sissignori. E non certo per la nudità degli atleti: giochi panellenici sì, ma rigorosamente preclusi alle donne così come agli stranieri, ai non parlanti greco, agli schiavi… [e le poleis declineranno proprio per questa tendenza entropica, per il loro non aprirsi all'esterno; ci vorranno Alessandro il Grande e la sua orientalizzazione del mondo - globalizzazione ante litteram - perché la civiltà greca risorga. Ma questa è un’altra storia, della quale certo non abbiamo fatto tesoro].


Dal gioco olimpico, dalle innumerevoli sue connessioni e implicazioni - umane, esistenziali, politiche - che trascendono l’ambito sportivo, il Ballet de l’Opéra Grand Avignon estrae una metafora universale - di competizione ma anche di relazione, di intreccio fra passato e presente, di identità individuale e collettiva - che con profondità di sguardo e originalità di analisi trasferisce nel vocabolario della danza.

 

Sulla scena disegnata come una porzione di pista di atletica, i danzatori compongono traiettorie che, così come la condizione umana, fluiscono dalla singolarità al gruppo, dall’individualità all’insieme, in una dinamica di aggregazione e separazione che supera il linguaggio dello sport e della stessa danza per farsi emblema di condizione esistenziale. 


L’atemporalità della competizione sportiva nella sue dinamiche immutabili - la sfida e la sconfitta, la solitudine e la coralità – dove si fa labile il confine tra il campo di gioco e il campo di battaglia, diviene qui il contenitore di un’esplorazione dentro la quale i corpi si muovono, ora solitari ora come unico organismo, in una tensione agonistica di scoperta e di conoscenza. 


Spazio e tempo ne sono le coordinate: nella ricerca di una spazialità che congiunga anziché separare, anche la linearità del tempo può modificarsi, passato e presente mescolarsi e sovrapporsi, divenire insieme strumento di una conoscenza di sé che sia anche acquisizione di umanità e prospettiva di futuro.


Ecco allora le traiettorie della danza trasformare i danzatori in figure geometricamente stilizzate, disegnate negli stessi moti ieratici giunti fino a noi coi meravigliosi vasi dell’antichità greca; ecco il gesto atletico fondersi con l’incedere sacrale dei χouroi greci, divenire tensione dinamica verso una ricomposizione temporale e spaziale che nella tradizione trovi ragioni e fondamenta per un futuro nuovo, ancora da progettare.

Il poderoso affresco coreografico che così ridisegna tempo e spazio, identità individuali e collettive, su questo palco è pura energia in movimento, incalzata e quasi travolta dall'ipnotismo del ritmo musicale: se convulso e implacabile è il fluire del tempo, il linguaggio della danza  affida qui alla metafora universale della competizione sportiva la ricerca di un argine e di un’alternativa; e l'energia che se ne dispiega è tensione – agonistica, questa, nell’accezione più alta – verso l’approdo ad un nuovo universo di relazioni, ad una diversa  connessione fra gli umani; e infine ad una vera, non mitologica, non utopica, metamorfosi del reale e del mondo.


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La realtà è molto più vasta di quanto siamo in grado di comprendere. Talvolta possiamo chiarire qualcosa soltanto confrontandoci con ciò che non sappiamo. E talvolta le domande che ci poniamo conducono a esperienze che sono molto più antiche, che non appartengono soltanto alla nostra cultura, al qui e ora. È come se ritornasse a noi una conoscenza che da sempre ci appartiene, ma della quale non siamo più consapevoli e contemporanei.

(Pina Bausch, Lectio magistralis)

 

 
Sara Di Giuseppe, 26 aprile 2026



 

17/04/26

INDIGNATI A GETTONE

(Trump, il Papa, gli indignati speciali)

Funzionano così, proprio come un tempo il juke-box: con lieve batticuore inserivi il gettone - le 50 /100 lire - e partiva la musica; ad avviarlo, in Happy Days bastava il pugno ben assestato di Fonzie, divertimento assicurato, tempi di leggenda.

Di chi parliamo?

Di chi altri, se non di quelli - partiti politici, ministri, capi di governo, figure istituzionali, pensabene e belllagente - che si accendono a gettone come il juke-box e tutti insieme indignati e furenti saltano su da poltrone, scranni, troni, scrivanie, sgabelli e strapuntini come avessero le molle: ed eccoli come un unico gigantesco juke-box  spargere ai quattro venti giaculatorie, alti lai, esecrazioni e condanne, scongiuri e corna bicorna, uno strepito che neanche i juke-box di quando s’andava a ballare allo chalet “da Giggino”.

Ed è successo perchè lo squinternato d’oltreoceano se l’è presa nientemeno che col Papaleone. 

Apriti cielo (alla lettera): si invoca ogni sorta di biblica vendetta sulla testa del “folle” e sui discendenti fino alla settima generazione; dalle cavallette alla peste nera compresi gli stadi intermedi, purché il putribondo non scampi ai più crudeli supplizi. 

Si grida infatti alla blasfemia, perfino! come se gli insulti fossero rivolti a un santo. (Pare sia stato visto, il buon Leone, impegnato in pittoreschi scongiuri – su consulenza di prelati di origini partenopee - avendo considerato che per essere ufficialmente santi occorre prima essere ufficialmente morti.)

Giusto indignarsi, va da sé, l’insulto non è mai stato espressione di civiltà.

 

D’altronde lo squinternato non ha finora risparmiato nessuno, neppure la compagnuccia preferita di giochi, tale Melona. Figurarsi se lasciava in pace il papa, che pur essendo ammericano s’è macchiato di colpa grave non indossando il rosso cappellino MAGA come l’ubbidiente Tajani - lo statista che il mondo ci invidia - e ostinandosi ad indossare il solito zucchetto bianco.


O, più probabilmente, non dev’essergli andato giù che lo IOR vaticano abbia recentemente deciso di spostare milioni di dollari di investimenti dai titoli del Tesoro (necessari a Trump per abbassare il debito statale) verso le azioni di comparti produttivi più “etici” (con prevedibile influenza sulla finanza cattolica mondiale).


Insomma, un follow the money - di geniale falconiana memoria - in salsa vaticana? 

Senonchè: forse il juke-box nazionale era in panne nei mesi scorsi, perché certo il coretto degli indignati a gettone se n’è stato muto come la tomba di Tutankhamon quando il criminale israeliano sterminava il popolo di Gaza; quando seminava morte, terrore, macerie fra i civili, li vaporizzava con le bombe, li ammazzava con la fame e con la sete. 


Non un belato di riprovazione e condanna, men che meno sanzioni allo stato genocidario e di fatto complici di quello. 

Per contrappeso, voce grossa e manganelli sulle piazze per Gaza, insulti e dileggi per i volontari di Flotilla. 


Uguale copione per l’Iran aggredito: non un belato per l’aggressione a una civiltà plurimillenaria minacciata di annientamento dal bullo yankee, zerbino del criminale di guerra Netanyahu. 

Anime belle,  tutte queste, silenti come frati trappisti allora, folgorate oggi sulla via del Vaticano.

Le vie del Signore sono davvero infinite. 

 

Per concludere banalmente, come non si stanca di insegnarci l’antico proverbio, il cieco, credendo di farsi il segno della croce, si ruppe il naso.

(J.Saramago, Cecità, 1995)

 

Sara Di Giuseppe - 17 aprile 2026

03/04/26

Mamma, mi scappa l’aereo…


Scusate se non parlo di una tragedia di peso mondiale come la disfatta della nazionale di calcio italiota, bensì di un tema del tutto secondario e marginale come le guerre e le catastrofi in corso.
Il fatto è che abbiamo un governo che quotidianamente sforna perniciose cialtronerie al ritmo di braciole arrostite alla Bisteccheria d’Italia.
Il fatto è che abbiamo un ministro della guerra che gli passano sulla testa gli aerei USA senza chiedere scusi si può? e lui se ne accorge quando di colpo sctùmp! gli si stappano le orecchie.
Perbacco, dev’essersi detto, questo non si fa. Quindi niente atterraggio a Sigonella, dietro front, marsch, a casetta vostra, con noi non si scherza.

Che statura, signori miei, che coraggio, che muscoli!
Avercene, statisti così.
 
Infatti la grande stampa in preda all’estasi plaude alla prova di forza, tira fuori il Craxi dell' '85 e il rifiuto di consegnare all’America i terroristi palestinesi della Lauro atterrati a Sigonella, rivendicando all’Italia la competenza territoriale e giuridica, con conseguente incidente diplomatico (salvo poi lasciare andar via senza processo Abu Abbas capo dei terroristi…)
 
Senonchè stavolta nessuna prova di forza da parte italiota nei confronti degli USA (opperbacco, niente eroi?...), ma solo l’applicazione di un vincolo normativo: l’uso delle basi americane in Italia per azioni legate a teatri di guerra è consentito soltanto previa approvazione del Parlamento italiano.
Gli americani - furbi o sbadati - si sono ricordati di avvisare quando gli aerei erano già in volo e il ministro della guerra s’è svegliato per il rumore che facevano e non c'era tempo di riunire il Parlamento… Errore umano, distrazione, so’ ragazzi.
 
Tutto normale dunque, signori miei, non strumentalizziamo e bando alle ciance. Nessuna eroica disubbidienza italiota all’Ammerica.
“L’Italia rispetta i trattati” si sgolano come un sol androide Crosetto e Melona. E "le basi sono attive, in uso, nulla è cambiato.” 
E ne sono fieri…
 
Mica siamo la Spagna di Sanchez, noi!
 
Ma ci sarebbe quell’inciampo, quel benedetto Articolo 2 dell’Accordo Quadro  bilaterale Usa-Italia del ’54 che consente l’uso delle basi in Italia solo per operazioni NATO; e che - nella forma ammorbidita del ’95 - in caso di operazioni non NATO, vincola comunque l’accesso alle basi al consenso del governo italiano previa approvazione parlamentare.
Bubbole: i nostri governanti, che ne sanno una più del diavolo, con la giravolta contorsionista che l’essere fantocci e marionette consente loro, eludono serenamente il vincolo, e quegli aerei possono muoversi dalle basi americane in Italia verso zone di guerra senza richiedere consenso alcuno essendo voli cargo, dunque impegnati in attività non cinetiche ma logistiche. Et voilà.
Basta far credere ai gonzi, con l’avallo della (dis)informazione giornalistica e mediatica, che dare supporto logistico di ogni tipo agli apparati militari di paesi impegnati in teatri di guerra non significhi aiutare quelle stesse operazioni belliche ed essere quindi alleati e complici di bombardamenti e quant'altro.
 
Ed è esattamente ciò che fanno da settimane, con gli aerei americani liberamente in volo dalle basi italiane verso l’Iran e i paesi del Medio Oriente coinvolti nella guerra, nel silenzio complice della maggior parte della stampa, nell’inerzia delle opposizioni, col tacito avallo (ma non mi dire...) del capo dello Stato.
 
Siamo i migliori nel ramo: l’abbiamo fatto in altri anni e in altri scenari di guerra come in Iraq e altrove, dando supporto logistico e armi e uomini con tanto di autorizzazione parlamentare e firma del capo dello Stato (Parlamenti e Presidenti hanno sempre dato il loro consenso!). 

Ci siamo sempre stati anche noi, nella distruzione di quei paesi e delle loro popolazioni; lo facciamo ancor meglio oggi perché siamo più furbi e sappiamo nasconderci dietro i cavilli, mascherando da attività logistica (non cinetica, eh!) quello che è a tutti gli effetti il nostro supporto ad una guerra illegale e alla catastrofica distruzione di interi territori.

D’altronde vuoi mettere la soddisfazione, per l’Italia, di essere “una piattaforma geostrategica unica all’interno dell’Europa” per gli interessi ammericani? Lo dicono loro stessi in documenti diplomatici, che ”l’Italia è la sede dalle più vaste capacità militari che noi americani abbiamo in qualsiasi parte del mondo fuori dagli USA” *
 
Dunque no panic: l’Italia non è una femminuccia come la Spagna di quel mollaccione di Sanchez, né si è mai sognata di dire  “noi non parteciperemo in nessun modo a questa guerra” (per esempio vietando i nostri cieli ai sorvoli USA e l’uso delle basi americane sul nostro territorio in operazioni non Nato).

Diamine, signori miei, siamo uomini o caporali?


Forse che non è la guerra la fonte e il coronamento di ogni celebrata impresa? E che c’è di più pazzesco dell’impegnarsi, per non so quali cause, in un confronto da cui, immancabilmente, ognuna delle due parti trae più danno che guadagno? (..) C’è bisogno di gente ben piantata, con moltissima audacia e pochissimo cervello (…) Per il resto questa impresa tanto egregia della guerra è affidata a parassiti, ruffiani, briganti, sicari, imbecilli, debitori e altri rifiuti del genere (…)
 
(Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509)


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*fonte: Stefania Maurizi, giornalista freelance, intervistata da Peter Gomez
 
Sara Di Giuseppe - 3 aprile 2026

25/03/26

LA SOSTANZA DEI SOGNI

 

 

BALLETTO DI SIENA
Fellini. La dolce vita di Federico

Coreografia e regia 

Marco Batti


Musiche 

Nino Rota, Nicola Piovani, Max Richter


Senigallia – Teatro La Fenice – 20 Marzo 2026



 

 

 

 e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita.

    (W.Shakespeare, La tempesta)

 

 

     Se è vero che siamo della sostanza di cui son fatti i sogni, allora è il cinema di Fellini quello che più di ogni altro ha attraversato il reale con la leggerezza del sogno, consegnandoci una visione del mondo che nelle sue sorprendenti folli sfaccettature è stata soprattutto e sempre sguardo interiore, certezza che se la vita è sogno, “è pur sempre una festa, la vita”. 

Lo dice sornione il Guido Anselmi/Fellini in Fellini 8½ ; sembra pensarlo il giovane Fellini in questa coreografia, spettatore disincantato e curioso a un tempo della comédie humaine che davanti a lui si srotola come di un film la pellicola e come in un gioco di specchi rimanda la visionarietà del suo genio che plasma figure di struggente bellezza.

 

    Hanno, queste, il volto di Gelsomina e di Zampanò e del Matto coi loro universi di solitudini e di silenzio, hanno la coralità barocca del pianeta circense, hanno la sensualità ingenua dei ricordi adolescenti, la grazia stravagante delle storie cucite sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiate in un danzare fastoso che fonde l’eleganza dei corpi al vigore di un tessuto musicale di ineguagliata suggestione.


     E nell’incerto spazio tra il reale e l’onirico, disegnate dal sicuro talento dei danzatori e dalla sapiente regia, prendono forma e corpo le immagini e le maschere - struggenti e comiche, grottesche e tristi, sempre universali - di quel cinema e di quella poetica. 

Così l’inebetita provincia italiana de I Vitelloni trascolora nelle atmosfere decadenti e glamour di una Dolce vita romana che è soprattutto miraggio e malinconia; si volge al passato in un intimo Amarcord in bilico fra sogno e memoria sullo sfondo di un presente che inquieta; diviene affresco di una realtà che l’alter ego felliniano osserva ironico dalla nebbia delle proprie dissonanze interiori  in Fellini 8½


Ed è dalla Gelsomina de La strada - là dove per Federico tutto comincia - che la coreografia attinge nel disegnare l’artista che in quegli anni lontani tracciava strade nuove per il cinema italiano, e nella cronaca di una marginalità desolata e cruda superava stereotipi e conformismi, scandalizzava il benpensantismo dell’italietta bacchettona di allora. E soprattutto creava poesia. 


     Termina infine nel punto stesso da cui era iniziato, il viaggio di stasera intorno a Fellini: con rigoroso andamento circolare, le note de La strada aprono e chiudono la narrazione della sua parabola artistica e di quel suo “sciamanesimo misterioso” - nella definizione di Andrea Zanzotto - che la danza sottrae qui agli stereotipi celebrativi per restituircene intatto il prodigio; perché è nella danza che il pianeta felliniano sembra trovare la forma che più somiglia alla leggerezza, alla creatività visionaria e geniale del regista.


     E su questo palco non abbiamo visto solo l’eccellenza dei danzatori, interpreti a tutto tondo; né solo il rigore di una regia colta e attenta; né solo l’alchimia che fonde il tessuto musicale all’alfabeto della danza. Ciò che abbiamo visto è anche l’omaggio affettuoso e intenso, trascinante e devoto, all’artista che ha lasciato l’orma dei grandi nel cinema e nella realtà di tutti noi; che non smette di parlarci con la grazia leggera dei classici; di ricordarci che, se abbiamo noi stessi la sostanza dei sogni, ogni sogno è allora possibile in questo circo grande e straordinario che è la vita.

 


https://youtu.be/ujN7QQ9sCZw?is=yop1GoNOdn28cGIP


Sara Di Giuseppe - 24 marzo 2026