13/07/26

SPARATEVI!

[ECCO COSA VUOL DIRE QUANDO SI RICEVONO CERTI REGALI]


     Sparatevi tra voi! Ecco 31 pistole turche 6 colpi a tamburo Salsilmaz SR-38 personalizzate e 186 proiettili (31x6=186). Sparatevi - magari sfidandovi a duello e finiamola qui. A che cazzo servono questi vertici NATO se siamo tutti d’accordo a continuare le guerre? Date l’esempio ai vostri popoli: sparatevi! Pistole e munizioni ve le regalo io, Erdogan il Grande.  

     Nessuno si è sparato. Tranne Inghilterra e Olanda - che ah, come se ne pentiranno! - gli altri 29 i cofanetti con pistole e munizioni se li son riportati a casa, come souvenir!  Pure la melona! [e noi tapini che quasi speravamo su un corale civile sdegnato rifiuto, bastava un NO GRAZIE]


     Ma - abbiate fede - sarà emozionante e spettacolare quando al prossimo vertice NATO, al termine dei “lavori”, poco prima o poco dopo la scenografica foto di gruppo per i posteri, il padrone di casa di turno - un altro Erdogan - regalerà a ciascun primo ministro un meraviglioso e possente lanciagranate d’argento con dedica, e ci saranno 31 (circa) pirotecniche esplosioni automatiche simultanee… un magico BUUMMM elevato alla trentunesima potenza (circa)! 


[Tranquilli, è già successo con successo in passato: negli uffici della Polizia polacca, con un lanciagranate ricevuto in dono dall’Ucraina. Era una prova.]

 

 PGC - 10 luglio 2026

09/07/26

RADICI

  foto Le carré

XXXIII Festival

Civitanova Danza 2026

 

NÄSS (LES GENS)

Coreografia di

FOUAD BOUSSOUF

 

Centre Chorégraphique National du Havre Normandie 

 

Teatro Rossini – Civitanova Marche

3 luglio 2026



 

... è ciò che percepisco ogni volta che torno in Marocco: una società che ha trovato una voce unica tra modernità e un profondo radicamento nella tradizione immutabile. Questo contrasto mi attrae e sprigiona una forza che cerco di catturare, osando affrontarla attraverso la danza.

Fouad Boussouf

 

=================

 

L'imprescindibilità delle radici, delle vibrazioni che dal legame con la propria terra si propagano al nostro essere, ne modellano l’identità e la intrecciano saldamente al respiro del mondo: è, tutto questo, fondamento di una visione dell’esistere che Fouad trasforma in coreografia e narrazione, dialogo interculturale e ricerca di universalità. Una sorta di effervescente “sacro tumulto” ne scaturisce sul palco, all’incrocio fra tradizione e modernità.

Näss, dunque: Popolo, in arabo. Non c’è altro punto da cui partire che questo, se si è in cerca di radici: il popolo. 

E nel Marocco degli anni ‘70 “Näss el Ghiwane” fu il nome che un carismatico gruppo musicale si diede, e ai suoni e alla cultura della tradizione si ispirò per farsi portavoce di istanze sociali e protesta popolare.

Sul solco tracciato dai Näss, con l'eccezionale aura che li accompagnò, Fouad rivive le tradizioni delle danze marocchine e le suggestioni della cultura Gnawa* (fusione di tradizioni subsahariane e sufi islamiche): e lo fa in una prospettiva dialettica, così che il sostrato culturale si combini con la vasta gamma di tecniche della modernità coreografica e musicale - dal jazz all’ hip-hop alla danza urbana - e di ciascuna trascenda i confini culturali, ne risolva i contrasti.

La “performance esplosiva e sensuale” che ne nasce, col suo linguaggio di movimento corale e unificante, è al tempo stesso celebrazione di unità e fratellanza, e tensione ideale al superamento di barriere culturali, di muri ideologici che sono tristemente cifra del nostro tempo confuso.

In quella sorta di rito collettivo che ne scaturisce, ogni singolo interprete è portatore di un vocabolario di movimento che è tuttavia di assoluta unicità: pura energia dinamica, disciplinata da padronanza assoluta di una vasta gamma di tecniche. 

L' ispirata regia coreografica ne raccorda ogni elemento in un unicum potente e coeso: vi percepiamo, anche là dove la danza trascinata dall’ ipnotico tessuto musicale sfiora la trance, il fluire - quasi palpabile da un danzatore all’altro - di una corrente che è affinità profonda, condivisione e fratellanza - pur nella provenienza dei danzatori da formazioni tecniche e background diversi - e che è forse, molto semplicemente, gioia di vivere.


Nello studio - quasi cesellato - del singolo gesto, i corpi sono altorilievi scolpiti su una scena spoglia e rigorosa, dove il ritmo dei piedi nudi scandisce ipnoticamente il tempo, e il moto ora individuale ora collettivo ma sempre energicamente unitario riempie lo spazio di quel respiro fisico e mistico al tempo stesso - così lo stesso Fouad - che è soprattutto esaltazione generosa e potente della collettività.

 

Le radici berbere del coreografo - figura di spicco della danza contemporanea internazionale, insignito in Francia del titolo di Chevalier des Arts et des Lettres -emergono orgogliosamente vivide in questo Näss: seconda creazione di un trittico il cui filo conduttore - la memoria del mondo arabo - non è accademica e astratta evocazione bensì materia su cui innestare la comprensione del presente.


È così che per Fouad le atmosfere quasi mitiche dell’infanzia, il mondo arabo della sua immaginazione, gli sconvolgimenti conosciuti dalla sua terra diventano altrettante forme da stilizzare attraverso la danza: e questa, con la sua carica tribale e fisica, con la sensualità unita alla perfezione tecnica dei suoi interpreti, diviene poderoso vivificante strumento di riconnessione con le vibrazioni interiori e con le proprie radici.

 

 

 *Riconosciuta dall'UNESCO Patrimonio Immateriale dell'Umanità

 

Sara Di Giuseppe - 9 luglio 2026
 

03/07/26

“Mio Mehmet…”

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos


“PER L’AMOR DEI POETI”

 

======

Poesie 

Nazim Hikmet

Voce solista, suono e regia

Vincenzo Di Bonaventura


Ospitale delle Associazioni - Grottammare    1 luglio 2026

 


 

Mio Mehmet…  

    

Da una parte

           gli aguzzini tra noi 

           ci separano come un muro

d’altra parte 

          questo cuore sciagurato 

          mi ha fatto un brutto scherzo

mio piccolo, mio Mehmet

forse il destino

m’impedirà di rivederti

 

(N.Hikmet – Forse la mia ultima lettera a Mehmet)

 

 

 

Lire tremilanovecento - fine secolo scorso, 1996 - il costo del volumetto di poesie di Nazim Hikmet - Tascabili Economici Newton - con traduzione e introduzione (preziose entrambe) di Joyce Lussu.

Fedele compagno di viaggio per Vincenzo, è qui anche stasera: sul leggio le pagine ingrandite formato lenzuolo, vissute e segnate dall’uso, custodi di poesia, tra  percussioni di sapore etnico e impianto acustico e cavi e allacci da stazione NASA prima del decollo dello Shuttle.

 

E ospiti di una stazione spaziale orbitante ci sentiamo stasera come nelle altre sere di questo Per l’amor dei poeti; in uno spazio semideserto (l'intelligencija locale orbita altrove) navighiamo in compagnia di immensi poeti, con Vincenzo mai guarito dal mal di poesia e di teatro, malattia senza antidoti o vaccini (e neppure bastano, a guarirne Vincenzo, l’indifferenza e il deserto di cultura intorno).

Non ci si può saziare del mondo / Mehmet / non ci si può saziare: il testamento per il figlio bambino è dichiarazione d’amore per la vita, per Mehmet, per sua madre Münevvér che sarà bella anche all’età delle nonne / come il primo giorno che l’ho vista / quando avevo diciassette anni. 

È inno d’amore per il suo popolo e la sua terra: lui perenne esiliato di un esilio infinito e d’infinita nostalgia, lontano dalle mie canzoni / lontano dal mio sale e dal mio pane. 

 

È poesia che non lascia scampo, quella di Hikmet, perché sempre poderosamente poesia civile: lo è quando parla d’amore perché l’amore s’inscrive totalmente nel suo slancio ideale; lo è quando parla di guerra e parla alla Sentinella alle porte di Madrid e i tuoi piedi nudi gelano; lo è nello slancio solidale, O uomini, uomini miei; lo è nella lucida coscienza di classe, vi nutrono di menzogne / mentre affamati / avete bisogno di pane e carne; lo è nella spinta rivoluzionaria, nonostante la persecuzione di un potere sanguinario e la lunghissima prigionia, nonostante la perenne minaccia di morte per impiccagione.

 

Mal di poesia, dunque, anche quella di Hikmet, che né esilio, né prigionia sopraffanno e dalla cella dove anche la scrittura è impedita, i versi elaborati nella mente sono affidati alla madre e agli amici perché li imparino a memoria, e li diffondano, perché le vostre mani non restino cieche come l’oscurità.

 

Feroce come tutti i poteri che uniscono la stupidità alla forza, quello che vieta le sue poesie - Nella mia Turchia / nella mia lingua - non può tuttavia impedire che esse volino ovunque, in Turchia come in tutta Europa, le trovano perfino nelle tasche dei combattenti per la repubblica in Spagna.

 

“Sapeva viaggiare”, scrive di lui Joyce Lussu, e nonostante “il battere faticoso del suo cuore tra un infarto e l’altro” ogni angolo del reale, ogni lacerto del quotidiano sapevano per lui diventare poesia: di quelle tappe, di quelle narrazioni poetiche la voce dell’attore-solista, le percussioni ipnotiche ci restituiscono il vitalismo e - come in Concerto in Re minore n.1 di J.S.Bach - la meraviglia della vita che continuamente si rinnova - rinnovamento dei miei giorni / simili gli uni agli altri / differenti gli uni dagli altri… Il miracolo del rinnovamento, mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi.

 

Cantano, Vincenzo e il suo djembe, la meraviglia di Praga che è uno specchio stregato - incisa su una coppa di vetro / incisa con un diamante. Risuonerebbe se la toccassi - e la nostalgia che assale implacabile: C’è un Mehmet a Istanbul che ha compiuto sei anni

Cantano Madrid davanti alla sentinella muta - Chi sei /come ti chiami / quanti anni hai? Parigi prima che bruci Finchè ancora tempo, finchè il mio cuore è sul suo ramo; e Berlino Anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza / posso dire di aver vissuto / da uomo…; e ancora Varsavia E poi ho capito che da lunghi anni stavo in quel treno…

 

Ai giganti assurdi e abbietti del mondo, Hikmet - come il suo Don Chisciotte - oppone la grandezza dell’uomo, il vivere / come se mai tu dovessi morire. 

Vivendo sempre, lui stesso - scrive Joyce Lussu - come un uomo libero, nonostante i tentavi di annientamento fisico e psicologico, cantando per vincere la tortura - scrive di lui Neruda - qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. 

E - soprattutto - amando disperatamente quella sua terra turca e al tempo stesso ogni terra che abbia attraversato: fra tutte la sua seconda patria, la Russia di Majakovskij, di Esenin, di Pasternak; e di Chagall che affrescava il Teatro di Stato; e di Esenstein e del nuovo cinema, e quella del Teatro della Rivoluzione… 

E quella di Lenin,“il padre grande e favoloso” accanto alla cui salma monterà la guardia, immobile, il 22 gennaio del 1924.

 

Mehmet, piccolo mio […] morirò nel paese dei miei sogni / nella bianca città dei miei giorni più belli. 

 

E sarà il 3 giugno 1963, nella bianca città da cui i tempi di leggenda sono ormai tramontati e la blusa gialla e Majakovskij e Esenin e il Teatro Realista e il battito epico della fede rivoluzionaria sostituiti dal volto arcigno della repressione e del conformismo.

Vi aveva reagito, Hikmet, da “uomo d’onore” imbracciando l’arma della satira e quella invincibile, inarrestabile come il vento, della parola.

È inutile, Ivan Ivanovič. L’Unione Sovietica è davvero la mia seconda patria e io amo molto il suo popolo. Appunto per questo devo agire come agisce qualsiasi uomo d’onore…  (N.Hikmet – Ma è mai esistito Ivan Ivanovič?)


================


A Praga sorge la luna giallo limone.

Sto qua

     davanti alla casa del dottor Faust

Busso alla porta che non s’aprirà

     tardi nella notte.


(N.Hikmet, Ore di Praga)

 

Praga, plenilunio - 30 giugno 2026 - Foto di Xenie Slobodová


 Sara Di Giuseppe - 3 luglio 2026

 

Fresco da Dio

 

PGC - 29 giugno 2026