22/10/26

Gli accecati

  Quem Iuppiter vult perdere, dementat prius.

Perchè siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
(J.Saramago, Cecità, 1996)
 
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      Se Giove (o Dio) acceca colui che vuol perdere, il nostro tempo e la nostra Italietta di politici da avanspettacolo, e di stampa e media in tutto degni di loro, ce ne offrono la più solare delle conferme.

Il nostro paese s’incendia - il fuoco divampa anche in Francia, Spagna, Portogallo, Albania, Belgio… - e protesta e malcontento, rabbia e frustrazione scendono in piazza con studenti e scuole; il nostro Sud agonizza e le conseguenze già catastrofiche degli scioperi preannunciano una metastasi che risalirà presto lungo lo 

stivale… 

E l’attenzione di politica, stampa e media è tutta e soltanto per le violenze e gli eccessi. 

 

Che sono da condannare, serve dirlo?

 

Ma qui da noi il proverbiale stupido che guarda il dito e non la luna non potrebbe essere rappresentato più plasticamente: i tumulti non smuovono di un’unghia l’imbecille arroganza dei politicanti, né scalfiscono la servile complicità di stampa e media televisivi. Anzi, le Marie Antoinette de noantri osservano sdegnate d’in sul verone e alzando un sopracciglio proclamano se non hanno pane, che mangino brioches. 

      (Ma i cuginetti d’oltralpe con le rivoluzioni ci sapevano fare anche allora, e la ragazza si giocò meritatamente la testa…)

 

Politicanti d’ogni colore e schieramento, media televisivi, giornaloni e lecchini fanno a gara nel riempire prime pagine e lenzuolate di cronaca per narrarci - concitati e sdegnati - quanto brutti e cattivi e maleducati siano questi ragazzi che si abbandonano alle violenze, signora mia.

Fingono di non sapere che quei brutti e cattivi sono il prodotto di un sistema e di una politica che ha scientemente coltivato nei giovani e nei ceti più fragili l’ignoranza e il conformismo come instrumentum regni.

Incapaci di capire, questi impresentabili “giullari mediatici”, che qui e ora è capolinea e punto di non ritorno di una politica prostituita - non da oggi ma oggi più che mai - alle logiche economiche; che ha immolato lo stato sociale sull'altare del mercato; che ha alimentato l’ingiustizia e il conseguente odio sociale; che ha negato il futuro alle nuove generazioni; che sempre ha concepito il potere come carriera e privilegio e mai come servizio.

Continueranno incrollabili, i presunti giornalisti e porgi microfono, a mostrare immagini di infinite cariche  - "di alleggerimento" (!) le chiamano - e fumogeni, ad intervistare negozianti comprensibilmente affranti per le vetrine rotte e il negozio saccheggiato.

Continueranno, sindaci come Sala e pseudo-autorità locali assortite, a chiedere più Polizia armata e pugno duro.

Continueranno, gli inetti cialtroni al governo e ai vertici delle istituzioni, ad invocare pene pecuniarie (!) per i genitori dei delinquenti in erba, e tasse per chi organizza manifestazioni.

Continueranno a non vedere d’aver toccato il fondo dell’imbecillismo politico e della sciatteria e complicità amministrative; a non interrogarsi sui motivi profondi della violenza e sui veri colpevoli, sui responsabili che ne hanno creato e alimentato le condizioni.

 

Accecati dalla propria stessa arrogante inettitudine i governanti; accecati da opportunismo e carrierismo televisioni, giornalisti e opinionisti; accecate da ingegneria poltronistica le opposizioni; accecati da farisaico conformismo i pensabene e bellagente.


Incapaci, tutti costoro e il relativo cucuzzaro dei pennivendoli, di vedere che la tragedia di una civiltà in rovina non si sana con le prediche e i moralismi, né col manganello, né con lo schieramento di militari col mitra in mano (e già…) né con la militarizzazione di ogni apparato della vita pubblica né con arcigni emergenziali decreti legge (vedi quello che i cialtroni si accingono oggi a varare).

 

Se non avessero studiato la Storia sul Bignami - e pure male - saprebbero che sempre le rivoluzioni portano eccessi e violenze: chi le commette ne è pienamente colpevole e responsabile, ma non meno grave e completa è la responsabilità di chi ne ha creato le basi e le condizioni.

 

E non saper andare oltre  i moralismi sulle vetrine spaccate e le auto bruciate significa essere ciechi che non vedono la profondità, la drammaticità e la serietà, forse l’irreversibilità della crisi, non aver capito che la Storia scorre proprio come i fiumi scorrono e con sé trascinano anche ciarpame, detriti e perfino cadaveri.

 

L’incendio che investe l’Europa forse porterà, al di là della violenza, a rifondare una politica degna di questo nome, a dare aria alle stanze liberandole degli squilibrati nei ruoli apicali delle istituzioni nazionali, europee, mondiali; dei ceti politici che come il nostro trafficano in armi e sono complici di genocidi; dei governi che dopo aver distrutto stato sociale, diritti, futuro, trascinano ora le nazioni verso la guerra permanente.

 

Forse succederà. O forse non accadrà mai.


Per ora, il Macron che mentre le città e i Municipi e le chiese di Francia bruciano, assiste all’esclusivo concerto di Céline Dion, è la perfetta Marie Antoinette del terzo millennio.


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La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse o spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.


(J.Saramago, ibidem)

 

Sara Di Giuseppe - 19 ottobre 2026

18/10/26

Chiusa CartaCarbone

Chiusa CartaCarbone. E’ finita così senza un vero perché  (Michele/LittleTony – 1965)

A San Benedetto continuiamo a perdere i pezzi migliori e non c’importa niente

 

 

Senza andare tanto indietro nel tempo, partiamo dai cinema di città demoliti, chiusi o abbandonati, quando è andata bene sostituiti da sperduti, grassi e sgraziati surrogati edilizi senz’anima. Pezzi persi. 


Poi la Palazzina Azzurra concessa oramai a cani e porci: una sorta di Airbnb dell’arte-con-meno-arte.

Le due storiche librerie degli ultimi due veri librai chiuse o metamorfizzate. Perse anche quelle. 

I nostri faticati ma decorosi alberghi per foresti? Persi: trasmutati in giganteschi soprammobili di vetro, in caricature di boschi-verticali, in simil-torri d’avvistamento gonfie di residenze d’oro, i SUV sottoterra. 

L’onorato lungomare dell’orgoglio sambenedettese: ahi, un cantiere eterno da cui non vedi più il mare. 

Persa anche la popolarissima centrale Piazza del mercato Montebello, arata con cattiveria per piantarci decine di pali-della-cuccagna con vele marinaresche (si teme volatili). Alberi farebbero male.

L’ex stadio-del-cuore Ballarin (difeso ad ovest dal nuovo Muro [littorio] del Pianto di Piunti): abbattuto e dato in pasto ricco al famoso (formaggioso) “archistar dei laghetti e dei tappi di cemento sui campi di calcio”, che non raccapezzandocisi più - per i leciti mugugni da bar, anche degli ultras - forse ci ficcherà pure i nuovi carrarmati per Kiev ferocemente tecnologizzati dalla costola Crosetto-Leonardo lì a fianco. 

E l’affettuoso Pino Bar della pineta della nostra vecchia gioventù divenuto Re di sbevazzanti apericene?


         Ma come San Benedetto, anche il circondario perde i pezzi: per esempio, a Ripatransone - che col cavolo diventerà Capitale Italiana della Cultura, dopo lo show (abortito) all’Anfiteatro delle Fonti del Falsissimo Fabrizio Corona - nella moderna ma giusta Biblioteca Comunale hanno accatastato tutti i libri come legna da ardere per far posto a una scuola privata di balli lisci, di sala, caraibici e Kizomba (?) e a corsi di “Yoga in Biblioteca”. Col patrocinio del Comune! 

Ma chi se ne importa… (G. Morandi - 1969).


  Veniamo ad oggi: CartaCarbone della Galleria Piunti ha chiuso. Forse Pierluigi e Rossella erano stanchi. Forse il loro particolare ma prezioso lavoro di artigiani creativi, di grafici artisti, di abili impaginatori e confezionatori di libri d’arte stava evaporando, per una clientela ormai infettata di tecnologia de noantri, di ignoranza diffusa e di Intelligenza Artificiale a gogò. CartaCarbone - marchio splendido, evocativo - era unico. Due bei locali che profumavano di carta e di inchiostri. Due professionisti appassionati, esperti, competenti. Due vetrine di idee stimolanti, divertenti, leggere, fantasiose, ottimiste, ora tutte tappate di bianco come un temibile Laboratorio di Analisi Cliniche. Come i finestroni liberty oscurati di bianco (!?) della Palazzina Azzurra, che la fanno sembrare un ospedale di mare (chiuso il lunedì). Ma qui è chiuso per sempre. CartaCarbone, l’ennesimo pezzo buono che perdiamo e non sarà l’ultimo. 


Ma chi se ne importa.

 

PGC - 17 ottobre 2026


 

12/10/26

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.”


 

Kafka: 

Proces / The Trial


Coreografia 

Mauro Bigonzetti


Scene, luci, proiezioni video 

Carlo Cerri


Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga

Primo ballerino 

Giovanni Rotolo

 

Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati -  “Teatro Mozart”)

Praga – 6 Ottobre 2026  h19




“… perché una mattina è stato arrestato senza aver fatto nulla di male”: nell’incipit del romanzo c’è già la terrificante normalità di una discesa nell’alienazione e nella perdita di controllo.

 

Nella coreografia di Bigonzetti – che si attiene solo parzialmente al kafkiano “Processo” - gli interrogativi esistenziali sul rapporto fra l’uomo e il sistema, fra l’individuo e il gruppo si trasferiscono dalla scrittura al linguaggio del movimento: la vicenda di Josef K. ne emerge al pieno del suo potenziale drammatico e l’oppressione del sistema, l’incomprensibilità di questo, divengono forza fisica e coercizione, prigione che chiude lo spazio intorno; il movimento, da espressione di libertà qual esso è in natura, diviene strumento di controllo e dominio.

 

Accade sul palco ciò che già sappiamo dal romanzo di Kafka: in un giorno qualsiasi della vita solitaria e irreprensibile di Josef K., al risveglio di un mattino qualsiasi, tre  uomini (due nel romanzo) notificano a Josef il suo arresto, senza specificare alcun capo d’accusa. 

Non viene rinchiuso in cella, non viene privato della libertà, può continuare a lavorare e, salvo l’incombere su di lui di questa misteriosa, inesorabile accusa, tutto è quasi come prima. 

L’apparato giudiziario e burocratico, però, da questo momento e in ogni momento lo incalzerà e sarà ovunque intorno a lui: il moloch che è, nel romanzo, l’infinita teoria di corridoi, scaffali, fascicoli, funzionari, nella coreografia si materializza nella fisicità dei danzatori, nel moto della danza che restringe lo spazio, crea ombre e proiezioni oniriche, diviene il muro contro il quale la solitudine di Josef cozza e rimbalza.

 

Su una scena in bianco e nero, genialmente enfatizzata dai forti contrasti e dalle proiezioni video in "un’estetica da film noir" – il pensiero va ad Orson Welles e al suo adattamento cinematografico del romanzo – si fa labile il confine fra sogno e incubo, tra reale e immaginario: la folla di presenze che incalza Josef K. ne frantuma il mondo ordinato, ne schiaccia ogni possibilità di controllo o di fuga. 


Ma Josef - nel romanzo - crede alla legge, confida nello Stato di diritto, nelle categorie razionali a cui appigliarsi per arrivare alla verità e dimostrare la propria innocenza; nell’adattamento coreografico è invece la creazione - originalissima - della Giornalista, dal costume composto di lacerti di carta, a rappresentare plasticamente l’universo di scritti, documenti, informazioni che potrebbe  - dovrebbe -  essere per Josef strumento di riscatto, di risposte, di verità. Al contrario, si delinea essa stessa gradualmente come strumento di confusione e manipolazione, elemento ulteriore di mistificazione e inganno: quello definitivo che schiaccerà l’ormai vinto Josef K.

 

Eppure c’è nel protagonista – qui, un superlativo Giovanni Rotolo – una ricerca di umanità, perfino d‘amore, da contrapporre al cieco formalismo burocratico; c’è in lui, di contro alla disumanizzazione del sistema, una commovente fermezza nel  respingere quella forza manipolatrice; la ricerca dell’amore ne è parte, e s’infrange anch’essa contro un eros ingannevole, contro una seduzione il cui elemento femminile non è che strumento, ancora una volta, che conduce l’indifeso Josef nell’anticamera del potere.

 

Non c’è che la sconfitta, per Josef K., nell’impari lotta contro cecità e formalismo, nella vana ricerca di autenticità e verità; e il linguaggio del movimento - ora stralunato, ora convulso, ora lirico - così come le geometrie variabili che ritagliano e modificano la scena - quasi proiezione onirica del protagonista - hanno potenza evocativa pari a quella della pagina scritta, a quella nudità stilistica cui Kafka affida il suo messaggio lucidamente disperato.

 

E su questo palco è dialogo intenso, struggente, tra un alfabeto di movimento dalla rigorosa e audace tecnica coreografica - unita alle possibilità espressive, di altissimo livello, dei danzatori -  ed un tessuto musicale di implacabile pathos.  

Le sonorità  sapientemente selezionate, che vanno quasi inaspettatamente da maestri rinascimentali (Gesualdo, Monteverdi, Merula), a compositori barocchi (Buxtehude e Bononcini), fino al romanticismo simbolista del russo Musorgskij e alla modernità del novecentesco Górecki, accompagnano il climax di angoscia e solitudine, il formarsi del labirinto che inesorabile stringe le sue pareti intorno a Josef: fino al sipario che cala sulla sorte finale del protagonista, sull’impossibilità di sanare la dicotomia tra l’individuo e il mistero che lo sovrasta.

 

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Che uomini erano? Di cosa parlavano? Quale autorità rappresentavano? In fin dei conti K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, le leggi erano tutte in vigore, chi osava coglierlo di sorpresa in casa sua? 

(”Il Processo”, cap.I)

 

Sara Di Giuseppe - 10 ottobre 2026
 

03/10/26

Ripatransone Capitale della Cultura – 2


Ripatransone ci riprova. 

Sfumò la candidatura a Capitale italiana della Cultura 2026 dopo la buca dello show estivo di Fabrizio Corona (misteriosamente evaporato per ragioni sconosciute ai mortali, dopo tanto tutto pronto per / cresce l’attesa per / si va verso il sold out per / l’estate entra nel vivo con, dell’osannante grancassa della stampa locale – il fascino discreto del pregiudicato, sapete - ). 

E tuttavia la città eroicamente non si perse d’animo e decise di concorrere ancora per il 2027 con un’altra perla. 

Stavolta, c’è da scommetterci,  ce la farà. 

Perché niente può dare più prestigio ad un’amministrazione, ad una città, alla cittadinanza tutta, del sostituire la bella e funzionante Biblioteca “Aldo Gabrielli”(*) con una Scuola di Ballo – Liscio, Ballo da sala, Danze Caraibiche, Kizomba - più  “Yoga  in Biblioteca”, recita la locandina appiccicata in vetrina.

Tu pensi: magari la Biblioteca funziona lo stesso, magari di sera per il ballo spostano i tavoli come quando da liceali facevamo le feste nel garage di casa.

 

Macchè, signori miei, qua si fa sul serio. Qua si abballa come dio comanda. 
Infatti passi lì davanti e vedi al di là dei vetri che l’accogliente, bella Biblioteca non c’è più. 
Nel senso dei libri.
Non li hanno buttati via (forse, più avanti…) hanno solo addossato alle pareti gli scaffali - coi libri, questi intrusi – quasi appiccicandoli l’uno all’altro, piazzandoci davanti - come in garage o in cantina - i tavoli che prima occupavano il bel salone e accoglievano lettori, studenti piccoli e grandi, maestri e prof…, e corsi di qualche cosa.

 

E adesso avanti a tutto liscio e kizomba (kizomba!?). Altro che Shall We Dance?  e J.Lo e Richard Gere… 

 

Intendiamoci: non è che a Ripa manchino spazi belli e ampi e inutilizzati: ne è piena, anzi, spopolata com’è e ricca di notevoli ambienti pressoché dimenticati.
Ma vuoi mettere: in una biblioteca balli da dio, e senza l’impiccio dei libri. 

 

E se mai per concorrere una seconda volta a Capitale Italiana della Cultura occorresse un rinforzino, ecco che Ripa, dopo essersi liberata della noiosa biblioteca - che è già un bel passo avanti - ti sforna sulla piazza principale - nei canonici giorni dell' ottobre, appunto - una OKTOBER FEST che a Monaco di Baviera già ce la invidiano e mandano studiosi a osservarla.
Manifesto dai colori “ucraini” - chissà perché - elencante le meraviglie di stinco e dintorni, e antica piazza dalle quinte di edifici storici e severi decorata dai gazebo gastronomici impiccati su pali di ferro, e chilometriche panche da riempire di mangiatori di würstel, canederli e strüdel (piatti tipici, come tutti sanno, della cucina locale) e bevitori di birra delle nostre vigne.

 

Noi attendiamo fiduciosi: il titolo praticamente è già nostro, la cittadinanza gradisce e non fiata. 
Gongola - gli si legge nello sguardo fiero - il Leo Ripanus svettante sopra il fantasma della nuova comunale pompa di benzina/prezzi modici, chiusa come una vecchia chiesa.

  

 

 (*) Letterato e lessicografo nato a Ripatransone nel 1898
 
 
 
Sara Di Giuseppe - 3 ottobre 2026