16/02/26

“Quadri di una Russia pagana”

 

Equilibrio Dinamico Dance Company


LA SAGRA DELLA PRIMAVERA

“IL RITUALE DEL RITORNO”

 

Coreografia Roberta Ferrara


Foto Amat
 

musica Igor Stravinskij – Le Sacre du printemps (1913)


Benedetto Boccuzzi – Electronic Augmentations to Stravinsky’s Rite of Spring (2023)



Teatro Concordia – S.Benedetto del Tronto

13 febbraio 2026

 

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Se questa bella riscrittura della coreografia di Nižinskij su musica di Stravinskij Le sacre du printemps -  La sagra della primavera nell’imprecisa traduzione accreditata (laddove sacre sta in realtà per rituale) - avesse mantenuto il sottotitolo originale “Quadri da una Russia pagana” che il compositore russo volle dare alla sua creazione, apriti cielo: accuse di putinismo, isteria giornalistica e ostracismo dai teatri dell’orbe terracqueo, danzatori e coreografi additati al pubblico ludibrio.


Niente di tutto questo, naturalmente, per l’ineguagliato capolavoro della musica e della danza rivisitato dalla coreografia di Roberta Ferrara: e non certo per quel “Rituale del ritorno” che sostituisce il sottotitolo originale, ma perché nuova e sperimentale nel rispetto della tradizione è la scena su cui quel classico innovativo e dirompente viene reinterpretato, rivissuto e sviluppato dentro un’ottica di utopistica rinascita e convivenza. 

[Che dispiacerà, è certo, al clima bellicista, al clangore armigero, alla militarizzazione crescente delle società odierne governate - lobotomizzate, forse - da sanguinari e potenti imbecilli]. 

 

Su questo palco l’idea del ritorno evoca l’atemporalità del ciclo perenne di morte e rinascita, comune agli uomini e alla natura, rito di passaggio che sempre, nel  vincere sul tempo, esalta la vita.

Non siamo così lontani dalla ritualità pagana - russa e non solo - rappresentata da Stravinskij: il sacrificio della fanciulla immolata perché la primavera sia propizia trasferisce sul piano umano, pur se di arcaica umanità, il dono di sé che in natura ogni elemento compie perché la vita si perpetui: dal fiore che dona il suo polline per la fecondazione, a tutte le innumerevoli forme animali e vegetali nelle quali dalla fine si genera il principio.

 

Qui le sonorità elettroniche, le Electronic Augmentations di Boccuzzi, precedono l’immersione nella ritualità ancestrale del sacre che si dispiegherà fra poco nella partitura stravinskiana con la sua evocazione di primordiale, impetuosa compenetrazione tra uomo e natura, mito e folklore, vita e morte. 

Ora, solo la disarmonia di suoni cupi e metallici sciabola il buio ferito da lampi di luce: vi prendono vita forme umane lente ed assorte; il moto dei corpi - circospetto, quasi sbigottito - sembra schiacciato da quelle sonorità stranianti, sospeso tra gli assolo convulsi o struggenti e le improvvise reunion dei danzatori che nell’inquietudine dei chiaroscuri acquistano plasticità quasi caravaggesca.

 

Ed ecco il sussulto, ecco l’irrompere del classico rivoluzionario e "scandaloso", ecco il dinamismo possente dei movimenti musicali. I danzatori ne sono come posseduti: le simmetrie e asimmetrie, le ripetizioni, la sovrapposizione dei ritmi innalzano un’architettura sonora sulla quale la collettività prima indistinta delle forme umane si staglia ora in altorilievo, frantumandosi in convulsi assolo o aggregandosi in un vocabolario di movimento intriso di solennità quasi religiosa.

Un timer giganteggia sul fondale e scandisce un tempo cronologico inesorabile, quello della natura e della terra, che si fa tempo psicologico nel suo interrompersi a tratti – sospendendo per attimi il tessuto musicale – quasi a concedere tregua al convulso procedere e ritrarsi dei corpi, scampo al terrore ancestrale per il sacrificio presagito.

Finchè, ogni volta, il ritmo della musica riprende selvaggio, in tutt’uno con quello della danza nel cercarsi e abbracciarsi dei corpi, nel fondersi e separarsi, nello sfidarsi e incontrarsi: in un convergere infine, collettivamente, verso un punto là in fondo, in una spinta di primitivo vigore che si fonde all’imponente crescendo musicale. 

I danzatori - interpreti a tutto tondo, dotati di fisicità ed espressività che insieme all’eccellenza tecnica ne fanno intensissime maschere attoriali - sono ormai un unico corpus.

 

Non più, ora, terrore ancestrale al cospetto di forze naturali sconosciute ma passaggio, infine, all’umano: dal mistero della rinascita che si svela nel ciclo continuo di morte e vita, all’accettazione solidaristica di un destino comune che non sfidi bensì accolga nell’unione reciproca l’immutabilità e l’assoluta perfezione della legge di natura.

 

Ora che più di un secolo è trascorso da quella creazione - che scandalizzò e impressionò il benpensantismo parigino e non solo - quasi profetica alla vigilia delle catastrofi che avrebbero segnato il secolo breve, possiamo ben rileggere quella partitura e quella coreografia come presaghe di un futuro ritorno - il nostro - alla barbarie: e la commistione del classico senza tempo con le stranianti sonorità elettroniche del presente sembrano dirci proprio questo, additarci con realismo e disincanto, e tuttavia non senza speranza, il primate futuro* che stiamo diventando.

 

 

[*Giarmando A. Dimarti, in È tutto sotto controllo, 2009]

 

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Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente di essere parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo (…) in questa considerazione stupisce della sua piccolezza (…) e perde quasi sé stesso nel pensiero della immensità delle cose e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza.


(G. Leopardi, Zibaldone)

 

 

Sara Di Giuseppe - 16 febbraio 2026

 



 

11/02/26

DEMOLIRE IL GRANDE PARCHEGGIO DELL’OSPEDALE SOPRA L’ALBULA!*

 [ma quando mai! niente paura, basterà mercanteggiare,
dare qualcosa in cambio…]
 

   *Questa la comunicazione shock, l’ordine lampo dalla Regione Marche Togliete subito quell’enorme coperchio di cemento sull’Albula ad uso parcheggio (riservato) dell’Ospedale Civile. Riteniamo sia potenzialmente pericoloso, se il vostro torrente s’incazza. Somari! non andava costruito così!  

     ZAC! Una tegola sul cranio. Improvvisa. Tanto che ai poveri sambenedettesi è venuta la faccia luttuosa e gli ha preso un colpo da andarci dritto all’ospedale (ma a piedi, date le circostanze) o da morirci (per il cimitero: pochi metri ancora, la prima a destra). Un po’ come quando caschi bel bello dal pero e ti piomba addosso la dura realtà: che bruscamente prendi coscienza e arrivi alla solare consapevolezza che quest’utile e massiccia operazione di edilizia social-sanitaria (nata nella più ibrida casereccia legalità) doveva e poteva essere studiata/progettata/risolta in ben altro modo. Non con un’ottusa soffocante colata di cemento e asfalto, ma nel rispetto vero dell’ambiente, della sicurezza idraulica e della funzionalità. 

[Come dicevamo, da Verdi, un’era geologica fa] 

  

     Ma dai, è uno scherzo-da-prete, un pesce d’aprile a febbraio, una burla. Vedrai vedrai… scommettiamo che il parcheggio resta così? Qua da noi non si demolisce mai niente di abusivo e di illegale, anzi si incentiva (a norma di legge, eh!) qualunque abuso edilizio ostile. Con condoni e sanatorie. 
I sotterfugi fanno curriculum, premiano, rendono. Come minimo son voti.

     Di sicuro, se non si tratta di uno stupido scherzo di carnevale o roba così, questa inaspettata esagerata tardiva ingiunzione di abbattimento del discusso parcheggio potrà, con calcolata malizia politica, addirittura ri-negoziarsi notturnamente nelle alte sfere. 
È quello che si fa sempre in questi casi. Non subito, però: adesso l’impiccio va a fagiolo per caricare (a salve) la propaganda per l’elezione del nuovo sindaco. Occasione troppo ghiotta per farsela scappare, tant’è che ci si son buttati tutti in salto carpiato: recriminando, promettendo, giustificando, pontificando. Siamo in piena mareggiata elettorale. 

Che sia la prossima amministrazione di scappati di casa - con l’obiettivo di accattare una qualche sanatoria - a mettersi di buzzo buono per trovare una soluzione. Magari giocandosi una carta dello stesso “peso”. Tipo - mi butto a indovinare - quella seconda (!) Cassa di Colmata al porto che incombe sulle nostre teste. Tipo: “sì, ce la prendiamo ‘sta monnezza, ma non toccateci il parcheggio.”
Facciamo cambio, recitava una vecchia pubblicità di pellicce di qua. Schifezza ambientale per schifezza ambientale. Vincono tutti e tutti perdono. E ci terremmo - so’ soddisfazioni! - anche la surreale sfilza di 6 (sei!) cartelli di divieto d’accesso, le sbarre storte, i cordoli sbriciolati, l’intreccio di strisce stinte da espressionismo astratto e tutta quella diffusa bruttezza stratificata intorno. Ci teniamo.  

     Ah, se invece - malauguratamente e con crudeltà beffarda - l’evento distruttivo dovesse realizzarsi in questi tempi abbreviati, l’apocalittica demolizione del parcheggio ammirata dai piani alti del verde-rigato ospedale, per i malati sarebbe davvero uno spettacolo…“bello da guarire”!
 
PGC - 10 febbraio 2026 

05/02/26

PIANTEDOSI come CRUISE

Che c’azzeccano l’uno con l’altro, si dirà. A parte l‘età, che è quasi la stessa (64 e 63, incredibile a dirsi e a vedersi…), uno è bello e intelligente, l’altro invece è ministro.

 

Eppure un elemento comune c’è: la fantascienza. 


Uno, quello intelligente, l’ha portata al cinema, l’altro, quello diversamente intelligente, nella politica. 

Chissà quante volte il minintern che il mondo ci invidia deve essersi visto quel Minority Report di Spielberg ambientato nel 2054, nel quale un sistema collaudato e apparentemente infallibile chiamato Precrimine riesce a impedire i delitti prima che avvengano e ad arrestarne i potenziali colpevoli punendo in tal modo non il fatto criminoso (che non avverrà) ma l’intenzione di compierlo. 


Dev’essergli venuta così, al ministro, l’ideona del fermo di polizia preventivo (sic) di 12 ore (ne volevano 28!) prima di una manifestazione per evitare che il fortunato estratto compia un ipotetico crimine.

Va da sé che, se ad essere sospettato del potenziale crimine sarà l’intero popolo della manifestazione, mbe’? si arrestano tutti, la manifestazione sparisce, problema risolto. Che vuoi di più dalla vita, quando hai un piantedoso così?


A Mattarella un vago dubbio di incostituzionalità dev’essergli venuto, svegliandosi di soprassalto tra un’inaugurazione, una commemorazione, una firma sul murale olimpico (che stancano, sapete, tanto che a volte i fogli dei discorsi gli si confondono, ma fa niente perché sono tutti edificanti uguali e si portano con tutto come il tubino nero, signora mia).

Infatti  “l’importante è partecipare” - l’ha detto lui - e va bene per le Olimpiadi come per le leggi.

 

E sono ben due - pensate al doloroso sforzo - i dubbi che M. ha espresso al governo: che non può bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuare un fermo di polizia preventivo; e che, riguardo allo scudo penale, bisogna evitare di creare un giurisprudenza separata per categorie. 


Apperò. Adesso sì che la Costituzione è in una botte di ferro. Meno male che Mattarella c’è. 

 

Insomma, col nuovo ed ennesimo Decreto Sicurezza, che lo stanno chiacchierando adesso, dormiremo finalmente tra due guanciali: di ferro e corazzati, of course, come Stato di Polizia prescrive. Buonanotte.

 

Sara Di Giuseppe - 5 febbraio 2025

21/01/26

SICUREZZITE 2.0

Sicurezzite* ovvero l’ossessione della FALSA sicurezza: patologia ad alta contagiosità, diffusa nelle amministrazioni e nel ceto politico nazionali e locali.
La casistica è corposa e la sintomatologia assume forme a volte pittoresche: come anni fa nei nostri (piccoli e quieti) territori con l’istituzione - fortemente voluta da prefetti e sindaci su spinta del Minintern - dei “Gruppi di Controllo di Vicinato” (sic), una sorta di STASI de noantri con compiti di controllo e delazione su movimenti e comportamenti arbitrariamente ritenuti sospetti (del “vicinato”, appunto)**..
Potrebbe essere una barzelletta, pur se parecchio modesta. Non lo è: lo testimoniano i cartelli gialli ancora ben visibili ovunque coi rassicuranti disegnucci da terza elementare, che i posteri studieranno con curiosità da entomologi alle prese con insetti rari.

Quasi bei tempi: si poteva almeno ridere del sussiego con cui gli allora sindaci di San Benedetto, Grottammare, Cupra... - con il prefetto di Ascoli  - annunciavano orgogliosi la suddetta genialata e i giornalisti da riporto cantavano salivanti  il peana.

Ma erano già quelle, ahinoi, avvisaglie della grave malattia destinata a degenerare nel tempo come è puntualmente avvenuto. 
[Vedi la comparsa, in tanti nostri piccoli sonnolenti Comuni, dei Vigili Pistoleri… ma questa è un’altra storia]

  

Oggi la versione 2.0 della Sicurezzite avanza col vento in poppa in tutto il belpaese: efferati casi di cronaca sono utilizzati da governo e media (“imprenditori della paura” li ha definiti qualcuno) per legare le ovvie, necessarie azioni contro la microcriminalità all'approvazione tanto di norme liberticide e repressive del dissenso in piazza – e all'inasprimento di quelle già esistenti - quanto di provvedimenti di deterrenza sottratti al dibattito parlamentare, quanto di  arcigne disumananti politiche anti-immigrazione. 
Su queste ultime il sovranismo razzista celebra i suoi trionfi, nel disprezzo dei diritti umani e del diritto internazionale: così ecco il più facile rimpatrio dello straniero presuntamente sgradito verso paesi dove spesso troverà tortura e morte; ecco l’ampliamento dei Cpr; ecco la riduzione dei ricongiungimenti famigliari; ecco il taglio delle tutele ai minori non accompagnati. Eccetera.

 

Eccoli allora, a pioggia, questi temibili Pacchetti sicurezza: Decreti-Legge e Disegni di Legge il cui piglio autoritario e illiberale consegna il Paese alla condizione mortificante di  Stato Nazionale di Polizia, nella certezza che il volto arcigno della repressione poliziesca armata pagherà ampiamente in termini di ricaduta elettorale, dopo aver soffiato su ataviche paure e insicurezze. 

Saremo - ancor più di sempre - non cittadini ma sudditi, controllati da uno Stato autoritario di stampo trumpiano che da un lato legittima intimidazione e repressione contro il dissenso, dall’altro offre ampie tutele alle forze dell’ordine anche in caso di comportamenti criminosi nell’esercizio della propria funzione; che si illude di educare le nuove generazioni alla legalità prevedendo il carcere anche per minorenni, le multe per i genitori i cui figli delinquono, il daspo urbano e via così…

 

E ancora una volta la cattiva favola securitaria sarà stata la scorciatoia per affidare alle manette questioni sociali antiche e complesse, ignorate o snobbate e perciò irrisolte; ancora una volta la normalizzazione della forza come metodo di educazione, la negazione del diritto come pratica di governo ci avranno avvicinati, forse definitivamente consegnati, alla barbarie di ritorno. 

Sarà l’intera società a soccombere alle logiche disumananti e brutali dell’ignoranza e del potere.  
Ma sopraffatti dal fragore della propaganda e della menzogna ci accorgeremo appena della sconfitta.

 

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il mare a Cutro
ha spezzato un caicco
 
il mare di Cutro
ha un cemetero sulla battigia
 
il mare di Cutro 
ha ghirlande intrecciate di pianto
 
il mare di Cutro
ha una preghiera inchiodata nell’aria
 
il mare di Cutro
approda a tutte le rive del mondo.

 

(G.A. Dimarti in Il viatore, 2025)

 

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*mio copyright
 
Sara Di Giuseppe - 21 gennaio 2026

20/01/26

LA FINE DEL MONDO, L’ultima rivista di fumetti (N.0, 12/2025)*



Questo numero “zero” mi ha riacceso l’interesse che ho avuto da ragazzo per questo genere d’arte, grazie anche al titolo davvero efficace e dai diversi significati (ciascuno se li può dare una volta sfogliato).
 
Al tempo mi fornivo spesso in edicola di periodici, più facilmente di architettura e design… (le mie passioni si affinarono grazie a Domus, Interni, Ottagono, Lineagrafica, Modo e a volte Casamia). Ricordo che sul ‘fumetto’ si trovava e si pubblicava tantissimo. Erano fine anni ’70 inizi ’80… C’era l’imbarazzo della scelta, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi a un autore, tranne al raffinatissimo e fantastico Moebius che trovavo su Totem e del quale ricordo ancora qualche tavola… Il genere ‘fantascienza’ mi ha sempre intrigato, seguito soprattutto attraverso il cinema. Ma torniamo a “La fine del mondo”, oggetto di queste brevi impressioni.

Tale numero (“zero” in editoria è il punto di partenza di un’idea, progetto da sviluppare o confermare poi con le successive uscite, o come prototipo per saggiare la riuscita o meno di un ‘numero’) l’ho acquistato su segnalazione dello stesso inventore: Maicol & Mirco, il nostro Michael Rocchetti. Lo stesso ci ha atteso, me ed altri appassionati, per autografarci le prime copie acquistate, proprio davanti all’edicola di via Manzoni. In cambio, si fa per dire, mi ha chiesto semplicemente una cosa: France’, fammi sapere che ne pensi.
Anche se un po’ in ritardo per quanto avrei voluto, eccomi qua: è un gioiello di linguaggi illustrati, un’antologia a episodi che parla del nostro tempo, distopico per quanto assurdo, fatta da ‘strisce’ graficamente ben organizzate con testi e inquadrature, schemi creativi dove i testi ruotano attorno alle figure o ‘tavole’ silenziose dove la parola è quasi assente e la fantasia e l’immaginazione del lettore sono chiamate a ricostruirne il senso. Le finestre immaginarie che si aprono sono svariate: un mondo cinico, meschinità, gli affetti, la vita quotidiana fatta di illusorie speranze, inganni, il richiamo all’Aldilà evocando Satana da una bambina di sei anni, Luisa… Quasi tutte queste storie proseguiranno nei prossimi numeri. La suspanse è assicurata.
 
Maicol è così riuscito a raccogliere in questo “zero” un folto gruppo di maestri dell’illustrazione parlante, del racconto per immagini, dell’arte popolare come lo è stata quella dei bassorilievi e degli affreschi medievali.

Questa invenzione editoriale (per me non un remake di qualcosa già visto dal punto di vista dei ‘segni’ e dei contenuti), abbinata al quotidiano Il Manifesto, uscirà mensilmente in edicola ad un costo veramente modesto… molto adatto persino alle mie tasche. Il prossimo e Primo Numero sarà in edicola mercoledì 28 gennaio.

Accenno ai contenuti citando solo 5 dei primi 13 autori presenti in questa uscita, a me familiari e dei quali, infine, c’è un’utilissima anche se breve biografia: Gipi, Zerocalcare, Maicol & Mirco, Bruno Bozzetto e Blu (quest’ultimo presenta una sola tavola che meriterebbe un 70x100, come per ‘scrutare’ un’opera di Bosch).
Se non è proprio La fine del mondo, sarà l’inizio di un altro.

* Formato 20,5x29, 68 pagine a colori, carta usomano, costo 4€
https://ilmanifesto.it/la-fine-del-mondo?mtm_campaign=fine-del-mondo&mtm_source=newsletter-totale&mtm_medium=brevo

Francesco Del Zompo - 20 gennaio 2026

14/01/26

IL CERVO [VESTITO] ELEGANTE


STEVE NEGRÓN

Dove il cervo sogna

A cura di Alex Urso


FIUTO ART SPACE    6.12 - 15.02  Ripatransone


 

      Stavolta, andare da FIUTO è come andare a teatro [in pochi alla volta, si capisce]. Ma non ti serve il biglietto, nè devi cercare il numero di una poltroncina rossa o del palchetto. Non devi faticare su per le scale del Mercantini. Senza palcoscenico né sipario, hai solo tre piccole pareti con una decina di quadretti (allineati come sempre con garbo) di scene ferme, silenziose, dentro paesaggi deformati ed essenziali. 

Potrebbero ricordarti le tavolette illustrate del Teatro Muto giapponese, ma qui le nude narrazioni di Steve Negrón sanno più di antico. Anzi di greco (di mitologia, di leggende, di storie…). Di letterario, come a teatro.

Esili sagome umane contemporanee “in abito serale”, o faunesche, come incise o incollate dopo, a quadro fatto. Hanno appena compiuto o subìto o visto qualcosa di tragico, e ora (si) guardano inespressive con sguardi schematici, inchiodate nel ralenti di scena. 

Ne vedi l’istante freddo, senza pentimento o sorpresa: ti sembra di essere nell’azione (come nell’attimo aereo di “sospensione” nel basket) o di assistervi vigile, non sai perché quel fatto era obbligatorio. 

Certo ne hai letto, ne hai sentito di quelle tragedie lì, eventi standard di vite borghesi, orrendi trionfi in malinconie cosmiche, nel classicheggiante circondario architettonico qui costituito da severe e ambigue quinte di palcoscenico, mute testimoni degli intrighi e dei delitti, dei fasti delle feste, dei giochi... 


Aria d’inquietante surrealismo: scarni paesaggi generatori di palette di colori, piante e alberi orfani dalle foglie contate, salici che piangerebbero comunque, vasche-piscine-fontane con mattonelle da albergo diurno, simil-chalet a baldacchini di colonne, e spiagge - si fa per dire - più per brindar cantando che per fare il bagno, tra metodiche risacche-merletto e atletiche onde marine da nuoto sincronizzato. Sotto cieli da rivestimento color tifone, in “albe stranianti” (Ferré) dai fantasmi avvolgenti dell’inconscio e tempietti greci incombenti dall’impossibile, dappertutto aleggia qualcosa di desafinadoper storie e magie più ermetiche di Ungaretti.

Ballano inquieti ma anche no: donne inutili e pompose come pavoni, figure magrissime di linee rette, fauni cerimoniosi attori nati. Hanno posizioni fisse ma geometriche, tengono i rimorsi a distanza, fanno gesti teatrali (forse convincenti), certamente declamano. 

Tutto in due dimensioni e basta - quasi come nei quadri di un Cimabue ancora bizantino, a Steve Negrón la terza dimensione non serve, e nemmeno la prospettiva. Queste due o tre storie metafisiche - i suoi simbolismi d’antan proiettati in moderne metamorfosi, le sue rivincite sulle convenzioni di cemento o fittizie, la sua cultura letteraria e ironica (che pensavo improbabile in un americano!) - meritano da FIUTO-theater una visita rallentata e attenta.

Per capire bene quando e Dove il cervo sogna, [vestito] elegante in equilibrio sui rami o a terra appena trafitto da una freccia.  

 

PGC - 13 gennaio 2026