14/03/26

MAMMA, HO PERSO L’AEREO!

 (Lost in Dubai)


Povero il nostro androide Crosetto, è dura essere Ministro della Guerra quando la guerra ti scoppia intorno e tu neanche te ne accorgi.

Ma suvvia, bisogna stare ai fatti e non strumentalizzare, si fa presto a dire Dubai.

 

Dunque andiamo per ordine: i due psicopatici macellai mondiali bombardano l’Iran e tutto il bombardabile limitrofo e a noi, oltre a tutta l’angoscia della situazione, tocca preoccuparsi  (oddio preoccuparsi…) per la sorte dell’androide nostrano  bloccato a Dubai.

 

Senonchè il sullodato ci  ritorna indietro a stretto giro (ok, a volte ritornano). 

Aveva perso l’aereo ma l’ha ritrovato. Non  possiamo avere tutto, signora mia.

 

Ci mettiamo dunque tranquilli o giù di lì finchè non arrivano le spiegazioni (si fa per dire) sul perché e sul percome il nostro Ministro della Guerra si sia trovato nel momento e nel luogo in cui una guerra effettivamente esplodeva, ma così a sua insaputa da rimanerne bloccato. 

Le “spiegazioni” sono varie e pittoresche, che se Queneau lo sapeva aspettava a scrivere il suo Esercizi di stile perché i Novantanove modi di scrivere una storia glieli scriveva Crosetto personalmente di persona…

 

Le versioni della storia, dunque. 

C’è la prima: modello sceneggiata napoletana,  i figli so’ piezz ‘e core  - insomma di lui che va a riprendersi figli e famiglia in vacanza rimasti bloccati lì. Da  commuovere anche i sassi.

 

La seconda: versione ludico/vacanziera e risvolto thriller, le meritate vacanze a Dubai con famiglia e, ops, la guerra che gli scoppia come un petardo fra i piedi. Soggettone per un film di cassetta.

 

La terza: versione “impegno istituzionale”, incontro col ministro della Difesa emiratino proprio in quei giorni lì, non confermata e non smentita, bocche cucite. Che volete, essere ministro non è una passeggiata.

 

La quarta: versione vacanza-lavoro quindi impegno istituzionale più impegno familiare, cioè un po’ di questo e un po’ di quello, spolverizzare di paraculismo ben stagionato, mantecare e servire caldo. “Sono partito a livello (livello!?) privato e ho fatto cose che dovevo fare a livello istituzionale” comunica allo scelto pubblico nel suo incantevole italiano.

 

La quinta (la migliore, anche se non è Beethoven): stavolta non è Mamma ho ri-perso l‘aereo ma Sapore di mare e di affari; perché in quei giorni laggiù c’è un viavai di imprenditori e politici che neanche a Wall Street il martedì. 

E c’è pure il “re dei sommergibili”, tale Cappelletti che non è l’inventore ed eponimo dei gustosi cappelletti emiliani: è bensì il patron della società privata DRASS con sede a Dubai, che fra altre e utili cose (camere iperbariche ecc.) produce anche - indovina un po’ - sommergibili. 


E la carta moschicida intorno a cui ronzano e su cui si appiccicano i suddetti è Garibaldi: non l’eroe dei due mondi (che a Caprera si rivolta nella tomba. Giuse’, chi te lo doveva dire?...) ma l’omonimo incrociatore tutto ponte, ex gloriosa ammiraglia della nostra flotta, che la Difesa italiana cede/cederà/ha ceduto (vattelappesca) alla Difesa indonesiana  a titolo gratuito in un opaco intreccio tra interessi imprenditoriali privati e commesse pubbliche

 

Si dà il caso infatti che proprio la DRASS - quando uno dice le coincidenze! - stia per concludere affari milionari con l’Indonesia per fornitura di sommergibili – sei, pari 480 mln di euro  - e che altri succosi affari in ballo con lo stato islamico indonesiano facciano capo alle società a controllo pubblico Leonardo e Fincantieri con le quali Crosetto è stato in relazione diretta prima di diventare ministro della guerra, con un filino di conflitto d’interessi (ubbie, bazzecole!).

 

Gulp. Confessiamolo, ci gira un po’ la testa. E un po’ tanto  anche i cabasisi ma non si dice.

Perché siamo abituati a ingoiarne di ogni, e politica e (dis)informazione danno il meglio di sé quando si tratta di prendere per il naso il popolo bue.

Oggi stanno trascinandoci verso la guerra, in un mondo già in fiamme, mentre blaterano senza vergogna di rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

 

    Riusciremo mai a chiederci e a chieder loro quousque tandem

    Ce l’avremo mai quel soprassalto di dignità e di coscienza civile, magari anche quel rigurgito  di puro elementare istinto di sopravvivenza, che ci spingano finalmente a “prosciugare l’acqua dentro cui nuotano i voraci squali della guerra” *?

 

    

 *Alberto Asor Rosa 



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Al tempo stesso - mentre i fatti prendono sempre più spesso il posto delle parole – nessuno saprà più veramente come stanno le cose; oppure, più frequentemente, la “verità” scomparirà nel gorgo limaccioso delle “versioni” contrapposte. Nelle condizioni create dal Terrore due versioni contrapposte non danno una verità. Al contrario, danno una menzogna più grande della somma di ognuna delle due menzogne che la compongono.
 
(Alberto Asor Rosa, La guerra – 2002)
 

 

Sara Di Giuseppe - 13 marzo 2026 

 

10/03/26

L'arte "povera" di Giuseppe Piscopo

Non si può parlare compiutamente di un artista senza conoscerlo almeno da un decennio, seguirne le sue esperienze ed evoluzioni, o avendo studiato approfonditamente il suo percorso creativo per altrettanto tempo.

In ciò che segue non vi sarà alcun riferimento alle sue numerose mostre personali, collettive o partecipazioni a premi. Non ne ho tenuto il calendario né il conto. So con certezza che lo conosco almeno dai primi anni ’90, quando Giuseppe Piscopo portava la sua giovane famiglia in vacanza in una casa di fianco alla mia stanziale dimora. Tenterò di dare qualche modesta impressione, tratteggiare dei flash visivi, riflessioni embrionali anche se il suo miglior biografo è se stesso, trovandosi spesso costretto a redigersi la presentazione di una delle sue tante personali a causa di scarsità di “esperti del settore”. Ma questo è anche ‘segno’ di una versatilità non comune.

Dicevo: anni ’90. Da allora non ci siamo mai persi di vista e, più o meno puntualmente, ci sentivamo per scambiarci progetti, fantasie, idee che quasi mai restavano ‘sulla carta’ (sia per lui che per me), anche se la distanza Napoli (lui) San Benedetto del Tronto (io) ci impedisse molte cose. Quindi posso dire che il suo percorso artistico (meglio al plurale, perché poliedricamente si muoveva su più fronti espressivi: dalla vignetta all’illustrazione, dal design tridimensionale al disegno puro) è sempre proseguito con costanza, tenacia e passione nel corso degli anni. Questo pur dovendo portare avanti delle responsabilità familiari non comunissime.

Il suo modo di affrontare l’arte è legato profondamente alla materia che ha scelto sin dagli inizi: il cartone e la carta di scarto (recuperate spesso fuori da supermercati e da vecchi ‘quotidiani’). Il payoff che lo accompagna da sempre nel blog è esplicativo: “Non sono mai stato in un posto dove non ci fossero scatole di cartone... soprattutto a Napoli”. Non a caso i loghi che lo accompagnano, nel suo ‘profilo’ e nella comunicazione, sono quelli che troveremmo negli imballaggi: riciclabile (le tre frecce che chiudono un triangolo), fragile (calice di vetro), verso di trasporto (alto e basso) e sensibile all’umidità (un ombrello aperto). E forse, a partire da questa simbologia che Piscopo denuncia, proclama, prospetta il suo ‘manifesto’ ideale. Costituiscono il suo ‘marchio di fabbrica’, intriso di sottile ironia tesa a empatizzare e riflettere col suo interlocutore-spettatore. Ama da sempre questa materia prima-seconda, facendone sagome, intrecci, superfici pensate e destinate al futuro, al contrario di quanto ‘noi umani’ pensiamo di essa, del cartone, quello avana che accompagna una qualsiasi merce, che lui modella facendone “cartoni animati”. Raramente le superfici delle sue tavole (alcune volte scultoree), sono rifinite e coperte da colori. Più spesso usa semplici velature di bianco, lasciando che il colore naturale del cartone, o della carta rigorosamente di giornale, risulti dominante. 

Per celebri artisti del passato, per ragioni più formali che tecniche (quasi non fosse assodato che un qualsiasi umano ha una sua evoluzione non lineare e in costante cambiamento), la Critica ha definito e suddiviso i vari periodi creativi degli stessi in più colori o con riferimenti geografici. Per Piscopo c’è sempre una costante cromatica e una ideale: l’avana e l’ironia. 

I temi che affronta sono trattati con partecipazione e spesso a carattere sociale, ambientale, accompagnati da profonde riflessioni su l’umanità e l’intricato e complesso rapporto con l’altro. E spesso l’ironia e acute citazioni affiorano abbondantemente attraverso il suo variegato ed esteso repertorio culturale. A dimostrazione è la notevole serie di ‘vignette’, al solo tratto bianco e nero, che hanno accompagnato la rivista bimestrale d’arte e fatti culturali “UT” sin dalla sua nascita (2007), chiudendola con una sua favolosa “Oltre”, l’ultimo numero pubblicato nel dicembre 2017. Fu un piccolo capolavoro di sintesi figurativa e resta per me, forse anche per altri motivi personali, un’icona della sua capacità espressiva.
http://ilmondodiutblog.blogspot.com/


Fin qui mi sembra di aver detto poco o niente di particolarmente significativo sul lavoro artistico di Giuseppe Piscopo, ma spero che ‘funzioni’ come piccola introduzione al suo fare, rendendo più comprensibile e magari seguita la sua arte, che definirei “povera” per il materiale usato. Ma come Povera può esserla stata quella di Burri e Merz, o quella ancora di Ceroli e Pistoletto, per citarne solo alcuni di quella italiana… dove però la materia cartone mancava nell’elenco dei materiali utilizzati dagli artisti… fino a ‘oggi’.

All’inizio di questo testo promettevo di non fare riferimento ad una qualsiasi sua mostra… Beh, ce n’è una ancora in corso a Napoli: Logout, 14 febbraio - 20 marzo, Biblioteca Universitaria di Napoli, con il patrocinio del Comune stesso e del Ministero della Cultura. Tema ideato e sviluppato durante il Covid in cui il protagonista è “L’uovo (…) fragile ma allo stesso tempo capace di proteggere la vita”. Ogni motivazione, curiosità e foto sono reperibili nel suo blog .
http://giuseppepiscopo.blogspot.com/?m=0

Francesco Del Zompo - 10 marzo 2026

27/02/26

“IL TEMPO DELLE MELE”...

(Rogoredo e dintorni)

…Ma delle mele marce. Ai tromboni del potere piace far credere che di questo si tratti: un’eccezione negativa, l’episodio di Rogoredo; perché suvvia, alle nostre forze dell’ordine NON piace menar le mani e i manganelli, e il nostro NON sta diventando uno stato di polizia. Quando mai. 

Mela marcia, pecora nera: il linguaggio aiuta, le metafore sono lì apposta e fanno il loro dovere, imbellettano di robusto fariseismo il volto arcigno della realtà.

Così il poliziotto delinquente - che da tempo ne fa di ogni e tutti lo coprono, e che per chiudere in bellezza spara alla tempia del giovane pusher straniero DISARMATO, praticamente un’esecuzione - è solo un inciampo,  una mela marcia, succede nella migliori famiglie. 

Peccato che poche ore prima fosse un eroico poliziotto costretto a sparare al feroce immigrato per legittima difesa e per la sicurezza di tutti, e vittima anche lui della mala giustizia che lascia liberi  i criminali e  indaga invece i coraggiosi tutori dell’ordine.

Peccato che la campagna “Io sto col poliziotto” - prima che il poliziotto finisse dentro per aver fatto secco un uomo disarmato - abbia occupato le piazze di borghi e città (compresa la nostra melonianissima e leghistissima San Benedetto), con gran concorso di pensabene e bellagente e strepito di grancassa mediatica e giornalistica.

 


Brutti scherzi gioca la malafede. 

Costringe a re-ingoiarsi fino a strozzarsi le cialtronerie appena dette, ad avvitarsi in tripli salti carpiati per schivare il boomerang della propaganda anti-magistrati a sostegno del  referendario; va da sé infatti che qualora  il magistrato non si fosse infischiato – come invece ha giustamente fatto  - delle balle sesquipedali dei politici e, ubbidente, non avesse indagato, il pistolero sarebbe ancora un eroe nazionale che neanche Garibaldi a Marsala. 

E i geni al governo non si sarebbero fatti il più clamoroso degli autogol con un involontario spot a favore del NO al Referendum e contro le altre riforme repressive in cantiere  come lo scudo penale per le forze dell’ordine.

 

Così la santificazione dell'eroe pistolero s'è trasformata, per la logica basica e truffaldina degli analfabeti al governo, nell'urlata,  grottesca "pena doppia” richiesta per l’agente che commette un reato, “perché manca di rispetto ai suoi colleghi”, per l'offesa recata all'onore della divisa… [Mica perché ha ammazzato qualcuno per strada].

Così straparla il cazzaro verde e vice-Presidente del Consiglio a sua insaputa, in un miserando testacoda argomentativo. 


Come se la legge non dovesse essere uguale per tutti, come se fosse normale il salto acrobatico che dallo scudo penale (leggi: impunità) per alcune categorie passa alla condanna preventiva e pure “doppia” (!), magari senza nemmeno le garanzie di legge che spettano a tutti.

[E non mezza parola per l' ammazzato per strada con un proiettile in testa: ah già, era solo un immigrato d’Africa e per di più spacciava; quando uno se le cerca, signora mia…]

 

Non di mele marce si tratta, è ovvio, ma del marcio che c’è - e tanto - nella deriva della politica italiota, nel servilismo del sistema mediatico, nella (dis)informazione giornalistica. 


Non di mele marce si tratta, ma della follia giuridica di chi governa brandendo la sicurezza come una “clava ideologica”; legiferando a colpi di decreti che scavalcano il parlamento con il colpevole assenso di un presidente-firma-tutto; che solleticano la pancia della gente e l’opinione pubblica più forcaiola; che confondono la giustizia con l’arbitrio. 


Il problema non è la mela marcia nel cesto, il problema è l'intero cesto che è marcio. 

 

      Per rendere giustizia alle innocenti mele troppo spesso tirate in ballo, si applichi un bollino su ogni cesto di Melinda, Fuji, Pink Lady, nonché di modeste e saporite mele nostrane, che rechi cubitale e ben chiara la scritta: 

 

LE MELE MARCE SIETE VOI!



…Non si trattava nemmeno di falsificazione. Era semplicemente la sostituzione di un’assurdità con un’altra. La maggior parte del materiale con cui si aveva a che fare non aveva nessuna connessione col mondo reale, nemmeno quel tipo di connessione che una chiara menzogna intrattiene con la realtà.

[G.Orwell, 1984]

 

Sara Di Giuseppe - 27 febbraio 2026 

 

 



24/02/26

SETTE CHIAVI PER SETTE “FRATELLI”

Dalla stampa locale (per dire come siamo messi):

“VILLA RAMBELLI, NO AL DORMITORIO” !!

     “Il quartiere Sant’Antonio di San Benedetto [riunito nella Sala Parrocchiale] ha respinto il progetto di trasformare [temporaneamente] la ex-casa [disabitata da decenni) del custode di Villa Rambelli [anche questa, dimenticata e disabitata da decenni] in un [provvisorio] dormitorio per sette [soltanto sette] senzatetto”

 

È così che in questi giorni si accaniscono cittadini, politici, giornali, credenti, pensabene e bellagente.  

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INVECE:

Propongo di fare sette chiavi della porta della ex-casa del custode di Villa Rambelli e di darle ai sette “fratelli” senzatetto, una a testa. Provvisoriamente, si capisce: cioè solo per qualche mese, il tempo di individuare a San Benedetto una soluzione migliore, decorosa e stabile, qualcosa più di un rifugio, per rispondere dignitosamente ai primari bisogni di chi vive per strada - che certo sono più di sette.

 

-          Questo non significa per niente andare contro il testamento del dottor Rambelli-sempre-sia-lodato, anzi: utilizzando realmente - per scopi umanitari e per un tempo limitato - una parte della sua pregiata dimora storica donata nel 2001 al Comune “per uso culturale”, si velocizzerebbero per forza le procedure per attrezzarla a LOUVRE o MAXXI o BEAUBOURG secondo le sue volontà. Sennò, a forza di traccheggiare, passeranno altri decenni di inoperosità e la casa del custode crolla. E crolla pure la villa. Perfino il dottor Rambelli, persona di cuore, approverebbe senza una smorfia, penso…

-          La stessa villa, già censita dal FAI tra “I LUOGHI DEL CUORE”, dimostrerebbe di possederlo un cuore generoso, contribuendo - perfino culturalmente, certo! - grazie al “prestito” della modesta ex-casa del custode di Rambelli, ad alleviare temporaneamente i gravi problemi abitativi di “sette poveracci” (copyright Daniele Primavera). Avremmo gratis anche la professionale disponibilità organizzativa dell’associazione ON THE ROAD, più “sicuri” di così… 

-          “Non è un posto da trasformare in dormitorio!” pontificano però (anche con qualche ragione di tipo logistico) quei cittadini, politici, giornalisti, credenti, pensabene e bellagente intruppati nella sala parrocchiale di Sant’Antonio. Ahò!...Non nel mio giardino! Non so che cuore abbiano questi, non saranno mica gli stessi che vogliono chiudere anche la CARITAS al Ponterotto, che se non ci fosse la Caritas… Alla faccia dei “credenti”!

-          Ma sentite, almeno togliamoci per una volta qualche strato di vergogna, facciamo qualcosa di buono: per ora, lì, basterebbero SETTE CHIAVI PER SETTE “FRATELLI”, e sette poveracci  - con le “spose” o senza - per un po’ dormirebbero al riparo fra quattro mura (come dentro a un cinema, non fuori…).

 

PGC - 24 febbraio 2026

16/02/26

“Quadri di una Russia pagana”

 

Equilibrio Dinamico Dance Company


LA SAGRA DELLA PRIMAVERA

“IL RITUALE DEL RITORNO”

 

Coreografia Roberta Ferrara


Foto Amat
 

musica Igor Stravinskij – Le Sacre du printemps (1913)


Benedetto Boccuzzi – Electronic Augmentations to Stravinsky’s Rite of Spring (2023)



Teatro Concordia – S.Benedetto del Tronto

13 febbraio 2026

 

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Se questa bella riscrittura della coreografia di Nižinskij su musica di Stravinskij Le sacre du printemps -  La sagra della primavera nell’imprecisa traduzione accreditata (laddove sacre sta in realtà per rituale) - avesse mantenuto il sottotitolo originale “Quadri da una Russia pagana” che il compositore russo volle dare alla sua creazione, apriti cielo: accuse di putinismo, isteria giornalistica e ostracismo dai teatri dell’orbe terracqueo, danzatori e coreografi additati al pubblico ludibrio.


Niente di tutto questo, naturalmente, per l’ineguagliato capolavoro della musica e della danza rivisitato dalla coreografia di Roberta Ferrara: e non certo per quel “Rituale del ritorno” che sostituisce il sottotitolo originale, ma perché nuova e sperimentale nel rispetto della tradizione è la scena su cui quel classico innovativo e dirompente viene reinterpretato, rivissuto e sviluppato dentro un’ottica di utopistica rinascita e convivenza. 

[Che dispiacerà, è certo, al clima bellicista, al clangore armigero, alla militarizzazione crescente delle società odierne governate - lobotomizzate, forse - da sanguinari e potenti imbecilli]. 

 

Su questo palco l’idea del ritorno evoca l’atemporalità del ciclo perenne di morte e rinascita, comune agli uomini e alla natura, rito di passaggio che sempre, nel  vincere sul tempo, esalta la vita.

Non siamo così lontani dalla ritualità pagana - russa e non solo - rappresentata da Stravinskij: il sacrificio della fanciulla immolata perché la primavera sia propizia trasferisce sul piano umano, pur se di arcaica umanità, il dono di sé che in natura ogni elemento compie perché la vita si perpetui: dal fiore che dona il suo polline per la fecondazione, a tutte le innumerevoli forme animali e vegetali nelle quali dalla fine si genera il principio.

 

Qui le sonorità elettroniche, le Electronic Augmentations di Boccuzzi, precedono l’immersione nella ritualità ancestrale del sacre che si dispiegherà fra poco nella partitura stravinskiana con la sua evocazione di primordiale, impetuosa compenetrazione tra uomo e natura, mito e folklore, vita e morte. 

Ora, solo la disarmonia di suoni cupi e metallici sciabola il buio ferito da lampi di luce: vi prendono vita forme umane lente ed assorte; il moto dei corpi - circospetto, quasi sbigottito - sembra schiacciato da quelle sonorità stranianti, sospeso tra gli assolo convulsi o struggenti e le improvvise reunion dei danzatori che nell’inquietudine dei chiaroscuri acquistano plasticità quasi caravaggesca.

 

Ed ecco il sussulto, ecco l’irrompere del classico rivoluzionario e "scandaloso", ecco il dinamismo possente dei movimenti musicali. I danzatori ne sono come posseduti: le simmetrie e asimmetrie, le ripetizioni, la sovrapposizione dei ritmi innalzano un’architettura sonora sulla quale la collettività prima indistinta delle forme umane si staglia ora in altorilievo, frantumandosi in convulsi assolo o aggregandosi in un vocabolario di movimento intriso di solennità quasi religiosa.

Un timer giganteggia sul fondale e scandisce un tempo cronologico inesorabile, quello della natura e della terra, che si fa tempo psicologico nel suo interrompersi a tratti – sospendendo per attimi il tessuto musicale – quasi a concedere tregua al convulso procedere e ritrarsi dei corpi, scampo al terrore ancestrale per il sacrificio presagito.

Finchè, ogni volta, il ritmo della musica riprende selvaggio, in tutt’uno con quello della danza nel cercarsi e abbracciarsi dei corpi, nel fondersi e separarsi, nello sfidarsi e incontrarsi: in un convergere infine, collettivamente, verso un punto là in fondo, in una spinta di primitivo vigore che si fonde all’imponente crescendo musicale. 

I danzatori - interpreti a tutto tondo, dotati di fisicità ed espressività che insieme all’eccellenza tecnica ne fanno intensissime maschere attoriali - sono ormai un unico corpus.

 

Non più, ora, terrore ancestrale al cospetto di forze naturali sconosciute ma passaggio, infine, all’umano: dal mistero della rinascita che si svela nel ciclo continuo di morte e vita, all’accettazione solidaristica di un destino comune che non sfidi bensì accolga nell’unione reciproca l’immutabilità e l’assoluta perfezione della legge di natura.

 

Ora che più di un secolo è trascorso da quella creazione - che scandalizzò e impressionò il benpensantismo parigino e non solo - quasi profetica alla vigilia delle catastrofi che avrebbero segnato il secolo breve, possiamo ben rileggere quella partitura e quella coreografia come presaghe di un futuro ritorno - il nostro - alla barbarie: e la commistione del classico senza tempo con le stranianti sonorità elettroniche del presente sembrano dirci proprio questo, additarci con realismo e disincanto, e tuttavia non senza speranza, il primate futuro* che stiamo diventando.

 

 

[*Giarmando A. Dimarti, in È tutto sotto controllo, 2009]

 

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Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente di essere parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo (…) in questa considerazione stupisce della sua piccolezza (…) e perde quasi sé stesso nel pensiero della immensità delle cose e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza.


(G. Leopardi, Zibaldone)

 

 

Sara Di Giuseppe - 16 febbraio 2026