22/06/26

RIPATRANSONE (AP) CAPITALE DELLA CULTURA

Ripatransone - Anfiteatro delle Fonti

Sarà un’investitura automatica e riconosciuta ai più alti livelli istituzionali, quella di Capitale Italiana della Cultura che la città di Ripatransone riceverà per aver ospitato nello storico Anfiteatro delle Fonti lo show di Fabrizio Corona  - “ Falsissimo” - il prossimo 12 agosto 2026.

Definitivo lustro e imperitura fama nasceranno alla città che sarà cornice della versione teatrale (si fa per dire) delle performance youtùbiche del sullodato. 

 

Divenuto mediaticamente celebre per indiscussi meriti giudiziari e di gossip, il Nostro porterà a Ripa l’afflato vivificante della profonda cultura e dell’alto spessore morale delle sue res gestae.

Lo farà nello spazio più degno che gli si possa offrire: non un modaiolo chalet del litorale, non un club o simili, strutture private insomma la cui proprietà ospita liberamente chi vuole.

Niente di tutto questo, signori miei, bensì quel prezioso anfiteatro di un altrettanto prezioso complesso, l’antico Complesso delle Fonti, datato XV/XVI secolo, oggetto nel tempo di avventurosi “restauri”.

[Il più recente nel 2020-21 trionfalmente annunciato dalla grancassa della libera stampa locale, con autoincensamento istituzionale e photo-opportunity d’ordinanza].


Uno spazio pubblico, dunque, unico e pregiato, per uno spettacolo di sicura pregnanza artistica.

Del suo artista-protagonista gli agiografi narrano le mirabili imprese di agente fotografico e Re dei paparazzi, e le acrobazie di pregiudicato condannato nel 2015  in Cassazione in via definitiva a 13 anni e due mesi per reati continuativi, e con una lista di procedimenti giudiziari a proprio carico lunga come l’elenco telefonico (quando c’era) di Ripatransone. 

Il florilegio va dall’inchiesta “Vallettopoli” (nei diversi filoni di Milano – Torino – Roma) conclusasi con condanna e interdizione dai pubblici uffici, coronate (ops) da latitanza. Successivamente, pluripentito (un pentimento non si nega a nessuno) e dichiarato affetto da psicosi.

E siccome non è scritto che “un pentimento è per sempre” (mica è un diamante, diamine) ecco ancora nuove condanne ad arricchire il medagliere (Corruzione e reati tributari; Spendita (spendita!?) di banconote false; Diffamazione; Diffamazione aggravata; Truffa; Intestazione fittizia di beni; Minacce ai magistrati) e nuove accuse (Ricettazione, Calcio scommesse, ecc.).

Sono titoli che in Italia fanno curriculum, è noto, tant’è che un pregiudicato condannato in via definitiva ce lo siamo tenuto per 3.340 giorni come Presidente del Consiglio.

[Negli anni il Nostro scrive anche libri, tra cui  Le mie prigioni. Errata corrige: quello era Silvio Pellico; questo è La mia prigione ]

Dunque signori miei, come poteva il Comune di Ripatransone rifiutarsi di ospitare, in uno dei suoi  luoghi più antichi e preziosi e iconici, un evento di così elevato spessore culturale e artistico come lo show di questo Corona organizzato da rispettabili Agenzie e "Pro Loco Picena in sinergia"?

Come poteva eludere un appuntamento di tale valore educativo e formativo, che a dispetto delle vacanze estive sarebbe giusto coinvolgesse anche le scuole del territorio con alunni e insegnanti? 

Come poteva la locale stampa lecca-lecca contenere l’entusiasmo onanistico nell’annunciare siffatto evento  [si va da. È già partita la corsa ai biglietti per uno degli appuntamenti più attesi dell’estate 2026, a: Fabrizio Corona a Ripatransone, l’estate picena entra nel vivo… e via leccando] o financo esercitare un barlume di critica, avanzare una perplessità o un dubbio? 

Suvvia, signori, forse che il pregio artistico, il talento e l’alta statura culturale di un personaggio possono mai essere oscurati dall’essere, il soggetto, un po’ scavezzacollo?

Chi di noi si sognerebbe di sminuire l’arte di un Caravaggio, per esempio, solo perché il ragazzo fu tutt’altro che uno stinco di santo?

E dunque. 

Si rallegrino i ripani, piuttosto, del raro privilegio di vedere la propria città valorizzata da cotanto evento; si compiacciano di avere un’Amministrazione che sa come dare lustro e pregio al territorio accogliendo proposte di tale rilevanza, fornendo altresì ad un personaggio di così specchiata moralità l’opportunità di recitare da vittima del sistema che neanche il talento tragico di Sarah Bernhardt.

E tacciano le antiche pietre, tacciano i mattoni e i muri severi; cessino le ombre secolari del vetusto Complesso delle Fonti di rivoltarsi indignate, di dolersi per uno spettacolo nazional-popolare che di certo riempirà le gradinate di pubblico e autorità e bellagente e pensabene, e di sonanti dobloni le saccocce di organizzatori, protagonisti e vario indotto.

Capiscano finalmente che questa è oggi l’Italia e - soprattutto - che questa è Ripatransone, bellezza! Prossima Capitale Italiana della Cultura.


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Il tempo che ci siamo dati 


è tempo stolto 


una clessidra cariata di acqua in ristagno


un incanto di sirena a vuoti litorali in disuso


tarli di cielo non cresciuto


appeso alla rinfusa alle porte avare dell’universo

 

(Giarmando A.Dimarti  Il tempo che ci siamo dati – 2016)

 

 

Sara Di Giuseppe - 22 giugno 2026



Cresce l'attesa

 


09/06/26

L’ultimo epitaffio

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 2026
PER L’AMOR DEI POETI

 

Antologia di Spoon River 

di Edgard Lee Masters

 

ri-scrittura poetica, voce recitante e percussioni

 Vincenzo Di Bonaventura

suono

Giuseppe Merletti

 

 Grottammare – Ospitale delle Associazioni

5 giugno 2026



L’ULTIMO EPITAFFIO

(…)

Vedo solo colline e  riempiono il cielo e la terra

con le linee scure dei fianchi, lontane o vicine.

 

(C.Pavese – Gente spaesata - 1933, in Lavorare stanca)

 

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L’ultimo degli epitaffi sulla collina di Spoon River è il proprio: è quello di Webster Ford, nom de plume con cui Edgard Lee Masters pubblica - nel 1914 sul Reedy’s Mirror - i primi testi della sua Antologia .

Giovinezza, non serve fuggire il richiamo di Apollo. / Gèttati nella fiamma, muori con un canto di primavera, / se morire tu devi in primavera –

I poeti sanno come dare la vita e darsi la morte”, è stato scritto.

 

E anche: “I poeti hanno visto l’eterno” dice Di Bonaventura aprendo la serata in compagnia della Spoon River Anthology. 

Spenti i gelidi neon, le percussioni di Vincenzo e le sonorità del giovane Merletti che dialoga amorevole coi suoi diversi affollati strumenti a corde, disegnano per noi tutt’intorno le linee, i colori, le ombre di quella collina; e lo spazio si dilata oltre le pareti e i muri e c’è solo, adesso, quella collina, ci sono le sue voci e  i nomi e le storie, c'è "il Far West delle cose quotidiane”.

 

Vi si ispirò Cesare Pavese per Lavorare stanca nel ’36; grazie a lui l’Italia conobbe quell’autore e quell’opera, e se ne entusiasmò dopo la pubblicazione nel ’43 (con traduzione di Fernanda Pivano): in piena guerra, e poco prima che la Einaudi fosse confiscata. 

Gran beffa per la censura antiamericana di un fascismo - morente ma non meno feroce - che credette grottescamente quell’Antologia di S.River l’antologia di un rispettabile santo…

La repressione è sempre molto stupida.

 

“Come non riconoscere in lui la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori dei segreti del cuore e dei dilemmi della vita morale” (C.Pavese, 1943): e le voci che si levano dai morti sulla collina nascono da suggestioni letterarie antiche - dagli epigrammi greci a Dante, alla poesia cimiteriale ottocentesca, a Foscolo - ma sono voci di una realtà minore, appartata, che racchiude in sé tuttavia, nell'unicità di "ogni vita che è stata vita", ogni dramma ogni tragedia ogni felicità del vivere umano. Quelle voci convocano il viandante, esigono la sua attenzione, tracciano profili di esistenze. 

 

Hanno impressi, quelle vite, i contorni e i caratteri della provincia americana col suo puritanesimo, e le ipocrisie e le maldicenze, ma l’ascolto che i morti esigono dai vivi, e dal viandante, va oltre il particolare e il contingente: diviene raccordo fra vita e morte e, in questo, momento conoscitivo sottratto al tempo e allo spazio. 


Come nel viaggio dantesco l'incontro tra le ombre e la sostanza umana del poeta è percorso di conoscenza e analisi, qui ciascuna di quelle identità, ognuna con la sua narrazione, si fa tema universale e riflessione sui destini terreni. E nel ritmo convulso delle percussioni, nella voce solista, nelle sonorità stranianti, dalle testimonianze di quei morti prendono vita categorie eternamente umane: giustizia e ingiustizia, corruzione ed emarginazione, solitudini e amori, illusioni e disincanti.


Tutti dormono sulla collina. 

Come il violinista Jones che giocò con la vita per tutti i novant’anni /(…) non pensando / né al denaro, né all’amore, né al cielo…

Come l'infelice Amanda Barker, che fu resa madre da Henry sapendo che non potevo mettere al mondo una vita / senza perdere la mia.

Come Cassius Hueffer che avrebbe voluto per sé un diverso epitaffio, che recitasse: egli mosse guerra alla vita / e ne rimase ucciso.


C’è il mondo che tutti conosciamo, in quegli epitaffi, e travalica epoche e geografie: c’è la corruzione dei giudici, c’è l’ingiustizia sociale che toglie ai poveri per dare ai ricchi, c’è la stampa con le sue logiche e le sue servitù, ci sono i grandi progetti, gli appalti, le ferrovie, i ponti… E ci sono le beghe, gli intrallazzi, le crisi collettive, c’è un’America lontana dal nostro tempo ma così vicina al nostro oggi nelle dinamiche immutabili della vicenda umana.


Tace a tratti la voce del djembe, tacciono le percussioni, l’aria intorno trema nelle sonorità intime e assorte degli strumenti a corde che bisbigliano fra loro: quasi un soffermarsi del viandante per meglio ascoltare, e immaginare, e riflettere.

Poi il viaggio riprende e come il fiume porta con sé ancora le voci di quella collina, la quotidianità che si fa poesia: amara o scanzonata o rabbiosa, a volte struggente. 

Come il suonatore Jones che finii con un violino spezzato / e una risata rotta e mille ricordi / e neppure un rimpianto; o il cuore malato di Francis Turner, là quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary / baciandola con l’anima sulle labbra  / d’un tratto questa mi sfuggì; o il "blasfemo" Wendell P.Bloyd, percosso a morte da una guardia cattolica / [...] perché dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò  / a una vita da stolto. 


Siamo stati su quella collina, stasera, non ci siamo accorti del tempo. Un ultimo battito di djembe, un ultimo vibrare di suoni, la collina si dissolve… 

Eppure giurerei di aver sentito voci, intorno… Ma no: Tutti, tutti dormono sulla collina.

 

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“Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia” (Fernanda Pivano).

 


Sara Di Giuseppe - 5 Giugno 2026 

 

03/06/26

Correte adagio, cavalli della notte!

"Lente currite, noctis equi!" *
 

Invece hanno galoppato impazziti, nella dissennata notte delle prove per la parata del 2 giugno a Roma, gli innocenti cavalli, morendo o ferendosi nel terrore.

Ci saranno, ci sono già, i capri espiatori pronti per l’uso, quei due o tre poliziotti che hanno innescato la santabarbara.

Ma c’è qualcuno che ai vertici istituzionali (si) faccia domande sull’opportunità di festeggiare la Repubblica attraverso un tale scenario di pompa militare e di potere muscolare?

 

I cavalli impazziti di terrore, in fuga per le strade della Roma notturna sono una tragedia e una metafora: sono metafora di un confine sempre più indistinto tra vita vera e spettacolo; sono specchio di quella zona grigia in cui la hybris acceca l’uomo così che questi misuri il proprio valore con la capacità di impugnare un’arma; sono emblema, infine, di un  pensiero ottusamente specista ancora ampiamente dominante nei confronti del mondo animale. 

Comparse mute (citando Montanari) nella parata militare sarebbero stati quei cavalli, sfruttati per l'orgoglio militaresco di una repubblica che, pur nata con nuova libertà e dignità dalle ceneri di un’infame guerra di un regime infame, non sa festeggiare sé stessa se non nella pompa esibita di tutti i suoi apparati militari, delle sue armi e dei suoi micidiali sistemi d’arma, e di divise, mostrine, cappelli, elmetti, pennacchi, passo marziale, saluti militari, inni fascisteggianti...

Con l’esplicita benedizione del capo dello Stato  - che della Costituzione repubblicana dovrebbe essere il garante – sfila dunque, armata di tutto punto una nazione che “ripudia la guerra”; e in tal modo smentisce platealmente e calpesta la propria stessa Carta costituzionale. 

Plaude e sorride – dalle orride strutture metalliche assemblate per l’evento, ulteriore pugno in faccia ad un’ ormai irredimibile Roma - la Fratelladitaglia; plaude e sorride il nostalgico di trista nostalgia La Russa; plaude e sorride Mattarella pago d’aver dato fondo all’ennesima vuota retorica d’ordinanza prescritta dal copione e platealmente smentita dalla realtà. 


Plaudono e sorridono gli italioti che agitano bandierine tricolore mentre gli sfila sotto il naso il peggio della violenza armata e lo sconvolgente apparato di armi micidiali, robot assassini, perfino cani-robot addestrati alla guerra. E poi reparti in assetto bellico, nuclei di questo e di quello, battaglioni di quello e di quell’altro, e ognuno col suo bravo inno pettoruto; sfilano alti in grado con saluto a mano tesa che ne ricorda, non tanto vagamente, un altro. Sfilano militari in assetto da combattimento, molti hanno il passamontagna…

È  vero, sfilano anche reparti civili, sportivi e olimpionici, ma al passo di marcia cadenzato a cui sono stati addestrati nelle caserme come fossero militari (pur avendo chiesto formalmente di esserne esentati!); sfilano Corpi civili a memento che la difesa di uno stato non è difesa armata ma difesa – civile e appassionata  - di tutti quei principi di dignità, solidarietà, uguaglianza fra cittadini che sono la vera forza di un paese, ben lontana da quella delle armi.

Perché non questo, dunque, può essere il messaggio e il senso di una festa? 


Perché si vuole che sia invece un truce messaggio armato, con la squinternata esaltazione di logiche di supremazia, potere, dominio, affidata all’esibizione muscolare che per ore ha sfilato nella fascistissima via dei Fori Imperiali? 

[Per festeggiare tutto questo, fra l’altro, c’è già  il 4 novembre]

 

Perché non è possibile una parata di soli civili (anche i militari in abiti civili!) e niente armi?

Perché solo Pertini, di tutti i capi di Stato, sentì di non dover dar luogo nel suo settennato ad una parata così concepita? 

 

Il perché - è perfino elementare - è nel corposo maleodorante intreccio di interessi economici e politici nei quali le lobbies militari hanno una robusta parte; è in una distorta idea di paese, di nazione, di stato, che fa agitare bandierine tricolori a chi ignora che la grandezza di un paese non si misura dai metri di un sottomarino né dalle capacità dei suoi droni di sganciare bombe, ma dalle scelte politiche e di civiltà che i cittadini hanno il diritto di pretendere e i ceti dirigenti il dovere di applicare.

 

 

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*Ovidio, Amores, I, 13,40

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Di solito i fuochi d’artificio vengono fatti esplodere lontano dai cavalli, ma stavolta (…) la polizia, incaricata dei fuochi, li ha lanciati davanti ai cavalli dei carabinieri [che] incustoditi, sono scappati e dietro sono partiti gli altri. Un cavallo dei Carabinieri è stato abbattuto dopo essersi scontrato con un’auto. Tutti i cavalli sono traumatizzati e molti sono feriti. Una carabiniera ha un trauma cranico, un’altra ha perso i denti. Tra i lancieri c’è una ragazza col polmone perforato (il suo cavallo urina sangue ed è stato ricoverato)

(…) I cavalli dei lancieri hanno percorso 9 km e sono stati recuperati all’EUR.


(da una testimonianza diretta)

 

Sara Di Giuseppe - 3 giugno 2026