03/06/26

Correte adagio, cavalli della notte!

"Lente currite, noctis equi!" *
 

Invece hanno galoppato impazziti, nella dissennata notte delle prove per la parata del 2 giugno a Roma, gli innocenti cavalli, morendo o ferendosi nel terrore.

Ci saranno, ci sono già, i capri espiatori pronti per l’uso, quei due o tre poliziotti che hanno innescato la santabarbara.

Ma c’è qualcuno che ai vertici istituzionali (si) faccia domande sull’opportunità di festeggiare la Repubblica attraverso un tale scenario di pompa militare e di potere muscolare?

 

I cavalli impazziti di terrore, in fuga per le strade della Roma notturna sono una tragedia e una metafora: sono metafora di un confine sempre più indistinto tra vita vera e spettacolo; sono specchio di quella zona grigia in cui la hybris acceca l’uomo così che questi misuri il proprio valore con la capacità di impugnare un’arma; sono emblema, infine, di un  pensiero ottusamente specista ancora ampiamente dominante nei confronti del mondo animale. 

Comparse mute (citando Montanari) nella parata militare sarebbero stati quei cavalli, sfruttati per l'orgoglio militaresco di una repubblica che, pur nata con nuova libertà e dignità dalle ceneri di un’infame guerra di un regime infame, non sa festeggiare sé stessa se non nella pompa esibita di tutti i suoi apparati militari, delle sue armi e dei suoi micidiali sistemi d’arma, e di divise, mostrine, cappelli, elmetti, pennacchi, passo marziale, saluti militari, inni fascisteggianti...

Con l’esplicita benedizione del capo dello Stato  - che della Costituzione repubblicana dovrebbe essere il garante – sfila dunque, armata di tutto punto una nazione che “ripudia la guerra”; e in tal modo smentisce platealmente e calpesta la propria stessa Carta costituzionale. 

Plaude e sorride – dalle orride strutture metalliche assemblate per l’evento, ulteriore pugno in faccia ad un’ ormai irredimibile Roma - la Fratelladitaglia; plaude e sorride il nostalgico di trista nostalgia La Russa; plaude e sorride Mattarella pago d’aver dato fondo all’ennesima vuota retorica d’ordinanza prescritta dal copione e platealmente smentita dalla realtà. 


Plaudono e sorridono gli italioti che agitano bandierine tricolore mentre gli sfila sotto il naso il peggio della violenza armata e lo sconvolgente apparato di armi micidiali, robot assassini, perfino cani-robot addestrati alla guerra. E poi reparti in assetto bellico, nuclei di questo e di quello, battaglioni di quello e di quell’altro, e ognuno col suo bravo inno pettoruto; sfilano alti in grado con saluto a mano tesa che ne ricorda, non tanto vagamente, un altro. Sfilano militari in assetto da combattimento, molti hanno il passamontagna…

È  vero, sfilano anche reparti civili, sportivi e olimpionici, ma al passo di marcia cadenzato a cui sono stati addestrati nelle caserme come fossero militari (pur avendo chiesto formalmente di esserne esentati!); sfilano Corpi civili a memento che la difesa di uno stato non è difesa armata ma difesa – civile e appassionata  - di tutti quei principi di dignità, solidarietà, uguaglianza fra cittadini che sono la vera forza di un paese, ben lontana da quella delle armi.

Perché non questo, dunque, può essere il messaggio e il senso di una festa? 


Perché si vuole che sia invece un truce messaggio armato, con la squinternata esaltazione di logiche di supremazia, potere, dominio, affidata all’esibizione muscolare che per ore ha sfilato nella fascistissima via dei Fori Imperiali? 

[Per festeggiare tutto questo, fra l’altro, c’è già  il 4 novembre]

 

Perché non è possibile una parata di soli civili (anche i militari in abiti civili!) e niente armi?

Perché solo Pertini, di tutti i capi di Stato, sentì di non dover dar luogo nel suo settennato ad una parata così concepita? 

 

Il perché - è perfino elementare - è nel corposo maleodorante intreccio di interessi economici e politici nei quali le lobbies militari hanno una robusta parte; è in una distorta idea di paese, di nazione, di stato, che fa agitare bandierine tricolori a chi ignora che la grandezza di un paese non si misura dai metri di un sottomarino né dalle capacità dei suoi droni di sganciare bombe, ma dalle scelte politiche e di civiltà che i cittadini hanno il diritto di pretendere e i ceti dirigenti il dovere di applicare.

 

 

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*Ovidio, Amores, I, 13,40

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Di solito i fuochi d’artificio vengono fatti esplodere lontano dai cavalli, ma stavolta (…) la polizia, incaricata dei fuochi, li ha lanciati davanti ai cavalli dei carabinieri [che] incustoditi, sono scappati e dietro sono partiti gli altri. Un cavallo dei Carabinieri è stato abbattuto dopo essersi scontrato con un’auto. Tutti i cavalli sono traumatizzati e molti sono feriti. Una carabiniera ha un trauma cranico, un’altra ha perso i denti. Tra i lancieri c’è una ragazza col polmone perforato (il suo cavallo urina sangue ed è stato ricoverato)

(…) I cavalli dei lancieri hanno percorso 9 km e sono stati recuperati all’EUR.


(da una testimonianza diretta)

 

Sara Di Giuseppe - 3 giugno 2026 

 





 

01/06/26

QUESTIONE DI TEMPO

 

“Avant-Garde”

 

4 Seasons - Coreografia Robert Bondara

 

 27’ 52” - Coreografia Jiří Kylián

Lovebirds - Coreografia Marco Goecke

 

Corpo di ballo e Orchestra del Teatro Nazionale  di Praga 

 

Praga – Teatro Nazionale  -  21 Maggio 2026  h19

 

 

Ma, ahimé, che m’inganno, 

tu sei, tempo, che te ne stai

io sono quello che se ne va.


 (Luís de Góngora y Argotte)

 

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Quando tre grandi della danza contemporanea internazionale si confrontano intorno al tema del tempo, è fatale che ne nasca qualcosa di sorprendente.

 

Per esempio, che la sontuosità delle 4 Stagioni vivaldiane rivisitata nel minimalismo avanguardista di Max Richter diventi il tessuto sonoro di una danza meditativa e di stampo neoclassico qual è quella del polacco Robert Bondara; che l’incompiuta Decima Sinfonia di Mahler trascolori nelle sonorità elettroniche di Dirk Haubrich per incastonare nella coreografia di Jiří Kylián quella componente di surreale e di assurdo che appartiene anche alla vita vera; che l’inquietudine interiore del Doppio Concerto per due orchestre d’archi, pianoforte e timpani di B. Martinů si unisca al soul e alla voce scoscesa e struggente di James Brown per dare alla coreografia di Marco Goecke i colori delle emozioni più nascoste e profonde.

  

Stranezze solo apparenti, se i tre distinti linguaggi coreografici si ricongiungono sapientemente per strade diverse nella comune riflessione sul tempo, sulla natura ciclica della vita, sull’ineluttabilità della fine.

 

Perché abbiamo escluso la morte da questo ciclo? Perché fingiamo che non esista? Questo mi affascina. Nella cultura occidentale la morte non è 'sexy', ci deprime. Eppure è una parte essenziale di noi, commenta R. Bondara.


Nel suo “4 Seasons”, le 4 Stagioni vivaldiane nella nota versione di Max Richter prorompono su una scena minimalista e si fanno metafora del flusso temporale ciclico e costante che l’elemento umano attraversa con tutta la propria fragilità e vulnerabilità; gli stilizzati uccelli di carta che sovrastano la scena ne sono il simbolo, alcuni cadono in fiamme al suolo perchè fragile come le nostre vite è quella carta, fogli bianchi non scritti su cui si imprimeranno i segni e le ferite del tempo, e come noi infine cadranno.


È come se qualcuno ci avesse accartocciati. Siamo meravigliosamente rugosi, commenta il coreografo.

 

Ancora la costante trasformazione del tempo è al centro della coreografia di J.Kylián; quel 27’ 52” che ne costituisce il titolo è la durata esatta della coreografia e del movimento musicale che la scandisce: la Sinfonia n.10 di Mahler – qui contaminata con la musica elettronica di Dirk Haubrich – che contiene nella sua stessa incompiutezza il presagio della fine. 

E nella perfezione tecnica della danza, nella fluidità di assoli e duetti - cifra distintiva di Kylián - emergono emozioni, moti dell’anima e di un sentire profondo che qui è coscienza dell’umana caducità nel flusso temporale costante e inarrestabile.

In questo flusso procediamo tutti come migranti, siamo tutti migranti del tempo.*

 

Questo tempo che misura e trasforma la nostra esistenza si traduce, nel Lovebirds di Goecke – terza composizione del trittico Avant-garde – in uno stile coreografico di apparente romanticismo che è consapevolezza di vulnerabilità e tensione verso una ricerca di identità.

Ne è cornice e voce al tempo stesso la partitura musicale del Doppio Concerto di Martinů, composto nel  ’38 nell’addensarsi tumultuoso di venti di guerra, e che fu grido d’opposizione agli Accordi di Monaco. 

 

I ritmi sincopati e la densità ritmica, l’oggettiva difficoltà della partitura (qui egregiamente eseguita dall’Orchestra del Teatro Nazionale, con la direzione di  J.Kyzlink) sono il tappeto sonoro di un linguaggio coreografico irto di contrasti ed iperboli, di aggregazioni e solitudini, dove la tensione musicale, la drammaticità dei toni percussivi si rompono a tratti, frammentate dall’energia dei ritmi e dei testi di James Brown.

La fisicità degli interpreti ne viene plasmata, e il linguaggio espressivo di Goecke attraversa tutta la gamma dei contrasti e dei paradossi: la danza assume su di sé il compito di disegnare gli stati emozionali più contraddittori, trascolorando dall’umorismo al grottesco, dal divertimento al dramma.

Ciò che Goecke disegna attraverso i 18 danzatori in stato di grazia è uno studio trasgressivo, disincantato, intenso, sulla identità, la vulnerabilità, le possibilità dell’amore.

 

Avanguardia e tradizione, dunque, ancora una volta e magnificamente s'incontrano su questa scena, in questo Teatro Nazionale di linee severe, di volumi imponenti, materna sagoma incoronata d’oro. 

E oggi come sempre il genio creativo di grandi autori, l’eccellenza degli interpreti, la perfetta organizzazione rendono omaggio a questo contenitore di cultura e di bellezza; a questo luogo che in caratteri d’oro al di sopra del palco reca la scritta  NÁROD SOBĔ, La Nazione a sé stessa, a ricordare il contributo dell’intera nazione perchè il luogo più straordinariamente iconico della cultura e dell’identità ceche rinascesse dalle ceneri del suo incendio e tornasse, ancora grande, ai suoi cittadini. 

 


*Remo Bodei, I paradossi del tempo, Modena – Lectio Magistralis 2015

 

https://www.youtube.com/watch?v=Ai2BmnFDYFU

 

Sara Di Giuseppe - 28 maggio 2026

25/05/26

Lo Spoglio

Amministrative 24-25 maggio 2026
San Benedetto del Tronto
 

È troppo presto. La pressione è ancora alta… Il ghiaccio sulla testa è in fusione, ma una cosa a caldo, almeno a temperatura ambiente, si potrà dire!? 
 
Dispiace, non tanto per la sconfitta di Giorgio Fede, che credo (avendoci lavorato assieme) avrebbe messo in campo molte nuove energie e temi di stringente attualità, ma ancora di più per la nostra San Benedetto, che non riesce a rialzarsi da l'immobilismo piuntiniano e spazzafumiano altamente certificato.
 
La città è vecchia e non sogna minimamente di ringiovanire, neanche come gli anziani amici di Cocoon, che coraggiosamente si immersero in una piscina miracolosa contenente bozzoli alieni. Neanche questa utopica realtà la maggioranza sambenedettese vuole conoscere, o anche solo sperare. Vogliono essere rassicurati da coetanei o aspiranti vecchi. Gli bastano poche ma sicure cose: il giardinetto rasato a primavera, la buca rattoppata di fronte casa, le rassicurazioni di qualche pinguino del consiglio, la festicciola pagata con lo spumantino a buon mercato… e qualche rassicurante pacca sulla spalla. Quei pochi e disturbanti ‘molestatori della notte’, che si dicano giovani di poca voglia, se ne tornino a casa a una certa, invece di disturbare il riposo di noi anziani signori sambenedettesi, un tempo poveri ma lavoratori e ora con lo sguardo fisso all’Orizzonte… 
 
La città si è ‘spogliata’ non per andare al mare ma per perseguire con avventuristica spavalderia un ritorno al passato. 
 
(Che dire, resta dell'amarezza a vedere vincere una compagine così già conosciuta, quasi a testimoniarci testardamente che no, non si cambia fin tanto che taluni riescano a mascherarsi in un modo o nell’altro dietro qualche bandiera (queste sì, vecchie e oscurantiste) e qualche bel 'giovine' dalle buone premesse ma di facile inciampo. Auguri sindaco Mozzoni!).
 
PS: Un grande abbraccio ai nuovi e giovani amici di Cambia San Benedetto che ho avuto il piacere di conoscere, e un grazie sincero a quei pochi che mi hanno votato ai quali non ho offerto neanche un caffè.
 
Francesco Del Zompo - 25 maggio 2026

20/05/26

CI DISPIACE PER GLI ALTRI


“CIASCUNO A SUO MODO”

Scandalosa-mente 

da 

Luigi Pirandello



Officina Teatrale Aikot 27 - Gruppo Teatrale Aoidos


Grottammare – Ospitale delle Associazioni


16 maggio 2026

 

Regia 

Vincenzo Di Bonaventura

 

 

      Non c’è che Di Bonaventura – e ci dispiace per gli altri – per maneggiare un autore così poco rappresentato (occorrerebbe un centinaio di attori) come il Pirandello di Ciascuno a suo modo. E per rendere quella, a 102 anni dalla prima rappresentazione, una delle opere di più sconvolgente attualità per ciò che attiene alla qualità delle vicende umane: in ogni tempo, e più ancora nel nostro costantemente sul labile confine tra normalità e follia.

Più numerosi del solito, noi privilegiati spettatori: una rarità, in questo inospitale Ospitale di feroci neon macelleria-style che solo il palco in larice “vincenzianamente” autoprodotto e i manifesti di tante poderose serate come questa riescono a rendere meno tragico.

Ciascuno a suo modo, dunque: raccapezzarsi è impegnativo, in una trama di arzigogoli come solo Pirandello. 

“Tragedia annegata in farsa” - parole dell’autore stesso - che è metateatro, è commedia “a chiave”, è formidabile metafora dell’arte che copia la vita e del suo contrario: è tutto questo e di più, perché come osserva Vincenzo nello “spazio conversazionale” col suo pubblico, “questi drammaturghi del ‘900 erano micidiali”, pensiamo a D’Annunzio col suo La nave che neanche i colossal del cinema, più tardi.

E con reazioni di pari portata nel pubblico, detrattori e sostenitori, vere gazzarre anzi. 

 

(Non succede più da un pezzo, che ci s’accapigli fuori e dentro un teatro, per il teatro stesso: succedesse di nuovo, significherebbe che stiamo migliorando o guarendo; ma fin qui le liti sull’arte hanno il sapore marcio degli interessi di politica, di bottega, odore di palazzi…veneziani; arte e cultura se ne tengono alla larga).

 

Nella ri-scrittura scenica del dramma pirandelliano la cornice si affida oggi all’invenzione, tutta vincenziana, di un’emittente radio (emblematicamente, Radio sòla, mai nomen fu più omen), la cui conduttrice dal gorgheggio glamour d’ordinanza introduce gli ascoltatori/spettatori all’intricata vicenda che andrà in scena. 

Come nel copione originale, anche qui il pubblico riceve il fac-simile della prima pagina di un "Giornale della sera" recante l’avviso che la rappresentazione odierna trae spunto da un pietoso fatto di cronaca recente, il suicidio del giovane pittore Giacomo La Vela per il flagrante tradimento dell’attrice e - va da sé - femme fatale Amelia Moreno col barone Nuti (a sua volta promesso sposo della sorella del pittore…).

[Oggi succederebbero carneficine per meno...] 

Da qui in poi la scena rientra nei binari tracciati dal copione: dramma in due o forse tre atti, imprecisione dovuta - chiarisce l'autore - ai probabili incidenti che forse ne impediranno l’intera rappresentazione

 

Incidenti che puntualmente ci saranno, e impediranno lo svolgersi del terzo atto. Perché il conflitto è qui non fra Attori e Capocomico come in Sei personaggi, ma fra Spettatori da una parte e Autore e Attori dall’altra; e perché, udite udite, fra gli spettatori ci sono le stesse due persone alla cui vicenda il dramma s’è ispirato - la fedifraga Amelia e il Nuti suo amante - ed essi si riconoscono nella Delia Morello e nel Michele Rocca del dramma teatrale e se ne indignano, coinvolgendo nella protesta e nel clamore il pubblico in sala.

Intanto per questo primo intermezzo si raccomanda sopra tutto la naturalezza piú volubile e la piú fluida vivacità. È ormai noto a tutti che a ogni fin d’atto delle irritanti commedie di Pirandello debbano avvenire discussioni e contrasti. Chi le difende abbia di fronte agli irriducibili avversarii quell’umiltà sorridente che di solito ha il mirabile effetto d’irritare di piú]*   

Sulla scena, intanto, s'è svolto lo psicodramma dei personaggi: intenti a cavillare e ad interpretare ciascuno a suo modo i fatti di cui sono in parte protagonisti in parte testimoni; a tentare di dar forma ad una realtà che è sempre oppostamente interpretabile (scolpita, in Così è se vi pare, dal raggelante Per me, io sono colei che mi si crede) e perciò stesso inconsistente e inafferrabile. 

Ecco allora Doro e Francesco sostenere - nel giudizio intorno al tradimento di Delia e Michele ai danni del fidanzato di lei e al suicidio che ne è conseguito - punti di vista opposti, e ritrattarli poi in un breve volgere di tempo: sovvertendo così il proprio precedente giudizio - in ciò trovandosi l’uno ad abbracciare la precedente opinione dell'altro - e dandosi vicendevolmente del pulcinella e del pagliaccio, con inevitabile - per l’epoca - sfida a duello benchè solo “al primo sangue” e non all’ultimo.

[I disaccordi hanno bisogno della necessaria imbecillità, aveva chiosato poco prima Vincenzo attualizzado l’assurdo di un reale che l’arte si incarica di svelare impietosamente].

Con l’ingresso di Diego, amico di entrambi i contendenti, e nella catena di riflessioni che questi innesca, la commedia si fa a tratti dialogo filosofico (La vita, dentro e fuori di noi - andateci, andateci appresso! - è una tale rapina continua, che se non han forza di resistervi neppure gli affetti piú saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!). 

E mentre gli interpreti del dramma - “Amleti in panni borghesi” - filosofeggiano intorno all’accaduto e alle sue dinamiche, al termine del secondo atto  i veri protagonisti del fatto di cronaca scateneranno il putiferio in sala anche fra gli spettatori che vedranno la Moreno, invano trattenuta dai tre amici, attraversare di corsa il corridojo e precipitarsi sul palcoscenico. Ora verrà dalla sala un clamore di grida e d’applausi, che infurierà sempre piú, sia perché gli attori evocati alla ribalta non si saranno ancora presentati a ringraziare il pubblico, sia perché strani urli e scomposti rumori si sentiranno attraverso il sipario sul palcoscenico, e piú forti si sentiranno qua nel corridojo.**  

Nel generale tumulto la rappresentazione viene interrotta, come l’autore aveva previsto. La vicenda reale, divenuta essa stessa azione drammatica, l'irruzione lacerante della vita nella finzione scenica  ha reso indistinguibile il confine tra verità e finzione, scomposto i meccanismi  teatrali tradizionali facendosi perciò stesso riflessione sul teatro: in una parola, metateatro. 

Impresa da far tremar le vene i polsi, quella di Di Bonaventura e dei suoi attori, nel rendere fruibile un dramma tra i più complessi del teatro pirandelliano. 

L’ironico, disincantato, "loico" Diego, gli irruenti e sanguigni “duellanti” Doro e Francesco, il collerico Nuti e il suo doppio teatrale Michele Rocca; le figure femminili, la pittoresca conduttrice di Radio Sòla, l’enigmatica Delia/Amelia, l’ansiosa donna Livia, le giovani ospiti, la timida giornalista: ogni interprete assume su di sé ed elabora con passione e misura, restituendoli in tutta la loro complessità, i chiaroscuri dell’universo pirandelliano, la poliedricità dello sguardo, l’amara constatazione di una solitudine che imprigiona  - Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai! – in un groviglio insolvibile, che è la vita stessa, di incomprensioni e sconfitte.


* Dal copione di "Ciascuno a suo modo", Primo intermezzo corale.

** Ibidem, Secondo intermezzo corale

 


Sara Di Giuseppe - 18 maggio 2026