03/04/26

Mamma, mi scappa l’aereo…


Scusate se non parlo di una tragedia di peso mondiale come la disfatta della nazionale di calcio italiota, bensì di un tema del tutto secondario e marginale come le guerre e le catastrofi in corso.
Il fatto è che abbiamo un governo che quotidianamente sforna perniciose cialtronerie al ritmo di braciole arrostite alla Bisteccheria d’Italia.
Il fatto è che abbiamo un ministro della guerra che gli passano sulla testa gli aerei USA senza chiedere scusi si può? e lui se ne accorge quando di colpo sctùmp! gli si stappano le orecchie.
Perbacco, dev’essersi detto, questo non si fa. Quindi niente atterraggio a Sigonella, dietro front, marsch, a casetta vostra, con noi non si scherza.

Che statura, signori miei, che coraggio, che muscoli!
Avercene, statisti così.
 
Infatti la grande stampa in preda all’estasi plaude alla prova di forza, tira fuori il Craxi dell' '85 e il rifiuto di consegnare all’America i terroristi palestinesi della Lauro atterrati a Sigonella, rivendicando all’Italia la competenza territoriale e giuridica, con conseguente incidente diplomatico (salvo poi lasciare andar via senza processo Abu Abbas capo dei terroristi…)
 
Senonchè stavolta nessuna prova di forza da parte italiota nei confronti degli USA (opperbacco, niente eroi?...), ma solo l’applicazione di un vincolo normativo: l’uso delle basi americane in Italia per azioni legate a teatri di guerra è consentito soltanto previa approvazione del Parlamento italiano.
Gli americani - furbi o sbadati - si sono ricordati di avvisare quando gli aerei erano già in volo e il ministro della guerra s’è svegliato per il rumore che facevano e non c'era tempo di riunire il Parlamento… Errore umano, distrazione, so’ ragazzi.
 
Tutto normale dunque, signori miei, non strumentalizziamo e bando alle ciance. Nessuna eroica disubbidienza italiota all’Ammerica.
“L’Italia rispetta i trattati” si sgolano come un sol androide Crosetto e Melona. E "le basi sono attive, in uso, nulla è cambiato.” 
E ne sono fieri…
 
Mica siamo la Spagna di Sanchez, noi!
 
Ma ci sarebbe quell’inciampo, quel benedetto Articolo 2 dell’Accordo Quadro  bilaterale Usa-Italia del ’54 che consente l’uso delle basi in Italia solo per operazioni NATO; e che - nella forma ammorbidita del ’95 - in caso di operazioni non NATO, vincola comunque l’accesso alle basi al consenso del governo italiano previa approvazione parlamentare.
Bubbole: i nostri governanti, che ne sanno una più del diavolo, con la giravolta contorsionista che l’essere fantocci e marionette consente loro, eludono serenamente il vincolo, e quegli aerei possono muoversi dalle basi americane in Italia verso zone di guerra senza richiedere consenso alcuno essendo voli cargo, dunque impegnati in attività non cinetiche ma logistiche. Et voilà.
Basta far credere ai gonzi, con l’avallo della (dis)informazione giornalistica e mediatica, che dare supporto logistico di ogni tipo agli apparati militari di paesi impegnati in teatri di guerra non significhi aiutare quelle stesse operazioni belliche ed essere quindi alleati e complici di bombardamenti e quant'altro.
 
Ed è esattamente ciò che fanno da settimane, con gli aerei americani liberamente in volo dalle basi italiane verso l’Iran e i paesi del Medio Oriente coinvolti nella guerra, nel silenzio complice della maggior parte della stampa, nell’inerzia delle opposizioni, col tacito avallo (ma non mi dire...) del capo dello Stato.
 
Siamo i migliori nel ramo: l’abbiamo fatto in altri anni e in altri scenari di guerra come in Iraq e altrove, dando supporto logistico e armi e uomini con tanto di autorizzazione parlamentare e firma del capo dello Stato (Parlamenti e Presidenti hanno sempre dato il loro consenso!). 

Ci siamo sempre stati anche noi, nella distruzione di quei paesi e delle loro popolazioni; lo facciamo ancor meglio oggi perché siamo più furbi e sappiamo nasconderci dietro i cavilli, mascherando da attività logistica (non cinetica, eh!) quello che è a tutti gli effetti il nostro supporto ad una guerra illegale e alla catastrofica distruzione di interi territori.

D’altronde vuoi mettere la soddisfazione, per l’Italia, di essere “una piattaforma geostrategica unica all’interno dell’Europa” per gli interessi ammericani? Lo dicono loro stessi in documenti diplomatici, che ”l’Italia è la sede dalle più vaste capacità militari che noi americani abbiamo in qualsiasi parte del mondo fuori dagli USA” *
 
Dunque no panic: l’Italia non è una femminuccia come la Spagna di quel mollaccione di Sanchez, né si è mai sognata di dire  “noi non parteciperemo in nessun modo a questa guerra” (per esempio vietando i nostri cieli ai sorvoli USA e l’uso delle basi americane sul nostro territorio in operazioni non Nato).

Diamine, signori miei, siamo uomini o caporali?


Forse che non è la guerra la fonte e il coronamento di ogni celebrata impresa? E che c’è di più pazzesco dell’impegnarsi, per non so quali cause, in un confronto da cui, immancabilmente, ognuna delle due parti trae più danno che guadagno? (..) C’è bisogno di gente ben piantata, con moltissima audacia e pochissimo cervello (…) Per il resto questa impresa tanto egregia della guerra è affidata a parassiti, ruffiani, briganti, sicari, imbecilli, debitori e altri rifiuti del genere (…)
 
(Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509)


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*fonte: Stefania Maurizi, giornalista freelance, intervistata da Peter Gomez
 
Sara Di Giuseppe - 3 aprile 2026

25/03/26

LA SOSTANZA DEI SOGNI

 

 

BALLETTO DI SIENA
Fellini. La dolce vita di Federico

Coreografia e regia 

Marco Batti


Musiche 

Nino Rota, Nicola Piovani, Max Richter


Senigallia – Teatro La Fenice – 20 Marzo 2026



 

 

 

 e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita.

    (W.Shakespeare, La tempesta)

 

 

     Se è vero che siamo della sostanza di cui son fatti i sogni, allora è il cinema di Fellini quello che più di ogni altro ha attraversato il reale con la leggerezza del sogno, consegnandoci una visione del mondo che nelle sue sorprendenti folli sfaccettature è stata soprattutto e sempre sguardo interiore, certezza che se la vita è sogno, “è pur sempre una festa, la vita”. 

Lo dice sornione il Guido Anselmi/Fellini in Fellini 8½ ; sembra pensarlo il giovane Fellini in questa coreografia, spettatore disincantato e curioso a un tempo della comédie humaine che davanti a lui si srotola come di un film la pellicola e come in un gioco di specchi rimanda la visionarietà del suo genio che plasma figure di struggente bellezza.

 

    Hanno, queste, il volto di Gelsomina e di Zampanò e del Matto coi loro universi di solitudini e di silenzio, hanno la coralità barocca del pianeta circense, hanno la sensualità ingenua dei ricordi adolescenti, la grazia stravagante delle storie cucite sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiate in un danzare fastoso che fonde l’eleganza dei corpi al vigore di un tessuto musicale di ineguagliata suggestione.


     E nell’incerto spazio tra il reale e l’onirico, disegnate dal sicuro talento dei danzatori e dalla sapiente regia, prendono forma e corpo le immagini e le maschere - struggenti e comiche, grottesche e tristi, sempre universali - di quel cinema e di quella poetica. 

Così l’inebetita provincia italiana de I Vitelloni trascolora nelle atmosfere decadenti e glamour di una Dolce vita romana che è soprattutto miraggio e malinconia; si volge al passato in un intimo Amarcord in bilico fra sogno e memoria sullo sfondo di un presente che inquieta; diviene affresco di una realtà che l’alter ego felliniano osserva ironico dalla nebbia delle proprie dissonanze interiori  in Fellini 8½


Ed è dalla Gelsomina de La strada - là dove per Federico tutto comincia - che la coreografia attinge nel disegnare l’artista che in quegli anni lontani tracciava strade nuove per il cinema italiano, e nella cronaca di una marginalità desolata e cruda superava stereotipi e conformismi, scandalizzava il benpensantismo dell’italietta bacchettona di allora. E soprattutto creava poesia. 


     Termina infine nel punto stesso da cui era iniziato, il viaggio di stasera intorno a Fellini: con rigoroso andamento circolare, le note de La strada aprono e chiudono la narrazione della sua parabola artistica e di quel suo “sciamanesimo misterioso” - nella definizione di Andrea Zanzotto - che la danza sottrae qui agli stereotipi celebrativi per restituircene intatto il prodigio; perché è nella danza che il pianeta felliniano sembra trovare la forma che più somiglia alla leggerezza, alla creatività visionaria e geniale del regista.


     E su questo palco non abbiamo visto solo l’eccellenza dei danzatori, interpreti a tutto tondo; né solo il rigore di una regia colta e attenta; né solo l’alchimia che fonde il tessuto musicale all’alfabeto della danza. Ciò che abbiamo visto è anche l’omaggio affettuoso e intenso, trascinante e devoto, all’artista che ha lasciato l’orma dei grandi nel cinema e nella realtà di tutti noi; che non smette di parlarci con la grazia leggera dei classici; di ricordarci che, se abbiamo noi stessi la sostanza dei sogni, ogni sogno è allora possibile in questo circo grande e straordinario che è la vita.

 


https://youtu.be/ujN7QQ9sCZw?is=yop1GoNOdn28cGIP


Sara Di Giuseppe - 24 marzo 2026

14/03/26

MAMMA, HO PERSO L’AEREO!

 (Lost in Dubai)


Povero il nostro androide Crosetto, è dura essere Ministro della Guerra quando la guerra ti scoppia intorno e tu neanche te ne accorgi.

Ma suvvia, bisogna stare ai fatti e non strumentalizzare, si fa presto a dire Dubai.

 

Dunque andiamo per ordine: i due psicopatici macellai mondiali bombardano l’Iran e tutto il bombardabile limitrofo e a noi, oltre a tutta l’angoscia della situazione, tocca preoccuparsi  (oddio preoccuparsi…) per la sorte dell’androide nostrano  bloccato a Dubai.

 

Senonchè il sullodato ci  ritorna indietro a stretto giro (ok, a volte ritornano). 

Aveva perso l’aereo ma l’ha ritrovato. Non  possiamo avere tutto, signora mia.

 

Ci mettiamo dunque tranquilli o giù di lì finchè non arrivano le spiegazioni (si fa per dire) sul perché e sul percome il nostro Ministro della Guerra si sia trovato nel momento e nel luogo in cui una guerra effettivamente esplodeva, ma così a sua insaputa da rimanerne bloccato. 

Le “spiegazioni” sono varie e pittoresche, che se Queneau lo sapeva aspettava a scrivere il suo Esercizi di stile perché i Novantanove modi di scrivere una storia glieli scriveva Crosetto personalmente di persona…

 

Le versioni della storia, dunque. 

C’è la prima: modello sceneggiata napoletana,  i figli so’ piezz ‘e core  - insomma di lui che va a riprendersi figli e famiglia in vacanza rimasti bloccati lì. Da  commuovere anche i sassi.

 

La seconda: versione ludico/vacanziera e risvolto thriller, le meritate vacanze a Dubai con famiglia e, ops, la guerra che gli scoppia come un petardo fra i piedi. Soggettone per un film di cassetta.

 

La terza: versione “impegno istituzionale”, incontro col ministro della Difesa emiratino proprio in quei giorni lì, non confermata e non smentita, bocche cucite. Che volete, essere ministro non è una passeggiata.

 

La quarta: versione vacanza-lavoro quindi impegno istituzionale più impegno familiare, cioè un po’ di questo e un po’ di quello, spolverizzare di paraculismo ben stagionato, mantecare e servire caldo. “Sono partito a livello (livello!?) privato e ho fatto cose che dovevo fare a livello istituzionale” comunica allo scelto pubblico nel suo incantevole italiano.

 

La quinta (la migliore, anche se non è Beethoven): stavolta non è Mamma ho ri-perso l‘aereo ma Sapore di mare e di affari; perché in quei giorni laggiù c’è un viavai di imprenditori e politici che neanche a Wall Street il martedì. 

E c’è pure il “re dei sommergibili”, tale Cappelletti che non è l’inventore ed eponimo dei gustosi cappelletti emiliani: è bensì il patron della società privata DRASS con sede a Dubai, che fra altre e utili cose (camere iperbariche ecc.) produce anche - indovina un po’ - sommergibili. 


E la carta moschicida intorno a cui ronzano e su cui si appiccicano i suddetti è Garibaldi: non l’eroe dei due mondi (che a Caprera si rivolta nella tomba. Giuse’, chi te lo doveva dire?...) ma l’omonimo incrociatore tutto ponte, ex gloriosa ammiraglia della nostra flotta, che la Difesa italiana cede/cederà/ha ceduto (vattelappesca) alla Difesa indonesiana  a titolo gratuito in un opaco intreccio tra interessi imprenditoriali privati e commesse pubbliche

 

Si dà il caso infatti che proprio la DRASS - quando uno dice le coincidenze! - stia per concludere affari milionari con l’Indonesia per fornitura di sommergibili – sei, pari 480 mln di euro  - e che altri succosi affari in ballo con lo stato islamico indonesiano facciano capo alle società a controllo pubblico Leonardo e Fincantieri con le quali Crosetto è stato in relazione diretta prima di diventare ministro della guerra, con un filino di conflitto d’interessi (ubbie, bazzecole!).

 

Gulp. Confessiamolo, ci gira un po’ la testa. E un po’ tanto  anche i cabasisi ma non si dice.

Perché siamo abituati a ingoiarne di ogni, e politica e (dis)informazione danno il meglio di sé quando si tratta di prendere per il naso il popolo bue.

Oggi stanno trascinandoci verso la guerra, in un mondo già in fiamme, mentre blaterano senza vergogna di rispetto dell’articolo 11 della nostra Costituzione.

 

    Riusciremo mai a chiederci e a chieder loro quousque tandem

    Ce l’avremo mai quel soprassalto di dignità e di coscienza civile, magari anche quel rigurgito  di puro elementare istinto di sopravvivenza, che ci spingano finalmente a “prosciugare l’acqua dentro cui nuotano i voraci squali della guerra” *?

 

    

 *Alberto Asor Rosa 



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Al tempo stesso - mentre i fatti prendono sempre più spesso il posto delle parole – nessuno saprà più veramente come stanno le cose; oppure, più frequentemente, la “verità” scomparirà nel gorgo limaccioso delle “versioni” contrapposte. Nelle condizioni create dal Terrore due versioni contrapposte non danno una verità. Al contrario, danno una menzogna più grande della somma di ognuna delle due menzogne che la compongono.
 
(Alberto Asor Rosa, La guerra – 2002)
 

 

Sara Di Giuseppe - 13 marzo 2026 

 

10/03/26

L'arte "povera" di Giuseppe Piscopo

Non si può parlare compiutamente di un artista senza conoscerlo almeno da un decennio, seguirne le sue esperienze ed evoluzioni, o avendo studiato approfonditamente il suo percorso creativo per altrettanto tempo.

In ciò che segue non vi sarà alcun riferimento alle sue numerose mostre personali, collettive o partecipazioni a premi. Non ne ho tenuto il calendario né il conto. So con certezza che lo conosco almeno dai primi anni ’90, quando Giuseppe Piscopo portava la sua giovane famiglia in vacanza in una casa di fianco alla mia stanziale dimora. Tenterò di dare qualche modesta impressione, tratteggiare dei flash visivi, riflessioni embrionali anche se il suo miglior biografo è se stesso, trovandosi spesso costretto a redigersi la presentazione di una delle sue tante personali a causa di scarsità di “esperti del settore”. Ma questo è anche ‘segno’ di una versatilità non comune.

Dicevo: anni ’90. Da allora non ci siamo mai persi di vista e, più o meno puntualmente, ci sentivamo per scambiarci progetti, fantasie, idee che quasi mai restavano ‘sulla carta’ (sia per lui che per me), anche se la distanza Napoli (lui) San Benedetto del Tronto (io) ci impedisse molte cose. Quindi posso dire che il suo percorso artistico (meglio al plurale, perché poliedricamente si muoveva su più fronti espressivi: dalla vignetta all’illustrazione, dal design tridimensionale al disegno puro) è sempre proseguito con costanza, tenacia e passione nel corso degli anni. Questo pur dovendo portare avanti delle responsabilità familiari non comunissime.

Il suo modo di affrontare l’arte è legato profondamente alla materia che ha scelto sin dagli inizi: il cartone e la carta di scarto (recuperate spesso fuori da supermercati e da vecchi ‘quotidiani’). Il payoff che lo accompagna da sempre nel blog è esplicativo: “Non sono mai stato in un posto dove non ci fossero scatole di cartone... soprattutto a Napoli”. Non a caso i loghi che lo accompagnano, nel suo ‘profilo’ e nella comunicazione, sono quelli che troveremmo negli imballaggi: riciclabile (le tre frecce che chiudono un triangolo), fragile (calice di vetro), verso di trasporto (alto e basso) e sensibile all’umidità (un ombrello aperto). E forse, a partire da questa simbologia che Piscopo denuncia, proclama, prospetta il suo ‘manifesto’ ideale. Costituiscono il suo ‘marchio di fabbrica’, intriso di sottile ironia tesa a empatizzare e riflettere col suo interlocutore-spettatore. Ama da sempre questa materia prima-seconda, facendone sagome, intrecci, superfici pensate e destinate al futuro, al contrario di quanto ‘noi umani’ pensiamo di essa, del cartone, quello avana che accompagna una qualsiasi merce, che lui modella facendone “cartoni animati”. Raramente le superfici delle sue tavole (alcune volte scultoree), sono rifinite e coperte da colori. Più spesso usa semplici velature di bianco, lasciando che il colore naturale del cartone, o della carta rigorosamente di giornale, risulti dominante. 

Per celebri artisti del passato, per ragioni più formali che tecniche (quasi non fosse assodato che un qualsiasi umano ha una sua evoluzione non lineare e in costante cambiamento), la Critica ha definito e suddiviso i vari periodi creativi degli stessi in più colori o con riferimenti geografici. Per Piscopo c’è sempre una costante cromatica e una ideale: l’avana e l’ironia. 

I temi che affronta sono trattati con partecipazione e spesso a carattere sociale, ambientale, accompagnati da profonde riflessioni su l’umanità e l’intricato e complesso rapporto con l’altro. E spesso l’ironia e acute citazioni affiorano abbondantemente attraverso il suo variegato ed esteso repertorio culturale. A dimostrazione è la notevole serie di ‘vignette’, al solo tratto bianco e nero, che hanno accompagnato la rivista bimestrale d’arte e fatti culturali “UT” sin dalla sua nascita (2007), chiudendola con una sua favolosa “Oltre”, l’ultimo numero pubblicato nel dicembre 2017. Fu un piccolo capolavoro di sintesi figurativa e resta per me, forse anche per altri motivi personali, un’icona della sua capacità espressiva.
http://ilmondodiutblog.blogspot.com/


Fin qui mi sembra di aver detto poco o niente di particolarmente significativo sul lavoro artistico di Giuseppe Piscopo, ma spero che ‘funzioni’ come piccola introduzione al suo fare, rendendo più comprensibile e magari seguita la sua arte, che definirei “povera” per il materiale usato. Ma come Povera può esserla stata quella di Burri e Merz, o quella ancora di Ceroli e Pistoletto, per citarne solo alcuni di quella italiana… dove però la materia cartone mancava nell’elenco dei materiali utilizzati dagli artisti… fino a ‘oggi’.

All’inizio di questo testo promettevo di non fare riferimento ad una qualsiasi sua mostra… Beh, ce n’è una ancora in corso a Napoli: Logout, 14 febbraio - 20 marzo, Biblioteca Universitaria di Napoli, con il patrocinio del Comune stesso e del Ministero della Cultura. Tema ideato e sviluppato durante il Covid in cui il protagonista è “L’uovo (…) fragile ma allo stesso tempo capace di proteggere la vita”. Ogni motivazione, curiosità e foto sono reperibili nel suo blog .
http://giuseppepiscopo.blogspot.com/?m=0

Francesco Del Zompo - 10 marzo 2026