03/10/26

Ripatransone Capitale della Cultura – 2


Ripatransone ci riprova. 

Sfumò la candidatura a Capitale italiana della Cultura 2026 dopo la buca dello show estivo di Fabrizio Corona (misteriosamente evaporato per ragioni sconosciute ai mortali, dopo tanto tutto pronto per / cresce l’attesa per / si va verso il sold out per / l’estate entra nel vivo con, dell’osannante grancassa della stampa locale – il fascino discreto del pregiudicato, sapete - ). 

E tuttavia la città eroicamente non si perse d’animo e decise di concorrere ancora per il 2027 con un’altra perla. 

Stavolta, c’è da scommetterci,  ce la farà. 

Perché niente può dare più prestigio ad un’amministrazione, ad una città, alla cittadinanza tutta, del sostituire la bella e funzionante Biblioteca “Aldo Gabrielli”(*) con una Scuola di Ballo – Liscio, Ballo da sala, Danze Caraibiche, Kizomba - più  “Yoga  in Biblioteca”, recita la locandina appiccicata in vetrina.

Tu pensi: magari la Biblioteca funziona lo stesso, magari di sera per il ballo spostano i tavoli come quando da liceali facevamo le feste nel garage di casa.

 

Macchè, signori miei, qua si fa sul serio. Qua si abballa come dio comanda. 
Infatti passi lì davanti e vedi al di là dei vetri che l’accogliente, bella Biblioteca non c’è più. 
Nel senso dei libri.
Non li hanno buttati via (forse, più avanti…) hanno solo addossato alle pareti gli scaffali - coi libri, questi intrusi – quasi appiccicandoli l’uno all’altro, piazzandoci davanti - come in garage o in cantina - i tavoli che prima occupavano il bel salone e accoglievano lettori, studenti piccoli e grandi, maestri e prof…, e corsi di qualche cosa.

 

E adesso avanti a tutto liscio e kizomba (kizomba!?). Altro che Shall We Dance?  e J.Lo e Richard Gere… 

 

Intendiamoci: non è che a Ripa manchino spazi belli e ampi e inutilizzati: ne è piena, anzi, spopolata com’è e ricca di notevoli ambienti pressoché dimenticati.
Ma vuoi mettere: in una biblioteca balli da dio, e senza l’impiccio dei libri. 

 

E se mai per concorrere una seconda volta a Capitale Italiana della Cultura occorresse un rinforzino, ecco che Ripa, dopo essersi liberata della noiosa biblioteca - che è già un bel passo avanti - ti sforna sulla piazza principale - nei canonici giorni dell' ottobre, appunto - una OKTOBER FEST che a Monaco di Baviera già ce la invidiano e mandano studiosi a osservarla.
Manifesto dai colori “ucraini” - chissà perché - elencante le meraviglie di stinco e dintorni, e antica piazza dalle quinte di edifici storici e severi decorata dai gazebo gastronomici impiccati su pali di ferro, e chilometriche panche da riempire di mangiatori di würstel, canederli e strüdel (piatti tipici, come tutti sanno, della cucina locale) e bevitori di birra delle nostre vigne.

 

Noi attendiamo fiduciosi: il titolo praticamente è già nostro, la cittadinanza gradisce e non fiata. 
Gongola - gli si legge nello sguardo fiero - il Leo Ripanus svettante sopra il fantasma della nuova comunale pompa di benzina/prezzi modici, chiusa come una vecchia chiesa.

  

 

 (*) Letterato e lessicografo nato a Ripatransone nel 1898
 
 
 
Sara Di Giuseppe - 3 ottobre 2026

28/09/26

NON È SIRACUSA

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos

“PER L’AMOR DEI POETI”

 

 

AGAMENNONE

Di 

Eschilo

 

 

Studio teatro greco

Programmazione 2026-27


Con

 Vincenzo Di Bonaventura - Corifeo

Maria Gaetani - Clitemnestra

Mila Sebastiani - Cassandra

 

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    

 23 - 27 Settembre 2026

 

 

 

Ohi, umane vicende, la felicità 

è pari a un’ombra…


(Eschilo – Agamennone - Episodio quarto)



 

Non è il Teatro Greco di Siracusa da 15.000 posti, questo inospitale Ospitale. 

Non è Siracusa questa Grottammare che ci si accontenterebbe se radunasse lo zero virgola di quei quindicimila.

Eppure stasera è come se lo fosse, nonostante il deserto: è per questo eschileo Agamennone, è per la ri-scrittura scenica che attraverso il Di Bonaventura/Corifeo, la Clitemnestra e la Cassandra delle due valenti interpreti diviene analisi delle ragioni di una guerra, scavo nelle profondità insondabili dell’anima, discesa agli inferi dell’umana ferocia.

Una guerra, dunque, attività prediletta dall’umana specie dalle caverne in qua: modernissimo Eschilo.  

Una guerra e la sua conclusione: una città, Troia, è presa, saccheggiata, distrutta.

Niente di nuovo sotto il sole. 

Dalle caverne in qua.

 

Trionfa il re acheo, ne è atteso il ritorno con trepidazione gioiosa da che i fuochi sulle montagne hanno annunciato la vittoria. Torna Agamennone alla sua reggia e a Clitemnestra regina, porta con sé Cassandra, sventurata principessa troiana, allucinata profetessa, rassegnata preda di guerra.

 

Ma gronda sangue la vittoria argiva: il sacrificio di Ifigenia fanciulla, agnello sgozzato sull’altare della ragion di stato, grida vendetta e un cupo presagio di sventura attraversa il Coro -Perché quest’angoscia  / ostinatamente / svolazza attorno al mio cuore profeta…? -

 

È angoscia sospesa, che dai notturni silenzi spiati dalla sentinella per cogliervi la fiamma annunciatrice del trionfo, prende forma nelle parole del Coro. 

La catastrofe, preparata dall’intrecciarsi di eventi lontani, è già alle porte e aleggia sul quotidiano. 


Ne trema smarrito il coro dei vecchi argivi, evoca il sacrificio della fanciulla - sollevata sull’altare come una capra - prescritto dall’indovino Calcante per placare Artemide, accettato dal padre Agamennone – travolto in un sacrilegio nefando - perché le navi ferme in Aulide possano riprendere il mare e veleggiare. 

Trema il Coro nell’evocare lo strazio di lei che s’aggrappava alla terra / con tutta l’anima, soffocando nel sangue l’urlo con cui malediceva la sua casa, lei che in tempi felici cantava nei saloni della reggia e amabilmente intonava / il festoso peana per il suo caro padre.

 

Giunge da questo coacervo di dolore e di odio, Clitemnestra: per la figlia uccisa, per il sacrificio accettato dal suo stesso padre; attualissima “incarnazione poetica” degli inesplorabili abissi dell’anima umana. 

Giganteggia, la regina, sui due cadaveri del marito e di Cassandra, il fiume di sangue che precipita sulla piazza di Argo vendica l’oltraggio del re – Per nostra mano cadde e morì / e noi lo seppelliremo / senza i pianti della sua casa – ma anche le colpe antiche degli Atridi, il banchetto atroce imbandito da Atreo.

 

Non le è da meno l’antagonista Cassandra, tetra eroina dalla follia profetica, preda di guerra dal destino segnato; il Corifeo - Perchè queste grida d’orrore? Perchè l’anima s’adombra? - l’ascolta sgomento  evocare le immagini della casa odiata dai numi per le stragi antiche, vaticinare la fine di Agamennone e la propria, che la regina con feroce trionfo confermerà di lì a poco: …ma essa come un cigno / cantò l’ultimo lamento, della morte.

 

È su di loro il focus di questo “studio" intorno all’eschileo Agamennone: il Vincenzo/Corifeo ne prepara l'arrivo in scena, plasma il pathos che dilagherà impetuoso dagli eventi successivi, anticipa la narrazione e il suo travolgente climax (nel farlo si rivolge all'improbabile manichino sul palco - Eskìlos, lo chiama - che ha l’aria di chi ha conosciuto tempi migliori e ascolta imperturbabile). 

 

Evoca, il Coro, l’origine del conflitto (la legge dell’ospitalità sacralizzata da Zeus e che Paride ha violato col rapimento di Elena) e i presagi che l’hanno annunciato; ricorda la maledizione degli Atridi e l’ira di Artemide, giunge in un crescendo di orrore al sacrificio di Ifigenia (…l’empio misfatto da sé ne genera altri e più gravi).


Ce n’è di che costruire a dovere quella “macchina dell’angoscia” che dell’Agamennone eschileo e della sua ineguagliata efficacia scenica è il registro preminente; possente lascito della tragedia modernissima che dal 458 a.C. - primavera dell’anno secondo dell’ottantesima Olimpiade - getta ancora fasci di luce sugli abissi dell’io, fino a farsi studio di inquietante attualità sulle reazioni e determinazioni dell’animo umano.

 

Tutto questo ci hanno restituito con rara intensità questo “studio di teatro greco” e i suoi interpreti in stato di grazia, e il Teatro che non è Siracusa ma che per un po’ ci è sembrato, grazie a loro, che lo fosse.

 


Sara Di Giuseppe - 27 settembre 2026

16/09/26

Molo Sud, un bene pubblico da tutelare


 
La passeggiata al Molo Sud di San Benedetto è una cosa imprescindibile per chi vi abita o chi vi sosta anche per pochi giorni. Da fare almeno quattro volte l’anno, una per ogni stagione, lungo tutta la sua estensione sul mare. Rigenera gli occhi, la mente e i polmoni. Quasi da prescrizione AST.

Oltre al naturale incanto e ai suoi numerosi colori, lungo il suo percorso vediamo e apprezziamo da molti anni l’arte scultorea di tanti artisti, nazionali e internazionali, che hanno sedimentato la loro opera scolpendo i massi di protezione sul lato est, prezioso lavoro trentennale che costituisce il patrimonio del MAM, Museo d'arte sul Mare (per non nominare poi il grande "Jonathan" di Mario Lupo, diventato simbolo della città, e "La vela" di Genti Tavanxhiu). Va anche detto che tale patrimonio è stato gestito e guidato da sapienti curatori che ne hanno garantito la qualità espressiva e la sua valorizzazione. 

Da qualche tempo però osservo che pian piano il molo si va popolando di ‘inserti’ un po’ caotici e fai da te. Parrebbero essere opere estemporanee ma piantate col cemento. All’apparenza hanno l’aspetto di improvvisazioni pseudo artistiche-umoristiche che sinceramente stridono con il resto delle opere e del paesaggio.
 

 
Il molo è un bene pubblico che va gestito e governato con rispetto, e non lasciato all’estemporaneità di qualche cittadino munito di cazzuala e guidato da presunto estro. Temo anche che questo ‘fare’ stimoli emulazioni e atti di vandalismo che possano poi estendersi… lì vicino. 

Spero e credo che i curatori del MAM facciano loro questa critica e preoccupazione.


Franceco Del Zompo, 26 settembre 2026

10/09/26

LE CHIESE COME RIFUGI CLIMATICI


Le chiese non sono inutili. 

Utilizzate anzi: nella storia, come ricoveri d’emergenza in guerre, terremoti, inondazioni, epidemie, carestie, sono state anche dormitori, ospedali, nascondigli, armerie, magazzini di cibo e spezie. 

Anni fa, a Ripa, proponevo - provocando - di far diventare certe chiese dei teatri, “1 teatro + 6 chiese = 7 teatri”: che esagerazione, figurati! Le chiese (dismesse) diventar teatri le avevo viste a Spoleto per il Festival dei 2 Mondi. Era di luglio, dentro si stava freschi da dio e fuori si friggeva.

Ecco dunque che certe chiese vuote, chiuse o dismesse - i paesi come Ripa ne hanno! ­- possono tornare utili come provvisori RIFUGI CLIMATICI, quando è troppo caldo e non sappiamo cosa fare. 

Di sicuro le chiese serie, quelle vecchie in mattoni o in pietra (ancor meglio le antiche) trattengono bene il fresco; al contrario delle moderne dai reverberi taglienti del cemento che sono dei forni sempre accesi, oltre che brutte. 

Quindi, nelle prime sarà bene allestire dei Rifugi Climatici, oltretutto è facile e costa poco: quattro bagni portatili Sebach in affitto, cubetti di ghiaccio nelle acquasantiere, giochi per bambini in sagrestia, libri e riviste nei confessionali, distributori di tappi per le orecchie, musica classica nell’abside (free jazz, pop, folk e pizzica nelle cappelle laterali), più un bel po' di cartelli Chi tocca i Santi muore e Non rubate le offerte, chè stavolta vi prendiamo.


E per chi è stufo della (caldissima) vita, ecco lì attaccato alla chiesa il campanile da cui buttarsi.

Finito.


Beh, forse solo queste nuove chiese - se le faremo - potranno accoglierci rinfrescandoci nelle feroci calure che di sicuro verranno. Credenti e laici, agnostici e atei, ricchi e poveri, ladri e onesti, tutti insieme confortevolmentappassionatamente, piuttosto che arrostiti fuori o nelle proprie case. 

 

Sembra la solita provocazione, già. Ma leggevo - non ricordo dove - che quel qualcuno che ha recentemente avanzato l’idea dei “Teatri come Rifugi Climatici” (!), mica è stato sgridato, anzi.

E poi pensateci: i teatri sono pochi e sparpagliati, mentre le chiese sono tante e dappertutto.

Ripeto:le chiese non sono inutili.

 

 

PGC - 10 settembre 2026

08/09/26

Fortemente volere

Ripatransone.


La notiziona, rimbalzata con rullo di tamburi sulla libera stampa picena, è che a Ripatransone apre/aprirà un distributore di carburante per iniziativa del Comune, che lo gestirà direttamente e pertanto con prezzi calmierati. 


Evviva. 

 

Sarà la Benzina del Sindaco. Come i Bastoncini di Capitan Findus, il Caffè del Marinaio… il marchio è tutto, sapete. Garanzia di successo. 

 

Basterà scacciare quel fastidioso senso di feudale/paternalistico, octroyé insomma, che viene da una simile definizione. 

Un genio, chi l’ha partorita. 

 

Inutile dire - ma l’hanno detto (scritto) comunque, è più forte di loro - che il nuovo impianto è stato fortemente voluto: nel non ampio - spesso miserevole - vocabolario del potere e della stampa non c’è espressione più gettonata. Si mette su tutto come il girocollo di perle. 


Senonchè appare evidente, dai fatti, che qui non abbiamo proprio dei fulmini di guerra, quanto a tempistica. 

Perché il progetto risale niente meno che al 2022 (!): siamo già ad abbondanti 4 anni e ancora niente. 

L'impianto dovrebbe (dovrebbe!?) aprire entro il 2027, dunque solo 5 anni per passare dal progetto al (forse) utilizzo, meno male che lo si fortemente voleva. Ancora un po’ e cambiavamo millennio. Ma abbiamo tempo: in fondo il Faro di Alessandria d'Egitto fu costruito in 20 anni.

E fortuna anche - è sempre la libera stampa picena - che ”L’Amministrazione accelera”: insomma oggi il Comune, svegliatosi di buonora, si accorge che il pieno di benzina costa come il mutuo per comprarsi Villa Certosa in Sardegna e decide di darsi una mossa. In quattro e quattrotto (oddio…), nell’anno duemilaventisei della fruttifera incarnazione di Cristo, nell'area messa a disposizione gratuitamente dalla locale banca (com’è umana lei, signora banca), tira su 2 pompette, un pallido ufficetto e una tettoietta per la modesta spesa di 408 mila euro(tradotto in lire, alla fine si arriverà al miliardo) “finanziati con apposito mutuo” (su quale sia la banca… mi butto a indovinare). 

Insomma, tra “attendere la fine dell’anno per completare le procedure burocratiche” - apperò - e “l’attivazione dell’impianto prevista entro il 2027”, partendo dal lontano progetto del 2022, stiamo comodamente nei 5 anni. Velocissimi: siamo gli Usain Bolt delle pompe di benzina. Ci metteranno meno a riaprire Hormuz…

Senonché, per maggiormente rifulgere occorreva celebrare la Benzina del Sindaco con un marchio altamente evocativo: ecco allora campeggiare sull’insegna niente meno che lo stemma di Ripatransone con tanto di regale Leo Ripanus, leone passante in campo rosso amaranto su cinque colli.

Un’immagine prestigiosa che è emblema di storia, identità, dignità, orgogliosamente visibile su gonfaloni e simboli ufficiali della Città e del Comune, svilita a marchio di una pompetta di benzina da emergenza energetica. 

Ah… scòrdati di pagare con euro ben stirati: qua solo bancomat e carte di credito.


Se non ce l’hai va’ a piedi che ti fa bene. O scapicòllati in “folle” fin giù in Valtesino. 

 

Sara Di Giuseppe - 8 Settembre 2026