“Olympiade [trace]”
COREOGRAFIA DI ANTONIO DE ROSA E MATTIA RUSSO/KOR’SIA
Ballet de l'Opéra Grand Avignon
PRODOTTO DA OPÉRA GRAND AVIGNON
IN OCCASIONE DEI XXXIII GIOCHI OLIMPICI ESTIVI DI PARIGI 2024
23 APRILE 2026
TEATRO DELLE MUSE
ANCONA
Per soli uomini furono le Olimpiadi in antico. Sissignori. E non certo per la nudità degli atleti: giochi panellenici sì, ma rigorosamente preclusi alle donne così come agli stranieri, ai non parlanti greco, agli schiavi… [e le poleis declineranno proprio per questa tendenza entropica, per il loro non aprirsi all'esterno; ci vorranno Alessandro il Grande e la sua orientalizzazione del mondo - globalizzazione ante litteram - perché la civiltà greca risorga. Ma questa è un’altra storia, della quale certo non abbiamo fatto tesoro].
Dal gioco olimpico, dalle innumerevoli sue connessioni e implicazioni - umane, esistenziali, politiche - che trascendono l’ambito sportivo, il Ballet de l’Opéra Grand Avignon estrae una metafora universale - di competizione ma anche di relazione, di intreccio fra passato e presente, di identità individuale e collettiva - che con profondità di sguardo e originalità di analisi trasferisce nel vocabolario della danza.
Sulla scena disegnata come una porzione di pista di atletica, i danzatori compongono traiettorie che, così come la condizione umana, fluiscono dalla singolarità al gruppo, dall’individualità all’insieme, in una dinamica di aggregazione e separazione che supera il linguaggio dello sport e della stessa danza per farsi emblema di condizione esistenziale.
L’atemporalità della competizione sportiva nella sue dinamiche immutabili - la sfida e la sconfitta, la solitudine e la coralità – dove si fa labile il confine tra il campo di gioco e il campo di battaglia, diviene qui il contenitore di un’esplorazione dentro la quale i corpi si muovono, ora solitari ora come unico organismo, in una tensione agonistica di scoperta e di conoscenza.
Spazio e tempo ne sono le coordinate: nella ricerca di una spazialità che congiunga anziché separare, anche la linearità del tempo può modificarsi, passato e presente mescolarsi e sovrapporsi, divenire insieme strumento di una conoscenza di sé che sia anche acquisizione di umanità e prospettiva di futuro.
Ecco allora le traiettorie della danza trasformare i danzatori in figure geometricamente stilizzate, disegnate negli stessi moti ieratici giunti fino a noi coi meravigliosi vasi dell’antichità greca; ecco il gesto atletico fondersi con l’incedere sacrale dei χouroi greci, divenire tensione dinamica verso una ricomposizione temporale e spaziale che nella tradizione trovi ragioni e fondamenta per un futuro nuovo, ancora da progettare.
Il poderoso affresco coreografico che così ridisegna tempo e spazio, identità individuali e collettive, su questo palco è pura energia in movimento, incalzata e quasi travolta dall'ipnotismo del ritmo musicale: se convulso e implacabile è il fluire del tempo, il linguaggio della danza affida qui alla metafora universale della competizione sportiva la ricerca di un argine e di un’alternativa; e l'energia che se ne dispiega è tensione – agonistica, questa, nell’accezione più alta – verso l’approdo ad un nuovo universo di relazioni, ad una diversa connessione fra gli umani; e infine ad una vera, non mitologica, non utopica, metamorfosi del reale e del mondo.
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La realtà è molto più vasta di quanto siamo in grado di comprendere. Talvolta possiamo chiarire qualcosa soltanto confrontandoci con ciò che non sappiamo. E talvolta le domande che ci poniamo conducono a esperienze che sono molto più antiche, che non appartengono soltanto alla nostra cultura, al qui e ora. È come se ritornasse a noi una conoscenza che da sempre ci appartiene, ma della quale non siamo più consapevoli e contemporanei.
(Pina Bausch, Lectio magistralis)