24/08/26

“NELLA RISERVA CIRCONDATI DAI COW-BOYS” (più o meno…)


Scusami, Ugo Nespolo, se adopero questa tua serigrafia (26/200 - ‘77), la regalava la rivista ABITARE agli abbonati, si collegava all’omonimo tuo libro di irriverenze e giochi di parole. Lo faccio perchè oggi qui a Porto d’Ascoli di S. Benedetto, nel suo piccolo, ecco una buffa ma grave storia analoga con “irriverenze” in quantità e tanto altro. La RISERVA è una quieta villetta d’antan a un piano condannata a morte, i COW-BOYS i prepotenti che la circondano.

Via IV novembre, nome solenne, guerriero, celebrativo delle Forze Armate [nomen omen], è una strada qualsiasi con gente tranquilla che lavorava e lavora, non è la nostalgica Via Gluck, non c’è l’amico treno che fischia così… Settant’anni fa c’era già la città quando, con altre simili, al n.18 spuntò questa villetta con giardino e 3 pinetti (ora statuari) tutt’ora abitata dalla “portodascolana doc” (ma “milanese”grr…) Franca che testarda, tra case su case (diciamo palazzi) e valanghe di catrame e cemento continua ad opporsi al trionfo delle orride costruzioni dei palazzinari che, speculando, hanno lì razziato. Cacciando la gente che c’era. Quindi questa è la storia di una di noi (Franca-squaw-Pelle-di-Luna), che in inferiorità numerica come gli indiani d’America, sola, disarmata e stressata, resiste. Metterà alle finestre 3 grandi cartelli RESISTERE firmati MANI PULITE. Mentre fuori la guerra contro di lei continua. 

Il lato comico/cinematografico (quasi da cinema della Pop Art, dei concettuali poveristi, o da Cinéma Diagonal…): da una finestra della villetta, con inquadratura fissa, si vedono cassonetti su ruote colmi d’immondizia sfrecciare da soli (!) su e giù per via IV novembre. Corrono, frenano, si fermano, di notte sostano al n.18 (che non è il loro box!). Poi - altro giro altra corsa - ripartono, come guidati da droni. Calamitando alla rinfusa scatoloni, bottiglie, plastiche, avanzi vari e rifiuti puzzolentissimi e ingombranti. Infine si accucciano poco più in là, poco più in sù, poco più in giù, dove capita. Azioni semplici, rapide, ripetitive. Eloquenti! Attori: sconosciuti, o meglio non dire… Regia: PicenAmbiente, e chi sennò?

Il lato religioso: sempre abusivamente di fronte al n.18, si materializza pure il pesante cassone giallo (senza ruote) della Caritas per la roba usata. Sicuro sceso dal Cielo, nessuno l’ha visto arrivare. Se ne sta lì qualche giorno - attorniato al solito da sacchi di umido e rifiuti vari - poi ZAC sparisce. Non per levitazione magnetica come i treni giapponesi, ma volando via portato dagli angeli come la casa della Madonna di Loreto, fino alla chiesa Cristo Re lì vicino. Noo?

Il lato legale: la modernità dei grezzi Cow-Boys de’ noantri, è che sparacchiano mandando avanti - senza ridere - la giovane avvocata-di-strada (lì abita!) difensora dei suoi 2 nuovi clienti “cittadini onesti” di strada (lì abitano, nei nuovi palazzi!) innocenti a prescindere: LA LEGGE NON E’UGUALE PER TUTTI. Infatti Lei “ruggisce” sbandierando le impressionanti truppe: Polizia Municipale, Comitati di Quartiere, ispettori ambientali, giornali, la potente PicenAmbiente, chissà quanti indigeni pensabene e tutti i cittadini del Creato. Azz, a saperlo, senza lanciare una freccia, si sarebbero arresi subito pure tutti gli indiani della RISERVA.  

Il lato edilizio/ambientale: come le città cinesi, peggio delle kommunalki sovietiche. Non ci sono più le affettività delle architetture e dell’ambiente, non resta più niente ad ingentilire il paesaggio. Presi da cirrosi mentale, sotto la spinta immobiliare, complici progettisti rampanti e copioni, produciamo edifici-spazzatura in vetroferroplasticamarmocemento simili a inespugnabili prigioni: lunghi balconi-abitabili ma deserti (come camminamenti militari dalle inferriate cui calarsi con le lenzuola annodate), giardini blindati con piastre di ferro arroventate, garage tombali senza croci sotto il livello del mare. E’ la Teologia del Consumo, bellezza. Ah, intorno alla villetta i nuovi COW-BOYS attaccano pure gli inoffensivi aghi volanti dei 3 grandi pini nemici.  


 

PGC - 22 agosto 2026  

“Parlava col corpo”


Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


PER L’AMOR DEI POETI 

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos



La religione del mio tempo – A me


Pier Paolo Pasolini

  

Voci 

Loredana Maxia – Patrizia Sciarroni

Vincenzo Di Bonaventura

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    20 Agosto 2026



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…per il resto – che volete – 

sono vissuto dentro ad una lirica, come ogni ossesso.

 

  

 

Il volto ossuto del poeta ci viene incontro da quelle diapositive d’epoca: sullo sfondo, le atroci periferie romane, e quel volto e quel corpo – anche sotto il lenzuolo insanguinato di quel novembre - sono il volto e il corpo di un testimone poetico del ‘900.

Parlava col corpo” dice Vincenzo: come quel ragazzo - di cui scrive Pasolini - che prende la parola in assemblea e il suo corpo di proletario parla per lui, ha su di sé la storia del popolo – non della massa – e le dissonanze di un presente abbandonato dal sole.


Col vero cuore sento che tu manchi / sole.


Fuori campo la voce di Vincenzo, ai lati dello schermo le voci impareggiate, la sicura presenza scenica di Loredana e di Patrizia: il registro è di intensità trattenuta, mai sopra le righe, penetra a fondo e così come nel movimento musicale il pathos è tanto più intenso quanto meno è esplosivo.


"Abbiamo perso prima di tutto un poeta”: è Moravia nell’orazione funebre per Pasolini; nelle diapositive, ai bordi della scena del crimine figure attonite fissate dalla Kodak nel raggelato bianco e nero che documenta l’indicibile.

Perché Pasolini, soprattutto e sempre, fu Poeta. E testimone della storia e precursore dei tempi. Profeta del genocidio culturale e della tragedia del presente: nella nuova preistoria preparata dall'orrore neocapitalistico, egli annuncia nei versi l’assoluta “inutilità” della poesia: è la mancanza di richiesta della poesia stessa, la più lacerante definitiva certezza.

 

Tu splendi sopra un sogno, / buio sole. 

 

Si fa passione civile, la poesia del professor Pier Paolo, angelo caduto dai cieli friulani a Roma Ciampino - scuola di borgata, immigrati meridionali quasi esclusivamente dialettofoni - e sarà passione carnale, di ossesso, per quella Roma di trascorsa bellezza e di ferite recenti, laboratorio di irreversibili mutazioni, in un mondo di cui il poeta coglie il “decadimento antropologico e lo svuotamento di moralità e significato della vita stessa”. 

 

Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango di altre  epoche.

 

È il suo j’accuse per l’aridità che nasce fin dalle istituzioni, fin dalla religione - Lo sapevi, peccare non significa fare il male / non fare il bene, questo significa peccare (“Ad un papa) - 

Pio XII era morto da poco e nulla aveva fatto, come altri prima e dopo di lui, per alleviare marginalità e miseria. 

Durissima è l'accusa, e gli scatena contro la muta della romana aristocrazia nera, completa di principe Barberini e nobili del Circolo della Caccia. 

Ed ecco P.P.P.: "Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po' esistete perché un po' esiste Pasolini" (Nuovi epigrammi -  XIII,  1958, in La religione del mio tempo). 

 

Spenta ormai – disperatamente – l’acerba luce della Resistenza nell'Italia che cambia a ritmi vorticosi, al suo posto c'è un popolo sempre più trasformato in massa, che s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.

Ciò che resta al poeta è una nera rabbia di poesia nel petto; ciò che resta è questo mio povero giardino tutto / di pietra per il quale ha comprato un oleandro e vasi ogni specie di fiori; ciò che resta è - utopia esistenziale e poetica - lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. 

Perchè nell'umanità di quell'Africa quasi estranea alla storia (Africa! Unica mia / alternativa!) si nascondono echi del mondo luminoso della sua giovinezza, del suo contadino Friuli e, nella "creaturalità" di quei popoli, appare il vitalismo del "suo" sottoproletariato romano.

 

Cadute le fedi, cadute le speranze rivoluzionarie, quel mondo di giovinezza in cui ho saputo quello che dovevo essere / e quello che dovevo fare è l'orizzonte perduto, declinante verso un reale alienato e corrotto. 

Il glicine se ne fa emblema: rinasce di colpo in una notte - furia della natura, dolcissima - beffardo nell’abbagliante fioritura che torna ad ogni primavera mentre non basta la vitalità dell’aprile all'impotenza del poeta, alla coscienza che In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, / il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza.

 

Il glicine stesso non fa che coprire i muri del quartiere dei ricchi, d’un quartiere che è tomba di ogni passione: ma è verso questo suo ostinato fiorire che si tende il poeta, con furore, con nostalgia - Felice / te, che sei solo amore, gemello vegetale - perché la “gioia dolorosa” che dà il vederlo nel suo eterno rifiorire è “calco funereo” della “religiosa caducità” della vita. 

Nel sentirsi “sconfitto” alla vista del glicine con la sua “impudica ingenuità” c’è tutto il senso di una lotta impari - tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona - perno esistenziale e ideologico, senso profondo della sua poesia.

 

È morta un’epoca della nostra esistenza, che in un mondo destinato a umiliare // fu luce morale e resistenza. 

Profanata è la stessa religione, corrotta nei salotti vaticani, negli oratori, / nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti: / forti di un popolo di servitori; morta ogni passione autentica. 

 

Bruciare le istituzioni, / stupenda speranza per chi ora geme (…).

 

Insaziata resta ancora la fame di vita, insaziata l’esigenza di capire, di combattere viltà e ipocrisia (Non gridino i cattolici alla grandezza / del passato, ricattatori), di sfidare l'inautenticità di un mondo mercificato che contamina ogni fibra dell'essere, che sancisce la fine della poesia e della sua sacralità nel presente.  

Ma ho perduto le forze, e chi finora ha parlato resta indietro. 

Solo quel glicine rinasce prepotente, feroce,  ad ogni aprile, e si sporge sopra i miei riaperti abissi 

 

…Ed è meglio morire.


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“…Allora posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia.(….) È stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. (…).  Adesso, risvegliandoci forse da quest' incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.


(P.P.Pasolini in  La forma della città – trascrizione da documentario Rai, 1974)

 

Sara Di Giuseppe - 23 agosto 2026

19/08/26

MASSIGNANO PASSO DOPPIO

Ma ieri 14 agosto 68ma Sagra delle Frittelle, prima la mostra o prima le frittelle?

     Domanda retorica. L’altro giorno se lo chiedeva (per scherzo) pure Giorgio, mentre ci spiegava in ogni dettaglio la sua preziosa mostra PASSO DOPPIO. Anzi lo chiedeva pure a noi: a ‘sta Sagra delle Frittelle, orgoglio del paese e del territorio, pensate mai che qualche spudorato entri prima in chiesa alla mia mostra - magari con frittella in bocca, cartellino rosso assicurato - e solo dopo vada alla sagra? Dai, certo che no. 

Però, mettiamo che per ghiribizzo della sorte succeda quello che non succede mai, che il 14 agosto il popolo venga prima  in chiesa e dopo vada a mangiar frittelle. [Clamoroso, se ne accorgerebbero perfino i giornalisti!] 

Come in SAGGIO SULLA LUCIDITA’ di J. Saramago (2004): in un paese ics, alle elezioni politiche, i cittadini votano in massa scheda bianca! Quando da sempre i partiti della sinistra (p.d.s.), della destra (p.d.d.) e di mezzo (p.d.m.) insieme prendevano, con alterne fortune, oltre il 75%. (l’altro 25% erano voti persi, nulli, o schede bianche). Invece stavolta i seggi restano tutto il giorno deserti - piove che dio la manda, sarà per questo? - la gente ci andrà solo all’ultimo momento. E allo spoglio la sorpresa: sono quasi tutte schede bianche! Mai successo! L’elezione era ormai un tremendo fiasco politico, e dopo ne succederanno, di cose… Tranquilli, nel libro. [Capitasse a noi italiani un terremoto elettorale del genere, a noi che votiamo votiamo votiamo - ora un po’ meno - per ritrovarci amministratori sempre più scadenti e pericolosi! Beh, l’ho detto].

 

     Improbabile che ieri 14 agosto a Massignano sia andata così (vedrò i giornali lunedì), il tema “Fare e collezionare bellezza” l’avrebbe meritato, anche per avere valanghe di visitatori-con-frittelle. 


La bella chiesa campagnola a mattoni rossi dal meraviglioso pavimento di legno intarsiato longitudinalmente divisa in due: da un lato alcuni lavori dello stesso Giorgio Voltattorni (non solo incisioni), dall’altro una selezione di opere di notevoli artisti contemporanei o quasi, suoi maestri, colleghi, amici, su cui ha scritto anche libri. Pezzi unici collezionati in decenni, che Giorgio “racconta” uno per uno ai visitatori! 

Cuanta pasiòn en la vida, Es una historia infinita, una illusion temeraria, un indiscreto final. Ay, que vision pasionaria (Paolo Conte - 2016). 


     Domani è il 16, la chiesa chiude, la mostra è finita, andate in pace. Ma non finisce qui. Giorgio ne ha fatte di mostre e ancora ne farà. Ha quadri, sculture, disegni in quantità, gli manca il museo intorno. Tanta roba.

 

PGC - 15 agosto 2026

15/08/26

Ne me quitte pas

 

“FESTIVAL INTERNATIONAL DU FILM CANNES 1978” (particolare) di Jean-Michel Folon, saccheggiato comme d’habitude da PGC


 

In Art [Ass. culturale RINASCENZA] - RASSEGNA LETTERARIA E MUSICALE - VIII edizione

Promenade française. Sous le ciel de Paris - Chansons


MARINA BENEDETTO (monologo) - RENZO RUGGIERI fisarmonica  ALESSIA MARTEGIANI voce  TONI FIDANZA piano

Circolo Nautico Sambenedettese - San Benedetto del Tronto - 7 luglio 2026


 

Fosse stata inglese o americana, EDITH PIAF l’avremmo conosciuta apprezzata amata prima e meglio. Però era francese. (e neanche il nostro tipo, così malinconica e drammatica, quasi dolorosa, sempre di nero…)

Forse ci voleva, per renderle giustizia, questo amorevole recital-documentario - con letteraria flânerie e “teatro nel parlare” - di MARINA BENEDETTO dedicato alla sua breve vita artistica e privata. 

Testi ben pensati e scritti, rari filmati d’antan in B/N, ricordi, testimonianze di concerti, viaggi, tournée, incontri, ma anche di amori, passioni, dolori. Con tutta la sua fragilità di piaf(passerotto), di lei son così emersi i vibrati e la tenerezza della voce, più la forza, l’energia, il fascino della persona. Ci siamo commossi. Scusa Piaf se te lo diciamo in ritardo, che anche per noi non dovevi andartene così presto. 

Ne me quitte pas.

     

Una post-romantica Promenade française sous le ciel de Paris - ma non solo - anche nella seconda parte: protagonista assoluta la musica del trio sempre alta e d’autore e tante, tante e solo parole francesi.

L’atmosfera dei Festival Ferré sulle onde quiete de la Seine - anche se qui intorno abbiamo solo l’acqua piatta del porto, le luci opache delle barche da pesca in ferie obbligate, le ombre di lusso degli yacht deserti incatenati - con il nostro Giuseppe Gennari, teso, artigliato ai braccioli della sedia-con-cuscino (rubato al bar) che anticipa ogni verso (quasi) solo col labiale e gli si appannano gli occhiali. I ricordi, l’emozione, la nostalgia… 


      Et voilà - “mentre tutto intorno è Francia… e luce di conquista” [Paolo Conte/“Parigi” - 1981] - le più parigine Chansons del ‘900 francese dei suoi più celebrati interpreti, qui riproposte dai nostri tre formidabili e scelti musicisti italiens! Canzoni da non dimenticare. 

Ne me quitte pas…

 

      Alors, attenti a quei due con piano e fisarmonica: che all’inizio forse sembrano d’esserci solo per svolgere un compitino d’accompagnamento (o poco più) alla straordinaria vocalist ALESSIA. Ma se qualcuno si chiede… niente contrabbasso? niente batteria? quell’enfant perdu non se lo chiederà più, quando la “cattedrale di note” - che era già in costruzione - ci coccolerà tutta la sera come e più di quelle brezze rinfrescanti di Bretagna. Renzo Ruggieri e Toni Fidanza nella loro disarmante ma sempre professionale disinvoltura fanno davvero un’orchestra, con Alessia Martegiani che “muove” la sua voce comme-il-faut, come una vela nel vento a cogliere preziose note volanti necessarie e sublimi. 


Musiche d’arte, sono la decina di Chansons che ci propongono, invenzioni di leggerezza in atmosfere vaporose o con anarchiche vitalità.

 

      Ne Le feuilles mortes di Prévert rivedi lo statuario Ives Montand - quasi lo senti cantare, con quella voce un po’ così… - che prima appariva in filmato con la sua Edith Piaf. Con Et maintenant di Bécaud tocchi veramente la Parigi “che muore di noia, ma non mi importa di nulla, tu mi hai lasciato, tutte queste strade mi uccidono…” bla bla… ma la musica in questo regale arrangiamento alle periferie del jazz, dai, è altra cosa. 


E in ultimo Ne me quitte pas, dall’ovattata malinconia cosmica e nebbiosa da Plat Pays che ti sembra di attraversare le Fiandre operose di Jacques Brel. Altrove, in altri pezzi che non ricordo, appena “visibili”, fugaci come stelle cadenti, potevamo intuire anche i ritmi binari di Brassens. 


      Molto altro ci sarebbe da dire, che non so dire. Salvo che Renzo Ruggeri ha tanto di Franc Marocco, Richard Galliano, Daniele Di Bonaventura…

Ne me quitte pas…  

 

PGC - 13 agosto 2026