09/06/26

L’ultimo epitaffio

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 2026
PER L’AMOR DEI POETI

 

Antologia di Spoon River 

di Edgard Lee Masters

 

ri-scrittura poetica, voce recitante e percussioni

 Vincenzo Di Bonaventura

suono

Giuseppe Merletti

 

 Grottammare – Ospitale delle Associazioni

5 giugno 2026



L’ULTIMO EPITAFFIO

(…)

Vedo solo colline e  riempiono il cielo e la terra

con le linee scure dei fianchi, lontane o vicine.

 

(C.Pavese – Gente spaesata - 1933, in Lavorare stanca)

 

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L’ultimo degli epitaffi sulla collina di Spoon River è il proprio: è quello di Webster Ford, nom de plume con cui Edgard Lee Masters pubblica - nel 1914 sul Reedy’s Mirror - i primi testi della sua Antologia .

Giovinezza, non serve fuggire il richiamo di Apollo. / Gèttati nella fiamma, muori con un canto di primavera, / se morire tu devi in primavera –

I poeti sanno come dare la vita e darsi la morte”, è stato scritto.

 

E anche: “I poeti hanno visto l’eterno” dice Di Bonaventura aprendo la serata in compagnia della Spoon River Anthology. 

Spenti i gelidi neon, le percussioni di Vincenzo e le sonorità del giovane Merletti che dialoga amorevole coi suoi diversi affollati strumenti a corde, disegnano per noi tutt’intorno le linee, i colori, le ombre di quella collina; e lo spazio si dilata oltre le pareti e i muri e c’è solo, adesso, quella collina, ci sono le sue voci e  i nomi e le storie, c'è "il Far West delle cose quotidiane”.

 

Vi si ispirò Cesare Pavese per Lavorare stanca nel ’36; grazie a lui l’Italia conobbe quell’autore e quell’opera, e se ne entusiasmò dopo la pubblicazione nel ’43 (con traduzione di Fernanda Pivano): in piena guerra, e poco prima che la Einaudi fosse confiscata. 

Gran beffa per la censura antiamericana di un fascismo - morente ma non meno feroce - che credette grottescamente quell’Antologia di S.River l’antologia di un rispettabile santo…

La repressione è sempre molto stupida.

 

“Come non riconoscere in lui la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori dei segreti del cuore e dei dilemmi della vita morale” (C.Pavese, 1943): e le voci che si levano dai morti sulla collina nascono da suggestioni letterarie antiche - dagli epigrammi greci a Dante, alla poesia cimiteriale ottocentesca, a Foscolo - ma sono voci di una realtà minore, appartata, che racchiude in sé tuttavia, nell'unicità di "ogni vita che è stata vita", ogni dramma ogni tragedia ogni felicità del vivere umano. Quelle voci convocano il viandante, esigono la sua attenzione, tracciano profili di esistenze. 

 

Hanno impressi, quelle vite, i contorni e i caratteri della provincia americana col suo puritanesimo, e le ipocrisie e le maldicenze, ma l’ascolto che i morti esigono dai vivi, e dal viandante, va oltre il particolare e il contingente: diviene raccordo fra vita e morte e, in questo, momento conoscitivo sottratto al tempo e allo spazio. 


Come nel viaggio dantesco l'incontro tra le ombre e la sostanza umana del poeta è percorso di conoscenza e analisi, qui ciascuna di quelle identità, ognuna con la sua narrazione, si fa tema universale e riflessione sui destini terreni. E nel ritmo convulso delle percussioni, nella voce solista, nelle sonorità stranianti, dalle testimonianze di quei morti prendono vita categorie eternamente umane: giustizia e ingiustizia, corruzione ed emarginazione, solitudini e amori, illusioni e disincanti.


Tutti dormono sulla collina. 

Come il violinista Jones che giocò con la vita per tutti i novant’anni /(…) non pensando / né al denaro, né all’amore, né al cielo…

Come l'infelice Amanda Barker, che fu resa madre da Henry sapendo che non potevo mettere al mondo una vita / senza perdere la mia.

Come Cassius Hueffer che avrebbe voluto per sé un diverso epitaffio, che recitasse: egli mosse guerra alla vita / e ne rimase ucciso.


C’è il mondo che tutti conosciamo, in quegli epitaffi, e travalica epoche e geografie: c’è la corruzione dei giudici, c’è l’ingiustizia sociale che toglie ai poveri per dare ai ricchi, c’è la stampa con le sue logiche e le sue servitù, ci sono i grandi progetti, gli appalti, le ferrovie, i ponti… E ci sono le beghe, gli intrallazzi, le crisi collettive, c’è un’America lontana dal nostro tempo ma così vicina al nostro oggi nelle dinamiche immutabili della vicenda umana.


Tace a tratti la voce del djembe, tacciono le percussioni, l’aria intorno trema nelle sonorità intime e assorte degli strumenti a corde che bisbigliano fra loro: quasi un soffermarsi del viandante per meglio ascoltare, e immaginare, e riflettere.

Poi il viaggio riprende e come il fiume porta con sé ancora le voci di quella collina, la quotidianità che si fa poesia: amara o scanzonata o rabbiosa, a volte struggente. 

Come il suonatore Jones che finii con un violino spezzato / e una risata rotta e mille ricordi / e neppure un rimpianto; o il cuore malato di Francis Turner, là quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary / baciandola con l’anima sulle labbra  / d’un tratto questa mi sfuggì; o il "blasfemo" Wendell P.Bloyd, percosso a morte da una guardia cattolica / [...] perché dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò  / a una vita da stolto. 


Siamo stati su quella collina, stasera, non ci siamo accorti del tempo. Un ultimo battito di djembe, un ultimo vibrare di suoni, la collina si dissolve… 

Eppure giurerei di aver sentito voci, intorno… Ma no: Tutti, tutti dormono sulla collina.

 

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“Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia” (Fernanda Pivano).

 


Sara Di Giuseppe - 5 Giugno 2026 

 

03/06/26

Correte adagio, cavalli della notte!

"Lente currite, noctis equi!" *
 

Invece hanno galoppato impazziti, nella dissennata notte delle prove per la parata del 2 giugno a Roma, gli innocenti cavalli, morendo o ferendosi nel terrore.

Ci saranno, ci sono già, i capri espiatori pronti per l’uso, quei due o tre poliziotti che hanno innescato la santabarbara.

Ma c’è qualcuno che ai vertici istituzionali (si) faccia domande sull’opportunità di festeggiare la Repubblica attraverso un tale scenario di pompa militare e di potere muscolare?

 

I cavalli impazziti di terrore, in fuga per le strade della Roma notturna sono una tragedia e una metafora: sono metafora di un confine sempre più indistinto tra vita vera e spettacolo; sono specchio di quella zona grigia in cui la hybris acceca l’uomo così che questi misuri il proprio valore con la capacità di impugnare un’arma; sono emblema, infine, di un  pensiero ottusamente specista ancora ampiamente dominante nei confronti del mondo animale. 

Comparse mute (citando Montanari) nella parata militare sarebbero stati quei cavalli, sfruttati per l'orgoglio militaresco di una repubblica che, pur nata con nuova libertà e dignità dalle ceneri di un’infame guerra di un regime infame, non sa festeggiare sé stessa se non nella pompa esibita di tutti i suoi apparati militari, delle sue armi e dei suoi micidiali sistemi d’arma, e di divise, mostrine, cappelli, elmetti, pennacchi, passo marziale, saluti militari, inni fascisteggianti...

Con l’esplicita benedizione del capo dello Stato  - che della Costituzione repubblicana dovrebbe essere il garante – sfila dunque, armata di tutto punto una nazione che “ripudia la guerra”; e in tal modo smentisce platealmente e calpesta la propria stessa Carta costituzionale. 

Plaude e sorride – dalle orride strutture metalliche assemblate per l’evento, ulteriore pugno in faccia ad un’ ormai irredimibile Roma - la Fratelladitaglia; plaude e sorride il nostalgico di trista nostalgia La Russa; plaude e sorride Mattarella pago d’aver dato fondo all’ennesima vuota retorica d’ordinanza prescritta dal copione e platealmente smentita dalla realtà. 


Plaudono e sorridono gli italioti che agitano bandierine tricolore mentre gli sfila sotto il naso il peggio della violenza armata e lo sconvolgente apparato di armi micidiali, robot assassini, perfino cani-robot addestrati alla guerra. E poi reparti in assetto bellico, nuclei di questo e di quello, battaglioni di quello e di quell’altro, e ognuno col suo bravo inno pettoruto; sfilano alti in grado con saluto a mano tesa che ne ricorda, non tanto vagamente, un altro. Sfilano militari in assetto da combattimento, molti hanno il passamontagna…

È  vero, sfilano anche reparti civili, sportivi e olimpionici, ma al passo di marcia cadenzato a cui sono stati addestrati nelle caserme come fossero militari (pur avendo chiesto formalmente di esserne esentati!); sfilano Corpi civili a memento che la difesa di uno stato non è difesa armata ma difesa – civile e appassionata  - di tutti quei principi di dignità, solidarietà, uguaglianza fra cittadini che sono la vera forza di un paese, ben lontana da quella delle armi.

Perché non questo, dunque, può essere il messaggio e il senso di una festa? 


Perché si vuole che sia invece un truce messaggio armato, con la squinternata esaltazione di logiche di supremazia, potere, dominio, affidata all’esibizione muscolare che per ore ha sfilato nella fascistissima via dei Fori Imperiali? 

[Per festeggiare tutto questo, fra l’altro, c’è già  il 4 novembre]

 

Perché non è possibile una parata di soli civili (anche i militari in abiti civili!) e niente armi?

Perché solo Pertini, di tutti i capi di Stato, sentì di non dover dar luogo nel suo settennato ad una parata così concepita? 

 

Il perché - è perfino elementare - è nel corposo maleodorante intreccio di interessi economici e politici nei quali le lobbies militari hanno una robusta parte; è in una distorta idea di paese, di nazione, di stato, che fa agitare bandierine tricolori a chi ignora che la grandezza di un paese non si misura dai metri di un sottomarino né dalle capacità dei suoi droni di sganciare bombe, ma dalle scelte politiche e di civiltà che i cittadini hanno il diritto di pretendere e i ceti dirigenti il dovere di applicare.

 

 

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*Ovidio, Amores, I, 13,40

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Di solito i fuochi d’artificio vengono fatti esplodere lontano dai cavalli, ma stavolta (…) la polizia, incaricata dei fuochi, li ha lanciati davanti ai cavalli dei carabinieri [che] incustoditi, sono scappati e dietro sono partiti gli altri. Un cavallo dei Carabinieri è stato abbattuto dopo essersi scontrato con un’auto. Tutti i cavalli sono traumatizzati e molti sono feriti. Una carabiniera ha un trauma cranico, un’altra ha perso i denti. Tra i lancieri c’è una ragazza col polmone perforato (il suo cavallo urina sangue ed è stato ricoverato)

(…) I cavalli dei lancieri hanno percorso 9 km e sono stati recuperati all’EUR.


(da una testimonianza diretta)

 

Sara Di Giuseppe - 3 giugno 2026 

 





 

01/06/26

QUESTIONE DI TEMPO

 

“Avant-Garde”

 

4 Seasons - Coreografia Robert Bondara

 

 27’ 52” - Coreografia Jiří Kylián

Lovebirds - Coreografia Marco Goecke

 

Corpo di ballo e Orchestra del Teatro Nazionale  di Praga 

 

Praga – Teatro Nazionale  -  21 Maggio 2026  h19

 

 

Ma, ahimé, che m’inganno, 

tu sei, tempo, che te ne stai

io sono quello che se ne va.


 (Luís de Góngora y Argotte)

 

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Quando tre grandi della danza contemporanea internazionale si confrontano intorno al tema del tempo, è fatale che ne nasca qualcosa di sorprendente.

 

Per esempio, che la sontuosità delle 4 Stagioni vivaldiane rivisitata nel minimalismo avanguardista di Max Richter diventi il tessuto sonoro di una danza meditativa e di stampo neoclassico qual è quella del polacco Robert Bondara; che l’incompiuta Decima Sinfonia di Mahler trascolori nelle sonorità elettroniche di Dirk Haubrich per incastonare nella coreografia di Jiří Kylián quella componente di surreale e di assurdo che appartiene anche alla vita vera; che l’inquietudine interiore del Doppio Concerto per due orchestre d’archi, pianoforte e timpani di B. Martinů si unisca al soul e alla voce scoscesa e struggente di James Brown per dare alla coreografia di Marco Goecke i colori delle emozioni più nascoste e profonde.

  

Stranezze solo apparenti, se i tre distinti linguaggi coreografici si ricongiungono sapientemente per strade diverse nella comune riflessione sul tempo, sulla natura ciclica della vita, sull’ineluttabilità della fine.

 

Perché abbiamo escluso la morte da questo ciclo? Perché fingiamo che non esista? Questo mi affascina. Nella cultura occidentale la morte non è 'sexy', ci deprime. Eppure è una parte essenziale di noi, commenta R. Bondara.


Nel suo “4 Seasons”, le 4 Stagioni vivaldiane nella nota versione di Max Richter prorompono su una scena minimalista e si fanno metafora del flusso temporale ciclico e costante che l’elemento umano attraversa con tutta la propria fragilità e vulnerabilità; gli stilizzati uccelli di carta che sovrastano la scena ne sono il simbolo, alcuni cadono in fiamme al suolo perchè fragile come le nostre vite è quella carta, fogli bianchi non scritti su cui si imprimeranno i segni e le ferite del tempo, e come noi infine cadranno.


È come se qualcuno ci avesse accartocciati. Siamo meravigliosamente rugosi, commenta il coreografo.

 

Ancora la costante trasformazione del tempo è al centro della coreografia di J.Kylián; quel 27’ 52” che ne costituisce il titolo è la durata esatta della coreografia e del movimento musicale che la scandisce: la Sinfonia n.10 di Mahler – qui contaminata con la musica elettronica di Dirk Haubrich – che contiene nella sua stessa incompiutezza il presagio della fine. 

E nella perfezione tecnica della danza, nella fluidità di assoli e duetti - cifra distintiva di Kylián - emergono emozioni, moti dell’anima e di un sentire profondo che qui è coscienza dell’umana caducità nel flusso temporale costante e inarrestabile.

In questo flusso procediamo tutti come migranti, siamo tutti migranti del tempo.*

 

Questo tempo che misura e trasforma la nostra esistenza si traduce, nel Lovebirds di Goecke – terza composizione del trittico Avant-garde – in uno stile coreografico di apparente romanticismo che è consapevolezza di vulnerabilità e tensione verso una ricerca di identità.

Ne è cornice e voce al tempo stesso la partitura musicale del Doppio Concerto di Martinů, composto nel  ’38 nell’addensarsi tumultuoso di venti di guerra, e che fu grido d’opposizione agli Accordi di Monaco. 

 

I ritmi sincopati e la densità ritmica, l’oggettiva difficoltà della partitura (qui egregiamente eseguita dall’Orchestra del Teatro Nazionale, con la direzione di  J.Kyzlink) sono il tappeto sonoro di un linguaggio coreografico irto di contrasti ed iperboli, di aggregazioni e solitudini, dove la tensione musicale, la drammaticità dei toni percussivi si rompono a tratti, frammentate dall’energia dei ritmi e dei testi di James Brown.

La fisicità degli interpreti ne viene plasmata, e il linguaggio espressivo di Goecke attraversa tutta la gamma dei contrasti e dei paradossi: la danza assume su di sé il compito di disegnare gli stati emozionali più contraddittori, trascolorando dall’umorismo al grottesco, dal divertimento al dramma.

Ciò che Goecke disegna attraverso i 18 danzatori in stato di grazia è uno studio trasgressivo, disincantato, intenso, sulla identità, la vulnerabilità, le possibilità dell’amore.

 

Avanguardia e tradizione, dunque, ancora una volta e magnificamente s'incontrano su questa scena, in questo Teatro Nazionale di linee severe, di volumi imponenti, materna sagoma incoronata d’oro. 

E oggi come sempre il genio creativo di grandi autori, l’eccellenza degli interpreti, la perfetta organizzazione rendono omaggio a questo contenitore di cultura e di bellezza; a questo luogo che in caratteri d’oro al di sopra del palco reca la scritta  NÁROD SOBĔ, La Nazione a sé stessa, a ricordare il contributo dell’intera nazione perchè il luogo più straordinariamente iconico della cultura e dell’identità ceche rinascesse dalle ceneri del suo incendio e tornasse, ancora grande, ai suoi cittadini. 

 


*Remo Bodei, I paradossi del tempo, Modena – Lectio Magistralis 2015

 

https://www.youtube.com/watch?v=Ai2BmnFDYFU

 

Sara Di Giuseppe - 28 maggio 2026