28/10/26

Ezia Mitolo, "Di polpa e di vento"

 
Siamo felici di segnalare la “mostra diffusa” ancora in corso che Ezia Mitolo ha allestito a Taranto, la sua città. Ezia ci regalò una sua opera per UT  “Il distacco” nel 2012 e perciò vi segnaliamo il suo talento che continua a esercitarsi con creatività e sensibilità nell’ambito artistico e i suoi svariati linguaggi.
 
“Di polpa e di vento”, di cui sotto riportiamo il progetto, terminerà il 14 novembre.
 
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Mostra diffusa di arte contemporanea “Di polpa e di vento” di Ezia Mitolo
Inaugurazione: 12 settembre alle 18:30 presso Parati -
12 settembre alle 20:00 presso LASSTUDIO

Parati - via Umbria 147, Taranto
dal 12 settembre al 26 settembre
Martedì, venerdì e sabato dalle 08:00 alle 14:00 e su appuntamento
Tel. 0994521094 – 320 9262443

LASSTUDIO - Via Sorcinelli 13, Taranto
Su appuntamento
dal 12 settembre al 14 novembre
Contatti

Torre dell’Orologio - via de Tullio, Taranto
dal 19 settembre al 14 novembre
Martedì - venerdì 17:00-20:00 sabato 10:00-13:00 e 17:00-20:00
Contatti

Palazzo Pantaleo - Vicolo civico, Taranto
Martedì - domenica dalle 10:00 alle 15:00
dal 19 settembre al 14 novembre
Contatti

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“Di polpa e di vento” di Ezia Mitolo: la mostra diffusa prende il via a Taranto il 12 settembre con una inaugurazione itinerante

Nutrirsi è un atto di trasformazione. Non solo fisica: ogni volta che il corpo metabolizza, qualcosa muta anche nell'interiorità, nella memoria, nel modo in cui ci relazioniamo agli altri. È da questa premessa che prende forma "La polpa e il vento", la mostra diffusa di Ezia Mitolo, artista visiva tarantina attiva da più di trent’anni nella scena dell’arte contemporanea tra l’Italia e l’estero, a cura di Cristina Carriere. L’esposizione apre a Taranto il 12 settembre alle 18:30 con un'inaugurazione itinerante tra la project room Parati e lo studio di architettura LASSTUDIO.

L’iniziativa, sostenuta da Coldiretti e Campagna Amica, nasce da un’idea promossa dall’artista Gianluca Marinelli, con l’obiettivo di approfondire la ricerca artistica sul legame tra cibo e territorio. Invitata a confrontarsi con questi temi, Mitolo ha sviluppato un progetto articolato sul legame tra il nutrimento e la dimensione emotiva, cognitiva e relazionale dell'individuo. In questo contesto, Parati ha attivato un processo partecipativo che si inserisce coerentemente nella pratica dell’artista, presente nella sua ricerca sin dal 2003.

La mostra si sviluppa in quattro luoghi diversi della città di Taranto - tra centro storico e quartiere Italia Montegranaro - e presenta anche diversi inediti di Mitolo. Il percorso espositivo indaga il legame tra nutrimento e dinamismo psichico: l’atto di cibarsi come un dispositivo di conoscenza interiore, capace di innescare trasformazioni che investono l’individuo e la collettività.

Il progetto curatoriale si articola in quattro movimenti, corrispondenti ad altrettanti stadi del processo di nutrimento: la metabolizzazione, la metamorfosi, la sedimentazione/il confronto con il passato e la rinascita.
Il primo movimento - la metabolizzazione - è ospitato da Parati e coincide con la prima tappa dell’inaugurazione, il 12 settembre alle 18:30. Qui viene presentata la restituzione del laboratorio “Pronta l'impronta/Segni mangiati”: un progetto partecipato sul cibo come veicolo espressivo che ha impegnato la comunità tarantina in una pratica artistica collettiva. Nel corso di tre incontri, attraverso pratiche di identificazione simbolica con gli alimenti, i partecipanti hanno scelto un alimento eleggendolo a propria “impronta” personale e sono stati guidati dall’artista nella creazione di un'opera corale — un unico telo composto da frammenti di tessuti cuciti insieme — che restituisce l'unione delle diversità.  

Il secondo movimento - la metamorfosi - si apre alle ore 20:00 della stessa sera presso LASSTUDIO.  Come il processo metabolico trasforma le sostanze nutritive, le opere di Mitolo mettono in scena gli sconvolgimenti interiori provocati dai processi psichici: sculture sinuose si affacciano alle nicchie di una libreria, altre occhieggiano tra le piante di un giardino, mentre sulle pareti si dispiegano opere visive che raccontano gli attraversamenti delle pieghe più oscure dell’animo umano.

Dal 19 settembre prendono il via il terzo e quarto movimento del progetto espositivo.
La sedimentazione - la fase in cui le sostanze nutritive si depositano nel corpo - è ospitata fino al 14 novembre negli spazi della Torre dell’Orologio, gestiti dall’associazione Museo dal Mare. Qui il lavoro “Moniti d’aurore” si intreccia all’opera video “...” in una modalità installativa inedita, dando vita a un percorso immersivo e stratificato negli spazi della Torre. L’opera di Mitolo entra in dialogo diretto con l’adiacente Piazza Fontana, opera di Nicola Carrino, uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea italiana del Secondo Novecento. L’artista, allieva di Carrino, riattualizza l’insegnamento dello scultore tarantino lanciando un messaggio sulla conservazione della memoria storica e l’importanza del confronto col passato come momento di riconoscimento per la comunità tarantina.

Il quarto e ultimo movimento - la rinascita -  trova sede dal 19 settembre fino al 14 novembre nelle scuderie di Palazzo Pantaleo, dove una serie di installazioni raccontano la chiusura del ciclo: la trasformazione ormai compiuta, l’assorbimento delle sostanze nutritive che diventano parte costitutiva del sé. Confrontandosi con il patrimonio storico e antropologico custodito dal Museo etnografico, il lavoro esplora il concetto di rinascita come raggiungimento di nuovi equilibri e di una possibile pace; un percorso di rinnovamento grazie al quale l’individuo e la comunità, come l’organismo, si rinnovano partendo da un complesso percorso di trasformazione di ciò che hanno attraversato.

Ezia Mitolo torna nella città di Taranto con un grande evento espositivo, concepito dall’artista come una testimonianza del suo legame con il territorio. Il progetto è stato reso possibile grazie all’attivazione di collaborazioni con realtà locali quali la cooperativa Polisviluppo, l’associazione Museo dal Mare, LASSTUDIO, Parati, e il sostegno di Campagna Amica e Coldiretti.

Per conoscere meglio Ezia Mitolo https://www.eziamitolo.it/bio/ 
 

 

25/10/26

VATTENE, GABRIELE…

32° Incontro Nazionale dei

TEATRI INVISIBILI

San Benedetto del Tronto - Grottammare

23 e 30 ottobre - 6 e 13 novembre


Direzione artistica 

Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

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 MISTERO BUFFO

di

 Dario Fo e Franca Rame 

con 

LUCIA VASINI

Teatro Concordia – San Benedetto del Tronto       23 Ottobre 2026

 

VATTENE, GABRIELE…

 

  

  Vaj Gabriel… che no’ te ne sbréghi  i uregi tant delicàt co’ ‘sto criàr desaperàto e plàngi e ploràr che crésse in omnia parte…

      [Vattene, Gabriele, che non ti si spacchino le orecchie tanto delicate con ‘sto gridare disperato e pianti e implorare che cresce da ogni parte…]

      (Dario Fo – Franca Rame – “Maria alla croce” in: Mistero Buffo, giullarata popolare)
 
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Quanto necessario e urgente è oggi, nel nostro arcigno conformista spietato presente, il teatro che come quello di Fo si faccia provocazione, “agitazione di idee”, che sia ancora ciò che il teatro popolare fu in antico: principale mezzo di espressione, “giornale parlato e drammatizzato delle cosiddette classi inferiori” (Fo)

 

Ecco dunque gli Invisibili  –  al  loro 32° anno di vita eroica e feconda – regalarci provvidenzialmente, grazie anche ad una superlativa Lucia Vasini, scampoli di un indimenticato Mistero Buffo che alla leggerezza alternano il dramma, al licenzioso il poetico, al sacro il profano; e che nel farlo – in questa scelta tutta al femminile della Vasini – passano attraverso la più antica e tenace delle discriminazioni, quella nei confronti della donna; la più ancestrale delle paure, quella dell’uomo per la donna; la più irrisolta delle guerre, quella contro l’indipendenza femminile.

  

I tre monologhi appartenuti a Franca Rame - La nascita di Eva; Maria alla croce; La Parpàja Topola – diventano, su questo palco e con la nostra interprete, pura e vibrante energia verbale e gestuale; uscire da un ruolo per entrare in un altro, passare dal volgare medievale al più criptico dei grammelot è gioco attoriale che trascina, diverte, commuove, soprattutto induce a fermarsi e pensare.

 

Così Eva, che nasce già adulta nel paradiso terrestre: la scoperta e l’incuriosita esplorazione che fa del suo corpo, i primi bizzarri approcci col partner Adamo, veicolano attraverso i registri del comico e un linguaggio allusivo di malizia filtrata da ingenuità, la riflessione mai davvero conclusa sulla radicata diffidenza verso l’indipendenza della donna.

È quasi uno shock, subito dopo, il passaggio al tragico: ancora una figura femminile giganteggia nella struggente Lauda di Maria alla croce, e lo svolgimento del dramma, “degno dei Misteri greci” (così lo stesso Fo) è la storia di una protesta e di un tradimento. 
Maria ne accusa Gabriele, l’arcangelo che l’ha ingannata, non preannunciandole il dolore inumano che le era riservato… E lo scaccia via, che non sporchi le sue ali, non sei abituato, tu Gabriele, che nel Paradiso non ci sono né rumori né pianti, né guerre, né prigioni né uomini impiccati, né donne violentate… Non c’è fame, né carestia, nessuno che sudi a stracciabraccia, né bambini senza sorrisi, né madri scurite dal dolore…

 

Così diversa dalla Madonna tradizionale che accetta il sacrificio del figlio, è questa Maria che lo rifiuta, che si oppone allo scempio e a coloro che vi partecipano, che accusa lo stesso Gabriele; il codice duecentesco di Montecassino da cui il testo proviene - inserito nel Mistero Buffo così come gli altri testi medievali che ne sono il tessuto (era recitato da Franca Rame in una mescolanza di idiomi diversi del Medioevo padano) - è ancora un tassello di quella cultura religiosa popolare che nella sua sorprendente modernità proietta sub specie aeternitatis la condizione di tutti gli umiliati e offesi della terra, la cui voce è inascoltata, la cui rivolta destinata alla sconfitta. 
 
E torna al comico infine la nostra interprete, con La Parpàja Topola: magistrale nella mimica e nella trasmigrazione in una pluralità di figure per una storia che da boccaccesca - come la definiremmo oggi - si trasforma nel finale in umanissima favola di delicata poesia.

 

Interprete colta e trascinante la Vasini, nel toccare i registri dal comico al tragico al poetico in costante, empatica interazione col pubblico; sapiente nella scelta di evocare - soffermandovisi al femminile – il caleidoscopico universo di religiosità, cultura, tradizione popolare di quei testi medievali - molti dei quali vangeli apocrifi (confluiti poi nel Mister Buffo) - che per Dario Fo e Franca Rame furono oggetto di ricerca e di studi preziosi, imprescindibili, necessari, e ne motivarono il Nobel .
Nel suo essere irresistibilmente pirotecnica potrebbe, Lucia, far sue le parole di Dario Fo in una lontana intervista: “Ma dovete capire, per noi recitare non è solo un mestiere, è anche e soprattutto divertimento”. 

 

Buttare all’aria convenzioni e regole, dunque, è il compito del giullare medievale - l’attore comico popolare - che rivive nel Mistero Buffo; merito dei giullari dunque se manipolare testi sacri in chiave grottesca e satirica sortiva l’effetto di smascherare “le manovre furbesche di coloro che, approfittando della religione e del sacro, si facevano gli affari propri” (Dario Fo). 
Sta di fatto che volentieri essi venivano chiamati anche in chiesa... e il rito del Risus Pascalis - durante la Pasqua, appunto - rispondeva all’ipotesi radicata che il corpo di Cristo si materializzasse nell’ostia solo attraverso la risata!

 

Ci ricorda fra molto altro anche questo, il Mistero Buffo oggi rivissuto dalla Vasini: che la voce degli oppressi può passare, e farsi denuncia, anche attraverso il comico.
E suggerisce forse  - ci piace crederlo - che perfino a un qualche arcangelo, se lo merita, se è il caso, se per colpa sua ci girano i cabasisi, possiamo dire un robusto Vattene, Gabriele!

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Si racconta che a Brescia, al tempo dei Comuni, il vescovo, tale Ilario, che durante la concione carnevalesca del giullare aveva subìto lazzi e ironie feroci, non ebbe più la forza di salire sul pulpito per tenerci i propri sermoni giacché, appena iniziava con la predica, i presenti si lasciavano andare a matte risate…fino a singhiozzare in un pianto carico di autentico misticismo sganasciante.

(Dario Fo  - in: Tutto il teatro di Dario Fo e Franca Rame - Mistero Buffo)

 

Sara Di Giuseppe - 25 ottobre 2026


 

22/10/26

Gli accecati

  Quem Iuppiter vult perdere, dementat prius.

Perchè siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
(J.Saramago, Cecità, 1996)
 
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      Se Giove (o Dio) acceca colui che vuol perdere, il nostro tempo e la nostra Italietta di politici da avanspettacolo, e di stampa e media in tutto degni di loro, ce ne offrono la più solare delle conferme.

Il nostro paese s’incendia - il fuoco divampa anche in Francia, Spagna, Portogallo, Albania, Belgio… - e protesta e malcontento, rabbia e frustrazione scendono in piazza con studenti e scuole; il nostro Sud agonizza e le conseguenze già catastrofiche degli scioperi preannunciano una metastasi che risalirà presto lungo lo 

stivale… 

E l’attenzione di politica, stampa e media è tutta e soltanto per le violenze e gli eccessi. 

 

Che sono da condannare, serve dirlo?

 

Ma qui da noi il proverbiale stupido che guarda il dito e non la luna non potrebbe essere rappresentato più plasticamente: i tumulti non smuovono di un’unghia l’imbecille arroganza dei politicanti, né scalfiscono la servile complicità di stampa e media televisivi. Anzi, le Marie Antoinette de noantri osservano sdegnate d’in sul verone e alzando un sopracciglio proclamano se non hanno pane, che mangino brioches. 

      (Ma i cuginetti d’oltralpe con le rivoluzioni ci sapevano fare anche allora, e la ragazza si giocò meritatamente la testa…)

 

Politicanti d’ogni colore e schieramento, media televisivi, giornaloni e lecchini fanno a gara nel riempire prime pagine e lenzuolate di cronaca per narrarci - concitati e sdegnati - quanto brutti e cattivi e maleducati siano questi ragazzi che si abbandonano alle violenze, signora mia.

Fingono di non sapere che quei brutti e cattivi sono il prodotto di un sistema e di una politica che ha scientemente coltivato nei giovani e nei ceti più fragili l’ignoranza e il conformismo come instrumentum regni.

Incapaci di capire, questi impresentabili “giullari mediatici”, che qui e ora è capolinea e punto di non ritorno di una politica prostituita - non da oggi ma oggi più che mai - alle logiche economiche; che ha immolato lo stato sociale sull'altare del mercato; che ha alimentato l’ingiustizia e il conseguente odio sociale; che ha negato il futuro alle nuove generazioni; che sempre ha concepito il potere come carriera e privilegio e mai come servizio.

Continueranno incrollabili, i presunti giornalisti e porgi microfono, a mostrare immagini di infinite cariche  - "di alleggerimento" (!) le chiamano - e fumogeni, ad intervistare negozianti comprensibilmente affranti per le vetrine rotte e il negozio saccheggiato.

Continueranno, sindaci come Sala e pseudo-autorità locali assortite, a chiedere più Polizia armata e pugno duro.

Continueranno, gli inetti cialtroni al governo e ai vertici delle istituzioni, ad invocare pene pecuniarie (!) per i genitori dei delinquenti in erba, e tasse per chi organizza manifestazioni.

Continueranno a non vedere d’aver toccato il fondo dell’imbecillismo politico e della sciatteria e complicità amministrative; a non interrogarsi sui motivi profondi della violenza e sui veri colpevoli, sui responsabili che ne hanno creato e alimentato le condizioni.

 

Accecati dalla propria stessa arrogante inettitudine i governanti; accecati da opportunismo e carrierismo televisioni, giornalisti e opinionisti; accecate da ingegneria poltronistica le opposizioni; accecati da farisaico conformismo i pensabene e bellagente.


Incapaci, tutti costoro e il relativo cucuzzaro dei pennivendoli, di vedere che la tragedia di una civiltà in rovina non si sana con le prediche e i moralismi, né col manganello, né con lo schieramento di militari col mitra in mano (e già…) né con la militarizzazione di ogni apparato della vita pubblica né con arcigni emergenziali decreti legge (vedi quello che i cialtroni si accingono oggi a varare).

 

Se non avessero studiato la Storia sul Bignami - e pure male - saprebbero che sempre le rivoluzioni portano eccessi e violenze: chi le commette ne è pienamente colpevole e responsabile, ma non meno grave e completa è la responsabilità di chi ne ha creato le basi e le condizioni.

 

E non saper andare oltre  i moralismi sulle vetrine spaccate e le auto bruciate significa essere ciechi che non vedono la profondità, la drammaticità e la serietà, forse l’irreversibilità della crisi, non aver capito che la Storia scorre proprio come i fiumi scorrono e con sé trascinano anche ciarpame, detriti e perfino cadaveri.

 

L’incendio che investe l’Europa forse porterà, al di là della violenza, a rifondare una politica degna di questo nome, a dare aria alle stanze liberandole degli squilibrati nei ruoli apicali delle istituzioni nazionali, europee, mondiali; dei ceti politici che come il nostro trafficano in armi e sono complici di genocidi; dei governi che dopo aver distrutto stato sociale, diritti, futuro, trascinano ora le nazioni verso la guerra permanente.

 

Forse succederà. O forse non accadrà mai.


Per ora, il Macron che mentre le città e i Municipi e le chiese di Francia bruciano, assiste all’esclusivo concerto di Céline Dion, è la perfetta Marie Antoinette del terzo millennio.


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La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse o spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.


(J.Saramago, ibidem)

 

Sara Di Giuseppe - 19 ottobre 2026

18/10/26

Chiusa CartaCarbone

Chiusa CartaCarbone. E’ finita così senza un vero perché  (Michele/LittleTony – 1965)

A San Benedetto continuiamo a perdere i pezzi migliori e non c’importa niente

 

 

Senza andare tanto indietro nel tempo, partiamo dai cinema di città demoliti, chiusi o abbandonati, quando è andata bene sostituiti da sperduti, grassi e sgraziati surrogati edilizi senz’anima. Pezzi persi. 


Poi la Palazzina Azzurra concessa oramai a cani e porci: una sorta di Airbnb dell’arte-con-meno-arte.

Le due storiche librerie degli ultimi due veri librai chiuse o metamorfizzate. Perse anche quelle. 

I nostri faticati ma decorosi alberghi per foresti? Persi: trasmutati in giganteschi soprammobili di vetro, in caricature di boschi-verticali, in simil-torri d’avvistamento gonfie di residenze d’oro, i SUV sottoterra. 

L’onorato lungomare dell’orgoglio sambenedettese: ahi, un cantiere eterno da cui non vedi più il mare. 

Persa anche la popolarissima centrale Piazza del mercato Montebello, arata con cattiveria per piantarci decine di pali-della-cuccagna con vele marinaresche (si teme volatili). Alberi farebbero male.

L’ex stadio-del-cuore Ballarin (difeso ad ovest dal nuovo Muro [littorio] del Pianto di Piunti): abbattuto e dato in pasto ricco al famoso (formaggioso) “archistar dei laghetti e dei tappi di cemento sui campi di calcio”, che non raccapezzandocisi più - per i leciti mugugni da bar, anche degli ultras - forse ci ficcherà pure i nuovi carrarmati per Kiev ferocemente tecnologizzati dalla costola Crosetto-Leonardo lì a fianco. 

E l’affettuoso Pino Bar della pineta della nostra vecchia gioventù divenuto Re di sbevazzanti apericene?


         Ma come San Benedetto, anche il circondario perde i pezzi: per esempio, a Ripatransone - che col cavolo diventerà Capitale Italiana della Cultura, dopo lo show (abortito) all’Anfiteatro delle Fonti del Falsissimo Fabrizio Corona - nella moderna ma giusta Biblioteca Comunale hanno accatastato tutti i libri come legna da ardere per far posto a una scuola privata di balli lisci, di sala, caraibici e Kizomba (?) e a corsi di “Yoga in Biblioteca”. Col patrocinio del Comune! 

Ma chi se ne importa… (G. Morandi - 1969).


  Veniamo ad oggi: CartaCarbone della Galleria Piunti ha chiuso. Forse Pierluigi e Rossella erano stanchi. Forse il loro particolare ma prezioso lavoro di artigiani creativi, di grafici artisti, di abili impaginatori e confezionatori di libri d’arte stava evaporando, per una clientela ormai infettata di tecnologia de noantri, di ignoranza diffusa e di Intelligenza Artificiale a gogò. CartaCarbone - marchio splendido, evocativo - era unico. Due bei locali che profumavano di carta e di inchiostri. Due professionisti appassionati, esperti, competenti. Due vetrine di idee stimolanti, divertenti, leggere, fantasiose, ottimiste, ora tutte tappate di bianco come un temibile Laboratorio di Analisi Cliniche. Come i finestroni liberty oscurati di bianco (!?) della Palazzina Azzurra, che la fanno sembrare un ospedale di mare (chiuso il lunedì). Ma qui è chiuso per sempre. CartaCarbone, l’ennesimo pezzo buono che perdiamo e non sarà l’ultimo. 


Ma chi se ne importa.

 

PGC - 17 ottobre 2026