Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert
Poesia Musica Teatro
Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos
“PER L’AMOR DEI POETI”
Dante – INFERNO Canti XIII - XVII
Voce solista, percussioni e regia
Vincenzo Di Bonaventura
Ospitale delle Associazioni - Grottammare 30 luglio 2026
Chi non sente questa poesia c’è pericolo che non senta la poeticità di nessun’altra poesia .
B.Croce
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Dev’essere per questo che il nostro attore-solista s’è infilato stavolta in panni d’epoca (Come facevano a muoversi, abbigliati così? si domanda perplesso):
per sentirsi un po’ Dante - come dirà - anche nella forma esteriore, dato che per il resto Hai l’Inferno dentro gli dicevano, giovanissimo, alla londinese Scuola Internazionale di Teatro.
Magnifica ossessione di tutta la vita, l’epica dantesca per lui e sempre avanguardia con lui, vent’anni fa come oggi.
E stasera è doppio spettacolo, come al cinema parrocchiale di una volta [certo meno triste di questo Ospitale, così ospitale che sulle sue pagine web o in quelle del Comune nessun cenno,neanche di sfuggita o per sbaglio, a queste serate di Vincenzo Di Bonaventura e del Gruppo Aoidos “Per l’amor de’ poeti”, che così dense di poeti e di bellezza non le trovi neanche se circumnavighi l’Italia due volte. Dev’essere che con la cultura non si accattano voti].
Doppio spettacolo, dicevo: l’altro è il giovanissimo musicista (diciottenne, mio dio!) che con le tastiere, l’arpa-bonsai e altre diavolerie strumentali accompagna il verso dantesco e lo fa con maestria, con concentrazione devota, intimidito da tanto Maestro ma in piena sintonia con quella voce che i versi danteschi ce li scaglia addosso, roventi come quell’Inferno che descrivono anzi disegnano anzi scolpiscono.
Si chiama Cai, il ragazzo venuto di cielo in terra a miracol mostrare, insomma da Torino, e il nome te lo fai ripetere per assicurarti di aver capito bene; in platea ha un educato e attento drappello di fratelli e sorelle che coprono l’intero arco dell’età evolutiva, tipo The Jackson Five dell’indimenticato Michael, ma al momento suona solo lui, Cai, ed è studioso di Conservatorio a Mantova (oltre che di Liceo Classico), mica robetta.
Inferno, dunque, canti XIII –XVII: evento sismico nella migliore tradizione vincenziana, che il Vincenzo furens indossi abiti d’epoca o che vesta casual.
Giureresti perfino che quello che hai davanti sia Dante in persona e le voci siano la sua e di Virgilio, e di Capaneo, e di Pier della Vigna, e di Brunetto Latini.
E pure quelle delle Arpie, grida e squittii e soffi e versacci…
Una bolgia, come si dice…
Il più lugubre dei Canti infernali, questo meraviglioso XIII.
Girone dei suicidi: innaturale quel peccato che la giustizia divina sanziona poiché infierisce sul corpo decretandone la dissociazione dallo spirito. Ed ha riscontro nell’innaturalità della selva dei dannati: non sono essi dentro la pianta, essi sono la pianta.
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi, e quella condizione colpisce il poeta con insopportabile intensità; quella, in particolare, di Pier della Vigna – fine giurista, logoteta, alto funzionario e uomo di fiducia alla corte di Federico II – che l’Inferno ha mutato nel ramo secco e sanguinante da cui si leva voce di pena (e ‘l tronco suo gridò…).
Nella figura retta e onesta del protonotaro spinto al suicidio dall’invidia e da ingiusta accusa, il poeta ritrova le ragioni della sua stessa vicenda politica e insieme il dolore del distacco dalla sua città che non rivedrà; vi affiora la tragedia di Firenze, città smarrita e violenta che Dio giustamente punisce e Dante ne è sconvolto. La carità del natio loco, la pietà per quel raffinato Piero, uomo cortese e vittima come lui di un destino di invidia-innocenza lo turbano così da chiedere che sia Virgilio a rivolgere nuove domande, ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora.
Ribolle, nei Canti successivi - canti “politici” in cui Dante è testimone, personaggio e narratore a un tempo - l’irriducibile concretezza del reale: vi irrompono la politica e la storia, continuo è il trapasso dal particolare all’universale, e la voce attoriale distorce e stravolge gli accenti, quelle anime martoriate non hanno più, di umano, né voce né sembianze.
I toni cupi della tastiera, il sisma delle percussioni accompagnano i “violenti contro Dio”. Bestemmiatori, usurai, sodomiti: nel sabbione rovente, la pioggia di fuoco che brucia quelle anime nude le rende irriconoscibili a Dante.
E se Capaneo, gigantesco quanto la sua arroganza, difensore di Tebe e incenerito da Giove (va’ a scherzare col fuoco…) e bestemmiatore di dei, nella sua ignorante corpulenta arroganza - somiglia a molti di oggi - suscita motivata antipatia, è nell’incontro con Brunetto Latini punito tra i sodomiti, che Dante tocca corde di struggente devozione. Maestro e figura venerata - Siete voi qui, ser Brunetto? - a stento riconosciuto dal poeta in quel viso abbrusciato, il peccato che la giustizia divina punisce non intacca l’alta figura morale che egli resta nel ricordo, ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna.
Di quella Firenze ormai guasta, preda di una corrotta classe mercantile, stuprata da invidia, superbia, avarizia, è Gerione rappresentazione plastica: mostro infernale, simbolo della frode – testa di uomo rispettabile, corpo di rettile ricoperto da squame policrome e coda velenosa di scorpione nascosta e guizzante con fraudolenta imprevedibilità – è nel canto poderosa macchina di trasporto aereo.
E la poesia diviene fantascienza. Con tecnicismo da Leonardo prima di Leonardo, Dante descrive l’implacabile macchina volante: sale dal profondo del burrato nuotando nell’aria, Gerione, e una volta su, ecco caricarsi in groppa i due insoliti passeggeri, Virgilio – steward paterno e rassicurante – e Dante, viaggiatore terrorizzato al primo volo… e niente offerte commerciali durante il percorso, non ancora.
Si alzerà in volo, sollecitato da Virgilio – moviti omai: / le rote larghe e lo scender sia poco / pensa la nova soma che tu hai – per superare il burrone che li separa dalle Malebolge e la manovra è da manuale di navigazione: il mostro si stacca lentamente dal ciglio del burrone, retrocede come una nave poi si gira e allarga le zampe, distende la coda e va giù lentamente ruotando.
Qualche giro ampio e lento nel buio – non vede nulla, il poeta, sente solo il vento che gli sferza il viso – ed ecco i fuochi di Malebolge.
Gerione, con quella faccia un po’ così come un rapace che torni senza preda, depone i passeggeri e scompare; signori si scende, grazie per aver volato con noi, non lasciate effetti personali nelle cappelliere.
Continuerà in successive serate, il nostro viaggio con la navicella di Vincenzo.
Stasera la luna enorme e rossa sul mare è di certo uno spettacolo, ma il nostro lo è stato di più.
A chi raccontarlo, però, di aver volato con Geryon Air?
Sara Di Giuseppe - 1 Agosto 2026