Antologia di Spoon River
di Edgard Lee Masters
ri-scrittura poetica, voce recitante e percussioni
Vincenzo Di Bonaventura
suono
Giuseppe Merletti
Grottammare – Ospitale delle Associazioni
5 giugno 2026
L’ULTIMO EPITAFFIO
(…)
Vedo solo colline e riempiono il cielo e la terra
con le linee scure dei fianchi, lontane o vicine.
(C.Pavese – Gente spaesata - 1933, in Lavorare stanca)
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L’ultimo degli epitaffi sulla collina di Spoon River è il proprio: è quello di Webster Ford, nom de plume con cui Edgard Lee Masters pubblica - nel 1914 sul Reedy’s Mirror - i primi testi della sua Antologia .
Giovinezza, non serve fuggire il richiamo di Apollo. / Gèttati nella fiamma, muori con un canto di primavera, / se morire tu devi in primavera –
“I poeti sanno come dare la vita e darsi la morte”, è stato scritto.
E anche: “I poeti hanno visto l’eterno” dice Di Bonaventura aprendo la serata in compagnia della Spoon River Anthology.
Spenti i gelidi neon, le percussioni di Vincenzo e le sonorità del giovane Merletti che dialoga amorevole coi suoi diversi affollati strumenti a corde, disegnano per noi tutt’intorno le linee, i colori, le ombre di quella collina; e lo spazio si dilata oltre le pareti e i muri e c’è solo, adesso, quella collina, ci sono le sue voci e i nomi e le storie, c'è "il Far West delle cose quotidiane”.
Vi si ispirò Cesare Pavese per Lavorare stanca nel ’36; grazie a lui l’Italia conobbe quell’autore e quell’opera, e se ne entusiasmò dopo la pubblicazione nel ’43 (con traduzione di Fernanda Pivano): in piena guerra, e poco prima che la Einaudi fosse confiscata.
Gran beffa per la censura antiamericana di un fascismo - morente ma non meno feroce - che credette grottescamente quell’Antologia di S.River l’antologia di un rispettabile santo…
La repressione è sempre molto stupida.
“Come non riconoscere in lui la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori dei segreti del cuore e dei dilemmi della vita morale” (C.Pavese, 1943): e le voci che si levano dai morti sulla collina nascono da suggestioni letterarie antiche - dagli epigrammi greci a Dante, alla poesia cimiteriale ottocentesca, a Foscolo - ma sono voci di una realtà minore, appartata, che racchiude in sé tuttavia, nell'unicità di "ogni vita che è stata vita", ogni dramma ogni tragedia ogni felicità del vivere umano. Quelle voci convocano il viandante, esigono la sua attenzione, tracciano profili di esistenze.
Hanno impressi, quelle vite, i contorni e i caratteri della provincia americana col suo puritanesimo, e le ipocrisie e le maldicenze, ma l’ascolto che i morti esigono dai vivi, e dal viandante, va oltre il particolare e il contingente: diviene raccordo fra vita e morte e, in questo, momento conoscitivo sottratto al tempo e allo spazio.
Come nel viaggio dantesco l'incontro tra le ombre e la sostanza umana del poeta è percorso di conoscenza e analisi, qui ciascuna di quelle identità, ognuna con la sua narrazione, si fa tema universale e riflessione sui destini terreni. E nel ritmo convulso delle percussioni, nella voce solista, nelle sonorità stranianti, dalle testimonianze di quei morti prendono vita categorie eternamente umane: giustizia e ingiustizia, corruzione ed emarginazione, solitudini e amori, illusioni e disincanti.
Tutti dormono sulla collina.
Come il violinista Jones che giocò con la vita per tutti i novant’anni /(…) non pensando / né al denaro, né all’amore, né al cielo…
Come l'infelice Amanda Barker, che fu resa madre da Henry sapendo che non potevo mettere al mondo una vita / senza perdere la mia.
Come Cassius Hueffer che avrebbe voluto per sé un diverso epitaffio, che recitasse: egli mosse guerra alla vita / e ne rimase ucciso.
C’è il mondo che tutti conosciamo, in quegli epitaffi, e travalica epoche e geografie: c’è la corruzione dei giudici, c’è l’ingiustizia sociale che toglie ai poveri per dare ai ricchi, c’è la stampa con le sue logiche e le sue servitù, ci sono i grandi progetti, gli appalti, le ferrovie, i ponti… E ci sono le beghe, gli intrallazzi, le crisi collettive, c’è un’America lontana dal nostro tempo ma così vicina al nostro oggi nelle dinamiche immutabili della vicenda umana.
Tace a tratti la voce del djembe, tacciono le percussioni, l’aria intorno trema nelle sonorità intime e assorte degli strumenti a corde che bisbigliano fra loro: quasi un soffermarsi del viandante per meglio ascoltare, e immaginare, e riflettere.
Poi il viaggio riprende e come il fiume porta con sé ancora le voci di quella collina, la quotidianità che si fa poesia: amara o scanzonata o rabbiosa, a volte struggente.
Come il suonatore Jones che finii con un violino spezzato / e una risata rotta e mille ricordi / e neppure un rimpianto; o il cuore malato di Francis Turner, là quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary / baciandola con l’anima sulle labbra / d’un tratto questa mi sfuggì; o il "blasfemo" Wendell P.Bloyd, percosso a morte da una guardia cattolica / [...] perché dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò / a una vita da stolto.
Siamo stati su quella collina, stasera, non ci siamo accorti del tempo. Un ultimo battito di djembe, un ultimo vibrare di suoni, la collina si dissolve…
Eppure giurerei di aver sentito voci, intorno… Ma no: Tutti, tutti dormono sulla collina.
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“Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia” (Fernanda Pivano).
Sara Di Giuseppe - 5 Giugno 2026