28/06/26

“AL DI LÀ DI ANDROMEDA”

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos


“PER L’AMOR DEI POETI”


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Giacomo Leopardi:

I fiori del deserto  –  Grandi Idilli


con
Vincenzo Di Bonaventura
Patrizia Sciarroni

 

24 – 25 giugno 2026 

Ospitale delle Associazioni

Grottammare

 


 

“AL DI LÀ DI ANDROMEDA”



 

    …parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi. 


[G.Leopardi, Cantico del Gallo silvestre, 1824 - in Operette Morali, 1824-‘32]

 

  

 

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 Del Recital leopardiano di Carmelo Bene a Sirolo, Teatro Alle Cave, Vincenzo ricorda  - nel suo “Il guardatore del Carmelo” (2024) - i 10.000 watt di potenza pura, “prototeatro in sintesi futurista”, finalmente al di là di Andromeda.

 

Inizia da qui il nostro viaggio: decenni dopo quello, e qualche mila watt in meno, eppure anche noi in trance alfa come allora Vincenzo in ascolto di Carmelo Bene.


Due serate di leopardiani suono e poesia, che possono rigirarti l’anima al contrario.

E le voci: la vox strumenta di Vincenzo come quella di Bene; la voce di Patrizia che attraverso la poesia disegna, di quell’anima, il titanismo e la vertigine cosmica, il vuoto senza risposta.


Sono un tronco che sente e pena… scriverà Giacomo "Agli amici suoi di Toscana" .


E il verso s’innalza nudo e potente: che sussurri o che grida, che si chini sulla materia dolente dei ricordi, che sia ansia d’infinito e fervore di vita o ribellione aspra e ironia sdegnata, sempre è esperienza di sé che si fa meditazione sul destino umano.

 

Sono così stordito dal niente che mi circonda… scrive il poeta, fallito il tentativo di fuga dal borgo selvaggio; e ancora “Quanto a Recanati […] io ne partirò, ne scapperò, ne fuggirò subito ch’io possa…”: frammenti di vita, itinerario di un sentire sempre più alto e lungo il quale si fa chiara la coscienza di un destino comune all’intera umana specie.

E possente, canto dopo canto emerge la filosofia "disperata ma vera", il rifiuto dello spiritualismo consolatorio, il feroce rigetto delle mistificazioni antropocentriche - Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? -  il titanismo polemico nei confronti di una Natura matrigna che Se anche mi avvenisse di estinguere  tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei, perpetuo circuito di produzione e distruzione del tutto indifferente alla felicità o infelicità degli uomini.

 

  Di quella filosofia, illuministicamente contrapposta allo spiritualismo cattolico del secolo, il poeta rivendica il valore positivo e umanitario (“La mia filosofia […] di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare […] quell’odio che tanti e tanti portano cordialmente ai loro simili…”) ed è tuttavia filosofia dolorosa perché la lotta a cui il poeta chiama l’umanità è disperata, e la vittoria non spetta all’uomo.

 

  Sullo schermo si materializzano immagini, la grafia elegante del poeta, i versi di “A Silvia”, le correzioni: le voci attoriali “sono” quel poeta, c'è lo stesso Leopardi “dentro” quelle voci che frantumano stereotipi e scolastiche immaginette. 

  Ci restituiscono, del poeta, l’ansia di vita, il piacer vano delle illusioni, l’insaziato bisogno d’amore e il farsi, di questo, contemplazione sensuale e tragica disillusione; e, su tutto, la coscienza di un dolore universale che supera le ragioni autobiografiche dell’infelicità ma non cerca risarcimenti e fa anzi, di quelle ragioni e di quella infelicità, formidabile strumento conoscitivo.

 

  Brani classici incastonano il disteso ritmo e la lirica leggerezza dei primi idilli; le percussioni poderose raccolgono invece e sostengono la commossa nudità dei Canti e la struttura ritmica dell’ultimo Leopardi, i brevi periodi carichi di risonanze nei quali pulsa la tragica consapevolezza dell’infinita vanità del tutto.

 

Necessarie e testimoniali, queste voci e la titanica modernità di quel pensiero ci hanno sottratti, nelle nostre due serate, allo strepito di un oggi che parla di poesia vaneggiando di brand e promozione turistica; ci hanno scagliati - come i millemila spettatori di quella lontana sera Alle Cave - al di là dell’assordante satolla indifferenza di queste tristi plaghe, finalmente al di là di Andromeda.   

 

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un po’ morivi, un po’ viaggiavi, nell’infinito, sentivi la Poesia grande, del più grande poeta italiano.

(V.Di Bonaventura, Il guardatore del Carmelo - cap.6, Alle Cave, 2024)

 

Sara Di Giuseppe - 28 giugno 2026

22/06/26

RIPATRANSONE (AP) CAPITALE DELLA CULTURA

Ripatransone - Anfiteatro delle Fonti

Sarà un’investitura automatica e riconosciuta ai più alti livelli istituzionali, quella di Capitale Italiana della Cultura che la città di Ripatransone riceverà per aver ospitato nello storico Anfiteatro delle Fonti lo show di Fabrizio Corona  - “ Falsissimo” - il prossimo 12 agosto 2026.

Definitivo lustro e imperitura fama nasceranno alla città che sarà cornice della versione teatrale (si fa per dire) delle performance youtùbiche del sullodato. 

 

Divenuto mediaticamente celebre per indiscussi meriti giudiziari e di gossip, il Nostro porterà a Ripa l’afflato vivificante della profonda cultura e dell’alto spessore morale delle sue res gestae.

Lo farà nello spazio più degno che gli si possa offrire: non un modaiolo chalet del litorale, non un club o simili, strutture private insomma la cui proprietà ospita liberamente chi vuole.

Niente di tutto questo, signori miei, bensì quel prezioso anfiteatro di un altrettanto prezioso complesso, l’antico Complesso delle Fonti, datato XV/XVI secolo, oggetto nel tempo di avventurosi “restauri”.

[Il più recente nel 2020-21 trionfalmente annunciato dalla grancassa della libera stampa locale, con autoincensamento istituzionale e photo-opportunity d’ordinanza].


Uno spazio pubblico, dunque, unico e pregiato, per uno spettacolo di sicura pregnanza artistica.

Del suo artista-protagonista gli agiografi narrano le mirabili imprese di agente fotografico e Re dei paparazzi, e le acrobazie di pregiudicato condannato nel 2015  in Cassazione in via definitiva a 13 anni e due mesi per reati continuativi, e con una lista di procedimenti giudiziari a proprio carico lunga come l’elenco telefonico (quando c’era) di Ripatransone. 

Il florilegio va dall’inchiesta “Vallettopoli” (nei diversi filoni di Milano – Torino – Roma) conclusasi con condanna e interdizione dai pubblici uffici, coronate (ops) da latitanza. Successivamente, pluripentito (un pentimento non si nega a nessuno) e dichiarato affetto da psicosi.

E siccome non è scritto che “un pentimento è per sempre” (mica è un diamante, diamine) ecco ancora nuove condanne ad arricchire il medagliere (Corruzione e reati tributari; Spendita (spendita!?) di banconote false; Diffamazione; Diffamazione aggravata; Truffa; Intestazione fittizia di beni; Minacce ai magistrati) e nuove accuse (Ricettazione, Calcio scommesse, ecc.).

Sono titoli che in Italia fanno curriculum, è noto, tant’è che un pregiudicato condannato in via definitiva ce lo siamo tenuto per 3.340 giorni come Presidente del Consiglio.

[Negli anni il Nostro scrive anche libri, tra cui  Le mie prigioni. Errata corrige: quello era Silvio Pellico; questo è La mia prigione ]

Dunque signori miei, come poteva il Comune di Ripatransone rifiutarsi di ospitare, in uno dei suoi  luoghi più antichi e preziosi e iconici, un evento di così elevato spessore culturale e artistico come lo show di questo Corona organizzato da rispettabili Agenzie e "Pro Loco Picena in sinergia"?

Come poteva eludere un appuntamento di tale valore educativo e formativo, che a dispetto delle vacanze estive sarebbe giusto coinvolgesse anche le scuole del territorio con alunni e insegnanti? 

Come poteva la locale stampa lecca-lecca contenere l’entusiasmo onanistico nell’annunciare siffatto evento  [si va da. È già partita la corsa ai biglietti per uno degli appuntamenti più attesi dell’estate 2026, a: Fabrizio Corona a Ripatransone, l’estate picena entra nel vivo… e via leccando] o financo esercitare un barlume di critica, avanzare una perplessità o un dubbio? 

Suvvia, signori, forse che il pregio artistico, il talento e l’alta statura culturale di un personaggio possono mai essere oscurati dall’essere, il soggetto, un po’ scavezzacollo?

Chi di noi si sognerebbe di sminuire l’arte di un Caravaggio, per esempio, solo perché il ragazzo fu tutt’altro che uno stinco di santo?

E dunque. 

Si rallegrino i ripani, piuttosto, del raro privilegio di vedere la propria città valorizzata da cotanto evento; si compiacciano di avere un’Amministrazione che sa come dare lustro e pregio al territorio accogliendo proposte di tale rilevanza, fornendo altresì ad un personaggio di così specchiata moralità l’opportunità di recitare da vittima del sistema che neanche il talento tragico di Sarah Bernhardt.

E tacciano le antiche pietre, tacciano i mattoni e i muri severi; cessino le ombre secolari del vetusto Complesso delle Fonti di rivoltarsi indignate, di dolersi per uno spettacolo nazional-popolare che di certo riempirà le gradinate di pubblico e autorità e bellagente e pensabene, e di sonanti dobloni le saccocce di organizzatori, protagonisti e vario indotto.

Capiscano finalmente che questa è oggi l’Italia e - soprattutto - che questa è Ripatransone, bellezza! Prossima Capitale Italiana della Cultura.


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Il tempo che ci siamo dati 


è tempo stolto 


una clessidra cariata di acqua in ristagno


un incanto di sirena a vuoti litorali in disuso


tarli di cielo non cresciuto


appeso alla rinfusa alle porte avare dell’universo

 

(Giarmando A.Dimarti  Il tempo che ci siamo dati – 2016)

 

 

Sara Di Giuseppe - 22 giugno 2026



Cresce l'attesa

 


09/06/26

L’ultimo epitaffio

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 2026
PER L’AMOR DEI POETI

 

Antologia di Spoon River 

di Edgard Lee Masters

 

ri-scrittura poetica, voce recitante e percussioni

 Vincenzo Di Bonaventura

suono

Giuseppe Merletti

 

 Grottammare – Ospitale delle Associazioni

5 giugno 2026



L’ULTIMO EPITAFFIO

(…)

Vedo solo colline e  riempiono il cielo e la terra

con le linee scure dei fianchi, lontane o vicine.

 

(C.Pavese – Gente spaesata - 1933, in Lavorare stanca)

 

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L’ultimo degli epitaffi sulla collina di Spoon River è il proprio: è quello di Webster Ford, nom de plume con cui Edgard Lee Masters pubblica - nel 1914 sul Reedy’s Mirror - i primi testi della sua Antologia .

Giovinezza, non serve fuggire il richiamo di Apollo. / Gèttati nella fiamma, muori con un canto di primavera, / se morire tu devi in primavera –

I poeti sanno come dare la vita e darsi la morte”, è stato scritto.

 

E anche: “I poeti hanno visto l’eterno” dice Di Bonaventura aprendo la serata in compagnia della Spoon River Anthology. 

Spenti i gelidi neon, le percussioni di Vincenzo e le sonorità del giovane Merletti che dialoga amorevole coi suoi diversi affollati strumenti a corde, disegnano per noi tutt’intorno le linee, i colori, le ombre di quella collina; e lo spazio si dilata oltre le pareti e i muri e c’è solo, adesso, quella collina, ci sono le sue voci e  i nomi e le storie, c'è "il Far West delle cose quotidiane”.

 

Vi si ispirò Cesare Pavese per Lavorare stanca nel ’36; grazie a lui l’Italia conobbe quell’autore e quell’opera, e se ne entusiasmò dopo la pubblicazione nel ’43 (con traduzione di Fernanda Pivano): in piena guerra, e poco prima che la Einaudi fosse confiscata. 

Gran beffa per la censura antiamericana di un fascismo - morente ma non meno feroce - che credette grottescamente quell’Antologia di S.River l’antologia di un rispettabile santo…

La repressione è sempre molto stupida.

 

“Come non riconoscere in lui la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori dei segreti del cuore e dei dilemmi della vita morale” (C.Pavese, 1943): e le voci che si levano dai morti sulla collina nascono da suggestioni letterarie antiche - dagli epigrammi greci a Dante, alla poesia cimiteriale ottocentesca, a Foscolo - ma sono voci di una realtà minore, appartata, che racchiude in sé tuttavia, nell'unicità di "ogni vita che è stata vita", ogni dramma ogni tragedia ogni felicità del vivere umano. Quelle voci convocano il viandante, esigono la sua attenzione, tracciano profili di esistenze. 

 

Hanno impressi, quelle vite, i contorni e i caratteri della provincia americana col suo puritanesimo, e le ipocrisie e le maldicenze, ma l’ascolto che i morti esigono dai vivi, e dal viandante, va oltre il particolare e il contingente: diviene raccordo fra vita e morte e, in questo, momento conoscitivo sottratto al tempo e allo spazio. 


Come nel viaggio dantesco l'incontro tra le ombre e la sostanza umana del poeta è percorso di conoscenza e analisi, qui ciascuna di quelle identità, ognuna con la sua narrazione, si fa tema universale e riflessione sui destini terreni. E nel ritmo convulso delle percussioni, nella voce solista, nelle sonorità stranianti, dalle testimonianze di quei morti prendono vita categorie eternamente umane: giustizia e ingiustizia, corruzione ed emarginazione, solitudini e amori, illusioni e disincanti.


Tutti dormono sulla collina. 

Come il violinista Jones che giocò con la vita per tutti i novant’anni /(…) non pensando / né al denaro, né all’amore, né al cielo…

Come l'infelice Amanda Barker, che fu resa madre da Henry sapendo che non potevo mettere al mondo una vita / senza perdere la mia.

Come Cassius Hueffer che avrebbe voluto per sé un diverso epitaffio, che recitasse: egli mosse guerra alla vita / e ne rimase ucciso.


C’è il mondo che tutti conosciamo, in quegli epitaffi, e travalica epoche e geografie: c’è la corruzione dei giudici, c’è l’ingiustizia sociale che toglie ai poveri per dare ai ricchi, c’è la stampa con le sue logiche e le sue servitù, ci sono i grandi progetti, gli appalti, le ferrovie, i ponti… E ci sono le beghe, gli intrallazzi, le crisi collettive, c’è un’America lontana dal nostro tempo ma così vicina al nostro oggi nelle dinamiche immutabili della vicenda umana.


Tace a tratti la voce del djembe, tacciono le percussioni, l’aria intorno trema nelle sonorità intime e assorte degli strumenti a corde che bisbigliano fra loro: quasi un soffermarsi del viandante per meglio ascoltare, e immaginare, e riflettere.

Poi il viaggio riprende e come il fiume porta con sé ancora le voci di quella collina, la quotidianità che si fa poesia: amara o scanzonata o rabbiosa, a volte struggente. 

Come il suonatore Jones che finii con un violino spezzato / e una risata rotta e mille ricordi / e neppure un rimpianto; o il cuore malato di Francis Turner, là quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary / baciandola con l’anima sulle labbra  / d’un tratto questa mi sfuggì; o il "blasfemo" Wendell P.Bloyd, percosso a morte da una guardia cattolica / [...] perché dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò  / a una vita da stolto. 


Siamo stati su quella collina, stasera, non ci siamo accorti del tempo. Un ultimo battito di djembe, un ultimo vibrare di suoni, la collina si dissolve… 

Eppure giurerei di aver sentito voci, intorno… Ma no: Tutti, tutti dormono sulla collina.

 

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“Per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia” (Fernanda Pivano).

 


Sara Di Giuseppe - 5 Giugno 2026