02/08/26

Sentirsi un po’ Dante

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos



“PER L’AMOR DEI POETI”

 

Dante – INFERNO   Canti XIII - XVII

 

Voce solista, percussioni e regia

Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    30 luglio 2026


 

Chi non sente questa poesia c’è pericolo che non senta la poeticità di nessun’altra poesia .

B.Croce

 

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Dev’essere per questo che il nostro attore-solista s’è infilato stavolta in panni d’epoca (Come facevano a muoversi, abbigliati così? si domanda perplesso): 

per sentirsi un po’ Dante - come dirà - anche nella forma esteriore, dato che per il resto Hai l’Inferno dentro gli dicevano, giovanissimo, alla londinese Scuola Internazionale di Teatro. 

Magnifica ossessione di tutta la vita, l’epica dantesca per lui e sempre avanguardia con lui, vent’anni fa come oggi.

 

E stasera è doppio spettacolo, come al cinema parrocchiale di una volta [certo meno triste di questo Ospitale, così ospitale che sulle sue pagine web o in quelle del Comune nessun cenno,neanche di sfuggita o per sbaglio, a queste serate di Vincenzo Di Bonaventura e del Gruppo Aoidos Per l’amor de’ poeti”, che così dense di poeti e di bellezza non le trovi neanche se circumnavighi l’Italia due volte. Dev’essere che con la cultura non si accattano voti].

 

Doppio spettacolo, dicevo: l’altro è il giovanissimo musicista (diciottenne, mio dio!) che con le tastiere, l’arpa-bonsai e altre diavolerie strumentali accompagna il verso dantesco e lo fa con maestria, con concentrazione devota, intimidito da tanto Maestro ma in piena sintonia con quella voce che i versi danteschi ce li scaglia addosso, roventi come quell’Inferno che descrivono anzi disegnano anzi scolpiscono. 

Si chiama Cai, il ragazzo venuto di cielo in terra a miracol mostrare, insomma da Torino, e il nome te lo fai ripetere per assicurarti di aver capito bene; in platea ha un educato e attento drappello di fratelli e sorelle che coprono l’intero arco dell’età evolutiva, tipo The Jackson Five dell’indimenticato Michael, ma al momento suona solo lui, Cai, ed è studioso di Conservatorio a Mantova (oltre che di Liceo Classico), mica  robetta.

Inferno, dunque, canti XIII –XVII: evento sismico nella migliore tradizione vincenziana, che il Vincenzo furens indossi abiti d’epoca o che vesta casual.

Giureresti perfino che quello che hai davanti sia Dante in persona e le voci siano la sua e di Virgilio, e di Capaneo, e di Pier della Vigna, e di Brunetto Latini. 

E pure quelle delle Arpie, grida e squittii e soffi e versacci… 

 

Una bolgia, come si dice… 

 

Il più lugubre dei Canti infernali, questo meraviglioso XIII. 

Girone dei suicidi: innaturale quel peccato che la giustizia divina sanziona poiché infierisce sul corpo decretandone la dissociazione dallo spirito. Ed ha riscontro nell’innaturalità della selva dei dannati: non sono essi dentro la pianta, essi sono la pianta.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi, e quella condizione colpisce il poeta con insopportabile intensità; quella, in particolare, di Pier della Vigna – fine giurista, logoteta, alto funzionario e uomo di fiducia alla corte di Federico II – che l’Inferno ha mutato nel ramo secco e sanguinante da cui si leva voce di pena (e ‘l tronco suo gridò…). 

Nella figura retta e onesta del protonotaro spinto al suicidio dall’invidia e da ingiusta accusa, il poeta ritrova le ragioni della sua stessa vicenda politica e insieme il dolore del distacco dalla sua città che non rivedrà;  vi affiora la tragedia di Firenze, città smarrita e violenta che Dio giustamente punisce e Dante ne è sconvolto. La carità del natio loco, la pietà per quel raffinato Piero, uomo cortese  e vittima come lui di un destino di invidia-innocenza lo turbano così da chiedere che sia Virgilio a rivolgere nuove domande, ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora.

 

Ribolle, nei Canti successivi - canti “politici” in cui Dante è testimone, personaggio e narratore a un tempo - l’irriducibile concretezza del reale: vi irrompono la politica e la storia, continuo è il trapasso dal particolare all’universale, e la voce attoriale distorce e stravolge gli accenti, quelle anime martoriate non hanno più, di umano, né voce né sembianze. 

I toni cupi della tastiera, il sisma delle percussioni accompagnano i “violenti contro Dio”. Bestemmiatori, usurai, sodomiti: nel sabbione rovente, la pioggia di fuoco che brucia quelle anime nude le rende irriconoscibili a Dante. 

E se Capaneo, gigantesco quanto la sua arroganza, difensore di Tebe e incenerito da Giove (va’ a scherzare col fuoco…) e bestemmiatore di dei, nella sua ignorante corpulenta arroganza - somiglia a molti di oggi - suscita motivata antipatia, è nell’incontro con Brunetto Latini punito tra i sodomiti, che Dante tocca corde di struggente devozione. Maestro e figura venerata - Siete voi qui, ser Brunetto? - a stento riconosciuto dal poeta in quel viso abbrusciato, il peccato che la giustizia divina punisce non intacca l’alta figura morale che egli resta nel ricordo, ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora / la cara e buona imagine paterna / di voi  quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna.

 

Di quella Firenze ormai guasta, preda di una corrotta classe mercantile, stuprata da invidia, superbia, avarizia, è Gerione rappresentazione plastica: mostro infernale, simbolo della frode – testa di uomo rispettabile, corpo di rettile ricoperto da squame policrome e coda velenosa di scorpione nascosta e guizzante con fraudolenta imprevedibilità – è nel canto poderosa macchina di trasporto aereo. 

 

E la poesia diviene fantascienza. Con tecnicismo da Leonardo prima di Leonardo, Dante descrive l’implacabile macchina volante: sale dal profondo del burrato nuotando nell’aria, Gerione, e una volta su, ecco caricarsi in groppa i due insoliti  passeggeri, Virgilio – steward paterno e rassicurante – e Dante, viaggiatore terrorizzato al primo volo… e niente offerte commerciali durante il percorso, non ancora.

 

Si alzerà in volo, sollecitato da Virgilio – moviti  omai: / le rote larghe e lo scender sia poco / pensa la nova soma che tu hai – per superare il burrone che li separa dalle Malebolge e la manovra è da manuale di navigazione: il mostro si stacca lentamente dal ciglio del burrone, retrocede come una nave poi si gira e allarga le zampe, distende la coda e va giù lentamente ruotando.

Qualche giro ampio e lento nel buio – non vede nulla, il poeta, sente solo il vento che gli sferza il viso – ed ecco i fuochi di Malebolge.

Gerione, con quella faccia un po’ così come un rapace che torni senza preda, depone i passeggeri e scompare; signori si scende,  grazie per aver volato con noi, non lasciate effetti personali nelle cappelliere.

 

Continuerà in successive serate, il nostro viaggio con la navicella di Vincenzo. 

Stasera la luna enorme e rossa sul mare è di certo uno spettacolo, ma il nostro lo è stato di più. 

A chi raccontarlo, però, di aver volato con  Geryon Air?

 

Sara Di Giuseppe - 1 Agosto 2026

27/07/26

“…per quello amor che i mena”

Autoctophonia Festival 2026

Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos



“PER L’AMOR DEI POETI”


 

Dante – INFERNO – Canti I - VI

 

Voce solista, percussioni e regia


Vincenzo Di Bonaventura



Ospitale delle Associazioni - Grottammare    22 luglio 2026



 

Non diresti che quello schieramento di percussioni sul palco possa adattarsi a un Recital dantesco, se non lo avessi già visto negli anni, più volte e ovunque ci siano stati un palco e qualche spettatore per Vincenzo e per i suoi Inferna Danctis Orkestra.

Sono solo aumentati -  in numero e proporzioni - gli strumenti: il gigantesco “tamburo madre”, i due-tre djembe (di spirito africano e moderni) e via tambureggiando; e Vincenzo è sempre, benianamente, “macchina attoriale” narrante e concertante: posseduto dal demone del teatro, ancora una volta sulle orme del  maestro Carmelo Bene (lui, che aveva un’orchestra nella voce e che un Inferno dantesco da brividi regalò alle migliaia di spettatori dalla Torre degli Asinelli  a Bologna, in memoria di “quella” strage).

E di nuovo è oggi, questo concerto per voce sola e percussioni di Vincenzo, qualcosa che abbatte schemi e rovescia canoni, e che nel martellante tessuto sonoro  incastona l’endecasillabo dantesco e l’afflato poderoso del poema infernale e l'architettura linguistica, impareggiata dal medioevo ad oggi.

 

Dal Canto primo al sesto, la voce solista ci scaglia dentro un oltremondo di cui il verso dantesco scolpisce il cupo magma e le percussioni amplificano dissonanze e contrasti. 

“Espressionismo titanico” dal quale mai assente è tuttavia la sostanza umana del poeta: ecco allora lo smarrimento e la paura, ecco le tre fiere minacciose, ecco il conforto e l’atmosfera sospesa e affettuosa, intrisa di devozione, del dialogo con Virgilio; ecco il Limbo degli spiriti magni e di quella megalopsuchia, superiore magnanimità che illumina e infonde forza al poeta sulla soglia del regno dell’ombra, del luogo di tenebre ove non è che luca; ecco il ribollente grido dei gironi infernali, l’eternità disperata e ineluttabile della pena, l’incalzare degli incontri coi dannati, la pietà profonda che non esclude la coscienza morale, l'accettazione della giustizia divina che quella impone. 

 

Ecco l’intrecciarsi dell’esperienza politica e storica del poeta con la sorte delle anime: come quella di Ciacco, il (quasi) contemporaneo che gli chiede dolente di ricordarlo ancora, quando sarà tra i vivi - …Ma quando tu sarai nel dolce mondo, / priegoti ch’a la mente altrui mi rechi…. – ed è il concittadino da cui apprendere la sorte della sua Firenze corrotta dagli odi e dalla discordia.


E come quella di Francesca, la prima delle anime con cui Dante dialogherà nella discesa infernale. 

Noi che tignemmo il mondo di sanguigno... Francesca e Paolo: trascinati dalla bufera infernale, accolgono il richiamo del poeta ed è l'amore, non la bufera, a portarli a lui, uniti nella pena eterna così come nella passione in vita. 

È Virgilio stesso a incoraggiare il poeta - e tu allor li priega per quello amore che i mena ed ei verranno

Ed essi vengono, infatti, uniti nella disperazione e nel rimpianto eterno di un momento di felicità, nella totalità di una perdizione che coinvolge, con loro, anche chi a vita ci spense.

 

Galeotto fu 'l libro - e il nome dà a questo quasi lo status di personaggio - e nel racconto  di Francesca (l'attore solista le dà voce roca e scoscesa, come da una profondità senza tempo, voce che piange e dice) è scambio fra letteratura e vita, identificazione che l’urto con la realtà interrompe - quel giorno più non vi leggemmo avante – fin quando la vita che ha imitato il libro diverrà tragedia.

 

Non dunque l'amore-virtù della tradizione stilnovistica, nella vicenda di Francesca, ma amore che rovina e uccide, forza incoercibile che unisce i due amanti in una breve felicità e li lega ora nella disperazione eterna: il poeta ne è toccato nel profondo, e il messaggio morale che ne deriva lo sopraffà. 

E se è ancora amore, quello amor che i mena a condurre a lui quelle anime, deflagrante è per il poeta l'identificazione della propria umana fragilità con quella di Francesca: io venni men così com'io morisse.


Ancora una volta abbiamo visto cose che voi umani.... Abbiamo oggi sperimentato il "brivido allucinatorio" che si sprigiona da queste serate, pregustato le altre a seguire: malati forse anche noi come Vincenzo, di poesia e di teatro.

 

Sara Di Giuseppe - 25 luglio 2026

17/07/26

LA PRESA DELLA PASTIGLIA

Seimilaottocento e passa militari tra uomini e donne, trecentoquindici veicoli, novantotto aerei, trentatré elicotteri, centonovantatré cavalli della Guardia Nazionale Repubblicana

Più 500 militari della Coalition of the Willing (i paesi europei coalizzati per la futura sicurezza dell’Ucraina); più venticinque applauditissimi militari ucraini.

Più il sorvolo di due Mirage 2000 B con aviatori francesi e aviatori ucraini addestrati in Francia; più i rappresentanti di 35 paesi della coalizione e via partecipando.*

Esticazzi.

Ma non doveva essere la celebrazione del 14 luglio 1789, della Presa della Bastiglia e allonsanfan e della Rivoluzione che cambiò la Francia e l’Europa e gli uomini e dopo di quella niente fu più come prima anche se cercarono di far sì che lo fosse eccetera eccetera?...

Forse no, o non più. Perchè noi fortunati citoyens europei ci siamo invece presi la Pastiglia di un'esibizione muscolare di mezzi e apparati militari e sistemi d'arma.

E la parata extra-large di Parigi (in tribuna 25 capi di Stato e di governo, inclusi Mattarella con figlia incorporata e Zelensky che s’ indossa con tutto e sta bene ovunque tranne che a casa sua) - al confronto la nostra del 2 Giugno è la sfilata delle majorettes alla festa di San Prestipino - altro non è che suggello e sintesi simbolica dell’incontro parigino, di poco precedente, tra i vertici dei Paesi “volenterosi” - c'est à dire gli scellerati vertici guerrafondai di mezza Europa - con la consacrazione dei ciclopici investimenti nell’industria bellica per la “sicurezza europea e il "risveglio strategico dell'Europa" (sic)

Cui si aggiungono gli accordi strategici ed economici di Francia e Regno Unito con Kyiv, più i 18 miliardi di nuovi aiuti - bazzecole quisquilie pinzillacchere - della Commissione Europea annunciati dalla presidente a sonagli Ursula von der Leyen.

 

E fosse solo questo…

 

C’è soprattutto che il vertice parigino agli Invalides (con Napoleone - una mammola, al confronto - che si rivolta nella tomba lì presso) per lo sviluppo di un sistema di difesa contro i missili balistici in Europa - segue di pochissimo quello di Ankara. 


E quello sì, che è stato divertente.

 

Perché è lì che s'è modellata sotto i nostri occhi, come niente fosse, quella nuova “NATO 3.0" nella quale la guerra diventa mercato; nella quale definitiva e consacrata diviene la saldatura tra finanza e guerra; massiccio e decisivo il coinvolgimento dei grandi capitali pubblici e privati nell’industria del riarmo.

 

Capita così che il denaro che manca agli stati per welfare, sanità, istruzione, pensioni ecc. compaia miracolosamente - come la madonna di Fatima ai tre pastorelli - per le armi e per tutto il cucuzzaro conseguente ed equipollente; e che gli stati ritengano di garantire sicurezza ai cittadini non già con tutto quanto ne tuteli e riconosca dignità,  diritti, qualità della vita – roba da Rivoluzione Francese, suvvia - ma con la protezione (?) armata e il massiccio aumento del bilancio militare. 


Un Occidente militarizzato, la guerra non più come decisione politica ma come ambito d'investimento, concentrazione di risorse pubbliche e private intorno all'apparato militar-industriale: è questo il vero orizzonte dell'incessante sequela di viaggi, incontri, parate militari, colloqui, cene, salamelecchi, photo-opportunity e vasa-vasa. 


È questa la vera pastiglia da far ingoiare con la finta celebrazione delle rivoluzionarie settecentesche giornate parigine: la riorganizzazione militare dell'occidente, l'armarsi fino ai denti contro un nemico inventato, il  vendere ai grandi capitali globali la nostra molto presunta “sicurezza”

 

 “La guerra come mercato totale, la sicurezza come prodotto” è stato scritto: il più esplicito epitaffio sulla tomba di un’Europa arcigna e armata, nata dalle ceneri e dall’orrore delle due guerre mondiali - che nulla ci hanno insegnato - del secolo breve. 


[*fonte: "Difesa on line"]

 

Sara Di Giuseppe - 17 luglio 2026