04/09/26

Marcello Sgattoni, l’artista e l’oracolo

Marcello Sgattoni, "Eva", legno d'ulivo, anni Settanta, particolare

“Eh… Marcello!”.
Salendo e spingendo la bici con le mani con sopra Federico, me ne esco con questa espressione, preceduta da un pensiero di nostalgia e rammarico tra me e me.
“È morto?”, mi chiede il piccolino di poco più di 3 anni.
Con stupore lo guardo un attimo e gli chiedo come lo avesse capito. Lui me lo ripete ed io: “Sì, se n’è andato il caro Marcello. È lassù, tra le sue stelle che ci guarda”.
Lo ricordava bene dopo quelle due volte che lo abbiamo incontrato, prima alla Pietraia e poi alla Palazzina. Quelle volte lo aveva coccolato e stimolato con le sue osservazioni da sciamano, preconizzando che sarebbe diventato un ‘birbantello’. Federico ci giocò nascondendosi dietro a Vale & Tino di Lodola, ma non lo ritrovò più e il ‘dov’è andato Marcello’ fu la domanda inevasa.

Federico, me e Marcello (foto di Giorgio Voltattorni M.)

Nell’incoerenza dei miei pensieri mi soffermerò nel ricordarlo umanamente come, per natura e capacità, sono abituato a fare. Premetto e sottolineo che non sono un critico d’arte e men che meno un saggista capace di affrontare le complessità poste dal grande Marcello Sgattoni, di recente volato tra le sue stelle tanto amate quanto raffigurate in molte sue sculture e disegni. La mattina, all’alba del 7 agosto ’26, la grande anima di Marcello ha deciso di lasciare il suo corpo ancora sano… Forse perché fin troppo pronta ad affrontare il grande Mistero.

Sono state spese tante parole adesso che non è più tra noi. Molte accorate, commosse e argomentate con ricordi personali oltre che professionali. Tutte ben spese e giustamente benevole.
Marcello è stato un uomo generoso, infaticabile nelle sue proverbiali attività materiali e immateriali. Oltre alle migliaia di opere, Marcello Sgattoni ha sempre dispensato affetto e parole insieme alla grande voglia di affabulare col sorriso ed epitaffi proverbiali. Sarebbe da fare, con una catalogazione accurata delle sue opere, anche una raccolta di tutti i suoi brevi ma fulminanti e illuminanti testi sparsi nei vari luoghi e supporti. Prefiguro che possa essere una silloge degna dello Zibaldone leopardiano… (che mi perdoni Giacomo, ma penso che non sfigurerebbe, almeno per le nostre sensibilità).
 
Marcello inoltre è stato un sambenedettese atipico per la sua disponibilità al sorriso, all’aneddoto come alla battuta franca, sferzante e inappellabile. La sua mente fluttuava costantemente tra il dire e il fare simultaneamente. Era un solitario sempre immerso tra la gente, attorniato dai suoi cari e dai numerosi amici e colleghi d’arte. Qui devo accennare al suo sodalizio con Paolo Annibali, al quale ha donato fiducia, spazio e tanto supporto d’affetto per lunghi anni. Adesso più che mai, in Fede e Arte, si sono ritrovati di nuovo tra nuovi spazi infiniti.

Negli ultimi tempi la sua età restava incerta, se lo si vedeva muovere tra le sue Cose* o in giro con la sua bicicletta da antico corridore, tanto da immaginarlo già ultracentenario o quanto un ragazzino tra gli ‘adulti’ quali noi siamo.
Per me lui è stato come uno zio (così mi appellava affettuosamente, ma come credo molti altri) avendomi visto nascere quel novembre del ’57 vicino casa sua. Ricordo chiaramente la sua figura sin da quel fine anni Cinquanta, dove tutti si preoccupavano e di tutti si curavano. Un breve filmato di mio padre lo immortalò quando costruiva un nuovo pezzo di casa, intento a tirare una corda per caricare una secchia di malta con una lena e uno spirito da ‘pioniere’ in cerca di nuovi spazi da abitare.

Marcello aveva una sensibilità certamente fuori dal comune. Amava l’arte alla stessa maniera delle persone. Le sapeva conquistare con la battuta subito pronta e con la generosa disponibilità campagnola. Amava dire di essere un ‘coltivatore diretto’, e forse giuridicamente lo era perché orgoglioso del suo profondo rapporto con la terra e i suoi frutti, la sua promessa di vita come dei sapori. Ma anche la sua asprezza lo attirava, dimostrandolo con le sue “Zolle”, teste di varia umanità scolpite su pezzi di terra arida e poi lasciate nel loro contesto a dissolversi, capaci di suscitare pena e pietà per la nostra finitezza. Come se volesse ricordarci il famoso testo biblico “polvere siamo e polvere ritorneremo” per rimettere sempre nel giusto ordine il senso e il valore delle cose terrene. Ecco l’oracolo che per me ha rappresentato Marcello Sgattoni. Non solo l’artista capace di fare cose con le mani guidate dalla fantasia (usando legno anche marcio o proveniente da zone terremotate, sassi di fiume, pezzi d’auto incidentate, scarti e materie tutte rigorosamente riciclate e povere), ma anche il ‘saggio’ o il pastore laico capace di parlare a noi comuni mortali di temi fondamentali suscitando riflessioni esistenziali, ciò che la Chiesa prova a fare, con scarso successo, nelle sue omelie domenicali. Un neo-francescano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo millennio capace di coniugare arte e spiritualità e che ha voluto un mondo di bene alla sua San Benedetto e alla sua gente, costituendo un punto di riferimento di un’intera comunità non solo artistica.

Marcello l’ho ‘ritrovato’, credo, a metà degli anni ’70, vedendo per la prima volta alcune sue sculture in mostra nel centro cittadino (forse alla Galleria Guglielmi gestita da Mario Lupo?). Mi colpì moltissimo la maestosa e ’torta’ scultura di “Eva”, ricavata da un vecchio e massiccio albero d’ulivo. Da lì in poi ci siamo rivisti in varie occasioni mantenendo contatti anche per comuni iniziative che ci vedevano protagonisti insieme ad altri amici come il gruppo L’Acerba (Annibali, Marchetti, Voltattorni e me), Orrù, Mariani, Tonelli, Luciani, Caferri, Lupo e molti altri, nell’organizzare la collettiva “Ipotesi per un incontro grafico” e poi nella prima edizione dell’indimenticabile Agostinpiazza del 1980, voluta e ideata da Gino Troli e Paolo Clementi con il patrocinio dell’assessorato al turismo e cultura di Umberto Poliandri.

Di Marcello la città presenta varie testimonianze monumentali come: “A guardia del porto” e “Fonte della vita” lungo il Molo sud; “Fonte amara” e “Ai caduti per la libertà” in viale Secondo Moretti; il monumento al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ”… E la pietra gridò”, posta nell’omonima piazza; lo “Stemma dei Carabinieri” sul lungomare sud, davanti al Lido del Carabiniere e un gruppo scultoreo dedicato al mondo marinaro della città all’interno del Museo del Mare. Per renderle di nuovo vive, riconosciute, magari dopo anni di osservazione casuale e distratta, Pietro Lucadei del giornale online “Il Mascalzone” mi propose di coinvolgere Sgattoni nel raccontare, attraverso video interviste, queste sue opere o ‘cose’* accompagnandole con piccole mie considerazioni e una ricostruzione grafica per segnalare le collocazioni delle stesse. Ci incontrammo più volte e la stanchezza, per gli orari e il caldo, non lo scomponevano quanto me (vedi https://www.ilmascalzone.it/2023/09/percorsi-dautore/). Ma la sue opere più importanti, per numero e varietà espressive, sono custodite nella magica “Casa del vento” in piazza Bice Piacentini e nella suggestiva “Pietraia dei Poeti” in contrada Barattelle, terrazzo naturale di San Benedetto e museo-laboratorio all’aperto dell’artista stesso, che da molti anni ne aveva fatto il suo luogo del cuore. Luogo che dal 2006 è anche diventata fucina di numerose attività espositive e di incontri culturali. Fare un elenco di tutto questo resta impossibile, perciò suggerisco di visitare il sito della Pietraia dei Poeti (vedi https://www.pietraiadeipoeti.it/).

Mi piace anche dire che, nonostante la sua ritrosia a lasciare anche per poche ore il suo lavoro, Marcello non è stato mai solo. È stato sempre circondato e aiutato dai suoi familiari come dalla sua compagna di vita e moglie Ondina Miritello, anche lei artista di rara sensibilità e sostegno di infinito valore, e dai suoi figli acquisiti Silvano e Fiorenzo che l’hanno supportato in modo grandioso ed encomiabile nell’istituire e condurre la fondazione Pietraia dei Poeti. Quello che lamentava spesso Marcello era l’assenza di attenzione del “mondo della politica” verso le sue attività sempre allestite e proposte gratuitamente al pubblico. La scarsa presenza, coerenza e a volte avidità dello stesso “mondo” lo rattristavano parecchio.  Tra le sue tante frasi polemiche in tal senso ho ritrovato questa, riportata su di un foglio posto in un canestro: “Offerte per il politico povero”.

Un’ultima cosa (in questo caso mia, di certo non esaustiva) che sento di aggiungere a questo che spero sia un ricordo condiviso: negli ultimi tempi Marcello desiderava fare una sua mostra dopo lunghi anni d’assenza in città (oltre venti), e il luogo sarebbe dovuto essere la Palazzina Azzurra (unico e prestigioso sito adatto a estemporanee in città). Non so esattamente per quale motivo, ma la Palazzina sembrava non essere disponibile, almeno nei tempi che lui auspicava (aveva 88 anni…). Fatto sta che mi trovai a suggerirgli lo spazio che in quegli anni frequentavo e aiutavo ad animare con Flavia Mandrelli (presidente dell’associazione culturale Buon Vento): l’ex Cinema delle Palme. Dopo un sopralluogo e qualche ritrosia superata (forse il mio entusiasmo lo contagiò?) la sua “I fiori del terzo millennio” aprì le porte il 5 agosto fino al 30 settembre 2023.
Penso, anzi, sono sicuro che fu un successo e oggi rifletto che, se non ci fosse stata questa occasione, la città non avrebbe potuto godere del suo talento e della sua infinità umanità.

Tanto resta da dire, ma soprattutto da fare per Marcello Sgattoni, nel ricordarlo come merita: non lasciando che il suo immenso lavoro di opere e di idee vada disperso o addirittura dimenticato. Lo dobbiamo al futuro della nostra comunità come Marcello stesso vi era proiettato.  


* Perché nella sua scala dei valori, queste sue “cose” vengono dopo mille altre: le vere e proprie Opere sono quelle del Creato. Qui, ritengo, stia la sua grandezza.

Marcello Sgattoni e foto di Papa Francesco che riceve un suo omagio d'arte - epigrafe

01/09/26

“Chi ha ucciso l’Arcivescovo?”

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos


“PER L’AMOR DEI POETI”


 

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Assassinio nella Cattedrale

di 

Thomas St. Eliot

 

Voce solista

Vincenzo Di Bonaventura


Ospitale delle Associazioni - Grottammare    26-27-28 agosto 2026



 

È provocatoria la domanda Chi ha ucciso l’Arcivescovo?: poichè il Quarto Cavaliere, che nel dramma di Thomas St.Eliot la rivolge ai testimoni oculari, è uno degli assassini dell’indifeso inerme Arcivescovo, e le argomentazioni efficacemente manipolatorie sviluppano il paradosso per cui  dalla condotta di Thomas Beckett non si può concludere se non che aveva deciso di morire martire e che dunque posti davanti a questi fatti emetterete senza esitare un verdetto di  Suicidio per Infermità Mentale.

 

È un Di Bonaventura "aumentato", quello che nella ri-scrittura scenica del dramma, stasera e nelle due successive repliche,  è contemporaneamente il Coro, l’Araldo, i Tre Sacerdoti, i Quattro Tentatori, i Quattro Cavalieri.


Si compie fra il 2 e il 29 dicembre dell’anno 1170 il destino tragico dell’Arcivescovo di Canterbury: Thomas St. Eliot ne riprende la realtà storica e la supera per farne emblema del dissidio eterno fra libertà e potere, e il canto di morte di Thomas Becket, costretto a scegliere tra lealtà al sovrano e aderenza al credo religioso, assume l’atemporalità che hanno i capolavori quando da essi fasci di luce si sprigionino ad illuminare l’universalità dell’agire umano. 

D’altronde, nell’anno in cui il dramma vede la luce, il 1935, il tallone delle dittature schiacciava l’Europa e - subito prima della catastrofe mondiale - la politica e il potere venivano mostrando il loro volto più brutale e inumano.

Un po’ dramma elisabettiano un po’ tragedia classica  (come in questa, il Coro ne è elemento essenziale), l’intreccio contiene infatti ogni elemento delle dinamiche che ancora appartengono al nostro presente: odio e  tradimento, guerra e potere e l’astuzia manipolatoria di questo sugli individui e sui popoli.

 

È proprio il Coro, come nel dramma antico, a presagire eventi misteriosi e terribili – Crudele è il vento, / avverso il mare, oscuro il cielo, / troppo oscuro è il cielo, troppo oscuro  -; una confusa angoscia è nella supplica dei Tre Preti  - Tommaso, mio signore, non affrontare la marea /che travolge non sciogliere le vele / nel vento irresistibile -; nello stesso sermone di Natale a Canterbury l’Arcivescovo, che ha già scelto la coerenza dettatagli dal suo cuore e dai suoi princìpi, presagisce la fine – perché, diletti figli, è possibile che tra breve voi abbiate un nuovo martire  

Ed è quasi una sacra rappresentazione a venirci incontro: nella metrica vicina al versetto biblico, nel ritmo possente del dramma di parola che mette a nudo i meccanismi dell’anima e scandaglia la capacità per l’uomo di riconoscersi tale nell’accettare fino in fondo il proprio destino.  

Compiuto il crimine – Ma questo, questo è fuori è fuori della vita, / questo è fuori del tempo, come / un’incombente eternità d’ingiustizia e di male, inorridisce il Coro - il fervore autoassolutorio dell’efferatezza appena commessa da parte dei Quattro Cavalieri emissari del re Enrico II Plantageneto - Noi siamo stati assolutamente disinteressati - è un capolavoro di mistificazione e le rispettive arringhe procedono per plateali manipolazioni: è il mostruoso egoismo ad aver reso l’alto prelato indifferente ai destini del paese; il martirio, scelto per insaziata sete di gloria, è perciò stesso nient’altro che vero e proprio suicidio.

 

Ma Tommaso è oltre tutto questo, lo è dal momento in cui ha accettato il martirio come donazione totale di sé e non come manifestazione di orgoglio, che significherebbe “compiere l‘azione giusta per la motivazione sbagliata”.

Resta infine l’orrore, restano il  cordoglio e la paura: e sono nelle parole del Coro delle donne di Canterbury le quali, pur nella loro circoscritta esperienza umana, avvertono che il prezzo, altissimo, è stato pagato non solo dall’Arcivescovo ma da tutto il popolo e che la ferocia degli uomini, che ha già profanato la cattedrale, renderà sempre solo apparente  la pacificazione.

Chiarite l'aria! pulite il cielo! lavate il vento! /separate sasso da sasso, separate la pelle dal braccio / separate il muscolo dall'osso e lavateli! / Lavate il sasso, lavate l'osso, / lavate il cervello, lavate l'anima, / lavateli, lavateli!

“Ha attraversato la linea del tempo” il capolavoro di Thomas Eliot, e nel farlo ha illuminato le dinamiche oscure dei sistemi di potere, di ieri come dell’oggi - Riconosciamo il nostro errore, / (…) riconosciamo / che il peccato del mondo è sospeso / sulle nostre teste  


È stata immersione totale quella di stasera nel ritmo del verso, nell’intensità percussiva che ha riempito ogni angolo di  questo spazio surreale e quasi deserto, fuori del quale pulsa la notte vacanziera, ignara di poesia e di bellezza. Ed è stato tutto e solo per noi, grazie alla ri-scrittura scenica dell’attore testimone, questo gigantesco Thomas St.Eliot, impareggiato poeta e interprete del “consapevole disorientamento di un’epoca".

 

Sara Di Giuseppe - 31 agosto 2026

24/08/26

“NELLA RISERVA CIRCONDATI DAI COW-BOYS” (più o meno…)


Scusami, Ugo Nespolo, se adopero questa tua serigrafia (26/200 - ‘77), la regalava la rivista ABITARE agli abbonati, si collegava all’omonimo tuo libro di irriverenze e giochi di parole. Lo faccio perchè oggi qui a Porto d’Ascoli di S. Benedetto, nel suo piccolo, ecco una buffa ma grave storia analoga con “irriverenze” in quantità e tanto altro. La RISERVA è una quieta villetta d’antan a un piano condannata a morte, i COW-BOYS i prepotenti che la circondano.

Via IV novembre, nome solenne, guerriero, celebrativo delle Forze Armate [nomen omen], è una strada qualsiasi con gente tranquilla che lavorava e lavora, non è la nostalgica Via Gluck, non c’è l’amico treno che fischia così… Settant’anni fa c’era già la città quando, con altre simili, al n.18 spuntò questa villetta con giardino e 3 pinetti (ora statuari) tutt’ora abitata dalla “portodascolana doc” (ma “milanese”grr…) Franca che testarda, tra case su case (diciamo palazzi) e valanghe di catrame e cemento continua ad opporsi al trionfo delle orride costruzioni dei palazzinari che, speculando, hanno lì razziato. Cacciando la gente che c’era. Quindi questa è la storia di una di noi (Franca-squaw-Pelle-di-Luna), che in inferiorità numerica come gli indiani d’America, sola, disarmata e stressata, resiste. Metterà alle finestre 3 grandi cartelli RESISTERE firmati MANI PULITE. Mentre fuori la guerra contro di lei continua. 

Il lato comico/cinematografico (quasi da cinema della Pop Art, dei concettuali poveristi, o da Cinéma Diagonal…): da una finestra della villetta, con inquadratura fissa, si vedono cassonetti su ruote colmi d’immondizia sfrecciare da soli (!) su e giù per via IV novembre. Corrono, frenano, si fermano, di notte sostano al n.18 (che non è il loro box!). Poi - altro giro altra corsa - ripartono, come guidati da droni. Calamitando alla rinfusa scatoloni, bottiglie, plastiche, avanzi vari e rifiuti puzzolentissimi e ingombranti. Infine si accucciano poco più in là, poco più in sù, poco più in giù, dove capita. Azioni semplici, rapide, ripetitive. Eloquenti! Attori: sconosciuti, o meglio non dire… Regia: PicenAmbiente, e chi sennò?

Il lato religioso: sempre abusivamente di fronte al n.18, si materializza pure il pesante cassone giallo (senza ruote) della Caritas per la roba usata. Sicuro sceso dal Cielo, nessuno l’ha visto arrivare. Se ne sta lì qualche giorno - attorniato al solito da sacchi di umido e rifiuti vari - poi ZAC sparisce. Non per levitazione magnetica come i treni giapponesi, ma volando via portato dagli angeli come la casa della Madonna di Loreto, fino alla chiesa Cristo Re lì vicino. Noo?

Il lato legale: la modernità dei grezzi Cow-Boys de’ noantri, è che sparacchiano mandando avanti - senza ridere - la giovane avvocata-di-strada (lì abita!) difensora dei suoi 2 nuovi clienti “cittadini onesti” di strada (lì abitano, nei nuovi palazzi!) innocenti a prescindere: LA LEGGE NON E’UGUALE PER TUTTI. Infatti Lei “ruggisce” sbandierando le impressionanti truppe: Polizia Municipale, Comitati di Quartiere, ispettori ambientali, giornali, la potente PicenAmbiente, chissà quanti indigeni pensabene e tutti i cittadini del Creato. Azz, a saperlo, senza lanciare una freccia, si sarebbero arresi subito pure tutti gli indiani della RISERVA.  

Il lato edilizio/ambientale: come le città cinesi, peggio delle kommunalki sovietiche. Non ci sono più le affettività delle architetture e dell’ambiente, non resta più niente ad ingentilire il paesaggio. Presi da cirrosi mentale, sotto la spinta immobiliare, complici progettisti rampanti e copioni, produciamo edifici-spazzatura in vetroferroplasticamarmocemento simili a inespugnabili prigioni: lunghi balconi-abitabili ma deserti (come camminamenti militari dalle inferriate cui calarsi con le lenzuola annodate), giardini blindati con piastre di ferro arroventate, garage tombali senza croci sotto il livello del mare. E’ la Teologia del Consumo, bellezza. Ah, intorno alla villetta i nuovi COW-BOYS attaccano pure gli inoffensivi aghi volanti dei 3 grandi pini nemici.  


 

PGC - 22 agosto 2026  

“Parlava col corpo”


Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


PER L’AMOR DEI POETI 

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos



La religione del mio tempo – A me


Pier Paolo Pasolini

  

Voci 

Loredana Maxia – Patrizia Sciarroni

Vincenzo Di Bonaventura

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    20 Agosto 2026



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…per il resto – che volete – 

sono vissuto dentro ad una lirica, come ogni ossesso.

 

  

 

Il volto ossuto del poeta ci viene incontro da quelle diapositive d’epoca: sullo sfondo, le atroci periferie romane, e quel volto e quel corpo – anche sotto il lenzuolo insanguinato di quel novembre - sono il volto e il corpo di un testimone poetico del ‘900.

Parlava col corpo” dice Vincenzo: come quel ragazzo - di cui scrive Pasolini - che prende la parola in assemblea e il suo corpo di proletario parla per lui, ha su di sé la storia del popolo – non della massa – e le dissonanze di un presente abbandonato dal sole.


Col vero cuore sento che tu manchi / sole.


Fuori campo la voce di Vincenzo, ai lati dello schermo le voci impareggiate, la sicura presenza scenica di Loredana e di Patrizia: il registro è di intensità trattenuta, mai sopra le righe, penetra a fondo e così come nel movimento musicale il pathos è tanto più intenso quanto meno è esplosivo.


"Abbiamo perso prima di tutto un poeta”: è Moravia nell’orazione funebre per Pasolini; nelle diapositive, ai bordi della scena del crimine figure attonite fissate dalla Kodak nel raggelato bianco e nero che documenta l’indicibile.

Perché Pasolini, soprattutto e sempre, fu Poeta. E testimone della storia e precursore dei tempi. Profeta del genocidio culturale e della tragedia del presente: nella nuova preistoria preparata dall'orrore neocapitalistico, egli annuncia nei versi l’assoluta “inutilità” della poesia: è la mancanza di richiesta della poesia stessa, la più lacerante definitiva certezza.

 

Tu splendi sopra un sogno, / buio sole. 

 

Si fa passione civile, la poesia del professor Pier Paolo, angelo caduto dai cieli friulani a Roma Ciampino - scuola di borgata, immigrati meridionali quasi esclusivamente dialettofoni - e sarà passione carnale, di ossesso, per quella Roma di trascorsa bellezza e di ferite recenti, laboratorio di irreversibili mutazioni, in un mondo di cui il poeta coglie il “decadimento antropologico e lo svuotamento di moralità e significato della vita stessa”. 

 

Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango di altre  epoche.

 

È il suo j’accuse per l’aridità che nasce fin dalle istituzioni, fin dalla religione - Lo sapevi, peccare non significa fare il male / non fare il bene, questo significa peccare (“Ad un papa) - 

Pio XII era morto da poco e nulla aveva fatto, come altri prima e dopo di lui, per alleviare marginalità e miseria. 

Durissima è l'accusa, e gli scatena contro la muta della romana aristocrazia nera, completa di principe Barberini e nobili del Circolo della Caccia. 

Ed ecco P.P.P.: "Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po' esistete perché un po' esiste Pasolini" (Nuovi epigrammi -  XIII,  1958, in La religione del mio tempo). 

 

Spenta ormai – disperatamente – l’acerba luce della Resistenza nell'Italia che cambia a ritmi vorticosi, al suo posto c'è un popolo sempre più trasformato in massa, che s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.

Ciò che resta al poeta è una nera rabbia di poesia nel petto; ciò che resta è questo mio povero giardino tutto / di pietra per il quale ha comprato un oleandro e vasi ogni specie di fiori; ciò che resta è - utopia esistenziale e poetica - lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. 

Perchè nell'umanità di quell'Africa quasi estranea alla storia (Africa! Unica mia / alternativa!) si nascondono echi del mondo luminoso della sua giovinezza, del suo contadino Friuli e, nella "creaturalità" di quei popoli, appare il vitalismo del "suo" sottoproletariato romano.

 

Cadute le fedi, cadute le speranze rivoluzionarie, quel mondo di giovinezza in cui ho saputo quello che dovevo essere / e quello che dovevo fare è l'orizzonte perduto, declinante verso un reale alienato e corrotto. 

Il glicine se ne fa emblema: rinasce di colpo in una notte - furia della natura, dolcissima - beffardo nell’abbagliante fioritura che torna ad ogni primavera mentre non basta la vitalità dell’aprile all'impotenza del poeta, alla coscienza che In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, / il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza.

 

Il glicine stesso non fa che coprire i muri del quartiere dei ricchi, d’un quartiere che è tomba di ogni passione: ma è verso questo suo ostinato fiorire che si tende il poeta, con furore, con nostalgia - Felice / te, che sei solo amore, gemello vegetale - perché la “gioia dolorosa” che dà il vederlo nel suo eterno rifiorire è “calco funereo” della “religiosa caducità” della vita. 

Nel sentirsi “sconfitto” alla vista del glicine con la sua “impudica ingenuità” c’è tutto il senso di una lotta impari - tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona - perno esistenziale e ideologico, senso profondo della sua poesia.

 

È morta un’epoca della nostra esistenza, che in un mondo destinato a umiliare // fu luce morale e resistenza. 

Profanata è la stessa religione, corrotta nei salotti vaticani, negli oratori, / nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti: / forti di un popolo di servitori; morta ogni passione autentica. 

 

Bruciare le istituzioni, / stupenda speranza per chi ora geme (…).

 

Insaziata resta ancora la fame di vita, insaziata l’esigenza di capire, di combattere viltà e ipocrisia (Non gridino i cattolici alla grandezza / del passato, ricattatori), di sfidare l'inautenticità di un mondo mercificato che contamina ogni fibra dell'essere, che sancisce la fine della poesia e della sua sacralità nel presente.  

Ma ho perduto le forze, e chi finora ha parlato resta indietro. 

Solo quel glicine rinasce prepotente, feroce,  ad ogni aprile, e si sporge sopra i miei riaperti abissi 

 

…Ed è meglio morire.


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“…Allora posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia.(….) È stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. (…).  Adesso, risvegliandoci forse da quest' incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.


(P.P.Pasolini in  La forma della città – trascrizione da documentario Rai, 1974)

 

Sara Di Giuseppe - 23 agosto 2026