| Marcello Sgattoni, "Eva", legno d'ulivo, anni Settanta, particolare |
“Eh… Marcello!”.
Salendo e spingendo la bici con le mani con sopra Federico, me ne esco con questa espressione, preceduta da un pensiero di nostalgia e rammarico tra me e me.
“È morto?”, mi chiede il piccolino di poco più di 3 anni.
Con stupore lo guardo un attimo e gli chiedo come lo avesse capito. Lui me lo ripete ed io: “Sì, se n’è andato il caro Marcello. È lassù, tra le sue stelle che ci guarda”.
Lo ricordava bene dopo quelle due volte che lo abbiamo incontrato, prima alla Pietraia e poi alla Palazzina. Quelle volte lo aveva coccolato e stimolato con le sue osservazioni da sciamano, preconizzando che sarebbe diventato un ‘birbantello’. Federico ci giocò nascondendosi dietro a Vale & Tino di Lodola, ma non lo ritrovò più e il ‘dov’è andato Marcello’ fu la domanda inevasa.
| Federico, me e Marcello (foto di Giorgio Voltattorni M.) |
Nell’incoerenza dei miei pensieri mi soffermerò nel ricordarlo umanamente come, per natura e capacità, sono abituato a fare. Premetto e sottolineo che non sono un critico d’arte e men che meno un saggista capace di affrontare le complessità poste dal grande Marcello Sgattoni, di recente volato tra le sue stelle tanto amate quanto raffigurate in molte sue sculture e disegni. La mattina, all’alba del 7 agosto ’26, la grande anima di Marcello ha deciso di lasciare il suo corpo ancora sano… Forse perché fin troppo pronta ad affrontare il grande Mistero.
Sono state spese tante parole adesso che non è più tra noi. Molte accorate, commosse e argomentate con ricordi personali oltre che professionali. Tutte ben spese e giustamente benevole.
Marcello è stato un uomo generoso, infaticabile nelle sue proverbiali attività materiali e immateriali. Oltre alle migliaia di opere, Marcello Sgattoni ha sempre dispensato affetto e parole insieme alla grande voglia di affabulare col sorriso ed epitaffi proverbiali. Sarebbe da fare, con una catalogazione accurata delle sue opere, anche una raccolta di tutti i suoi brevi ma fulminanti e illuminanti testi sparsi nei vari luoghi e supporti. Prefiguro che possa essere una silloge degna dello Zibaldone leopardiano… (che mi perdoni Giacomo, ma penso che non sfigurerebbe, almeno per le nostre sensibilità).
Marcello inoltre è stato un sambenedettese atipico per la sua disponibilità al sorriso, all’aneddoto come alla battuta franca, sferzante e inappellabile. La sua mente fluttuava costantemente tra il dire e il fare simultaneamente. Era un solitario sempre immerso tra la gente, attorniato dai suoi cari e dai numerosi amici e colleghi d’arte. Qui devo accennare al suo sodalizio con Paolo Annibali, al quale ha donato fiducia, spazio e tanto supporto d’affetto per lunghi anni. Adesso più che mai, in Fede e Arte, si sono ritrovati di nuovo tra nuovi spazi infiniti.
Negli ultimi tempi la sua età restava incerta, se lo si vedeva muovere tra le sue Cose* o in giro con la sua bicicletta da antico corridore, tanto da immaginarlo già ultracentenario o quanto un ragazzino tra gli ‘adulti’ quali noi siamo.
Per me lui è stato come uno zio (così mi appellava affettuosamente, ma come credo molti altri) avendomi visto nascere quel novembre del ’57 vicino casa sua. Ricordo chiaramente la sua figura sin da quel fine anni Cinquanta, dove tutti si preoccupavano e di tutti si curavano. Un breve filmato di mio padre lo immortalò quando costruiva un nuovo pezzo di casa, intento a tirare una corda per caricare una secchia di malta con una lena e uno spirito da ‘pioniere’ in cerca di nuovi spazi da abitare.
Marcello aveva una sensibilità certamente fuori dal comune. Amava l’arte alla stessa maniera delle persone. Le sapeva conquistare con la battuta subito pronta e con la generosa disponibilità campagnola. Amava dire di essere un ‘coltivatore diretto’, e forse giuridicamente lo era perché orgoglioso del suo profondo rapporto con la terra e i suoi frutti, la sua promessa di vita come dei sapori. Ma anche la sua asprezza lo attirava, dimostrandolo con le sue “Zolle”, teste di varia umanità scolpite su pezzi di terra arida e poi lasciate nel loro contesto a dissolversi, capaci di suscitare pena e pietà per la nostra finitezza. Come se volesse ricordarci il famoso testo biblico “polvere siamo e polvere ritorneremo” per rimettere sempre nel giusto ordine il senso e il valore delle cose terrene. Ecco l’oracolo che per me ha rappresentato Marcello Sgattoni. Non solo l’artista capace di fare cose con le mani guidate dalla fantasia (usando legno anche marcio o proveniente da zone terremotate, sassi di fiume, pezzi d’auto incidentate, scarti e materie tutte rigorosamente riciclate e povere), ma anche il ‘saggio’ o il pastore laico capace di parlare a noi comuni mortali di temi fondamentali suscitando riflessioni esistenziali, ciò che la Chiesa prova a fare, con scarso successo, nelle sue omelie domenicali. Un neo-francescano vissuto a cavallo tra il secondo e terzo millennio capace di coniugare arte e spiritualità e che ha voluto un mondo di bene alla sua San Benedetto e alla sua gente, costituendo un punto di riferimento di un’intera comunità non solo artistica.
Marcello l’ho ‘ritrovato’, credo, a metà degli anni ’70, vedendo per la prima volta alcune sue sculture in mostra nel centro cittadino (forse alla Galleria Guglielmi gestita da Mario Lupo?). Mi colpì moltissimo la maestosa e ’torta’ scultura di “Eva”, ricavata da un vecchio e massiccio albero d’ulivo. Da lì in poi ci siamo rivisti in varie occasioni mantenendo contatti anche per comuni iniziative che ci vedevano protagonisti insieme ad altri amici come il gruppo L’Acerba (Annibali, Marchetti, Voltattorni e me), Orrù, Mariani, Tonelli, Luciani, Caferri, Lupo e molti altri, nell’organizzare la collettiva “Ipotesi per un incontro grafico” e poi nella prima edizione dell’indimenticabile Agostinpiazza del 1980, voluta e ideata da Gino Troli e Paolo Clementi con il patrocinio dell’assessorato al turismo e cultura di Umberto Poliandri.
Di Marcello la città presenta varie testimonianze monumentali come: “A guardia del porto” e “Fonte della vita” lungo il Molo sud; “Fonte amara” e “Ai caduti per la libertà” in viale Secondo Moretti; il monumento al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ”… E la pietra gridò”, posta nell’omonima piazza; lo “Stemma dei Carabinieri” sul lungomare sud, davanti al Lido del Carabiniere e un gruppo scultoreo dedicato al mondo marinaro della città all’interno del Museo del Mare. Per renderle di nuovo vive, riconosciute, magari dopo anni di osservazione casuale e distratta, Pietro Lucadei del giornale online “Il Mascalzone” mi propose di coinvolgere Sgattoni nel raccontare, attraverso video interviste, queste sue opere o ‘cose’* accompagnandole con piccole mie considerazioni e una ricostruzione grafica per segnalare le collocazioni delle stesse. Ci incontrammo più volte e la stanchezza, per gli orari e il caldo, non lo scomponevano quanto me (vedi https://www.ilmascalzone.it/2023/09/percorsi-dautore/). Ma la sue opere più importanti, per numero e varietà espressive, sono custodite nella magica “Casa del vento” in piazza Bice Piacentini e nella suggestiva “Pietraia dei Poeti” in contrada Barattelle, terrazzo naturale di San Benedetto e museo-laboratorio all’aperto dell’artista stesso, che da molti anni ne aveva fatto il suo luogo del cuore. Luogo che dal 2006 è anche diventata fucina di numerose attività espositive e di incontri culturali. Fare un elenco di tutto questo resta impossibile, perciò suggerisco di visitare il sito della Pietraia dei Poeti (vedi https://www.pietraiadeipoeti.it/).
Mi piace anche dire che, nonostante la sua ritrosia a lasciare anche per poche ore il suo lavoro, Marcello non è stato mai solo. È stato sempre circondato e aiutato dai suoi familiari come dalla sua compagna di vita e moglie Ondina Miritello, anche lei artista di rara sensibilità e sostegno di infinito valore, e dai suoi figli acquisiti Silvano e Fiorenzo che l’hanno supportato in modo grandioso ed encomiabile nell’istituire e condurre la fondazione Pietraia dei Poeti. Quello che lamentava spesso Marcello era l’assenza di attenzione del “mondo della politica” verso le sue attività sempre allestite e proposte gratuitamente al pubblico. La scarsa presenza, coerenza e a volte avidità dello stesso “mondo” lo rattristavano parecchio. Tra le sue tante frasi polemiche in tal senso ho ritrovato questa, riportata su di un foglio posto in un canestro: “Offerte per il politico povero”.
Un’ultima cosa (in questo caso mia, di certo non esaustiva) che sento di aggiungere a questo che spero sia un ricordo condiviso: negli ultimi tempi Marcello desiderava fare una sua mostra dopo lunghi anni d’assenza in città (oltre venti), e il luogo sarebbe dovuto essere la Palazzina Azzurra (unico e prestigioso sito adatto a estemporanee in città). Non so esattamente per quale motivo, ma la Palazzina sembrava non essere disponibile, almeno nei tempi che lui auspicava (aveva 88 anni…). Fatto sta che mi trovai a suggerirgli lo spazio che in quegli anni frequentavo e aiutavo ad animare con Flavia Mandrelli (presidente dell’associazione culturale Buon Vento): l’ex Cinema delle Palme. Dopo un sopralluogo e qualche ritrosia superata (forse il mio entusiasmo lo contagiò?) la sua “I fiori del terzo millennio” aprì le porte il 5 agosto fino al 30 settembre 2023.
Penso, anzi, sono sicuro che fu un successo e oggi rifletto che, se non ci fosse stata questa occasione, la città non avrebbe potuto godere del suo talento e della sua infinità umanità.
Tanto resta da dire, ma soprattutto da fare per Marcello Sgattoni, nel ricordarlo come merita: non lasciando che il suo immenso lavoro di opere e di idee vada disperso o addirittura dimenticato. Lo dobbiamo al futuro della nostra comunità come Marcello stesso vi era proiettato.
* Perché nella sua scala dei valori, queste sue “cose” vengono dopo mille altre: le vere e proprie Opere sono quelle del Creato. Qui, ritengo, stia la sua grandezza.
| Marcello Sgattoni e foto di Papa Francesco che riceve un suo omagio d'arte - epigrafe |