12/10/26

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.”


 

Kafka: 

Proces / The Trial


Coreografia 

Mauro Bigonzetti


Scene, luci, proiezioni video 

Carlo Cerri


Corpo di ballo del Teatro Nazionale di Praga

Primo ballerino 

Giovanni Rotolo

 

Stavovské Divadlo (Teatro degli Stati -  “Teatro Mozart”)

Praga – 6 Ottobre 2026  h19




“… perché una mattina è stato arrestato senza aver fatto nulla di male”: nell’incipit del romanzo c’è già la terrificante normalità di una discesa nell’alienazione e nella perdita di controllo.

 

Nella coreografia di Bigonzetti – che si attiene solo parzialmente al kafkiano “Processo” - gli interrogativi esistenziali sul rapporto fra l’uomo e il sistema, fra l’individuo e il gruppo si trasferiscono dalla scrittura al linguaggio del movimento: la vicenda di Josef K. ne emerge al pieno del suo potenziale drammatico e l’oppressione del sistema, l’incomprensibilità di questo, divengono forza fisica e coercizione, prigione che chiude lo spazio intorno; il movimento, da espressione di libertà qual esso è in natura, diviene strumento di controllo e dominio.

 

Accade sul palco ciò che già sappiamo dal romanzo di Kafka: in un giorno qualsiasi della vita solitaria e irreprensibile di Josef K., al risveglio di un mattino qualsiasi, tre  uomini (due nel romanzo) notificano a Josef il suo arresto, senza specificare alcun capo d’accusa. 

Non viene rinchiuso in cella, non viene privato della libertà, può continuare a lavorare e, salvo l’incombere su di lui di questa misteriosa, inesorabile accusa, tutto è quasi come prima. 

L’apparato giudiziario e burocratico, però, da questo momento e in ogni momento lo incalzerà e sarà ovunque intorno a lui: il moloch che è, nel romanzo, l’infinita teoria di corridoi, scaffali, fascicoli, funzionari, nella coreografia si materializza nella fisicità dei danzatori, nel moto della danza che restringe lo spazio, crea ombre e proiezioni oniriche, diviene il muro contro il quale la solitudine di Josef cozza e rimbalza.

 

Su una scena in bianco e nero, genialmente enfatizzata dai forti contrasti e dalle proiezioni video in "un’estetica da film noir" – il pensiero va ad Orson Welles e al suo adattamento cinematografico del romanzo – si fa labile il confine fra sogno e incubo, tra reale e immaginario: la folla di presenze che incalza Josef K. ne frantuma il mondo ordinato, ne schiaccia ogni possibilità di controllo o di fuga. 


Ma Josef - nel romanzo - crede alla legge, confida nello Stato di diritto, nelle categorie razionali a cui appigliarsi per arrivare alla verità e dimostrare la propria innocenza; nell’adattamento coreografico è invece la creazione - originalissima - della Giornalista, dal costume composto di lacerti di carta, a rappresentare plasticamente l’universo di scritti, documenti, informazioni che potrebbe  - dovrebbe -  essere per Josef strumento di riscatto, di risposte, di verità. Al contrario, si delinea essa stessa gradualmente come strumento di confusione e manipolazione, elemento ulteriore di mistificazione e inganno: quello definitivo che schiaccerà l’ormai vinto Josef K.

 

Eppure c’è nel protagonista – qui, un superlativo Giovanni Rotolo – una ricerca di umanità, perfino d‘amore, da contrapporre al cieco formalismo burocratico; c’è in lui, di contro alla disumanizzazione del sistema, una commovente fermezza nel  respingere quella forza manipolatrice; la ricerca dell’amore ne è parte, e s’infrange anch’essa contro un eros ingannevole, contro una seduzione il cui elemento femminile non è che strumento, ancora una volta, che conduce l’indifeso Josef nell’anticamera del potere.

 

Non c’è che la sconfitta, per Josef K., nell’impari lotta contro cecità e formalismo, nella vana ricerca di autenticità e verità; e il linguaggio del movimento - ora stralunato, ora convulso, ora lirico - così come le geometrie variabili che ritagliano e modificano la scena - quasi proiezione onirica del protagonista - hanno potenza evocativa pari a quella della pagina scritta, a quella nudità stilistica cui Kafka affida il suo messaggio lucidamente disperato.

 

E su questo palco è dialogo intenso, struggente, tra un alfabeto di movimento dalla rigorosa e audace tecnica coreografica - unita alle possibilità espressive, di altissimo livello, dei danzatori -  ed un tessuto musicale di implacabile pathos.  

Le sonorità  sapientemente selezionate, che vanno quasi inaspettatamente da maestri rinascimentali (Gesualdo, Monteverdi, Merula), a compositori barocchi (Buxtehude e Bononcini), fino al romanticismo simbolista del russo Musorgskij e alla modernità del novecentesco Górecki, accompagnano il climax di angoscia e solitudine, il formarsi del labirinto che inesorabile stringe le sue pareti intorno a Josef: fino al sipario che cala sulla sorte finale del protagonista, sull’impossibilità di sanare la dicotomia tra l’individuo e il mistero che lo sovrasta.

 

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Che uomini erano? Di cosa parlavano? Quale autorità rappresentavano? In fin dei conti K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, le leggi erano tutte in vigore, chi osava coglierlo di sorpresa in casa sua? 

(”Il Processo”, cap.I)

 

Sara Di Giuseppe - 10 ottobre 2026
 

03/10/26

Ripatransone Capitale della Cultura – 2


Ripatransone ci riprova. 

Sfumò la candidatura a Capitale italiana della Cultura 2026 dopo la buca dello show estivo di Fabrizio Corona (misteriosamente evaporato per ragioni sconosciute ai mortali, dopo tanto tutto pronto per / cresce l’attesa per / si va verso il sold out per / l’estate entra nel vivo con, dell’osannante grancassa della stampa locale – il fascino discreto del pregiudicato, sapete - ). 

E tuttavia la città eroicamente non si perse d’animo e decise di concorrere ancora per il 2027 con un’altra perla. 

Stavolta, c’è da scommetterci,  ce la farà. 

Perché niente può dare più prestigio ad un’amministrazione, ad una città, alla cittadinanza tutta, del sostituire la bella e funzionante Biblioteca “Aldo Gabrielli”(*) con una Scuola di Ballo – Liscio, Ballo da sala, Danze Caraibiche, Kizomba - più  “Yoga  in Biblioteca”, recita la locandina appiccicata in vetrina.

Tu pensi: magari la Biblioteca funziona lo stesso, magari di sera per il ballo spostano i tavoli come quando da liceali facevamo le feste nel garage di casa.

 

Macchè, signori miei, qua si fa sul serio. Qua si abballa come dio comanda. 
Infatti passi lì davanti e vedi al di là dei vetri che l’accogliente, bella Biblioteca non c’è più. 
Nel senso dei libri.
Non li hanno buttati via (forse, più avanti…) hanno solo addossato alle pareti gli scaffali - coi libri, questi intrusi – quasi appiccicandoli l’uno all’altro, piazzandoci davanti - come in garage o in cantina - i tavoli che prima occupavano il bel salone e accoglievano lettori, studenti piccoli e grandi, maestri e prof…, e corsi di qualche cosa.

 

E adesso avanti a tutto liscio e kizomba (kizomba!?). Altro che Shall We Dance?  e J.Lo e Richard Gere… 

 

Intendiamoci: non è che a Ripa manchino spazi belli e ampi e inutilizzati: ne è piena, anzi, spopolata com’è e ricca di notevoli ambienti pressoché dimenticati.
Ma vuoi mettere: in una biblioteca balli da dio, e senza l’impiccio dei libri. 

 

E se mai per concorrere una seconda volta a Capitale Italiana della Cultura occorresse un rinforzino, ecco che Ripa, dopo essersi liberata della noiosa biblioteca - che è già un bel passo avanti - ti sforna sulla piazza principale - nei canonici giorni dell' ottobre, appunto - una OKTOBER FEST che a Monaco di Baviera già ce la invidiano e mandano studiosi a osservarla.
Manifesto dai colori “ucraini” - chissà perché - elencante le meraviglie di stinco e dintorni, e antica piazza dalle quinte di edifici storici e severi decorata dai gazebo gastronomici impiccati su pali di ferro, e chilometriche panche da riempire di mangiatori di würstel, canederli e strüdel (piatti tipici, come tutti sanno, della cucina locale) e bevitori di birra delle nostre vigne.

 

Noi attendiamo fiduciosi: il titolo praticamente è già nostro, la cittadinanza gradisce e non fiata. 
Gongola - gli si legge nello sguardo fiero - il Leo Ripanus svettante sopra il fantasma della nuova comunale pompa di benzina/prezzi modici, chiusa come una vecchia chiesa.

  

 

 (*) Letterato e lessicografo nato a Ripatransone nel 1898
 
 
 
Sara Di Giuseppe - 3 ottobre 2026

28/09/26

NON È SIRACUSA

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos

“PER L’AMOR DEI POETI”

 

 

AGAMENNONE

Di 

Eschilo

 

 

Studio teatro greco

Programmazione 2026-27


Con

 Vincenzo Di Bonaventura - Corifeo

Maria Gaetani - Clitemnestra

Mila Sebastiani - Cassandra

 

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    

 23 - 27 Settembre 2026

 

 

 

Ohi, umane vicende, la felicità 

è pari a un’ombra…


(Eschilo – Agamennone - Episodio quarto)



 

Non è il Teatro Greco di Siracusa da 15.000 posti, questo inospitale Ospitale. 

Non è Siracusa questa Grottammare che ci si accontenterebbe se radunasse lo zero virgola di quei quindicimila.

Eppure stasera è come se lo fosse, nonostante il deserto: è per questo eschileo Agamennone, è per la ri-scrittura scenica che attraverso il Di Bonaventura/Corifeo, la Clitemnestra e la Cassandra delle due valenti interpreti diviene analisi delle ragioni di una guerra, scavo nelle profondità insondabili dell’anima, discesa agli inferi dell’umana ferocia.

Una guerra, dunque, attività prediletta dall’umana specie dalle caverne in qua: modernissimo Eschilo.  

Una guerra e la sua conclusione: una città, Troia, è presa, saccheggiata, distrutta.

Niente di nuovo sotto il sole. 

Dalle caverne in qua.

 

Trionfa il re acheo, ne è atteso il ritorno con trepidazione gioiosa da che i fuochi sulle montagne hanno annunciato la vittoria. Torna Agamennone alla sua reggia e a Clitemnestra regina, porta con sé Cassandra, sventurata principessa troiana, allucinata profetessa, rassegnata preda di guerra.

 

Ma gronda sangue la vittoria argiva: il sacrificio di Ifigenia fanciulla, agnello sgozzato sull’altare della ragion di stato, grida vendetta e un cupo presagio di sventura attraversa il Coro -Perché quest’angoscia  / ostinatamente / svolazza attorno al mio cuore profeta…? -

 

È angoscia sospesa, che dai notturni silenzi spiati dalla sentinella per cogliervi la fiamma annunciatrice del trionfo, prende forma nelle parole del Coro. 

La catastrofe, preparata dall’intrecciarsi di eventi lontani, è già alle porte e aleggia sul quotidiano. 


Ne trema smarrito il coro dei vecchi argivi, evoca il sacrificio della fanciulla - sollevata sull’altare come una capra - prescritto dall’indovino Calcante per placare Artemide, accettato dal padre Agamennone – travolto in un sacrilegio nefando - perché le navi ferme in Aulide possano riprendere il mare e veleggiare. 

Trema il Coro nell’evocare lo strazio di lei che s’aggrappava alla terra / con tutta l’anima, soffocando nel sangue l’urlo con cui malediceva la sua casa, lei che in tempi felici cantava nei saloni della reggia e amabilmente intonava / il festoso peana per il suo caro padre.

 

Giunge da questo coacervo di dolore e di odio, Clitemnestra: per la figlia uccisa, per il sacrificio accettato dal suo stesso padre; attualissima “incarnazione poetica” degli inesplorabili abissi dell’anima umana. 

Giganteggia, la regina, sui due cadaveri del marito e di Cassandra, il fiume di sangue che precipita sulla piazza di Argo vendica l’oltraggio del re – Per nostra mano cadde e morì / e noi lo seppelliremo / senza i pianti della sua casa – ma anche le colpe antiche degli Atridi, il banchetto atroce imbandito da Atreo.

 

Non le è da meno l’antagonista Cassandra, tetra eroina dalla follia profetica, preda di guerra dal destino segnato; il Corifeo - Perchè queste grida d’orrore? Perchè l’anima s’adombra? - l’ascolta sgomento  evocare le immagini della casa odiata dai numi per le stragi antiche, vaticinare la fine di Agamennone e la propria, che la regina con feroce trionfo confermerà di lì a poco: …ma essa come un cigno / cantò l’ultimo lamento, della morte.

 

È su di loro il focus di questo “studio" intorno all’eschileo Agamennone: il Vincenzo/Corifeo ne prepara l'arrivo in scena, plasma il pathos che dilagherà impetuoso dagli eventi successivi, anticipa la narrazione e il suo travolgente climax (nel farlo si rivolge all'improbabile manichino sul palco - Eskìlos, lo chiama - che ha l’aria di chi ha conosciuto tempi migliori e ascolta imperturbabile). 

 

Evoca, il Coro, l’origine del conflitto (la legge dell’ospitalità sacralizzata da Zeus e che Paride ha violato col rapimento di Elena) e i presagi che l’hanno annunciato; ricorda la maledizione degli Atridi e l’ira di Artemide, giunge in un crescendo di orrore al sacrificio di Ifigenia (…l’empio misfatto da sé ne genera altri e più gravi).


Ce n’è di che costruire a dovere quella “macchina dell’angoscia” che dell’Agamennone eschileo e della sua ineguagliata efficacia scenica è il registro preminente; possente lascito della tragedia modernissima che dal 458 a.C. - primavera dell’anno secondo dell’ottantesima Olimpiade - getta ancora fasci di luce sugli abissi dell’io, fino a farsi studio di inquietante attualità sulle reazioni e determinazioni dell’animo umano.

 

Tutto questo ci hanno restituito con rara intensità questo “studio di teatro greco” e i suoi interpreti in stato di grazia, e il Teatro che non è Siracusa ma che per un po’ ci è sembrato, grazie a loro, che lo fosse.

 


Sara Di Giuseppe - 27 settembre 2026