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19/08/26

MASSIGNANO PASSO DOPPIO

Ma ieri 14 agosto 68ma Sagra delle Frittelle, prima la mostra o prima le frittelle?

     Domanda retorica. L’altro giorno se lo chiedeva (per scherzo) pure Giorgio, mentre ci spiegava in ogni dettaglio la sua preziosa mostra PASSO DOPPIO. Anzi lo chiedeva pure a noi: a ‘sta Sagra delle Frittelle, orgoglio del paese e del territorio, pensate mai che qualche spudorato entri prima in chiesa alla mia mostra - magari con frittella in bocca, cartellino rosso assicurato - e solo dopo vada alla sagra? Dai, certo che no. 

Però, mettiamo che per ghiribizzo della sorte succeda quello che non succede mai, che il 14 agosto il popolo venga prima  in chiesa e dopo vada a mangiar frittelle. [Clamoroso, se ne accorgerebbero perfino i giornalisti!] 

Come in SAGGIO SULLA LUCIDITA’ di J. Saramago (2004): in un paese ics, alle elezioni politiche, i cittadini votano in massa scheda bianca! Quando da sempre i partiti della sinistra (p.d.s.), della destra (p.d.d.) e di mezzo (p.d.m.) insieme prendevano, con alterne fortune, oltre il 75%. (l’altro 25% erano voti persi, nulli, o schede bianche). Invece stavolta i seggi restano tutto il giorno deserti - piove che dio la manda, sarà per questo? - la gente ci andrà solo all’ultimo momento. E allo spoglio la sorpresa: sono quasi tutte schede bianche! Mai successo! L’elezione era ormai un tremendo fiasco politico, e dopo ne succederanno, di cose… Tranquilli, nel libro. [Capitasse a noi italiani un terremoto elettorale del genere, a noi che votiamo votiamo votiamo - ora un po’ meno - per ritrovarci amministratori sempre più scadenti e pericolosi! Beh, l’ho detto].

 

     Improbabile che ieri 14 agosto a Massignano sia andata così (vedrò i giornali lunedì), il tema “Fare e collezionare bellezza” l’avrebbe meritato, anche per avere valanghe di visitatori-con-frittelle. 


La bella chiesa campagnola a mattoni rossi dal meraviglioso pavimento di legno intarsiato longitudinalmente divisa in due: da un lato alcuni lavori dello stesso Giorgio Voltattorni (non solo incisioni), dall’altro una selezione di opere di notevoli artisti contemporanei o quasi, suoi maestri, colleghi, amici, su cui ha scritto anche libri. Pezzi unici collezionati in decenni, che Giorgio “racconta” uno per uno ai visitatori! 

Cuanta pasiòn en la vida, Es una historia infinita, una illusion temeraria, un indiscreto final. Ay, que vision pasionaria (Paolo Conte - 2016). 


     Domani è il 16, la chiesa chiude, la mostra è finita, andate in pace. Ma non finisce qui. Giorgio ne ha fatte di mostre e ancora ne farà. Ha quadri, sculture, disegni in quantità, gli manca il museo intorno. Tanta roba.

 

PGC - 15 agosto 2026

08/07/25

Per tetto una nuvola

[“su nell’immensità del cielo”]
 
 Appena fuori Ripa, scendendo in Valtesino, dopo un po’ di curve quando meno te l’aspetti, sotto un cielo un po’ “viola” ecco lì per tetto una nuvola: una piccola nuvola (nera, di ferro!) su un cancello. Pare l’appendice de “il cielo in una stanza” - e toh, guarda…“suona armonica, mi sembra un organo che vibra per te e per me su nell’immensità del cielo”… una nuvoletta creata da un fabbro artista che produce magia, poesia, musica! 
 
I fabbri di una volta erano gente rude ma dolce, come l’Artemio che conoscevo da piccolo: nella sua larga tuta blu rigata di ruggine, le mani grandi e grigie sempre con martello lima e scalpello-a-taglio a piegare ferri infuocati e fumanti sull’incudine. Ti osservava di bolina, senza smettere di lavorare. Sapeva cosa osava chiedergli un bambino curioso, negli spazi tra un rumore e l’altro. Però lui silenzio, faceva rispondere i suoi “ferri”, manco fossero tamburi di una batteria: colpi accelerati, sospesi, rallentati… e stridìi, rullate, sincopi, drag… Ci capivamo con quei rumori noi due, senza bisogno parole. Ma Fabbro-Artemio era anche un artista, faceva certe foglie, certi fiori, certi volti, certi santi! Disegnava per terra col gesso, e dopo copiava col ferro.

Fabbri così per fortuna ce ne sono ancora (il Pierluigi, per esempio). Che pensano e inventano. Che giocano. Che sanno, che se esci dai soliti schemi borghesi, col ferro puoi perfino migliorare intorno il tuo paesaggio. 

Questo bel paesaggio stravolto e offeso dall’inguardabile “edilizia-archistar” nazional/industrial/contadina, squarciato da chilometriche recinzioni carcerarie, muri-di-Berlino e cancelli-Reggia-di-Versailles di fastosa orrenditudine a difesa di trionfali ville messe all’ingrasso, galleggianti in pseudo-giardini all’italiana dai conturbanti vialetti autostradali e lussuose piscine-pozzanghera. Sfilze di balconi deserti eppur “abitabili”, posticci gazebo fabbricatori d’ombra, persiane blindate. E cemento a gogò, cristalli, mattoni finti e cotto alla moda. Soprattutto, l’orgogliosa specialità locale sono i complementi edilizi dei grandiosi cancelli d’accesso: tutt’un fiorire di tettoie tirolesi, plasticose simil-pagode antigrandine, sgraziati coperchi di coppi con inclinazioni a cazzo stile castelli romani (o solo abruzzese di Martinsicuro), a coprire tempietti funerari con cassette della posta art-nouveau come tombe e allarmati fortilizi e casamatte dalle occhiute telecamere a cannoncino e feritoie d’aria. Intorno, mortifere fioriere e sontuose anfore. La chiamano creatività italiana. Di guardia, su colonne e colonnine, aquile sedute e leoni (alati). O raminghi nani giganti, vanno sempre… 

      Spesso poi, quando tutto il cafonesco ambaradan (con 1 o 2 pesanti capriate) a corredo del cancellaccio se ne sta incredibilmente a sbalzo laterale su un’unica colonna! (come un “Gambadilegno a Parigi” ballerino di samba che attraversa la strada senza una gamba*), l’involontaria comicità di testimoni di Geova, postini e corrieri che s’avvicinano circospetti per timore di un crollo, è già da sola uno spettacolo… 

      Che bello sarebbe, allora, se attorno a Ripa almeno cinquanta di questi stupidi “monumenti al nulla” sparissero e al loro posto venissero queste nuvole: grandi e piccole, grasse e magre, di ogni colore, da sole o a gruppetti. Attirerebbero gente. Lavorerebbero i fabbri. Toglierebbero la noia. Senza portar pioggia…

*Francesco De Gregori, 2004
 
PGC - 7 luglio 2025
 

09/04/25

“…i gialli dei limoni” *

Paola Celi 

“Disarmonia leggera”

Mostra Personale
A cura di Andrea Viozzi

 

23/’03 – 27/’04  
2025
Palazzina Azzurra 
San Benedetto del Tronto

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“… avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia stessa della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”
(Eugenio Montale)

 

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      Nascono nel suo giardino, quei limoni: Paola li ha portati qui col loro giallo sfrontato perché siano un omaggio a Montale, al suo Ossi di seppia a cent’anni dalla pubblicazione, e al “nostro” aoidos Di Bonaventura che oggi, in questo spazio dedicato alla bellezza e all’arte, ne ripercorre i versi e la biografia poetica. 
Ancora poesia - e della più alta - è quella che affianca, quasi didascalie in versi, le creazioni di Paola Celi: e sono, oltre a versi montaliani, oltre al leopardiano grido di dolore “All'Italia" 
(… dite, dite / Chi la ridusse a tale? ), i versi di Giarmando Dimarti “trovatore dell’ombra”, quelli dello stesso Di Bonaventura, e la “Disarmonia leggera” di Paola Celi con la sua ricerca di approdi sicuri nella Bellezza.

Tanta di quella poesia - pittorica, in versi, e anche in musica - c’è dunque fra le pareti di questa azzurra Palazzina da esserne perfino sopraffatti, sicché dovremmo dire “fermati, sei bello a questo frammento di tempo che ci è dato, nel chiassato silenzio del confuso presente… 
Bello è dunque il naufragare tra le molte suggestioni di una produzione pittorica magistrale, che trascorre dal figurativo al concettuale senza apparente contrasto, essendo l’energia interiore e la forza evocatrice il solido fil rouge che ne raccorda ogni parte.

 

Sceglie “l’agile salto del poeta”, Paola Celi, per oltrepassare disarmonie, disaccordi dell’incedere vivendo.

E il suo voler guardare il mondo con nuovi occhi  è in quei volti femminili che ci chiamano e ci parlano; che reclamano, anzi, e hanno ”voce” perentoria che trattiene e obbliga a fermarsi, a leggere la complessità dentro gli sguardi, l’universo interiore dietro i chiaroscuri. 
Sollecitano risposte, quegli occhi aperti su di noi, e le linee sensuali dei corpi suggeriscono storie, indicano percorsi, additano orizzonti per una femminilità finalmente umana, affrancata dal pregiudizio e dallo stereotipo. 

Dove poi l’ispirazione trapassa dal figurativo al concettuale, si azzerano le coordinate spazio - temporali e l'oggetto, così come nella poesia montaliana, si fa correlativo oggettivo, evocatore di significati, strumento di una ricerca di senso che superi la disarmonia e collochi l'uomo consapevolmente di fronte a sé stesso e "nel mezzo di una verità". 

 

Non poteva che essere l’antieloquenza montaliana, allora, la poesia da collocare in questa cornice. 

 

E la scabra essenzialità degli Ossi di seppia che la voce attoriale scaglia fra noi ci appare un tutt’uno con la forza simbolica - ora surreale ora inquieta ora beffarda - degli oggetti alle pareti sottratti alla normalità del quotidiano perché, come la parola poetica, colgano l’essenza delle cose.
Lo sguardo fruga d’intorno, nel verso montaliano, cerca l’illusione e si ritrae sconfitto, e l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, fra le cimase: eppure tutto, in Ossi di seppia, “cerca di darsi una voce” (S.Solmi), il disincanto si trasforma in messaggio e norma etica nell’attimo stesso in cui constata, e virilmente accetta, il deserto del vivere.

È per questo afflato titanico che oggi il nostro aoidos ripercorre attraverso le interviste al poeta (l’Intervista immaginaria del 1946 ed altre) la genesi e il senso di quella poetica, la fertilità e l’universalità di un approdo che - così come nel pessimismo leopardiano è l’utopia solidaristica de La Ginestra - in Montale e in Ossi di seppia è la ricerca della smagliatura nella rete, dell’anello che non tiene, del fantasma che può salvare. E che, nell’accettazione del male di vivere, diviene rifiuto di miti e di ottimismi consolatori, poderosa lezione etica capace di tradursi, all’epoca, in azione politica e militante opposizione.

 

Scivola via, e vorremmo trattenerla, l’abbondante ora e mezza di immersione nella poesia montaliana che il vulcanico Di Bonaventura arricchisce di stralci di confidenze e “confessioni” attraverso le interviste: ci rivelano, fra molto altro, il talento musicale del poeta, l’aspirazione a una carriera baritonale (“Un’ambizione più concreta e strana mi occupava, diventare baritono”) fatalmente spezzata dalla morte del suo maestro, Sivori, e accomodatasi più tardi nella lavoro di critico musicale; e perfino, curiosamente, la passione per la pittura (“…tornò con una cassettina piena di gessi colorati e con un cartone in cui si vedeva un paesaggio che ricordava vagamente lo stile di Semeghini…” **).

È dunque nel posto giusto oggi, il poeta: perché Qui delle divertite passioni tace la guerra, perchè qui si sentirebbe in gradita ed ottima compagnia, con Paola Celi, con Vincenzo Di Bonaventura, con Giarmando Antonio Dimarti.

 

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*Quando un giorno da un mal chiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
 

(E.Montale, I limoni, in Ossi di seppia)
 
** Intervista con Enzo Fabiani, in “IUNCTURAE “ giugno 2023

Sara Di Giuseppe - 8 aprile 2025

 

 

18/01/25

Giuseppe Piscopo e il "Ritratto Sonoro"

Da Napoli Giuseppe Piscopo, artista nonché storico e prezioso collaboratore di UT, ci informa di questa sua partecipazione, su invito, per un evento dal contenuto davvero originale. E lui ne crea un'opera altrettanto unica con il suo amato cartone e qualche tocco di colore.

A commento della stessa nel suo blog scrive così:

La musica è la connessione, la magia di un'idea, è l'unione degli strumenti che si incastrano tra loro formando una dolce armonia di colori e di suoni

http://giuseppepiscopo.blogspot.com/

* * *

Prove per un concerto. Un'opera per il concorso "Ritratto Sonoro"

Mercoledì 4 dicembre 2024 mi trovo a villa Pignatelli per l'evento “Settimana di musica d'insieme 2024”. Fuori il cielo è grigio ma non piove. In questa location neoclassica, tra poco, Giovanni Sollima con la Scarlatti Baroque Sinfonietta inizieranno le prove per il concerto che si terrà in serata. Si accordano gli strumenti, le note risuonano tra l'orecchio che stuzzica la mia mente e le colonne neo doriche di questo affascinante luogo. Ora immagino segni e vibrazioni e sono pronto ad incollarle sul mio blocco di disegno. 

Cominciano le prove e migliora anche il mio umore. Osservo gli archetti andare su e giù, l'arpeggio sul basso. Ascolto le scale di un clavicembalo che mi riporta in un viaggio immaginario a ritroso nel tempo. La punta della mia matita si muove nella scia di una sonata, in fa maggiore, per violoncello. Vengo catturato dal suono sublime di questo strumento che si espande in sala grazie al virtuosismo di Giovanni Sollima. I fogli su cui disegno diventano uno spartito, i segni grafici sostituiscono le note e definiscono le mie emozioni visive. È uscito anche il sole, la mattinata si protrae e pare non finire mai. Alla fine l'immagine sonora si completa. Sono uscito con un solo pensiero: "La musica è il vero ritratto dei sentimenti”.

Collage sonoro in Sol(lima) 
[ collage di carta, cartone, quotidiani e acrilico su telaio di legno ]

Foto, opera e testi di Giuseppe Piscopo - 7 gennaio 2025 

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"RITRATTO SONORO, LA MOSTRA"  
Vernissage 18 gennaio 2025 I ore 12:30 


A partire dal concorso "Ritratto Sonoro" della Fondazione Valenzi ETS e dell'Associazione Alessandro Scarlatti, in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Napoli, si inaugura sabato 18 gennaio alle ore 12:30 "Ritratto sonoro, la Mostra".
Le opere saranno esposte nella sala Litza Cittanova Valenzi del Maschio Angioino dal 18 al 31 gennaio 2025. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle 17 e consiste in 18 opere pittoriche di vari artisti accompagnate dai bozzetti preparatori realizzati durante le prove aperte al pubblico, tenutesi a Villa Pignatelli nella "Settimana di Musica d'Insieme". Saranno presenti per l'Associazione Alessandro Scarlatti il Presidente Oreste de Divitiis e il Direttore Tommaso Rossi, per l'Accademia di Belle Arti Olga Scotto di Vettimo.


 


 

22/10/24

Napoli, l’arte e il suo “Latosud”

Giuseppe Piscopo, storico collaboratore di UT (rivista bimestrale d’arte e fatti culturale, 2007-2017), inizialmente come vignettista poi anche come elzevirista, ci manda questo manifesto di inaugurazione della sua ultima mostra all’interno della storica Biblioteca Universitaria di Napoli, la prima in Italia e aperta al pubblico sin dal gennaio del 1827.

Negli anni e “all’indomani dell’Unità d’Italia si pensò di creare nel Chiostro monumentale dell’Università un pantheon degli uomini illustri, un luogo dove divinare le personalità eminenti della cultura e della storia napoletana di tutti i tempi.”

Ora Giuseppe si confronta con cotante personalità a suo modo e con la sua maestria nel ‘plasmare’ il cartone ispirandosi alle stesse e il loro prestigioso curriculum.
Sì, il cartone, quello recuperato da sicura discarica (o nei migliori dei casi destinato alla ricicleria) per modellarlo a ‘somiglianza’ dei busti veri, quelli in emblematica pietra. Con un volo di fantasia e un po’ di incoscienza, Piscopo prova a ridare vita, contemporaneità, pur nella fragilità del materiale, alle personalità che tanto hanno dato lustro dal punto di vista culturale e scientifico alla città di Napoli. C’è forse da scommettere che anche tale materia possa resistere nei secoli, solo adoperando un po’ più di attenzione e cura.

Si legge che di busti scultorei dell’Università partenopea siano alcune decine; forse le opere di Giuseppe Piscopo saranno altrettanto numerose o magari no (una selezione per affinità?), ma non di poco senso. Il loro numero non lo sappiamo, ma questi “dialoghi silenziosi” saranno certamente accompagnati da esclamazioni positive e da sincera curiosità.
Certamente “Lato Sud” è un punto di vista creativo, di fantasia e pensiero laterale che può riferirsi anche un luogo, ma più facilmente a un modo di vivere e vedere le cose piscopiano.

Dagli amici ed ex collaboratori di UT un grande augurio di successo all’integerrimo rivitalizzatore di materia prima-seconda nell’arte, per noi Peppe Piscopo.



Cenni storici del luogo espositivo

Francesco Del Zompo e tutti gli uttiani - 22 ottobre 2024

02/10/24

“29 SETTEMBRE”

FARE UNA COMUNITÀ - 1a installazione di arte pubblica permanente di Alex Urso

 RIPATRANSONE 

Circonvallazione Cuprense - dal 28 settembre 2024

 


*[Battisti-Mogol-EQUIPE 84, 1966]    

Giornale radio. Ieri 29 settembre, in occasione di un giorno qualunque, invece di star seduto in quel caffè e io non pensavo a te, vado giù dietro al Duomo a vedere “FARE UNA COMUNITÀ di Alex Urso.

Quelle più di 400 vecchie foto di generose genti ripane, liberamente selezionate, rielaborate e assemblate da Alex “dentro” 3 parole di 15 lettere. 

Roba da FIUTO! Un messaggio semplice, contemporaneo, di alto significato sociale, che al vernissage lampo di ieri - causa il nubifragio bonsai - non poteva aver visto tanti sguardi. 

15 lettere ben attaccate sul vecchio muro di sostegno della scalinata più sgarrupata del paese, l’angusto marciapiede per guardarle da vicino vicino, una verde panchina restaurata… forse per pensare, dall’altra parte della strada. Location giusta, improbabile ma ripeto giusta: non devi entrare ad orario in un portone, non devi pagare, bussare, ci vai quando ti pare, pure col cane. 

Mentre le auto rallentano curiose, la gente scorre sorpresa ma ordinata sul marciapiede, ci si urta un po’ ma fa niente: chi si avvicina ad ogni lettera col naso, chi la tocca, chi indica col dito le figure e le case, chi dà di gomito al vicino e parla (in slang) e ricorda, cerca, pensa. Con allegria. Con malinconia. Chi sorride rivedendosi giovane coi basettoni e i pantaloni a zampa di elefante, chi ritrova la 600 bianca con la targa nera, l’aia della casa dei nonni, la bottega di alimentari, la cantina, e quella chiesa “tanto bella” che da mo’ che sta chiusa. 

Ho visto, con commozione, tutta una civiltà contadina e artigiana che si riconosce dopo tanto tempo e rivive! Forse non sono solo certe “Impressioni di Settembre” [Mogol-Pagani-Mussida-PFM 1972], quando laggiù dorme la campagna, respira la nebbiae quanto verde tutto intorno ancor più in là, sembra quasi un mare d’erba

 

 Giornale radio. Oggi 30 settembre …continua a Ripa la processione a “FARE UNA COMUNITÀ”.            

 PGC - 2 ottobre 2024


 

20/09/24

C’è del giallo, al porto


Ci sarà un tramonto di fuoco stasera

ma è ancora presto

Rientrano 3 barche, le stesse di ieri

asciutte, neanche uno sbuffo di mare

Sto asciutto anch’io sullo scoglio

Niente onde, niente schiuma

Le vibrisse lucide, le orecchie tese, gli occhi grandi e brillanti

Guardo, studio chi passa.

            Sono il nuovo gatto del porto 

            la sentinella del molo sud

            Perché c’è del giallo, al porto

            Oltre i traffici.

Mi chiamo Marlowe, investigatore privato 

un po’ ribelle, ma né triste né solitario

Perché io guardo, penso, guardo…

Sono sulle tracce di qualcosa

Ci sarà un final.

            Poi di mattina andrò al Soriano.*                            



 *Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final - 1973

 

PGC - 19 settembre 2024




30/04/24

NON BASTA UNO SGUARDO, E NEANCHE DUE


Paola Tassetti: “La coscienza dell’occhio venne chiamata due cuori

a cura di ALEX URSO


Ripatransone  FIUTO ART SPACE [con esposta bandiera palestinese]    27.4 – 30.6.2024


 

      “GOD UNDERSTANDS”, Dio capisce. Purtroppo noi un po’ meno, specie se andiamo di fretta. Infatti per questa mostra non basta uno sguardo, e neanche due, per capirla ci vuole il suo tempo (d’aspetto)*.


Paola Tassetti non è facile, tanta è l’attrezzeria di scena. Però i suoi lavori sono geometrie pirotecniche che non si spengono, restano fisse sulla tela, le puoi osservare con calma in tutti i sorprendenti ingredienti. Un emporio del mondo. Se ti ci avvicini al ralenti come quando al telescopio cerchi una via in qualche galassia farai scoperte che non vuoi. Allora il tempo scompare tra le pause come in musica, tra sorprese e misteri e dolori. 


Questioni umane di corpi, di “interni” mai visti, di materia e di colore, di composizioni ardite, di scomposizioni impossibili ma pensate, quindi possibili. Simil-figure intrecciate di vegetali e di animali, di presenze subacquee senza mare né acqua. Grandi insetti in agguato, ossa grigie scomposte come alberi d’Amazzonia, robot senza acciaio, paesaggi verticali di freddezza nordica, meccanismi dall’ingegneria improbabile, puzzle che formano ombre stregonesche e fiori come di vetro di Murano. 

Ogni tanto appare qualche parte umana ma non nel posto assegnato, in collage con anime altrui, e bronchi azzurri, mani, ali di pipistrello, foglie, arabeschi di vegetazione ibrida poco decorativa ma evidentemente necessaria. 


Opere di palcoscenico di teatro, con bizzarre storie mute che spaventano quanto basta, che insegnano senza troppo farsi capire, quasi sempre con quei fondali bianchi architettonici irreali pronti per altri fantasiosi contenuti vagamente ospedalieri. Intorno fioriscono, irradiandosi con leggerezza, fasci di scie tratteggiate di aerei invisibili calamitati da qualcosa: producono stati d’animo inquieti e ricorrenti, come a circoscrivere spazi di combattimento.

 

I quadri più piccoli, scuri, con moltitudini di colori intensi, sembrerebbero autoritratti di nature (morte) notturne, sazie di passioni e di emozioni poco allegre. Maschere della commedia dell’arte. E come sentinelle, occhi singoli sparsi, indagatori e adimensionati, secondo PT dotati di “coscienza”(!?). 

Tanto che guardandoli di bolina con i tuoi, concentrato e senza distrazioni, può succederti di scomporti nell’intimo come davanti ad uno specchio della personalità. 


Fino a sentirti (per un certo tempo*) “straniero nel corpo”.


 

     *C’è un tempo d’aspetto come dicevo

       Qualcosa di buono che verrà

       Un attimo fotografato, dipinto, segnato

       E quello dopo perduto via

       Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata

       La sua fotografia …                      [C’è tempo - Ivano Fossati]

 

PGC - 30 aprile 2024