24/08/26

“Parlava col corpo”


Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


PER L’AMOR DEI POETI 

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos



La religione del mio tempo – A me


Pier Paolo Pasolini

  

Voci 

Loredana Maxia – Patrizia Sciarroni

Vincenzo Di Bonaventura

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    20 Agosto 2026



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…per il resto – che volete – 

sono vissuto dentro ad una lirica, come ogni ossesso.

 

  

 

Il volto ossuto del poeta ci viene incontro da quelle diapositive d’epoca: sullo sfondo, le atroci periferie romane, e quel volto e quel corpo – anche sotto il lenzuolo insanguinato di quel novembre - sono il volto e il corpo di un testimone poetico del ‘900.

Parlava col corpo” dice Vincenzo: come quel ragazzo - di cui scrive Pasolini - che prende la parola in assemblea e il suo corpo di proletario parla per lui, ha su di sé la storia del popolo – non della massa – e le dissonanze di un presente abbandonato dal sole.


Col vero cuore sento che tu manchi / sole.


Fuori campo la voce di Vincenzo, ai lati dello schermo le voci impareggiate, la sicura presenza scenica di Loredana e di Patrizia: il registro è di intensità trattenuta, mai sopra le righe, penetra a fondo e così come nel movimento musicale il pathos è tanto più intenso quanto meno è esplosivo.


"Abbiamo perso prima di tutto un poeta”: è Moravia nell’orazione funebre per Pasolini; nelle diapositive, ai bordi della scena del crimine figure attonite fissate dalla Kodak nel raggelato bianco e nero che documenta l’indicibile.

Perché Pasolini, soprattutto e sempre, fu Poeta. E testimone della storia e precursore dei tempi. Profeta del genocidio culturale e della tragedia del presente: nella nuova preistoria preparata dall'orrore neocapitalistico, egli annuncia nei versi l’assoluta “inutilità” della poesia: è la mancanza di richiesta della poesia stessa, la più lacerante definitiva certezza.

 

Tu splendi sopra un sogno, / buio sole. 

 

Si fa passione civile, la poesia del professor Pier Paolo, angelo caduto dai cieli friulani a Roma Ciampino - scuola di borgata, immigrati meridionali quasi esclusivamente dialettofoni - e sarà passione carnale, di ossesso, per quella Roma di trascorsa bellezza e di ferite recenti, laboratorio di irreversibili mutazioni, in un mondo di cui il poeta coglie il “decadimento antropologico e lo svuotamento di moralità e significato della vita stessa”. 

 

Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango di altre  epoche.

 

È il suo j’accuse per l’aridità che nasce fin dalle istituzioni, fin dalla religione - Lo sapevi, peccare non significa fare il male / non fare il bene, questo significa peccare (“Ad un papa) - 

Pio XII era morto da poco e nulla aveva fatto, come altri prima e dopo di lui, per alleviare marginalità e miseria. 

Durissima è l'accusa, e gli scatena contro la muta della romana aristocrazia nera, completa di principe Barberini e nobili del Circolo della Caccia. 

Ed ecco P.P.P.: "Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po' esistete perché un po' esiste Pasolini" (Nuovi epigrammi -  XIII,  1958, in La religione del mio tempo). 

 

Spenta ormai – disperatamente – l’acerba luce della Resistenza nell'Italia che cambia a ritmi vorticosi, al suo posto c'è un popolo sempre più trasformato in massa, che s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.

Ciò che resta al poeta è una nera rabbia di poesia nel petto; ciò che resta è questo mio povero giardino tutto / di pietra per il quale ha comprato un oleandro e vasi ogni specie di fiori; ciò che resta è - utopia esistenziale e poetica - lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. 

Perchè nell'umanità di quell'Africa quasi estranea alla storia (Africa! Unica mia / alternativa!) si nascondono echi del mondo luminoso della sua giovinezza, del suo contadino Friuli e, nella "creaturalità" di quei popoli, appare il vitalismo del "suo" sottoproletariato romano.

 

Cadute le fedi, cadute le speranze rivoluzionarie, quel mondo di giovinezza in cui ho saputo quello che dovevo essere / e quello che dovevo fare è l'orizzonte perduto, declinante verso un reale alienato e corrotto. 

Il glicine se ne fa emblema: rinasce di colpo in una notte - furia della natura, dolcissima - beffardo nell’abbagliante fioritura che torna ad ogni primavera mentre non basta la vitalità dell’aprile all'impotenza del poeta, alla coscienza che In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, / il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza.

 

Il glicine stesso non fa che coprire i muri del quartiere dei ricchi, d’un quartiere che è tomba di ogni passione: ma è verso questo suo ostinato fiorire che si tende il poeta, con furore, con nostalgia - Felice / te, che sei solo amore, gemello vegetale - perché la “gioia dolorosa” che dà il vederlo nel suo eterno rifiorire è “calco funereo” della “religiosa caducità” della vita. 

Nel sentirsi “sconfitto” alla vista del glicine con la sua “impudica ingenuità” c’è tutto il senso di una lotta impari - tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona - perno esistenziale e ideologico, senso profondo della sua poesia.

 

È morta un’epoca della nostra esistenza, che in un mondo destinato a umiliare // fu luce morale e resistenza. 

Profanata è la stessa religione, corrotta nei salotti vaticani, negli oratori, / nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti: / forti di un popolo di servitori; morta ogni passione autentica. 

 

Bruciare le istituzioni, / stupenda speranza per chi ora geme (…).

 

Insaziata resta ancora la fame di vita, insaziata l’esigenza di capire, di combattere viltà e ipocrisia (Non gridino i cattolici alla grandezza / del passato, ricattatori), di sfidare l'inautenticità di un mondo mercificato che contamina ogni fibra dell'essere, che sancisce la fine della poesia e della sua sacralità nel presente.  

Ma ho perduto le forze, e chi finora ha parlato resta indietro. 

Solo quel glicine rinasce prepotente, feroce,  ad ogni aprile, e si sporge sopra i miei riaperti abissi 

 

…Ed è meglio morire.


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“…Allora posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia.(….) È stato una specie di incubo, in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire. (…).  Adesso, risvegliandoci forse da quest' incubo e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.


(P.P.Pasolini in  La forma della città – trascrizione da documentario Rai, 1974)

 

Sara Di Giuseppe - 23 agosto 2026

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