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03/07/26

“Mio Mehmet…”

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro


Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos


“PER L’AMOR DEI POETI”

 

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Poesie 

Nazim Hikmet

Voce solista, suono e regia

Vincenzo Di Bonaventura


Ospitale delle Associazioni - Grottammare    1 luglio 2026

 


 

“Mio Mehmet…”  

    

…Da una parte

           gli aguzzini tra noi 

           ci separano come un muro

d’altra parte 

          questo cuore sciagurato 

          mi ha fatto un brutto scherzo

mio piccolo, mio Mehmet

forse il destino

m’impedirà di rivederti

 

(N.Hikmet – Forse la mia ultima lettera a Mehmet)

 

 

 

Lire tremilanovecento - fine secolo scorso, 1996 - il costo del volumetto di poesie di Nazim Hikmet - Tascabili Economici Newton - con traduzione e introduzione (preziose entrambe) di Joyce Lussu.

Fedele compagno di viaggio per Vincenzo, è qui anche stasera: sul leggio le pagine ingrandite formato lenzuolo, vissute e segnate dall’uso, custodi di poesia, tra  percussioni di sapore etnico e impianto acustico e cavi e allacci da stazione NASA prima del decollo dello Shuttle.

 

E ospiti di una stazione spaziale orbitante ci sentiamo stasera come nelle altre sere di questo Per l’amor dei poeti; in uno spazio semideserto (l'intelligencija locale orbita altrove) navighiamo in compagnia di immensi poeti, con Vincenzo mai guarito dal mal di poesia e di teatro, malattia senza antidoti o vaccini (e neppure bastano, a guarirne Vincenzo, l’indifferenza e il deserto di cultura intorno).

Non ci si può saziare del mondo / Mehmet / non ci si può saziare: il testamento per il figlio bambino è dichiarazione d’amore per la vita, per Mehmet, per sua madre Münevvér che sarà bella anche all’età delle nonne / come il primo giorno che l’ho vista / quando avevo diciassette anni. 

È inno d’amore per il suo popolo e la sua terra: lui perenne esiliato di un esilio infinito e d’infinita nostalgia, lontano dalle mie canzoni / lontano dal mio sale e dal mio pane. 

 

È poesia che non lascia scampo, quella di Hikmet, perché sempre poderosamente poesia civile: lo è quando parla d’amore perché l’amore s’inscrive totalmente nel suo slancio ideale; lo è quando parla di guerra e parla alla Sentinella alle porte di Madrid e i tuoi piedi nudi gelano; lo è nello slancio solidale, O uomini, uomini miei; lo è nella lucida coscienza di classe, vi nutrono di menzogne / mentre affamati / avete bisogno di pane e carne; lo è nella spinta rivoluzionaria, nonostante la persecuzione di un potere sanguinario e la lunghissima prigionia, nonostante la perenne minaccia di morte per impiccagione.

 

Mal di poesia, dunque, anche quella di Hikmet, che né esilio, né prigionia sopraffanno e dalla cella dove anche la scrittura è impedita, i versi elaborati nella mente sono affidati alla madre e agli amici perché li imparino a memoria, e li diffondano, perché le vostre mani non restino cieche come l’oscurità.

 

Feroce come tutti i poteri che uniscono la stupidità alla forza, quello che vieta le sue poesie - Nella mia Turchia / nella mia lingua - non può tuttavia impedire che esse volino ovunque, in Turchia come in tutta Europa, le trovano perfino nelle tasche dei combattenti per la repubblica in Spagna.

 

“Sapeva viaggiare”, scrive di lui Joyce Lussu, e nonostante “il battere faticoso del suo cuore tra un infarto e l’altro” ogni angolo del reale, ogni lacerto del quotidiano sapevano per lui diventare poesia: di quelle tappe, di quelle narrazioni poetiche la voce dell’attore-solista, le percussioni ipnotiche ci restituiscono il vitalismo e - come in Concerto in Re minore n.1 di J.S.Bach - la meraviglia della vita che continuamente si rinnova - rinnovamento dei miei giorni / simili gli uni agli altri / differenti gli uni dagli altri… Il miracolo del rinnovamento, mio cuore / è il non ripetersi del ripetersi.

 

Cantano, Vincenzo e il suo djembe, la meraviglia di Praga che è uno specchio stregato - incisa su una coppa di vetro / incisa con un diamante. Risuonerebbe se la toccassi - e la nostalgia che assale implacabile: C’è un Mehmet a Istanbul che ha compiuto sei anni…

Cantano Madrid davanti alla sentinella muta - Chi sei /come ti chiami / quanti anni hai? e Parigi prima che bruci Finchè ancora tempo, finchè il mio cuore è sul suo ramo; e Berlino Anche se oggi a Berlino sono sul punto di crepar di tristezza / posso dire di aver vissuto / da uomo…; e ancora Varsavia E poi ho capito che da lunghi anni stavo in quel treno…

 

Ai giganti assurdi e abbietti del mondo, Hikmet - come il suo Don Chisciotte - oppone la grandezza dell’uomo, il vivere / come se mai tu dovessi morire. 

Vivendo sempre, lui stesso - scrive Joyce Lussu - come un uomo libero, nonostante i tentavi di annientamento fisico e psicologico, cantando per vincere la tortura - scrive di lui Neruda - qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. 

E - soprattutto - amando disperatamente quella sua terra turca e al tempo stesso ogni terra che abbia attraversato: fra tutte la sua seconda patria, la Russia di Majakovskij, di Esenin, di Pasternak; e di Chagall che affrescava il Teatro di Stato; e di Esenstein e del nuovo cinema, e quella del Teatro della Rivoluzione… 

E quella di Lenin,“il padre grande e favoloso” accanto alla cui salma monterà la guardia, immobile, il 22 gennaio del 1924.

 

Mehmet, piccolo mio […] morirò nel paese dei miei sogni / nella bianca città dei miei giorni più belli. 

 

E sarà il 3 giugno 1963, nella bianca città da cui i tempi di leggenda sono ormai tramontati e la blusa gialla e Majakovskij e Esenin e il Teatro Realista e il battito epico della fede rivoluzionaria sostituiti dal volto arcigno della repressione e del conformismo.

Vi aveva reagito, Hikmet, da “uomo d’onore” imbracciando l’arma della satira e quella invincibile, inarrestabile come il vento, della parola.

È inutile, Ivan Ivanovič. L’Unione Sovietica è davvero la mia seconda patria e io amo molto il suo popolo. Appunto per questo devo agire come agisce qualsiasi uomo d’onore…  (N.Hikmet – Ma è mai esistito Ivan Ivanovič?)


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A Praga sorge la luna giallo limone.

Sto qua

     davanti alla casa del dottor Faust

Busso alla porta che non s’aprirà

     tardi nella notte.


(N.Hikmet, Ore di Praga)

 

Praga, plenilunio - 30 giugno 2026 - Foto di Xenie Slobodová


 Sara Di Giuseppe - 3 luglio 2026

 

03/09/25

“HO POSTO IL GIORNO AD ASCIUGARE…”

 
IL VIATORE

Recital dalle raccolte “Il Viatore” e “…ndo”

di Giarmando Dimarti

Voce : Vincenzo Di Bonaventura
Chitarra: Danilo Cognigni

 

Ospitale delle Associazioni  - Grottammare
30 -31 agosto 2025
 
 
Come farò a crescere di nuovo su tutto ciò che conosco 
se ciò che conosco è oceano e labirinta la mia poca esistenza
di sciupata eternità?
(G.A.Dimarti  -  …ndo -  2023)
 
 
Un viatore / è il poeta: sua è l’urgenza d’individuare, in questo povero tempo sgomento, appigli per strade nuove, per bagliori di orizzonti diversi. 
“Tergiversa con l’esistere” il poeta, nella realtà di un mondo in avaria dell’umano, svenduto alla barbarie di ritorno. 
Dicono questo stasera i versi di Dimarti, e Vincenzo attore-solista ne disegna il soffio poderoso, ne tambureggia il grido, ci inchioda all’ascolto; si fanno musica - nella chitarra tormentata accarezzata abbracciata di Danilo - lo sradicamento del cuore, la confessione e il grido.

 

E ancora oggi è volo, per noi pochi fortunati, è decollo di navicella spaziale verso uno sconosciuto altrove, nel limitare nuovo d’autunno.

 

Attenti al mio nome, avverte il poeta, è un atroce gerundio indefinito. Come quel “…ndo” che dà nome alla raccolta: gerundio, “forma non finita del verbo” - recitano le grammatiche - indicante un “processo considerato in relazione ad altro avvenimento”.  E dunque tempo aperto slabbrato: è qui che può inserirsi la poesia, qui ri-creare attraverso la parola il reale, scardinare il linguaggio perché sovvertendone il senso proclami la propria estraneità al conformismo del mondo.

 

Riparlatemi al cuore - dice il poeta - basta con tutte le parole / spese a non dire: nella lingua destrutturata, ai limiti dell’ermetico, egli sa di poter ritrovare significati perduti, riannodare i fili di un reale che s’è fatto indicibile, ritrovarvi al fondo il chiarore di una perduta umanità.

Ecco allora la parola farsi musica, aprirsi al fluire del tempo, al prorompere delle emozioni, alla confessione e alla rivolta, al brivido oscuro per il dies irae verso il quale marciamo con decisa allucinata coerenza.
Eccola farsi canto sommesso, preghiera quasi: è quando la natura reclama e riprende i suoi spazi, è quando il limone ha palpitato la sua amara fragranza, quando da vicino mi osserva il nudo melograno o il fuoco denso del lucente rosmarino.

Sempre, tuttavia, è la vita concreta che urge e si sublima nel verso: sono gli accadimenti di un presente che sgomenta - oggi balbuzia il mio pensare - è il silenzio pandemico, sono le piazze deserte, è la pena per l’amico scomparso, il giorno è greve come l’anima; è il ritrovare luoghi meravigliosi e antichi e d’infanzia snaturati dall’uomo e da un tempo nemico, mostrificati nella burocrazia di strade / senza pudore senza pudore / le case come conficcate a caso / in un delirio imbecille di altezze.

 

 È ancora la poesia, pur nell’urgenza e nella denuncia, ad offrire appigli perché la cecità del quotidiano non ci smarrisca e ci perda: abbisogno di luce diamanta che rompa ogni confuso segnale / abbisogno di te poesia.
Potrà essere la poesia in musica di Joan Baez e quella di Bob Dylan - People Have The Power  il tuo sogno la tua preghiera - potrà essere la tragica passione di quel I have a dream che arriva intatta da un lontanissimo 1963: sempre è tensione agonistica verso un recupero di umanità, perché torni il geranio ardente di ciò che fummo.
 
Viatore d’una fragile terra sperduta, è il poeta. Sperimentale e apocalittico, visionario, il verso dimartiano taglia il velo delle cose, si fa duro e scosceso, con un tonfo freddo di sasso precipita nello sgomento dell’oggi.
Si fa grido e rivolta nella voce attoriale e nel tambureggiare di djembe, si fa lamento di chitarra per il disumanato presente. 

Ho paura dell’uomo, scriveva altrove.

Ma si china dolente, ancora, ad auscultare la pena – chi, ditemi, ci ridusse a tanto sciupio dell’essere -  se mai il nostro frantumato presente di vuoti a perdere possa ricomporsi; se mai possa mutare il corso di giorni senza futuro / a giocare ancora alla guerra come un tempo alla pietra / follemente / inesorabilmente. 

 

Forse domani, sì forse domani, potremo chissà porre il giorno ad asciugare sulle ore segnate. *

 

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… fuori è tardi e dentro non ho trovato dove appoggiare il cuore 
     (G.A.Dimarti  IL VIATORE, 2025)
 
*Le citazioni in corsivo provengono dalle raccolte dimartiane “ Il Viatore” e “…ndo”
 
Sara Di Giuseppe - 3 settembre 2025

09/04/25

“…i gialli dei limoni” *

Paola Celi 

“Disarmonia leggera”

Mostra Personale
A cura di Andrea Viozzi

 

23/’03 – 27/’04  
2025
Palazzina Azzurra 
San Benedetto del Tronto

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“… avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia stessa della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”
(Eugenio Montale)

 

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      Nascono nel suo giardino, quei limoni: Paola li ha portati qui col loro giallo sfrontato perché siano un omaggio a Montale, al suo Ossi di seppia a cent’anni dalla pubblicazione, e al “nostro” aoidos Di Bonaventura che oggi, in questo spazio dedicato alla bellezza e all’arte, ne ripercorre i versi e la biografia poetica. 
Ancora poesia - e della più alta - è quella che affianca, quasi didascalie in versi, le creazioni di Paola Celi: e sono, oltre a versi montaliani, oltre al leopardiano grido di dolore “All'Italia" 
(… dite, dite / Chi la ridusse a tale? ), i versi di Giarmando Dimarti “trovatore dell’ombra”, quelli dello stesso Di Bonaventura, e la “Disarmonia leggera” di Paola Celi con la sua ricerca di approdi sicuri nella Bellezza.

Tanta di quella poesia - pittorica, in versi, e anche in musica - c’è dunque fra le pareti di questa azzurra Palazzina da esserne perfino sopraffatti, sicché dovremmo dire “fermati, sei bello” a questo frammento di tempo che ci è dato, nel chiassato silenzio del confuso presente… 
Bello è dunque il naufragare tra le molte suggestioni di una produzione pittorica magistrale, che trascorre dal figurativo al concettuale senza apparente contrasto, essendo l’energia interiore e la forza evocatrice il solido fil rouge che ne raccorda ogni parte.

 

Sceglie “l’agile salto del poeta”, Paola Celi, per oltrepassare disarmonie, disaccordi dell’incedere vivendo.

E il suo voler guardare il mondo con nuovi occhi  è in quei volti femminili che ci chiamano e ci parlano; che reclamano, anzi, e hanno ”voce” perentoria che trattiene e obbliga a fermarsi, a leggere la complessità dentro gli sguardi, l’universo interiore dietro i chiaroscuri. 
Sollecitano risposte, quegli occhi aperti su di noi, e le linee sensuali dei corpi suggeriscono storie, indicano percorsi, additano orizzonti per una femminilità finalmente umana, affrancata dal pregiudizio e dallo stereotipo. 

Dove poi l’ispirazione trapassa dal figurativo al concettuale, si azzerano le coordinate spazio - temporali e l'oggetto, così come nella poesia montaliana, si fa correlativo oggettivo, evocatore di significati, strumento di una ricerca di senso che superi la disarmonia e collochi l'uomo consapevolmente di fronte a sé stesso e "nel mezzo di una verità". 

 

Non poteva che essere l’antieloquenza montaliana, allora, la poesia da collocare in questa cornice. 

 

E la scabra essenzialità degli Ossi di seppia che la voce attoriale scaglia fra noi ci appare un tutt’uno con la forza simbolica - ora surreale ora inquieta ora beffarda - degli oggetti alle pareti sottratti alla normalità del quotidiano perché, come la parola poetica, colgano l’essenza delle cose.
Lo sguardo fruga d’intorno, nel verso montaliano, cerca l’illusione e si ritrae sconfitto, e l’azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, fra le cimase: eppure tutto, in Ossi di seppia, “cerca di darsi una voce” (S.Solmi), il disincanto si trasforma in messaggio e norma etica nell’attimo stesso in cui constata, e virilmente accetta, il deserto del vivere.

È per questo afflato titanico che oggi il nostro aoidos ripercorre attraverso le interviste al poeta (l’Intervista immaginaria del 1946 ed altre) la genesi e il senso di quella poetica, la fertilità e l’universalità di un approdo che - così come nel pessimismo leopardiano è l’utopia solidaristica de La Ginestra - in Montale e in Ossi di seppia è la ricerca della smagliatura nella rete, dell’anello che non tiene, del fantasma che può salvare. E che, nell’accettazione del male di vivere, diviene rifiuto di miti e di ottimismi consolatori, poderosa lezione etica capace di tradursi, all’epoca, in azione politica e militante opposizione.

 

Scivola via, e vorremmo trattenerla, l’abbondante ora e mezza di immersione nella poesia montaliana che il vulcanico Di Bonaventura arricchisce di stralci di confidenze e “confessioni” attraverso le interviste: ci rivelano, fra molto altro, il talento musicale del poeta, l’aspirazione a una carriera baritonale (“Un’ambizione più concreta e strana mi occupava, diventare baritono”) fatalmente spezzata dalla morte del suo maestro, Sivori, e accomodatasi più tardi nella lavoro di critico musicale; e perfino, curiosamente, la passione per la pittura (“…tornò con una cassettina piena di gessi colorati e con un cartone in cui si vedeva un paesaggio che ricordava vagamente lo stile di Semeghini…” **).

È dunque nel posto giusto oggi, il poeta: perché Qui delle divertite passioni tace la guerra, perchè qui si sentirebbe in gradita ed ottima compagnia, con Paola Celi, con Vincenzo Di Bonaventura, con Giarmando Antonio Dimarti.

 

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*Quando un giorno da un mal chiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
 

(E.Montale, I limoni, in Ossi di seppia)
 
** Intervista con Enzo Fabiani, in “IUNCTURAE “ giugno 2023

Sara Di Giuseppe - 8 aprile 2025

 

 

03/12/24

“IL CANTO ANTICO DEL DOLORE” *

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL

Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos 
 
_'NDO' e LA STANZA BREVE
di
GIARMANDO A. DIMARTI
 con Vincenzo Di Bonaventura attore solista - Alberto Archini  percussioni

 

OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI
GROTTAMMARE ALTA  -  30 Novembre 2024  h21,30

 

 

“IL CANTO ANTICO DEL DOLORE” *
 
Vincenzo Di Bonaventura                       Giarmando A. Dimarti

dove questo tempo induce il tuo confuso esistere?
su quali illusioni vesperali naviga la mente fatìca
il cuore calpestato la ragione abbattuta?

(G.Dimarti, in La pula e il vento, 2013)

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Se la poesia di Giarmando Dimarti incontra la voce dell’attore solista e questi è Vincenzo Di Bonaventura e ne nasce poderosa ri-scrittura scenica della produzione dimartiana, l’evento  potrebbe richiamare millemila spettatori (come per Carmelo Bene al teatro Alle Cave di Sirolo) e ci vorrebbero i tornelli. 

 

Se non si fosse a Grottammare. 

Un gigante della poesia e un gigante del teatro: per noi pochi fortunati, è concerto per voce sola e djembe e percussioni ardite, ed è poesia che ti inchioda come urto poderoso di vento che ti obbliga a fermarti, a piegarti su te stesso. E la macchina attoriale che è Di Bonaventura si lascia possedere dalla grande poesia di Dimarti: l'attore-solista si fa aoidos di versi titanici e quelli ti arrivano dentro in forma di vibrazioni ed ogni cellula, in modo profondo, quasi primitivo, ne è raggiunta.

 

Tambureggiare di djembe, vortice di percussioni, e la voce si fa lamento dissotterrato da affogate memorie: il verso dimartiano, sperimentale e frantumato, destrutturato e al tempo stesso di lingua antichissima e dotta, irrompe apocalittico nel conformismo anche linguistico, perché il velo delle cose ne sia squarciato, perché il poeta possa ripiegarsi sul dolore eterno di una terra erranea sdraiata fraudolenta, evocare presago il cieco precipitare della nostra vita in disarmo verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi torneremo ad essere nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.
Scavano implacabili l’indicibilità del reale, quei versi, gridano il chiassato silenzio di un mondo arreso, di un obeso presente contro il quale la parola poetica - taci il tuo ciancio cantare / poeta - s’infrange e muore. Perché alla poesia con le sue balorde sfioccate bandiere sonore non possiamo chiedere, montalianamente, la parola salvifica nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano.

Balena tuttavia il seme di una speranza nuova, nel poeta: l’ "animula vagula blandula" batte in cerca di una nostra sopravvissuta umanità, ed è allora che la pena del vivere si sublima, nel verso di Dimarti, nell'idea possente di un recupero dell’uomo; batte là dove si china pietosa sulla sorte di uomini bui senza nome senza storia, fratelli nella acerba vita e nella morte aperta; si piega sul ricordo dell' amico suicida, su quel cuore in ritardo per un giorno senza rive che tragicamente ha cercato un’alba di là da tutto // senza più paura; s'interroga sull'uomo fatto solo, perchè è caduto il respiro che univa l'uomo alla pena  / dell'uomo.

 

Ed è ancora lo scorrere esiliato di questo povero tempo sgomento che muove l'afflato dell'altissima poesia civile di Dimarti, il suo disperato j’accuse: per un'umanità emarginata ed errante, con le labbra incollate dai digiuni (a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni? ); per una quotidianità che lascia sgomenti e sovrasta ed umilia; per l’umana follia che come acqua cupa / ha innalzato la sua forza in bave lattiginose contro la costa; per l’incapacità di decifrare l’insensato presente, per la devastazione obbligata, per l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta, per l’annientamento possibile. 
Ecco allora l’urgenza poetica e la denuncia, il rifiuto di un oggi devastato e svenduto - ho paura dell'uomo - e la tensione verso un recupero di umanità che ricomponga l’unità perduta con il tutto, che additi un orizzonte nuovo. 

  

Perché non si debba soltanto cadere sotto il dolente carico di vita calato sul mio tempo, perchè ci si possa sottrarre allo schiamazzo ebete del giorno, abbiamo bisogno di quel canto poetico: visionario, presago, umanissimo. Venuto fino a noi stasera con la voce aedica, per lungamente restare. 

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- Le citazioni provengono dalle raccolte poetiche di G.A.Dimarti: 
  La pula e il vento; Le stagioni dismesse; E' tutto sotto controllo; Il tempo che ci siamo dati; La stanza breve.

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*( G.A.Dimarti,  La stanza breve)

Alberto Archini
Sara Di Giuseppe - 3 dicembre 2024