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02/10/24

“29 SETTEMBRE”

FARE UNA COMUNITÀ - 1a installazione di arte pubblica permanente di Alex Urso

 RIPATRANSONE 

Circonvallazione Cuprense - dal 28 settembre 2024

 


*[Battisti-Mogol-EQUIPE 84, 1966]    

Giornale radio. Ieri 29 settembre, in occasione di… un giorno qualunque, invece di star seduto in quel caffè e io non pensavo a te, vado giù dietro al Duomo a vedere “FARE UNA COMUNITÀ” di Alex Urso.

Quelle più di 400 vecchie foto di generose genti ripane, liberamente selezionate, rielaborate e assemblate da Alex “dentro” 3 parole di 15 lettere. 

Roba da FIUTO! Un messaggio semplice, contemporaneo, di alto significato sociale, che al vernissage lampo di ieri - causa il nubifragio bonsai - non poteva aver visto tanti sguardi. 

15 lettere ben attaccate sul vecchio muro di sostegno della scalinata più sgarrupata del paese, l’angusto marciapiede per guardarle da vicino vicino, una verde panchina restaurata… forse per pensare, dall’altra parte della strada. Location giusta, improbabile ma ripeto giusta: non devi entrare ad orario in un portone, non devi pagare, bussare, ci vai quando ti pare, pure col cane. 

Mentre le auto rallentano curiose, la gente scorre sorpresa ma ordinata sul marciapiede, ci si urta un po’ ma fa niente: chi si avvicina ad ogni lettera col naso, chi la tocca, chi indica col dito le figure e le case, chi dà di gomito al vicino e parla (in slang) e ricorda, cerca, pensa. Con allegria. Con malinconia. Chi sorride rivedendosi giovane coi basettoni e i pantaloni a zampa di elefante, chi ritrova la 600 bianca con la targa nera, l’aia della casa dei nonni, la bottega di alimentari, la cantina, e quella chiesa “tanto bella” che da mo’ che sta chiusa. 

Ho visto, con commozione, tutta una civiltà contadina e artigiana che si riconosce dopo tanto tempo e rivive! Forse non sono solo certe “Impressioni di Settembre” [Mogol-Pagani-Mussida-PFM 1972], quando laggiù dorme la campagna, respira la nebbia…e quanto verde tutto intorno ancor più in là, sembra quasi un mare d’erba…

 

 Giornale radio. Oggi 30 settembre …continua a Ripa la processione a “FARE UNA COMUNITÀ”.            

 PGC - 2 ottobre 2024


 

30/04/24

NON BASTA UNO SGUARDO, E NEANCHE DUE


Paola Tassetti: “La coscienza dell’occhio venne chiamata due cuori”

a cura di ALEX URSO


Ripatransone – FIUTO ART SPACE [con esposta bandiera palestinese]    27.4 – 30.6.2024


 

      “GOD UNDERSTANDS”, Dio capisce. Purtroppo noi un po’ meno, specie se andiamo di fretta. Infatti per questa mostra “non basta uno sguardo, e neanche due”, per capirla ci vuole il suo tempo (d’aspetto)*.


Paola Tassetti non è facile, tanta è l’attrezzeria di scena. Però i suoi lavori sono geometrie pirotecniche che non si spengono, restano fisse sulla tela, le puoi osservare con calma in tutti i sorprendenti ingredienti. Un emporio del mondo. Se ti ci avvicini al ralenti come quando al telescopio cerchi una via in qualche galassia farai scoperte che non vuoi. Allora il tempo scompare tra le pause come in musica, tra sorprese e misteri e dolori. 


Questioni umane di corpi, di “interni” mai visti, di materia e di colore, di composizioni ardite, di scomposizioni impossibili ma pensate, quindi possibili. Simil-figure intrecciate di vegetali e di animali, di presenze subacquee senza mare né acqua. Grandi insetti in agguato, ossa grigie scomposte come alberi d’Amazzonia, robot senza acciaio, paesaggi verticali di freddezza nordica, meccanismi dall’ingegneria improbabile, puzzle che formano ombre stregonesche e fiori come di vetro di Murano. 

Ogni tanto appare qualche parte umana ma non nel posto assegnato, in collage con anime altrui, e bronchi azzurri, mani, ali di pipistrello, foglie, arabeschi di vegetazione ibrida poco decorativa ma evidentemente necessaria. 


Opere di palcoscenico di teatro, con bizzarre storie mute che spaventano quanto basta, che insegnano senza troppo farsi capire, quasi sempre con quei fondali bianchi architettonici irreali pronti per altri fantasiosi contenuti vagamente ospedalieri. Intorno fioriscono, irradiandosi con leggerezza, fasci di scie tratteggiate di aerei invisibili calamitati da qualcosa: producono stati d’animo inquieti e ricorrenti, come a circoscrivere spazi di combattimento.

 

I quadri più piccoli, scuri, con moltitudini di colori intensi, sembrerebbero autoritratti di nature (morte) notturne, sazie di passioni e di emozioni poco allegre. Maschere della commedia dell’arte. E come sentinelle, occhi singoli sparsi, indagatori e adimensionati, secondo PT dotati di “coscienza”(!?). 

Tanto che guardandoli di bolina con i tuoi, concentrato e senza distrazioni, può succederti di scomporti nell’intimo come davanti ad uno specchio della personalità. 


Fino a sentirti (per un certo tempo*) “straniero nel corpo”.


 

     *C’è un tempo d’aspetto come dicevo

       Qualcosa di buono che verrà

       Un attimo fotografato, dipinto, segnato

       E quello dopo perduto via

       Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata

       La sua fotografia …                      [C’è tempo - Ivano Fossati]

 

PGC - 30 aprile 2024

27/12/23

LABIRINTO BIC

“Un giardino è cominciato, l’altro non esiste più”

 VIRGINIA MORI  /  A cura di Alex Urso

Ripatransone – FIUTO ART SPACE – Dicembre 2023 / Gennaio 2024


Siete mai entrati in un labirinto? La domanda non vuole una risposta, ma è un pretesto per farvi guardare - intanto - come sono animati e cosa c’è dentro questi 4 labirinti di Virginia Mori disegnati con la penna BIC. Storie strane, talvolta cupe, da interpretare. Labirinti per farti pensare, per metterti qualche paura (ti puoi imbattere in un rinoceronte, ma è finto!... in un lupo-cattivo che è solo un cane… in un delitto che non c’è, in una borsa sospetta, ahi, esploderà?). Racconti fiabeschi illustrati, senza finale. Sogni intricati sulle tracce delle idee, che (non) s’interrompono e che turbano. Labirinti di foglie del tempo. Rebus. Specchi rotti che vorresti ricomporre e non sai, se non hai la calma ragionante. Altro che i labirintelli di Luna Park.

Le altre opere di Virginia, senza ulteriori labirinti da decifrare, appaiono più giocose. Ma l’imprevedibilità e il sentimento che le lega sono gli stessi, un po’ d’ansia, un po’ di mistero, un po’ d’ironia. Alla fine sono sorrisi. Una ventina di quadri di piccolo formato da meditare, per scoprire un po’ sé stessi e gli altri. Grazie alle BIC.

     La BIC nera classica, Virginia Mori usa solo quella. Non solo perché è leggera, economica, universale, pratica, “eccellente nel tratteggio” e dura 3 chilometri. Ma perché è un oggetto iconico del secolo scorso, una sorta di Coca-Cola della scrittura che desiderava affrancarsi dalla noia di protagonismo a basso livello: va bene scrivere, ma perché anche non disegnare? La BIC sapeva di avere un certo fascino, quasi un diritto. Eppure, all’inizio, ai primordi del loro arrivo in Italia (a metà anni ’50), le BIC a scuola erano proibite! Perché, diventate presto il nostro oggetto del desiderio - stufi di pennini inchiostro e calamaio incorporato sui banchi - ne facemmo subito un uso sfrenato. Le BIC ce le mangiavamo! Così diventammo tutti viola, dita faccia bocca ginocchia (braghe corte sempre) più vestiti, libri, quaderni… Le prime BIC spandevano da matti. Poi a casa lava, lava, lava… Così per un anno o due a scuola niente BIC, rischiavi un votaccio o 7 in condotta. 

     La BIC nera di Virginia Mori mi ricorda le “matite ben appuntite” di Lisa Ponti alla Palazzina Azzurra (2001 e 2011), anche quelle “arnesi” essenziali, iconici, contenitori potenziali di arte: “suggeritori” di racconti e di favole, con animali (amici o nemici) disegnati con segni leggeri e acrobatici (tristi o che ridono), sempre comprensibili. Lo stesso spirito libero e profondo… con giardini cominciati e altri che non esistono più.


      PGC a Natale, prigioniero nel mio labirinto  - 25 dicembre 2023