14/12/20

CHE COSA È IL JAZZ.

Quando non sai cos'è, allora è jazz! Il jazz è uno di quei generi di cui ti innamori subito, a prescindere. Cominci ad amare quella canzone perché c'è qualcosa nel ritmo che parla di te, che racconta di te, che muove e smuove delle tue sensazioni, i tuoi ricordi, una manciata di pensieri, e nella gran parte dei casi non ha nemmeno bisogno di un accompagnamento vocale. 
È l'esempio di come la musica vada oltre, oltre ogni cosa. Di come la musica si faccia capire benissimo pur essendo solo aria e nell'aria. S'innalza con grinta ed arriva dritto verso la parte più intima di noi stessi, più propensa e vicina all'emozione riprodotta da quel ritmo.
 
Il jazz è amore, tecnica, passione, sperimentazione ed improvvisazione.  
È tra i generi musicali più belli al mondo. È un'arte a sé all'interno del mondo stesso - immenso - delle note. Ha un ritmo incredibile, si è sempre mescolato bene ad ogni tipo di genere musicale già esistente e - soprattutto - moderno.  Credo sia giusto che venga promosso e divulgato.

Negli anni ’70, la Milano non da bere che guardava verso l’Europa, era una fabbrica di alta cultura e si poteva suonare musica di alta qualità. Soprattutto Il jazz perché il jazz aveva bisogno di poco. Il jazz è una musica acustica perciò: sassofono, tromba, piano, qualche volta il vibrafono, una batteria, un amplificatore per il basso e già ci siamo! Quindi era molto più semplice organizzare dei concerti Jazz di alto livello nell’ambito dei locali. 

In quell’epoca i giovani non si dedicavano ad incontrarsi per un “Happy Hour”, ma lo facevano andando ad ascoltare la musica dal vivo! I locali erano pieni di ragazzi che andavano a sentire era il Jazz. I concerti rock, non erano programmati nei locali perché serviva un’attrezzatura tecnica impegnativa. A quell’epoca non c’erano i piccoli amplificatori portatili che ci sono adesso, quindi il rock che ha bisogno di molto volume sonoro rimaneva nell’ambito concertistico.  

Uno dei locali più importanti degli anni ’70 era il “Capolinea”, un capannone in via Ludovico il Moro, piazza Negrelli, in mezzo alla nebbia - perché allora c’era la nebbia. Lo frequentavano musicisti che bazzicavano nell’area milanese.

Al Capolinea i musicisti avevano il palco a disposizione per poter provare nel pomeriggio il repertorio che avrebbero suonato alla sera. Ci si incontrava verso le 16 e si continuava fino all’ora in cui era offerta una piccola cena e si poteva beneficiare delle straordinarie bruschette che nella mia memoria equivalgono ad una sorta di madelaine proustiana. Pane toscano, olio toscano, aglio, aglio, aglio, non so se toscano anch’esso ma sicuramente responsabile di qualche imbarazzo nell’avvicinarsi a persone che non ne avevano fatto uso…e poi una quantità di fumo inimmaginabile oggi, allora si potevano fumare le sigarette nei locali: si tornava a casa con gli abiti così intrisi di fumo che andavano lasciati sul balcone!

Dopo quella stagione preliminare il Capolinea si è allargato, hanno creato una sala grande, un po' fatiscente e creata intorno ad un albero il cui tronco delimitava il palcoscenico che era adeguatamente attrezzato ed è diventato il luogo dove venivano ospitati concerti importanti di jazzisti americani,...una lista lunghissima da Gerry Mulligan ad Art Blakey, da Paul Bley a Jim Hall, da Chet Baker a Charlie Haden, da Elvin Jones a Betty Carter, da Archie Sheep a Tony Scott, da un giovanissimo Wynton Marsalis a Dino Saluzzi e noi del Quintetto Free Jazz. Ma soprattutto il Capolinea organizzava il festival Jazz in Italy con i migliori jazzisti nazionali e con la partecipazione di una nuova generazione di musicisti che sarebbero divenuti illustri protagonisti della scena italiana e che erano già habituè della programmazione corrente del locale: Paolo Pellegatti, Luigi Bonafede, Larry Nocella, Massimo Urbani, Gigi Cifarelli, Michele Bozza, Marco Vaggi, Attilio Zanchi e Lucio Terzano.

Poi c’era il grande Jazz organizzato da Polillo e Maffei nei teatri milanesi, i quali, in quegli anni i grandi del jazz americano, da Duke Ellington a Ella Fitzgerald, da Ray Charles a Dizzy Gillespie, da Charles Mingus a Thelonious Monk, da Miles Davis a John Coltrane, da Ornette Coleman a Albert Ayler e altri ancora, in tournée in Europa facevano tappa a Milano. E ancora l’antologia del jazz dal canto gospel al Dixieland, dal blues al Ragtime, dal bop - bebop, fino al free jazz rappresentato da noi del quintetto free jazz svoltosi in tre giorni all’Università Statale di Milano. L’idea di fondo è stata quella di fornire agli studenti gli strumenti per capire come si è costruita la musica jazz. Quindi non fare della propria musica un non luogo ma il riflesso della propria identità espressiva.

Paul Valery diceva che non c’è nulla che non assomiglia a qualcosa e io sono molto d’accordo; una specie di elogio dello spazio, vale a dire: ascolto cento cose diverse e quando produco la mia cosa, utilizzo quegli elementi che ho selezionato nelle cose che ho ascoltato.

Credo che per la comunità queste riflessioni siano un’esperienza molto importante per aprire ancor di più la mente e capire la musica jazz.


Con tanta cordialità

Tonino Armata - 12 dicembre 2020


 


 

 

 

 

 

12/12/20

Cambiamoli di posto, così si calmano

Onorevoli (si fa per dire) deputati e senatori peggio che a scuola. Certo molti di loro mal le frequentarono o mai ci andarono, a giudicare da come si comportano negli austeri emicicli di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.
 
Una rissa al giorno.
Basta una contrarietà perchè dai banchi curvi ad arco e in discesa si scaglino a falange, bavosi e urlanti, come posseduti da Belzebù. Fuori controllo, adulti difettosi che brandiscono parole estreme come armi di confusione di massa.

Superlavoro (peraltro strapagato) per i commessi chiamati a separarli, e questi talvolta sono bravi nel placcarli al volo. Non sempre ce la fanno con le buone - chè quelli là, pure se non hanno il fisico, guizzano scattano e sfondano come rugbisti delle Tonga - e allora gli tocca portarli via di peso a quattro di bastoni.
Sul raffinato pavimento di marmo siciliano restano sconce scie di scarpe spaiate, cravatte, brandelli di camicie, bretelle rotte, pezzi di telefonini, cartacce, mascherine con stemmi di chissachè... Hai voglia a scampanellare, Presidente, una di queste ce le prendi anche tu. È la politica di questi luridi tempi, bellezza.
 
Il fatto è che le postazioni degli onorevoli-si-fa-per-dire sono stabilite all’antica, con criterio geografico, sulla base dell’appartenenza politica “da sinistra a destra”: PD & C. intruppati tutti a sinistra, Lega - Fratelli d’Italia e destrorsi a destra, forzitalioti e frattaglia varia dalle parti del centro, buttati o più di qua o più di là.
 
Ci sono poi, dentro di ogni gruppo, posti privilegiati per i bravi e posti periferici per i somari (come a scuola), posti strategici ad alta visibilità per i caporioni o i presunti leader, posti agevoli per le donne, posti qualunque per mezzecalzette, matricole, gregari.

Ogni partito comunque tiene i suoi ben intruppati e ne deriva un paccuto cameratismo di squadra: si passano i compiti, bisbigliano, ciangottano, borbottano, gracidano, squittiscono, dormicchiano, chattano … pochi stanno attenti con le orecchie appizzate o “lavorano”.
Ma quando parte l’ordine, il branco esplode compatto come un unico corpaccione: s’alzano in piedi tutti all’unisono e strillano s’aizzano s’incazzano scattano (qualcuno sui banchi!) affilano coltelli e menano.
Ognuno “cerca in sé lo scimpanzé” e, garantito, lo trova.

Ed è l’iradiddio. Le scintille accendono i fuochi perché ognuno ha vicini-vicini i propri compari di partito, potenti amplificatori dell’improvvisata protesta - “massa critica”, come è di moda dire oggi a sproposito - che urla e si sbraccia senza, spesso, sapere il perché: importante è far casino a favore di giornali, tivù e scolaresche in visita. 
Con le zaffate di quell’aria schifida che arrivano fino a noi spettatori.
 
        Eppure un rimedio c’è, alla barbara indisciplina dei nostri - ahinoi - rappresentanti. Cambiamoli di posto, così si calmano! Come a scuola, quando si traslocavano ai primi banchi i Franti  (i somari, i ripetenti e i 7 in condotta) e agli ultimi i Garrone (i bravi, i secchioni e i ruffiani).
 
        Si modifichi il vecchio regolamento: dalla prossima Legislatura (ma anche prima, senza aspettare che ne caccino 345) i posti siano assegnati a sorte.

I presidenti di Camera e Senato, bendati, estrarranno i nomi come al Lotto, i commessi - a stipendio ridotto, che è meglio - gireranno la manovella del bussolotto con le palline. Davanti alle tivù, per la trasparenza.
 
Gli onorevoli-si-fa-per-dire verranno così sparpagliati nell’emiciclo, non incasellati secondo l’appartenenza politica ma mischiati a caso, come espulsi da un frullatore.
Così un invertebrato PD potrebbe ritrovarsi a sinistra un neo-primitivo leghista e a destra un velenoso renziano… una vecchia lenza forzitaliota coabiterebbe (all’inizio ringhiando) con un 5Stelle dai grilli in testa… un moribondo LEU verrebbe tenuto in vita dal vicino maramaldo Fratello d’Italia… mentre profughi Verdi, crucchi Volkspartei, valdostani dall’aria francese & spicci sarebbero seminati dove capita, tanto non contano
.
E ogni mese si cambia, altra estrazione. Ma niente premi, nessuno vince.
 
        Voglio vedere. Molti si sentiranno soli e indifesi, nè stringeranno facilmente nuove amicizie del cuore, ma cominceranno - forse - a incivilirsi un po’. 
Potranno soprattutto riflettere, frenarsi istintivamente a vicenda prima di diventare guitti da avanspettacolo, nostri rappresentanti di cui vergognarci.
 
        Va da sé che andrebbero estratti a sorte anche i posti nei Consigli Regionali, Provinciali e Comunali.
 
        Chissà che non diventiamo tutti migliori, a costo zero.
 
 
PGC - 12 dicembre 2020


 

03/12/20

La sicurezza, le telecamere, i primati, le castronerie

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 “Questo luogo così poco pittoresco, privo di vegetazione e privo di anima risulta a conti fatti riposante, e alla fine ci si addormenta”
 
(
Albert Camus, La peste, 1947)
 
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        È un maledetto periodo questo in cui, nel cercar ristoro dal leggere sempre e solo di Covid, ci capita di cadere dalla padella nella brace e d’imbatterci con implacabile alternanza: 
1) nelle esternazioni della nuova Giunta Regionale i cui membri si esibiscono a mezzo stampa con matematica turnazione; 
2) nei proclami di varia amenità di esponenti assortiti delle istituzioni locali.

Questi e quelle hanno in comune il menar vanto di sé, del proprio operato, del territorio, del partito, di nonna Papera e via lodando.
 
        Spicca fra le amenità ultime scorse il comunicato del Presidente della Provincia di Ascoli (tranquilli, qualunque cosa ci abbiano raccontato sulla loro abolizione, le Province sono vive e lottano con noi), il quale gongola - anche in foto - per essere la provincia di Ascoli ben piazzata in graduatoria per la qualità della vita.
        Senonchè i comunicati bisognerebbe almeno saperli scrivere - indipendentemente dalle castronerie che vi vengono scritte - e se tu leggi che la provincia di Ascoli Piceno “conquista il primato nazionale nella graduatoria per reati e sicurezza” (testuale), capisci al di là di ogni ragionevole dubbio che la provincia di Ascoli ha più reati di ogni altra provincia. Cioè un poco commendevole "primato". Con buona pace di quel “sicurezza” messo subito dopo che se non è proprio un ossimoro, fa di sicuro una bella confusione.
Naturalmente il giornalista copia la velina così come gli arriva.
Ma sono i contenuti, più che la (in)capacità comunicativa a colpire.
 
Perché il comunicato è tutto uno sciorinar numeri e percentuali sul primato della provincia di Ascoli nei reati (eddai) e nella sicurezza, e sull’eccellente posizione del Piceno - secondo una graduatoria volante di Italia Oggi - per qualità della vita: dal numero di laureati fino all’immondizia, siamo tra i meglio sulla piazza e di questo il presidente di provincia ringrazia i cittadini, i sindaci, la prefetta Stentella, le forze dell’ordine, le istituzioni e tutto il cucuzzaro.
 
Sgonfiata però l’euforia pettoruta e un filino campanilista nel legger di noi così virtuosi, ecco affacciarsi i soliti fastidiosi dubbi.
 
Del genere: è perché siamo al primo posto per la sicurezza, che San Benedetto va a spendere 930.000 (novecentotrentamila!) euro in telecamere di sorveglianza (e poco meno gli altri Comuni)?
 
È perché siamo tra i primi per qualità della vita che tre Comuni della costa - anche Grottammare e Cupra, come da accordi presi a fine 2019 fra i tre tenori, ops  sindaci, e la prefetta Stentella - istituiscono con gran rullar di tamburi, come cosa di cui vantarsi, i “Gruppi di controllo di vicinato” alias gruppi di spioni, alias ronde, di marca fascioleghista e di sinistre evocazioni?
 
Che orgogliosi sbandierano questa sorta di STASI* del Piceno - o di OVRA per restar nell’orgoglio patrio - senza che né stampa né associazioni benemerite né opinione pubblica né chiesa né benpensanti e bellagente abbiano un moto di disgusto, un sussulto potente di nausea per questa scellerata, perniciosa cretineria istituzionalizzata?
  
È perché siamo ben piazzati per qualità della vita (ma sarà vero?) che tolleriamo politici ignari che sicurezza può essere soltanto civiltà (istruzione, cultura, scuola, legalità, partecipazione, esempio, buon governo…); istituzioni che dimostrano il proprio fallimento quando affidano ordine sociale e moralità pubblica agli spioni, ai “cittadini segnalatori” appostati dietro il buco della serratura, o - apoteosi del tragicomico - a costose telecamere di sicurezza e di sicurissima inutilità (non foss’altro perché non sappiamo nemmeno cambiare le lampadine ai lampioni, figuriamoci far funzionare quelle…)
 
Quando è successo che ci siamo addormentati? che abbiamo accettato come normali anzichè meritevoli di camicia di forza, le scelte dissennate di bande di politici disturbati, ignari non solo di democrazia e civiltà ma anche di comunissimo buon senso?


*la Polizia segreta nell’ex DDR  

 
Sara Di Giuseppe - 3 Dicembre 2020 


 

29/11/20

“LE VITE DEGLI ALTRI”, ma non è un film

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"A ciascun pianerottolo (...) il cartello con la faccia enorme riguardava dalla parete. Era una di quelle fotografie prese in modo che gli occhi vi seguono mentre vi muovete. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta appostavi sotto."

(G.Orwell, "1984")
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Era una minaccia vera il “Controllo di Vicinato”, infatti adesso ce l’abbiamo e San Benedetto diventa un popolo di spioni. Perché un “popolo”? 

Spiego:
 
-    La città viene divisa in 13 aree (o “Gruppi di Controllo di Vicinato”).
 
-    In ognuna di esse sono stati individuati 25 Coordinatori, per un totale di 325.
 
-    Ogni Coordinatore è l’interfaccia tra i “cittadini segnalatori” e le Forze di Polizia. Quindi: se mediamente in ogni area ogni coordinatore ha anche solo 5 cittadini-segnalatori avremo un totale di 1625 spie. 
Se mediamente ne ha 8, saranno 2600 spie. 3900 se mediamente ne ha 12. E così via.
La crescita diventa esponenziale (altro che quella del Covid). Proprio un popolo.


Poiché qui a San Benedetto ogni area grossomodo corrisponderà a un popoloso quartiere, verosimilmente non saranno pochissimi i cittadini benpensanti che correranno ad arruolarsi nei rispettivi “Controlli di Vicinato”, occhiuti organi di sicurezza comunali che presteranno attenzione a quello che avviene nella propria area di competenza nella vita quotidiana.

Avremo chissà quanti cittadini-segnalatori a controllare “le vite degli altri”, dei vicini, degli amici e dei nemici, “per favorire la coesione sociale e la partecipazione” (sic). Quando uno di loro, secondo la sua coccia, vede o sente qualcosa di sospetto, fa la spia, fotografa, filma, ZAC, avverte il superiore. Col telefonino, mica siamo ai tempi della STASI. Come sotto le armi, ma qui il superiore si chiama coordinatore. In pratica i “Controlli di Vicinato”, peggio delle Ronde che almeno le vedi, terranno la popolazione sotto il giogo subdolo di un controllo reciproco che soffocherà la libertà di ognuno.
 
Se non fossimo in democrazia (lo siamo?) potremmo parlare, anche gerarchicamente, di unità terrestri paramilitari. A capo dei - per ora disarmati - 325 coordinatori (quasi un Battaglione) ci sarebbe un paraMaggiore, a capo delle migliaia di spie semplici (quasi o più di un Reggimento) un paraTenente Colonnello o un paraColonnello, nelle città grandi addirittura un paraGenerale.


    A proposito, perché le vere Forze dell’Ordine non dicono niente? Perché tollerano che gli si affianchino intere marmaglie “cooperanti” di spioni abusivi e non vanno invece ad arrestare i politici che partoriscono impuniti queste pensate pericolose?
 
Sarebbero paraculi se fossero complici...

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 "...A sei anni (...) era entrato a far parte delle Spie, a nove comandava il suo plotone. A undici aveva denunciato uno zio alla Psicopolizia perchè l'aveva sorpreso a parlare di certe cose che gli erano parse tradire una tendenza criminale".

(G.Orwell, "1984")
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PGC - 29 novembre 2020

 

25/11/20

BERTOLASO RELOADED

“E tanto crebbe la fama della sua santità e la divozione a lui che quasi niuno era che in alcuna avversità fosse, che ad altro santo che a lui si votasse;  […] e affermano molti miracoli Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente si raccomanda a lui”.
 
G. Boccaccio, Decameron – Giornata 1ª, Novella 1ª: “Ser Ciappelletto”
 
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    Rieccolo dunque: Bertolaso reloaded, il Barone di Münchhausen de noantri, a cavalcioni della sua palla di cannone che torna ad attraversare regioni e calamità per posarsi dove può fare più disastri di quelli che domineddio ci manda di suo.

Fulgido consulente operativo per l’emergenza Covid-19 in Lombardia, Marche e oggi anche Umbria: disgrazia supplementare, che quando a noi italici ne piomba una tra capo e collo - sia terremoto, alluvione o pandemia, Salvini o Meloni - dobbiamo sempre, per quanto sembri impossibile, aspettarci il peggio. Cioè “lui”.
Che oggi vuole traslocare malati e medici, armi e bagagli e masserizie, dall’Umbria a Civitanova Marche nella “sua” (e di Ceriscioli) Astronave fantasma, il Covid Hospital da 18 milioni di euro aperto e chiuso a giugno, riaperto a ottobre, come faremmo senza…

Eventuali perdite di pazienti sballottati lungo i 150 chilometri e passa - scavalcando gli Appennini - tra Perugia e Civitanova saranno ascritte a danno collaterale: siamo in guerra, bellezza.
 
Tuttavia l’assessore marchigiano-ex poliziotto prestato alla Sanità regionale (Marchigiani, state sereni…) ha tanticchia storto il naso: tra un inno e l’altro all’idrossiclorochina, intonato per settimane a tonsille spiegate e fanfara della stampa maggiordoma, ha avuto un sobbalzo e ha esternato. Per attrezzare il modulo, ha detto con lungimiranza e acume, “dovremmo sottrarre medici, internisti e anestesisti da (voleva dire ad) altri nostri reparti”. Apperò.
 
Argomento deboluccio, confrontato all’altruistica motivazione del “consulente volontario” Berty von Münchhausen, di dar senso ai 18 milioni dell’astronave fantasma da lui battezzata mesi fa in amoroso tandem con Ceriscioli; astronave gemella di quella milanese - le Bertolase, si chiamano - voluta e inaugurata con quell’altro spostato di (s)governatore lombardo.
 
E se Terni e Perugia hanno - ce l’hanno! - strutture pubbliche che aspettano solo d’essere riconvertite per aggiungersi rapidamente ed efficacemente a quelle già funzionanti, senza che ci si debba muovere di centinaia di chilometri? Bubbole. Una genialata come questa fa curriculum, per il forse candidato sindaco di Roma (ahi Roma, vituperio delle genti, non pensavi che ti potesse andare peggio, eh?).
 
Lui però lavora gratis - per passione, dice - e lui è uomo d’onore, bisogna credergli. Così è stato sempre, dalle emergenze rifiuti, incendi, Sars, siluri nucleari, giubilei, terremoti (nazionali e non), G8, Africa- in-via-di-sviluppo… per non dire dei bei tempi della spensierata banda del Caimano (quelli eran giorni, sì, ci si divertiva davvero).

E intanto - perché non si sa mai, non si sa mai, e bisogna pur pensare alla vecchiaia - è consigliere di Milanosesto Spa, società che riqualificherà Sesto San Giovanni - 1,5 milioni di mq - e gestirà “il più grande business immobiliare d’Italia”*

Lombardia, sta’ serena.

*(Il Fatto Quotidiano, 22.11.’20)
 
 
Sara Di Giuseppe - 25.11.2020


 

16/11/20

Da Aylan a Joseph...

Cinque anni son trascorsi
da Lesbo al mare di mezzo
grigio piombo
lurido profondo cimitero
senza pace
dove bambini senza futuro
vengono a morire al freddo e
al gelo dell’indifferenza
collettiva. Postuma.
I lose my baby
un grido di dolore solitario
senza utopia di risoluzione.
Piccolo Joseph
figlio putativo
senza padre celeste
sei nato
vissuto e morto
senza alcun risorgimento
in una bara adeguata di fretta
decorata dal cuscino
della nostra vergogna.
Quale vergogna?


Michaela Menestrina

 

N.d.R.  
Il link di seguito è a descrizione del fatto di cronaca trattato dalla poesia di Michaela:
https://dilei.it/editoriali/mi-chiamavo-joseph-avevo-sei-mesi-e-ieri-sono-morto/758182/ 
 

 


12/11/20

L’Assessore alla Idrossiclorochina

        Era nell’aria, che la “felliniana surreale parade” a mezzo stampa dei nuovi destrorsi assessori regionali marchigiani non sarebbe finita presto. E infatti.

        Dopo l’Assessore alla Coturnice 59-a-14, dopo l’Assessora-Istruzione-e-Cultura in deficit di congiuntivi e sindrome da esterno ergo sum, è il turno dell’Assessore all’Idrossiclorochina, ovvero Assessore alla Sanità.
        Giunto all’incarico regionale da luminosa carriera nella Polizia di Stato e nell’ambito investigativo - in ambedue com’è noto si acquisiscono solide competenze medico-scientifiche, preziose per il Servizio Sanitario Pubblico - e forte di curriculum extralarge (sindaco di Cingoli, senatore forzista marchigiano eletto in… Sardegna, docente universitario, e via largheggiando), giusto qualche giorno fa il Nostro esterna (ergo est) la volontà di chiedere all'AIFA la validazione dell’idrossiclorochina, nonché dell’ozono (e del plasma dei guariti dal virus) come protocolli anti-Covid: bocciatissime, tanto l’idrossieccetera quanto l’ozonoterapia, da numerosi autorevoli studi internazionali e bloccate dall’ OMS come non solo “inutili ma per molti aspetti anche dannose nella profilassi anti Coronavirus”. 
[A quando l'infuso di prezzemolo fra i protocolli anti-Covid?]
       Si dichiara, il Nostro, seguace di Trump, e convinto della validità della profilassi anti-virus propagandata dallo psicopatico, che infatti poi è stato ricoverato per Covid.
 
        E dunque. Questa nostra sciagura istituzionalizzata che sono le Regioni, dagli strapoteri ampliati e consolidati nei decenni, la cui catastrofica indegnità la pandemia ha messo impietosamente a nudo (ma che nessuno, anche in passato, poteva fingere di non vedere) si arricchisce oggi nelle Marche di nuovi soggetti, abili strateghi nella distribuzione di poteri e cariche da dove le mani possano posarsi ovunque,  mentre competenze, qualità, intelligenze sono ingombranti optionals.


Potrebbero farci sganasciare dal ridere, questi personaggi con le loro esternazioni ergo sunt, se di ridere avessimo ancora una qualche voglia.
D’altronde neanche il papero(ne) americano - di cui qualcuno tra questi si proclama seguace – diverte nessuno, col suo gatto morto e giallo in testa, con la diagnosticata sindrome psicotica del “narcisista perverso”, con la sua licenza di sparacchiare ovunque e comunque.
 
        Ci ammaleremo, è probabile, di sconforto e tristezza: per la qualità delle nostre vite mortificata dalle scelte di politici locali - eletti, va detto con stupore e inquietudine, da una maggioranza di votanti! - che affidano qualcosa di sacro come la res publica, di costituzionalmente inviolabile come il diritto alla salute, a meccanismi da intramontato manuale Cencelli; i cui risultati sono proprio come Trump, anche lui con i suoi allarmanti 71 milioni di voti: una barzelletta macabra che non fa ridere nessuno.
 
 
Sara Di Giuseppe - 11
Novembre 2020


07/11/20

VETRINE & VETRINE


          Evviva, dopo l’assessore regionale caccia-e-pesca-sportiva che legifera sulle coturnici da ammazzare 59 a 14  (59 gli eroici sparatori, 14 le crudeli coturnici); dopo altre regionali esternazioni da cui è arduo estrapolare alcunchè di utile sulle magnifiche sorti e progressive del territorio, ecco l’ascolana leghista assessora-all’istruzione-e-altro reclamare la vetrina con un comunicato-stampa che muterà le sorti e la storia dell’universo scolastico marchigiano.
Chiede, l’assessora fresca di manicure, che “si faccia chiarezza” (bella espressione, non s’era mai sentita) sull’obbligo delle mascherine nella scuola primaria sancito dal DPCM del 3 novembre: si dice allarmata, (epperò!) da quella norma “generica e poco comprensibile” (a lei).

Ma subito dopo si spara sui piedi quando, con evidente incongruenza, osserva - lei stessa! - che “d’altra parte il Ministero dell’Istruzione specifica: La mascherina può essere rimossa in condizioni di staticità (bambini seduti al banco) e con la distanza di almeno un metro…” ecc.
 
Dunque è chiaro anche al mio gatto: i bambini devono portare la mascherina, ma seduti al banco e alla giusta distanza possono levarsela. Il Decreto del Governo sancisce un obbligo ragionevole, il competente Ministero ne definisce poi condizioni, circostanze e limiti che consentono, legittimamente e in sicurezza, la possibilità di deroga. E fine.
 
Ciononostante: “Ritengo del tutto sbagliato imporre ai bambini l’obbligo delle mascherine anche al banco!”, tuona e s’accora l’assessora. E dajie!
 
Cosicchè, delle due l’una:
 
- l’ assessora-istruzione-e-cultura non è in grado di leggere, comprendendolo, un testo semplice - come è, una volta tanto, la nota del Ministero collegata al DPCM - 
Fenomeno largamente diffuso, che non ci rassicura in nessun esponente pubblico, figuriamoci in una responsabile regionale di Istruzione e Cultura;
 
- l’assessora soffre di ansia da vetrina, patologia comune a numerose infestanti categorie di esponenti pubblici; i soggetti che ne sono colpiti esternano compulsivamente sul nulla a favore di microfono e  manifestano durevole compromissione delle sinapsi preposte alla percezione del ridicolo.
 
Per il caso in questione non si esclude la presenza concomitante di ambedue le sindromi.
 
          Certo si è che la stampa potrebbe educatamente, prima di scapicollarsi a pubblicare, far notare all’autore/autrice le palesi incongruenze/scempiaggini ed equipollenti. No, eh?  
 
          Intanto: chissà se sarà conclusa qui la felliniana surreale parade di personaggi da “esterno ergo sum”. È lecito dubitarne, l’Assemblea Regionale è numerosa.

 
Sara Di Giuseppe - 7 Novembre 2020

 La foto appartiene al legittimo proprietario ed è utilizzata al solo scopo di corredare il testo

 

04/11/20

IL POST “SPORCO”


        Anna Casini, consigliera regionale, sulla stampa locale: “Perché continuare a “sporcare” entrambi gli ospedali? (Ascoli e San Benedetto, n.d.a.) Non perdiamo tempo, San Benedetto torni ad essere Ospedale Covid”.

 
Evidentemente, consigliera Casini, lei vive in quella fantastica marziana nuova astronave che vuol continuare a tenere “pulita”, mentre vuole (ancora) “sporcare” l’Ospedale di San Benedetto e mai quello di Ascoli.
 
Bel linguaggio, bel pensiero, bel carattere, bella scelta, bella politica. E la spara anche grossa, senza vergogna.
 
        Adesso non faccia come il ligure Toti (e come fan tutti quelli come voi), non dica che il suo post è stato frainteso, che un “collaboratore” ha scelto male le parole…
Non scusi se stessa, non accusi noi di aver capito male, perché lei è stata chiarissima. Post sporco non si lava.
 
 
PGC - 3 Novembre 2020

02/11/20

Gigi Proietti uno splendido Signore

 

E si è infilato nella lista, senza avvisarci, uno splendido Signore: 
Gigi Proietti.
 
Nel 2011, all’università di Verona, ci fu una serata in cui ci raccontò un po’ della sua vita. Lui è sempre stato grande e modesto, bello e rassicurante, probabilmente non si prendeva sul serio, ma professionalmente parlando lo era eccome, serio e bravo e maestro per chi voleva intraprendere la sua professione di mattatore a tutto tondo.

Poteva e ha potuto insegnare a tutti, suo è stato un dono, un privilegio che ha restituito senza risparmiarsi soprattutto ai giovani. Il teatro Tenda a Roma: con il suo sorriso sornione che accusava, senza pronunciarsi direttamente, la mancanza di muri avvolgenti e solidi per il teatro. Ha accettato un tendone e ne è diventato il re.
Un mattatore sempre provvisorio, al pari dell’esistere, al ludibrio dei guizzi del tempo culturale sospeso, ma indispensabile, pieno di dignità e naturalmente positivo.
 
Grazie Gigi, sono felice di averti conosciuto. Eravamo in molto più di mille e ci hai fatto ridere, sensazione magnifica, ci hai fatto riflettere, sensazione indispensabile, ci hai fatto provare consapevolezza, sensazione che si allontana sempre più.

Ma tu hai un posto speciale nel mio cuore.
Per sempre.

Buon viaggio a Te.


2 novembre 2020 - Michaela Menestrina