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05/01/22

Un fascio di positivi paralleli intersecante due negativi trasversali curvilinei…

 Ovvero
Il teorema dei Migliori
Il decreto emanato il 30 dicembre dal governo dei Migliori per questa nuova fase pandemica è esemplare per logica, razionalità, chiarezza, rigore di calcolo. Assimilabile ai teoremi della geometria euclidea, a cui senza dubbio s’ispira.
Poche e semplici norme, riassumibili - più o meno - nel principio euclideo che un fascio di positivi paralleli intersecante due negativi trasversali curvilinei genera classi di positivi direttamente proporzionali. Questo nei giorni dispari, nei giorni pari si va per l’esponenziale.
È quasi il teorema di Talete. 
O anche nel principio per cui un branco di positivi costruito sull’ipotenusa è equivalente (attenti, non uguale) alla somma dei negativi costruiti sui cateti. Praticamente pitagorico!
 
La neo-lingua dei Migliori, poi, dove il termine boosterizzati suscita più d’un brivido d’emozione, è già prodromo di magnifiche sorti e progressive per il nostro paese e per tutti noi. Come non elettrizzarsi leggendo che “i contatti stretti sintomatici, se boosterizzati, con due dosi, o guariti da meno di 120 giorni […] devono fare solo 5 giorni di auto-sorveglianza e 10 giorni di mascherine Ffp2”.  Facoltativi, dieci Pater - Ave - Gloria al bisogno, per un più di sicurezza. 
È appena il caso di precisare, per i dubbiosi, che l’autosorveglianza non ha a che fare col pur onorevole mestiere del posteggiatore, collegandosi bensì al dominio del sé di lontana origine sciamanica.
 
Di chiarezza solare, ancora, il protocollo sull’isolamento dei positivi, se asintomatici semplici, asintomatici da almeno tre giorni, con tre dosi di ciclo vaccinale da meno di 120 giorni; da non confondere con l’isolamento dei sintomatici, i quali dovranno tornare alla casella di partenza e dunque al teorema di Talete che recita appunto “se un fascio di positivi paralleli interseca…”eccetera. 
 
Naturale che ricondurre una materia così complessa nell’alveo di poche regole chiare, semplici e in grado di funzionare, richieda grande e responsabile impegno. 
 
Ciò spiega perchè nello sforzo ciclopico i Migliori siano incorsi in lievi inadempienze, peccati veniali, quisquilie, in settori del tutto marginali come la scuola e la pubblica amministrazione: tipo dimenticarsi interventi indispensabili per salvare la frequenza sui banchi e scongiurare il ritorno in DAD (d’altronde Bianchi è ministro a sua insaputa); o il brunettiano smantellamento del telelavoro nella P.A. 
 
Ciò che più conta è che nella confusione non ci sia dimenticati di appiccicare sul mimetico petto del piumato Figliuolo la quarta stella: dove di norma ci si ferma a tre (fra i militari gira voce che solo Dio ne ha quattro) e adesso invece ce l’hanno anche loro, la quarta. Anzi Lui. Per ampliare i pettorali onde poterne ospitare di prossime venture in quantità industriali attuerà un intenso programma di body building, mentre la giacca gli è stata intanto aumentata di una taglia per potervi ospitare la stella aggiuntiva. 
Sono soddisfazioni. 
 
Sara Di Giuseppe - 4 gennaio 2022                             

26/12/21

SE UN GIORNO D’INVERNO UN VACCINATO…

ovvero

Eccellenze picene

 

Giornata prima.


Hai saputo che a Grottammare un “hub vaccinale” sarà a disposizione in via Cairoli il giorno ics dalle ore alle ore, e ti appresti a godere del vantaggio che ti si offre, a pochi chilometri da casa, per spararti la terza dose di vaccino anti-Covid.


Arrivi con ampio anticipo il giorno indicato e scopri che già sono stati distribuiti i primi 60 numeri: da chi a chi e perché tanto prima dell’orario indicato non sapremo mai, ma un paio di congetture si potrebbero fare. 


Così resti fuori, ammucchiata con tutti gli altri perché la via è stretta e se le auto in transito t’investono non ti serve più neanche il vaccino. Che è un modo come un altro di risolvere il problema.


Pensi alla stranezza di denominare pomposamente “hub vaccinale” quello che propriamente è un buco vaccinale; che bastava un Q.I. medio-basso per capire che la richiesta di vaccinazioni non poteva essere soddisfatta in uno spazio così miserando e che forse i cittadini meritano di meglio che sentirsi un pecorame intruppato: perchè non è che ci si è volontariamente ammassati per il concerto dei Pink Floyd e allora perché brontoli…

 

Capisci ben presto che per oggi non ce la farai (alle 18 si chiude, signori) e ti rassegni al viaggio della speranza, l’indomani, al principale Centro Vaccinale di San Benedetto, quello che il mondo c’invidia: il Centro Agroalimentare di San Benedetto/Porto d’Ascoli.


 

Giornata seconda

                  

Stavolta ce la fai, l’organizzazione è accettabile; i volontari sono volenterosi e smistano, controllano, consigliano, scherzano perfino; medici e altro personale gentili al minimo sindacale ma mica ti possono accogliere con la fanfara. Niente code chilometriche, è vigilia di Natale. Ti prendi la tua brava terza dose ed è fatta.


Ma sei semi-assiderata: gli step dell’attesa, di prima mattina, si sono consumati lungo i moduli di una struttura dove a emergenza finita presumi che congeleranno il pesce da esportazione. I tendoni fuori sono quelli de L’Antico e le Palme, che te li raccomando.

Presumi ragionevolmente che i più anziani e fragili e cagionevoli muoiano entro i primi dieci minuti e le salme vengano presto rimosse per non turbare i vaccinandi. 


Chiedi alle dottoresse come facciano, loro lì tutto il giorno, e mi indicano una stufetta in un angolo della sala che così piccola neanche a casa mia. Contente loro.

 

Ma i “funghi” che riscaldano bar, ristoranti e in genere locali all’aperto, esteticamente osceni ma certo efficaci e funzionanti, no eh? L’intelligenza al potere ha deciso che va bene così e bisogna soffrire signora mia?


Impareggiabile sanità picena.


Ma, soprattutto, approdare qui è un’esperienza antropologica che ti segna: ti chiedi quale visione della realtà, della decenza, della civiltà, del decoro, animi i decisori che collocano il Centro Vaccini in un postaccio che per squallore, tristezza, disordine urbanistico, caos segnaletico, irraggiungibilità, non teme rivali. 

Dove il BRUTTO celebra i suoi trionfi; a metà, per desolazione e orrenditudine, tra carcere e centro profughi (spesso uguali fra loro); un non-luogo che il gergo romanesco definirebbe pittorescamente “lo sprofondo”, dove chi non sia automunito non ha nessuna possibilità di arrivare, dato che il trasporto pubblico devono ancora inventarlo, qui da noi.


Un lusso, al confronto, il Palazzetto dello Sport o Palaspeca (pur nella sua degradata vetustà e oggettiva schifezza architettonica) presso il quale - con entusiasmo ben diverso che già appartiene al mito – ricevemmo le prime due dosi. 


È questo, ciò che una città e un territorio avvezzi ad autocelebrarsi – molto più di quanto oggettivamente meritino – sono riusciti a partorire nell’emergenza? Non ci sono, nella superlativa San Benedetto stupor mundi, in questa parte delle Marche che le scoprirai all’infinito e pubblicizzate urbi et orbi dalla celebrità di turno ed evasore fiscale, strutture adatte allo scopo, a portata di cittadino di ogni censo ed età, che rispondano a canoni elementari di decoro, raggiungibilità, funzionalità, ospitalità, civiltà?

 

O devo aspettarmi in risposta che tutto questo è normale?



Sara Di Giuseppe - 25 Dicembre 2021

12/11/20

L’Assessore alla Idrossiclorochina

        Era nell’aria, che la “felliniana surreale parade” a mezzo stampa dei nuovi destrorsi assessori regionali marchigiani non sarebbe finita presto. E infatti.

        Dopo l’Assessore alla Coturnice 59-a-14, dopo l’Assessora-Istruzione-e-Cultura in deficit di congiuntivi e sindrome da esterno ergo sum, è il turno dell’Assessore all’Idrossiclorochina, ovvero Assessore alla Sanità.
        Giunto all’incarico regionale da luminosa carriera nella Polizia di Stato e nell’ambito investigativo - in ambedue com’è noto si acquisiscono solide competenze medico-scientifiche, preziose per il Servizio Sanitario Pubblico - e forte di curriculum extralarge (sindaco di Cingoli, senatore forzista marchigiano eletto in… Sardegna, docente universitario, e via largheggiando), giusto qualche giorno fa il Nostro esterna (ergo est) la volontà di chiedere all'AIFA la validazione dell’idrossiclorochina, nonché dell’ozono (e del plasma dei guariti dal virus) come protocolli anti-Covid: bocciatissime, tanto l’idrossieccetera quanto l’ozonoterapia, da numerosi autorevoli studi internazionali e bloccate dall’ OMS come non solo “inutili ma per molti aspetti anche dannose nella profilassi anti Coronavirus”. 
[A quando l'infuso di prezzemolo fra i protocolli anti-Covid?]
       Si dichiara, il Nostro, seguace di Trump, e convinto della validità della profilassi anti-virus propagandata dallo psicopatico, che infatti poi è stato ricoverato per Covid.
 
        E dunque. Questa nostra sciagura istituzionalizzata che sono le Regioni, dagli strapoteri ampliati e consolidati nei decenni, la cui catastrofica indegnità la pandemia ha messo impietosamente a nudo (ma che nessuno, anche in passato, poteva fingere di non vedere) si arricchisce oggi nelle Marche di nuovi soggetti, abili strateghi nella distribuzione di poteri e cariche da dove le mani possano posarsi ovunque,  mentre competenze, qualità, intelligenze sono ingombranti optionals.


Potrebbero farci sganasciare dal ridere, questi personaggi con le loro esternazioni ergo sunt, se di ridere avessimo ancora una qualche voglia.
D’altronde neanche il papero(ne) americano - di cui qualcuno tra questi si proclama seguace – diverte nessuno, col suo gatto morto e giallo in testa, con la diagnosticata sindrome psicotica del “narcisista perverso”, con la sua licenza di sparacchiare ovunque e comunque.
 
        Ci ammaleremo, è probabile, di sconforto e tristezza: per la qualità delle nostre vite mortificata dalle scelte di politici locali - eletti, va detto con stupore e inquietudine, da una maggioranza di votanti! - che affidano qualcosa di sacro come la res publica, di costituzionalmente inviolabile come il diritto alla salute, a meccanismi da intramontato manuale Cencelli; i cui risultati sono proprio come Trump, anche lui con i suoi allarmanti 71 milioni di voti: una barzelletta macabra che non fa ridere nessuno.
 
 
Sara Di Giuseppe - 11
Novembre 2020


16/10/20

"Immuni"

Scarica immuni e (forse) ti salvi

 

Quasi nessun Comune-Provincia-Regione (senza il quasi?) si è impegnato a comunicare la possibile utilità di immuni.

Avrebbero potuto e dovuto farlo. Magari solo con degli adesivi, a costo zero. Invece fanno spallucce, dicono che immuni non serve, che non funziona, che ruba la privacy, che scarica la batteria…

Non si sono neanche attrezzati per farla funzionare. Ignoranza, presunzione, diffidenza, indolenza. 


Ah, i politici! 


PGC - 16 ottobre 2020



22/05/20

La lingua del contagio

ovvero
L’Italiano al tempo del colera
   
“Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”
(Pasquale Villari, 1866)

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       C’è qualcosa d’importante che la catastrofe del contagio ha messo a nudo in questi mesi nel nostro Paese, oltre al bubbone di una Sanità pubblica tragicamente nelle grinfie delle Regioni. Riguarda la nostra lingua, la sua condizione di malata terminale che l’elefantiasi dell’intero sistema dell’informazione mette ogni giorno sotto i riflettori, insieme con i tratti meno lusinghieri della cosiddetta identità nazionale.

       Se la lingua “esprime chi siamo veramente”, la nostra dice oggi ciò che siamo diventati in qualche decennio di malgoverni e impoverimento culturale (da sempre fisiologicamente a braccetto); di disinvestimenti in conoscenza, furbescamente sacrificata al totem della “crescita”; di populismi al grido di “carmina non dant panem”. Strategie vincenti nella trasformazione, da cittadini che (un po’) eravamo, in sudditi, e a cui dobbiamo gli ultimi posti europei nelle graduatorie OCSE in fatto di literacy (competenze linguistiche) e numeracy (competenze matematiche).

       Così, nella Babele pandemica del terzo millennio, mentre ci scopriamo tutti scienziati da bar con solide competenze virologiche infettivologiche epidemiologiche declinate in salsa anglofona, ci tocca come aggravio di pena l’ascolto coatto - quasi orwelliano - di politici dal bagaglio lessicale di 100 vocaboli ad esser generosi, di giornalisti in affanno di sintassi, di mezzibusti televisivi dimenantisi tra le rapide di una lingua che non controllano, risucchiati dal vortice di parole ed espressioni decentrate di senso.

       Più facile comunicare per slogan, questo si preferisce fare e si fa. Viene in aiuto il pescare a casaccio, come dentro il baule in soffitta, nel disordine di tutti i possibili linguaggi settoriali che tornino utili alla bisogna; di ognuno si sceglie il peggio e se ne spalma ogni sorta d’informazione e comunicazione: dai giornali alla tivù, dai social alla conversazione privata, al cicaleccio da bar dopo-riapertura.
I campi semantici fra cui spaziare abbondano, dalla guerra agli sport in genere, ma quello militaresco la fa da padrone, per antica e mai perduta vocazione italiota dall’Impero romano in su.

      Così di siamo in guerra - siamo in trincea - vinceremo - vinciamo - abbiamo/non abbiamo vinto grondano le cronache, la pubblicità, gli ispirati discorsi petto in fuori di chiunque abbia un microfono davanti alla mascherina (con una solida ricaduta comportamentale: i soldatini veri in tenuta mimetica e mitra caricati e spianati a controllare/sanzionare - come dimenticarlo? - i pensionati in gita di piacere al supermercato).
     Siamo un popolo di patrioti, che volete farci, inno di Mameli - bandiera a portata di finestra o balcone - mano sul cuore - tricolore pure sulla museruola.

     E se alla preistoria del contagio il mantra ”Io sto a casa”, duplicato nelle varianti “Restate a casa” e “Rimanete in casa” ha segato i nervi anche alle anime pazienti e pie, indotto qualche espressione greve pure in quelle in odor di santità, sollecitato legittime pulsioni omicide nella gente comune - non meno dell’Andrà tutto bene, dell’Insieme ce la faremo (facoltativo “un cazzo” nel finale), dei canti patriottardo/condominiali - più avanti nel tempo, poi, verbi a trazione anteriore come ripartire, locuzioni come rimettere in moto, o addirittura il mistico risorgere - più adatto alle note circostanze - hanno rubato la scena e le pagine e i palinsesti, sono dilagati nelle veline giornalistiche, hanno scatenato orgasmi collettivi in conduttori e conduttrici di talk show.

    Così dopo il lockdown (il più inquietante “confinamento”, nella nostra lingua ormai straniera) è il momento dell’orgia: non quella delle movide ritornate e dei funerali oceanici e delle benedette feste mafio-religiose che in questo gioco dell’oca ci rimanderanno tutti alla casella di partenza, bensì l’orgia linguistica dell' “abbassare la guardia” col suo contrario “non abbassare la guardia”. La cui accezione - evocatrice di ludi pugilatori e scintillii di spade - pur inefficace contro le aggregazioni di cui sopra, è musica per la parte migliore di noi, quella che non vede l’ora di unirsi a coorte e schierarsi in occhiute ronde di quartiere per stanare gli indisciplinati e gli irresponsabili e giacchè ci siamo pure il vicino di casa che sempre m’è stato antipatico.
     
      Il meglio dei prodigi linguistici da analfabetismo di ritorno l’abbiamo avuto  nelle interviste e nelle dirette televisive: dalla (s)grammatica creativa di Bonaccini con un suo raccapricciante “chiedavamo”, al fine eloquio di un sindaco qui vicino che intervistato sui provvedimenti anti-covid parla dei “sistemi migliori che meglio si calzano (sic) nel nostro territorio”… E  avanti tutta a infilar perle…

       Siamo un grande popolo, lo dicono anche i giornaloni e i presidenti-(s)governatori di Regione, cosicchè nulla abbiamo da temere, e metteremo in fuga il virus guardandolo fisso negli occhi e battendo con forza il manganello sugli scudi come nelle cariche di alleggerimento.
Ci manca un po’ di linguaggio, è vero, ma non si può avere tutto; e poi per arringar le folle non serve la Treccani, basta qualche slogan dal costrutto elementare, fa niente se sgarrupato, piazzato nelle zone erogene e le contagiate folle saranno tue.

      Se poi qualcuno vorrà proprio fare il saputo, lo si rimetterà severamente al suo posto: come Mike Bongiorno, quando al concorrente che incauto aveva sparato un’espressione latina disse perentorio “No no, qui niente lingue straniere!”.


Sara Di Giuseppe - 21 maggio 2020



06/05/20

QUELLO CHE CI MANCAVA

ovvero
Gli sceriffi, i Savonarola, i Bertolaso, al tempo della Fase 2


        È stato bello, il nostro 4 maggio di riconquistata parziale libertà. Ancor più perché allietato dai nostrani campioni del comico che mai in quest’infinita quarantena si sono risparmiati per tener su il nostro morale  stremato.
Stavolta il momento del buonumore è il furgone della Protezione Civile (egià) che il 4 maggio batte le strade di San Benedetto diffondendo il nuovo messaggio alla cittadinanza dell’imperdibile performer Sindacopiunti.

        Lunghetto il testo, per essere itinerante: calcolando durata della fonica e andatura del mezzo, i fortunati cittadini incrociati lungo il percorso ne avranno ascoltato chi la prima parte, chi quella centrale, altri ancora soltanto quella finale. Con effetti esilaranti se nel ricostruirlo volenterosamente a posteriori ne avranno mescolato i passaggi, o perfino invertito l’ordine.

        Non per questo ne sarà sfuggito l’alto contenuto morale. Perché il testo, in una vertigine di registri da montagne russe, alterna il bastone alla carota: e se prosaicamente addita nel lavar le mani e indossar mascherine e guanti i baluardi della salute di questo medioevo ritornato, s’innalza poi a vette di lirismo nell’evocar gli “spazi di libertà che a prezzo di grandi sacrifici ci siamo riconquistati” (è la Festa della Liberazione ad aver suggestionato, molto suo malgrado, Sindacopiunti?); scende quindi a precipizio a fustigar severo “chi non rispetterà le regole” - per quegli sciagurati “non ci saranno sconti”!  -  e ancora su, fino all’acme emotivo di quel “grazie ancora per quello che state facendo” (qualunque cosa abbia voluto dire).

        Non basta. Appena il giorno dopo ecco il nostro Savonarola arringare la desertissima spiaggia sambenedettese con un audio-sermone diffuso da Pubblicentro: modalità e contenuti che sarebbero inquietanti se non fosse che il riso vince di prepotenza.

        È quello che ci mancava, nella tetraggine del presente.

Costretti, i Sindaci-Sceriffi, ad accantonare lo sceriffismo degli ultimi mesi (ah, quei corroboranti inseguimenti in spiaggia per acciuffar camminatori solitari e runners!), ecco pronti i Sindaci-Savonarola a rampognar le folle, a un passo dal “Ricordati che devi morire” seguito dal “Sì sì mo me lo segno” dell’indimenticato Troisi.

        È quello che ci mancava, anche, nel surreale smarrimento di ogni normalità, la prosa d’arte di questi sermoni in overdose di gerundi e in deficit di consecutio e sintassi…
   
      Ma li capiamo, l’occasione per i protagonismi delle starlettes locali è troppo ghiotta perché se la lascino sfuggire.

Così:  là un sindaco tuona che il lungomare di Sant’Elpidio “troppo pieno, è un disastro”;  qua, un comitato di quartiere vuol chiudere (sic) le spiagge a San Benedetto di sabato e domenica “per i troppi visitatori” (visitatori?!); più in là, il sindaco di Acquaviva Picena comunica che i “Volontari del Gruppo Comunale” insieme a quelli di Radio Club Piceno faranno ronde per intercettare i “cittadini che male hanno interpretato gli ultimi decreti” (sic); al Cimitero sambenedettese si entra coi numeri come al supermarket poi i numeri finiscono e rimane il custode a contare gli ingressi col pallottoliere, finché i congiunti (!) dei cari estinti cominciano a entrare di soppiatto dal retro, “dalla zona dove insistono gli uffici” (insistono?!).

        Detiene però sempre saldamente la maglia rosa, tappa dopo tappa, il Presidente sforna-ordinanze, che oggi dalla Regione finalmente consente la raccolta di funghi e asparagi selvatici - come potevamo farne a meno? – mentre purtroppo per salire in moto in due bisogna essere conviventi (duro colpo al sogno di molti di saltare sul sellino della prima moto di passaggio e agganciarsi allo sconosciuto conducente); ma soprattutto  consente, vivaddio, la toelettatura dei cani: magnifica orwelliana inversione di ruoli che vedrà animali gioiosamente freschi di parrucchiere accompagnare umani dalle chiome incolte e dal folto pelame (e pure con la museruola igienica).

        E’ quello che ci mancava.

E tuttavia non è il peggio che ci capita: il peggio è veder planare ancora una volta sulle nostre disgrazie - come su quelle milanesi - il Guido Bertolaso che ha attraversato anni e governi e catastrofi a cavalcioni della sua palla di cannone come il barone di Mϋnchhausen; il Bertolaso dio dei terremoti, dei rifiuti, degli incendi, dei G8, dei siluri nucleari nel Golfo di Napoli, della SARS, dei Mondiali di ciclismo, del Giubileo, del post-terremoto di Haiti, dei Paesi africani in via di Sviluppo e, oggi, delle pandemie; il Bertolaso che tanto meritò a capo della Protezione Civile nei tempi lucrosi del pregiudicato Berlusconi e del terremoto dell’Aquila. 
        Il peggio è assistere, ancora e sempre impotenti, all’opaca tela tessuta oggi dalla Regione Marche intorno all’erigendo Fiera Hospital di Civitanova - con Bertolaso padrino - uguale a quello partorito - padrino ancora Bertolaso - dalla Regione Lombardia, in Fiera pure quello, guarda un po’: inutili costosi dannosi “provvisori” Ospedali Covid-19; plateale sintesi, ambedue, di errori e orrori, incapacità e arroganza e - va da sé - robusti interessi politici e di saccoccia
.

 ============

        “Si vedevano gli uomini più qualificati senza cappa né mantello […], negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature […] per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno di loro…”

A.Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXIV
 


SaraDi Giuseppe - 6 Maggio 2020





05/05/20

Per tutti quelli... (fase 2)

[lettera ricevuta da amici di Verona, domenica 3 maggio 2020]


Per tutti quelli che sento lamentarsi da ieri sera (compresa la CEI), per una fase 2 simile alla fase 1 propongo:

60 giorni dentro tute ermetiche, occhiali, visiere, notti insonni, colleghi sclerati, bipolarismo estremo, psiche sotto stress, morti in corsia, colleghi e amici che diventano pazienti, medici che al posto di visitare diventano anch'essi pazienti, pazienti a cui muoiono figli e non riescono a vedere il loro corpo e salutarlo, case di riposo e nonni ammazzati… 

Ecco, a voi tutti che vi lamentate da giorni, in trepida attesa della Minchia di tintarella, pensate solamente a una cosa. 
Secondo voi, alla ripresa dei contagi, la Sanità pubblica ripartirà e reagirà con la stessa forza d'animo? 

Avete idea delle ore trascorse vestiti da astronauti? (e non è ancora estate…)

Avete idea dello stress che ci portiamo al ritorno nelle nostre case? 

Avete idea di come andiamo al lavoro, ogni santissimo giorno, con la paura del contagio? 

Avete idea di quanti sono stati e saranno i tamponi cui veniamo sottoposti? 

Avete idea delle distanze a cui siamo obbligati noi lavoratori nei reparti COVID?

Allora se non avete una cazzo di idea, ascoltate quel povero Conte con umiltà, ed eliminate le ideologie di Salvini e Meloni che consentitemi, non si possono più né ascoltare né vedere… 

Tacete, poiché siete ignoranti in materia e pregate (a casa) che non ci siano ricadute perché noi tutti, intendo noi che lavoriamo con la pandemia (con tutto rispetto per chi è a casa con i propri cari da 2 mesi) siamo stanchi di questo virus, e delle minchiate che vengono dette.

Scusate per lo sfogo e per la parola MINCHIA ripetitiva... ma è un intercalare voluto e dovuto.

Amen.

Dottoressa Francesca La Paglia
del Reparto COVID ospedale di Enna


18/04/20

Nuovo look al tempo del Covid19-20-21...

Guardo i pantaloni della tuta
divenuta ormai divisa condivisa dai più 
dietro troppi vetri chiusi, occupati
da sguardi più delusi che speranzosi
di Pierrot impregnati di lacrime calde.
Ma di nuovo supponenti di diritti. 
Troppo presto, abbiamo solo fretta.
Sono macchiate di rosa le tute
non seguono una texture
si formano casualmente
spruzzo dopo spruzzo da
miscela salvifica d’acqua e candeggina.
Fragranze orientaleggianti esclusive
hanno lasciato posto
all’acre odore della sopravvivenza
che disinfetta maniglie, chiavi, tavoli,
scarpe, bagni, cucine insieme
a una variegata massa di tutorial
ogni giorno, più volte al giorno.
Le macchie casuali sono nuova geografia,
ci ricordano grafici, cluster, morti 
che non vogliamo decodificare seriamente.
Noi a comporre i prossimi centomila? 
Quanti alla fine, perché fine non è! 
La fine è nelle mani dell’invisibile.
Fase un, due, tre, un due, tre.
Abbiamo paura, una fottuta paura
di annoverarci tra questo sgradito
contributo storico del secondo millennio.
Siamo vittime in attesa di questa guerra
silenziosa, eppur talmente assordante
perché ci toglie il fiato...
E allora spruzziamo finché ce n’è.
E corriamo dietro a noi stessi, 
ai nostri comportamenti smascherati.
Le macchie non volano caro Sepulveda,
non hanno coraggio. Si posano e
lasciano il segno, come pezze al sedere
nell’anima. Ma ci regalano memoria:
ci ricordano che libertà è pari a felicità:
attimi che abbiamo sprecato invano.


Michaela Menestrina - 17 aprile 2020

26/03/20

BANDIERE & LIBRERIE

         -  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola - rettangolare o triangolare - la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata. 
I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.
 
Ma noi italiani - primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera - in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato - chiunque egli sia - ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.
Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.
Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

           - C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico - oltre alle lustre bandiere, dicevo - per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d'esotico, più ciaffi vari.
Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.
Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo


PGC - 26 marzo 2020


Foto tratta da "Illibraio.it"

 

23/03/20

Tutte le zeppole del presidente

ovvero
Protagonismi e deliri ai tempi del colera
 

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“Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio [….]. Napoleon* […] annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. […] In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della  fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. […] Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare “Animali d’Inghilterra” e ricevere ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni”.


*(“Napoleon era un grosso verro [maiale] del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce”)

G. Orwell, La Fattoria degli Animali
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        Dobbiamo aver gravemente peccato, se oltre alla catastrofe globale - piovuta in una manciata di settimane su tutto quest’atomo opaco del male - noi italiani abbiamo avuto in sorte già da molto prima anche le Regioni, e affidato ad esse il Sistema Sanitario Nazionale e, non bastasse ancora, ci ritroviamo certi presidenti e infine certi sindaci.

        Dal lombardo Fontana (quello che si garrotava in diretta armeggiando con la mascherina) al veneto Zaia (quello che i-cinesi-mangiano-topi-vivi-li-ho-visti-io) al marchigiano Ceriscioli (quello che indispettito dall’imminente uscir di scena fa ordinanze a manetta per battere in velocità il Governo così-vedete-chi-sono-io) al campano De Luca (quello che sulle zeppole di San Giuseppe vendute per strada ha visto il virus danzare la rumba): il campionario - qui solo parziale - è ricco e democraticamente spalmato da nord a sud.

        Macchiettismo sconsolante che unisce alcuni presidenti di Regione a sindaci di ogni dove: ecco Emiliano da Bari, che in favore di telecamere insegue agile in spiaggia i feroci untori; ecco Piunti da San Benedetto, che lo copia e gongolante va oggi sulle locandine dei quotidiani; ecco Fioravanti da Ascoli, che in pompa magna consegna in Duomo le chiavi della città al vescovo…

        Un ininterrotto fil-rouge di surreale comicità si dipana, mescolato a pulsioni autoritarie e fascistoidi che l’emergenza sta impudicamente scoperchiando.
A un De Luca furens che ai dementi in festa di laurea manderebbe “i carabinieri col lanciafiamme” (e basterebbe per affidarlo a un TSO d’urgenza) fanno eco sceriffi d’ogni taglia e pezzatura in una sudamericana scomposta voglia di militarizzazione.
Dalle Regioni ai Comuni, è tutto un gridare all’armi! e invocare eserciti. E l’esercito infatti c’è, nelle strade lombarde, a controllare col mitra spianato i criminali che escono a far la spesa…

       Esercito, militari, ronda, maniere forti sono i termini più usati, nella semantica bellicista del momento, culminante nei carri armati che il  sindaco di Ercolano manderebbe per dare una bella ripassata ai cittadini: c’è un nauseante tanfo di caserma nel messaggio politico che ne emerge.
   
        È evidente, allora, che il coronavirus è solo il SECONDO dei nostri problemi; il PRIMO è aver lasciato per decenni che le Regioni governassero e lo facessero attraverso rappresentanti, non dissimili da quelli di oggi, dal tocco distruttivo quanto quello di Medusa; aver lasciato che i territori fossero impunemente depredati e spogliati nei servizi pubblici essenziali a beneficio del privato; che si inseguissero - vedi la Lombardia - modelli di crescita e sviluppo il cui prezzo è altissimo, se infatti questa regione ha oggi più morti che tutta la Cina. Nulla c’è di casuale in questo, nè di fatale. E al primo posto nelle responsabilità ci siamo noi, colpevoli di averli votati, rivotati e lasciati agire indisturbati gli  spudorati che adesso danno a noi la colpa del virus e ci puntano contro i fucili!

        Una gelida sensazione di déjà-vu c’è, alla fine, nelle immagini degli stralunati militari lombardi in mimetica armati di mitraglione, nelle muscolari dichiarazioni dei “governatori”, nel protagonismo bulimico e ignorante di sindaci-sceriffi e di sindaci-Savonarola.
E non basterebbero tutte le “zeppole al coronavirus” del presidente ad addolcirne il sinistro presagio.


Sara Di Giuseppe - 22 marzo 2020



 

 

01/03/20

RIAPRIRE LE CHIESE CHIUSE

         Riaprire le chiese chiuse è una sacrosanta questione di tolleranza, libertà, sicurezza e civiltà.

         Regolarizzandole, si capisce: quelle troppo brutte, vecchie cadenti e soprattutto in precarie condizioni igieniche e di sicurezza restino giustamente chiuse; ma quelle moderne, pure loro brutte anzi orride, però pulite ben organizzate e ben frequentate, è peccato mortale non riaprirle: difficile rimanerci infettati da qualsiasi virus, anche se sarà buona norma diluire abbondante amuchina nelle acquasantiere (se si trova). 

Eppoi, le recenti ordinanze regionali emesse a rotta di collo vietano comunque i contatti pericolosamente ravvicinati - compresi i “segni di pace” - quindi che paura c’è?

        Non è soltanto uno spontaneo movimento popolare a sollecitare la riapertura delle chiese chiuse, non è soltanto il TAR a lavorar di notte per prendere una posizione, ma pare che si stiano presentando sull’argomento perfino dei DDL (dell’opposizione? di una maggioranza? non si sa). Fiduciosi, quindi! Auspichiamo che l’affezionata utenza di una certa età possa tornare alle sane abitudini di antica memoria e che i giovani, nella frequentazione assidua delle chiese non più chiuse, si tengano lontani da tentazioni e cattive compagnie, dove si annidano sfruttamento e delinquenza.

        Si torni alle origini. Sui portoni delle chiese riappaiano le bacheche degli orari e i tariffari dei servizi.

       Per i Vescovi l’appello finale: intanto disubbidiscano, anzi facciano l’iradiddio contro queste ordinanze-senza-religione che non vanno incontro ai bisogni primari dei fedeli-cittadini, né aiutano la fratellanza; poi agevolino l’ordinato afflusso nelle chiese riaperte, facendo installare sulle facciate e sui pinnacoli dei campanili luci rosse (“chiesa piena”) e luci verdi (“avanti c’è posto”).

         Così sia, anche col famigerato Coronavirus Covid-19. Poi ognuno vada in pace, oh yes!


PGC - 29 febbraio 2020