24/10/19

Sapore di sale, sapore di mare

Conchiglie in musica al Museo Malacologico

con MAURO OTTOLINI e il suo gruppo

Cupra Marittima  19 ottobre 2019   ore 21,30



Sapore di sale, sapore di mare


        L’avevamo dimenticato, che le conchiglie sono gli strumenti musicali a fiato più antichi e più diffusi al mondo. Da sempre, in riva agli oceani, ai mari, ai laghi, una marea di fabbriche ne producono quantità industriali incessantemente, di giorno e di notte, a Natale e a Ferragosto, non un giorno di ferie o di sciopero. Fabbriche “naturali” invisibili, non fanno rumore, non mandano fumi, non inquinano. Senza operai macchine e robot, senza uffici-vendita, marketing, pubblicità. Fabbriche senza padroni. 

Non hanno veri concorrenti - neanche Yamaha - le conchiglie musicali. Sarà che il mercato non le chiede, che ai Conservatori non le studiano, che pochissimi le suonano… Loro sono riservate, non seguono le mode, non arrugginiscono (il sale gli fa un baffo), non invecchiano, anzi sono eterne (se non cadono); e tengono sempre l’accordatura perché hanno la musica “dentro”, comprese scale tonalità accordi e via cantando; il tempo no, le conchiglie sono “fuori dal tempo”. Fanno disperare i musicisti: niente tasti, pistoni, corde, chiavi, pedali, qualcosa per comandarle, come gli strumenti inventati da noi. E’ la conchiglia che comanda, le ubbidisci o lasciala stare. Oppure raccoglila con un inchino, come fan tutti. Forse - senza forse - “ti porterà fortuna, felicità…”

        E dunque: metti una sera a Cupra, quando le senti suonare in concerto – a casa loro, nel loro Museo Malacologico più grande del mondo – da MauroOttolinidettoOtto e la sua band. 

Evento unico, “col patrocinio del Comune ma manco una lira”, il sindaco ragazzo - gratis in prima fila - e la sala mezza piena: non era scontato, ma era naturale che fosse un successo perfetto. 

        Otto, delle conchiglie di ogni tipo e grandezza apparecchiate sul tavolo - dalla comune Ciprea in poi - non ne dimentica nessuna e una alla volta le suona tutte: vi soffia con più o meno forza, le manipola dentro per “fare” le note, modularle, inventare suoni che non so raccontare. 

Lo accompagnano divertendosi i quattro della band: giocattoli rigenerati, bicchieri di plastica, pietre sonanti, pezzi di legno, percussioni tribali sarde, pelli, zucche, strumenti aborigeni, barattoli, dimenticate tastierine Bontempi, strumenti ad acqua, grattugie, piattini sonori… e naturalmente fasci di conchiglie legate e appese come salami. Di “normale”, solo un contrabbasso e poco più.  

Non pezzi conosciuti e orecchiabili ma suoni ancestrali e un po’ moderni, ritmi d’Africa e d’Oriente, melodie a intervallo unico come certe musiche primitive, eleganti misticismi medievali, intrecci settecenteschi… e poi tracce chiare di blues, di jazz, di balcanica, di Brazil… Non è Otto che suona le conchiglie - sembra - ma le conchiglie che suonano lui, con il solfeggio interno della loro poesia (A.Branduardi). 

        E per loro c’è anche, come è giusto, una “Madonna delle conchiglie” che Vinicio Capossela - nel cd Sea Shell di Otto - canta guarnita tutta di conchiglie e fiori… che protegge gli ospiti come i viandanti… che volta l’onda e poi la rivolta… che benedice chi si avventura e chi si appaura… che è vestita di drappi azzurri… che ti guarda muta, senza parole… che ha il volto tinto di un altro colore…

        All’uscita dal Museo-Auditorium a due passi dal mare, c’è chi ha in testa fuggiasche note di conchiglie, con quel sapore di sale, sapore di mare.



PGC - 22 ottobre 2019 


21/10/19

Lib(e)ri per la gola


In giro per il centro di Sben ho scoperto un nuovo e strabiliante supermarket del food. O meglio, della pasta dei "Migliori Pastifici Artigianali". L'aspetto è curato e il rosso della vetrina ne risalta il pakaging. L'ultima frontiera della Mondadori in città. Prendere per la gola oltre il profumo di stampa. 

Forse si vendono all'interno libri all'amatricida, alla livornese o alla puttanesca. Sempre artigianali e per i palati più raffinati. Marketing sperimentale e neuronale.

Francesco Del Zompo - 21/10/2019


18/10/19

MANETTE NAUTICHE

San Benedetto. Tutto comincia da un’esercitazione 
della Guardia di Finanza


        Mentre - a gran fatica - il Governo medita manette per i grandi evasori fiscali e va dolorosamente partorendo misure che forse innalzeranno di qualche anno la permanenza nelle patrie galere di questi malfattori neanche tanto nascosti, a San Benedetto le Fiamme Gialle si portano avanti col lavoro. 

        E’ che qualcuno deve averglielo detto, che in un posto di mare molti evasori stanno in mare. Proprio davanti alle loro potenti, pulitissime ma immobili barche grigie. Così decidono di muoverle un po’, per sgranchirle e prepararle alla futura cattura degli evasori marini, con un’ “Esercitazione simulata di intercettazione e inseguimento di un potente gommone” (sic).

       Quindi, informata la stampa (e confezionatole anche la velinona istituzionale), radunati alcuni Comandanti e Alti Ufficiali pure di fuori (Ancona), invitano un paio di Prefetti per una “crociera operativa”, alias innocua ma emozionante gita in mare.

        In rete e sui giornali on-line ci sono le immagini, non sembrano un fotomontaggio.

        Vi hanno rischiosamente partecipato, oltre al gommone che era così veloce che non si vede il numero, il Guardiacoste G 215, i motoscafi V 2052 - V 612 e l’elicottero GF 99 del Reparto Operativo Aeronavale. Se ho omesso qualcuno non arrestatemi.

         Ma che era un furbo diversivo l’hanno capito tutti: infatti al ritorno i finanzieri (e i Prefetti) hanno trovato il Porto Turistico di San Benedetto VUOTO, DESERTO, senza più nemmeno una barca “importante”. Quelle grosse erano partite per prime a razzo (a palla allazzata, direbbe Camilleri) lasciando cattivissime scie bianche dove le meno grandi hanno rischiato il naufragio. Per fortuna niente incidenti, tutti gli evasori sono scappati dove volevano, con i propri bancomat. Quando il Governo decidesse “manette nautiche”, tiè Finanza!

  
Nota importante 

         Questo pezzo contiene notizie vere e notizie false, sta ai lettori distinguerle. Dài, stavolta è facile. 


PGC - 18 ottobre 2019


16/10/19

VIVALDI PÄRT-TIME

VIVALDI 
      PÄRT

FORM ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA
VOCALIA CONSORT - VOX POETICA ENSEMBLE

TOLENTINO – ABBADIA di FIASTRA   
13 ottobre 2019  h 16


VIVALDI  PÄRT-TIME


         Sono l’armonia, la precisione, la bellezza, il tempo, la ragione e il sentimento dei milioni di mattoni dell’Abbadia di Fiastra, a dare l’idea di questo speciale concerto pomeridiano “ad orario ridotto”: 50 minuti, garantisce il direttore artistico Tiberi.

Orchestra e cori nella crociera del tronchetto, sotto la cupola; il pubblico per lo più nella navata centrale. Intorno solo la moltitudine di mattoni a vista, pulitissimi da sembrar nuovi. Non statue nè dipinti di santi [salvo qualche affresco per caso], non ornamentosi altari dei miracoli, non ori nè oziose decorazioni: “ora et labora” - l’ideale benedettino di lavoro e preghiera - qui dentro è ancora rispettato. [Fuori della chiesa meno: assedio - quasi ordinato - di centinaia di auto, pesanti odori di grigliate dai gazebo, aria di ricreazione domenicale, non proprio misticismo e sobrietà…]

         Ma è subito Arvo Pärt: “Da pacem Domine”, un largo lento, sennò non sarebbe Pärt… Gli archi matematicamente alternati alle voci (si “rispondono”, senza guardarsi), e le note - poche - tenute lunghe e/o in successioni (quasi prevedibili), di terza, di quinta… ma cariche - non si sa come - di spiritualità e mistero e pure un po’ di dolore, uno diventa religioso per forza, mi vien da pensare. Eh, questi di FORM sanno come suonarlo Arvo Pärt, sembrano estoni di Tallin. 

         Musicalmente più elaborato il “Salve Regina”, i due cori misti (siamo precisi!) come fusi nell’orchestra qui lavorano molto di più. Ciò che sempre stupisce è il pragmatismo nordico e la modernità di Pärt, la semplicità complessa tendente al minimalismo spinto, al mistico profondo obbligatorio eppure mai oppressivo, al politico nel senso più alto. Tu ascolti e ti passa davanti la Storia (fin dal Medioevo) e la Geografia (a partire dall’Oriente); e vedi colori, cioè quasi “abbini certe note a certi colori” (come da qualche parte scrive Oliver Sacks). La musica ti suona proprio nella mente. Sei preso. 

Arvo Pärt – magari in part-time… – ti ipnotizza, con la complicità del grande solitario rosone dell’abside, sempre più illuminato dai raggi del pomeriggio, sulla linea visiva di orchestra-direttore-cori misti. 

         Ma ecco il linguaggio sacro della musica impennarsi con questo Vivaldi delle 11 composizioni liturgiche del Gloria in re magg. Un Vivaldi - che ha 300 anni meno di Part! - che forse molti di noi non si aspettano. Anche gli spartiti, per l’energia che devono produrre, si fanno ad occhio più fitti e “scuri”. I violini e le viole si posizionano in punta di sedia come ciclisti in fuga pronti a scattare, o magari solo per dei deliziosi “pizzicati” corali; i due contrabbassi (assieme al direttore Berrini hanno la visuale completa) “sorvegliano” con l’autorevolezza dei loro “grandi” hertz; oboe e tromba, pur defilati, aggiungono calore alla tessitura dell’invisibile tela di preghiere, sentimenti, misteri e perfino polifonici paesaggi prodotti con traboccante fantasia dal nutrito plotone di viole-violini-violoncelli; con le piccole ma grandi Cristina Picozzi-soprano e Roberta Sollazzo-mezzosoprano che spuntano dai cori-misti per duettare in latino tra loro, con l’oboe, col violoncello… “Ne risulta complessivamente un vasto affresco musicale, dipinto alla maniera del Tiepolo, con ampie campate di colore… con un’energia leggera ma possente… in uno spazio vibrante d’aria e di luce.”. Poi si sa, c’è del barocco in Vivaldi.

         Mentre usciamo dalla chiesa, allo scadere dei 50 minuti, il sole da ovest si fa strada con prepotenza dal rosone sulla facciata, e il fascio di luce - parallelo al pavimento - colpisce giusto l’altro rosone dell’abside.

         Cos’altro c’è di magico, o di pagano, stasera?


PGC - 15 ottobre 2019


04/10/19

Le fiabe di Antonio De Signoribus: “Stradivari”

       Gioca con la fantasia, Antonio de Signoribus, quando non se ne va seriosamente in giro per le Marche a scovare leggende antiche e a studiarle con passione autentica e rara. 

E quando gioca scrive fiabe. Come il fanciullino che pascolianamente “rimpicciolisce per poter veder meglio, ingrandisce per ammirare e provare stupore”, egli si cala nel reale per restituirlo, arricchito dagli stilemi del racconto fantastico, a bambini e adulti in ugual misura: quelli vi scopriranno, forse inconsapevoli, le chiavi per entrare nell’oggi;  questi vi adatteranno il filtro del proprio vissuto e nella fiaba ritroveranno con stupore le voci di dentro dimenticate nella fretta. 

      È così nella pressoché introvabile “Stradivari”, preziosa fiaba scoperta quasi per caso tra le edizioni di qualche anno fa dell’Associazione Culturale La Luna.

      Lo chiamavano Stradivari perchè suonava il violino: così nell’incipit, e il soprannome che i paesani danno al protagonista ha il sapore verghiano dei paeselli dove tutti hanno un soprannome - come quel Rosso Malpelo che “si chiamava così perché aveva i capelli rossi” - e il soprannome definisce un’identità. 

Fa il sarto, Stradivari, ma tutto lo vogliono, alle feste, per quel suo violino che rallegra ed entra nell’anima, anche quando le note si fanno stridule se il sarto ha bevuto un bicchiere di troppo. 

      Ma il dato di realtà trascolora presto nella nebbia che confonde e sfuma i contorni. Il carnevale, il ballo nella città vicina, il buon vino novello e l’invito ben pagato a suonare per la festa: di colpo nulla è più ciò che sembra e l’avventura dell’onesto  suonatore di violino sarà una discesa nell’enigma, fin quasi alla perdita di sé. Salverà appena in tempo l’anima, il povero Stradivari, prima che lo sfavillio del denaro e il luccicar di lustrini lo perdano per sempre. Ma il prezzo pagato è alto, e il finale più malinconico e amaro del rassicurante vissero tutti felici e contenti.

       La fantasia sa disegnare scenari inquietanti e ambigui, e nelle fiabe spesso crudeli della nostra infanzia essa ci porgechiavi e prospettive inattese per leggere il reale. 

Così il mistero e l’insondabile, che il nostro prosaico oggi ha espulso da sé, De Signoribus lo esplora attraversando miti e leggende, scandagliando l’immaginario popolare, interiorizzandone il sostrato etico e morale, trasferendolo nelle sue fiabe. 

E queste sono allora “favole” fino a un certo punto: sono piuttosto un punto di vista “altro” sul reale, una prospettiva da cui calarsi empaticamente dentro la fragilità del nostro mondo umano, di quell’al di qua troppo avaro di fantasia e di speranza, dove tutti possiamo essere prima o poi quel violino che ”non suonò più per tutto il resto della sua vita”.


Sara Di Giuseppe - 4 Ottobre 2019


“LA NOSTRA CASA È IN FIAMME”, costruiamone ancora!

La variante REMER si farà: “Un borgo naturalistico di 80 appartamenti immerso nella natura della Riserva Sentina”. “Più di 3 milioni per le casse comunali”.

 “LA NOSTRA CASA È IN FIAMME”, costruiamone ancora!

     La scena a San Benedetto cambia ancora ma è sempre uguale: mattoni, asfalto ferro e cemento. Palazzi, Residence, Centri Commerciali. E case su case su case, con ingordigia. Insultando la lingua italiana, ora li chiamano borghi. 

    Un borgo alla Sentina ci mancava. E come non costruirlo, quando “è proprio sull’aspetto naturalistico che puntano i privati in quanto negli ultimi anni sarebbe cresciuta la domanda per siti immersi nella natura…”. Quindi cosa fanno gli architetti? Propongono progettano e firmano gli orrori che vedete. E cosa fa il Comune? Concede col sorriso e passa all’incasso, 3 milioni e rotti, altro che “edilizia sociale”. E la rimpicciolita Sentina, che si restringe e intristisce sempre più? Zitta, si capisce. Avrà solo molta più gente che farà intorno pipì, più auto, più scooter, più rumori, più soldi, più turisti stupidi.

      E l’ambiente, la natura? L’inquinamento? Le polveri? I rumori? 
La ci-o-due? …

Eddài! Eddài, tranquilli, ovvio che sarà tutto in regola, mica siamo banditi…

     E poi senti l’ultima, questa gli è sfuggita, al Corriere Adriatico: il super-attico di questo borgo così ecologico, quello con vista sui laghetti della Sentina, l’ha comprato GRETA THUNBERG (anche la sua casa è in fiamme).

     Nota importante: in questo pezzo alcune notizie sono vere, altre false. Al lettore il compito di distinguerle. Se non ce la fa pazienza. Potrà sempre fare il giornalista o il politico.


PGC - 4 ottobre 2019


22/09/19

Chi rompe NON paga, Chi sporca NON pulisce, Chi inquina fa festa

Domenica 15 settembre: 
un fiume di veicoli 4X4 in processione veloce in un “loro” circuito
tra Ripatransone, Cupramarittima, Grottammare e dintorni. 


Chi rompe NON paga, Chi sporca NON pulisce, Chi inquina fa festa

I nostri fragili centri storici, le nostre quiete agricole contrade, le nostre malandate strade sterrate avevano proprio bisogno della ripassata annuale degli specialisti off-road a bordo dei loro muscolosi fuoristrada dall’aria guerriera.

Eravamo stati avvertiti: centinaia di strisce di plastica arancione (cm 150X11 circa) con scritte misteriose (WARN – ARB – 4 TECHNIQUE \ OLD MAN EMU 4x4 … questi così parlano) pendevano da qualche giorno da tronchi e rami d’albero, siepi, pali della luce, ringhiere e muretti lungo tutti i km del percorso (circa 40 km). Come dire: attenti, arriviamo, sciò, si salvi chi può.

Finchè domenica la falange si è annunciata con impressionante rumore di stormo d’elicotteri militari -  pareva “Apocalipse now” reloaded - ma non erano elicotteri. Non si capiva. 

Finalmente li vedo, in mezzo al fuggi fuggi di gatti e altre bestie: ne conto 32 – ma sono di più – le ruote più grandi di loro, polvere, sassi che schizzano, frastuono di motori e ferraglia varia, puzza acre di scarichi liberi, fumo, fumo… Chiudi le finestre! Chiudi tutto!

Aspettiamo che passi, barricati come in guerra… Alla fine passa. Adesso tocca al bosco, laggiù dove s’alza serpeggiante un largo pennacchio di fumo chiaro-scuro. Almeno qui siamo salvi.

Poi - vengo a sapere - sempre in “processione veloce”, tutti in paese (Ripatransone) fin nella piazza del Municipio: lì all’unisono, come militari ben addestrati, tirano fuori tavoli e sedie per il pranzo autarchico portato da casa: niente ristorante per gli uomini duri. Poi via ancora verso l’avventura, chi con le giacche mimetiche, chi con le divise da pilota tutte pecettate, chi coi cappelli western. 

Trazioni integrali, marce ridotte, differenziali auto-bloccanti, gomme alte e grasse dai tasselli giganti capaci di scavare voragini. 

Dev’essere esaltante guidare questi fuoristrada cattivissimi, scorrazzare per ogni dove (pure per fiumi!), arrampicarsi, guardare tutti dall’alto in basso… Tanto nessuno fiata. 

Mi va bene quasi tutto (non è vero ma ci provo). Però:

-  Perché non ve ne state per conto vostro nei vostri circuiti privati o sulle vostre benedette terre a giocare, liberi di correre scontrarvi ribaltarvi affumicarvi?

-  Perché dobbiamo, noi umani regolamentari non fanatici di ruote e motori, respirare per ore le vostre puzze, assordarci coi vostri rumori, coprirci di polvere e sassi, temere per i nostri animali?

-  Perché vi si consente di massacrare ancora di più le nostre povere strade, già in condizioni pietose e nessuno che le metta a posto? Perché vi si lascia inquinare pesantemente l'ambiente naturale e l'habitat animale creando stress, scompiglio e morte nella fauna locale? 

-  Perché vi permettete di deturpare il paesaggio con quelle vostre strisce arancioni appese dappertutto sul verde-marron come stupide decorazioni natalizie? Le avete lasciate per più di una settimana, solo oggi le avete tolte.

-  Perché i sindaci dei Comuni autorizzano tali scorribande che sconvolgono i territori senza neanche [ammesso che basti a giustificare il tutto, ma ovvio che non basta] l’ombra di un ritorno economico? (Il catering al sacco, manco al ristorante!)

Voi rompete e non pagate, sporcate e non pulite, inquinate e nessuno vi multa. BRAVI! Clap-Clap! Quasi quasi mi compro una Gip…


PGC - 22 settembre 2019


21/09/19

La Tragedia di ADELCHI

Conosceva la “sua” Palazzina Azzurra come nessuno.

Ogni particolare edilizio. E ogni palma, ogni cespuglio, ogni fiore, quasi ogni filo d’erba del giardino. Mi chiamò disperato, quando tagliarono il grande pino. Quante volte ispezionava preoccupato il malandato mosaico della ex pista da ballo: metteva le tessere che si staccavano in tre sacchetti – tre toni d’azzurro – tante volte mandassero qualcuno a ripararla… (Macchè)

Teneva a bada gli espositori, gli artisti, i musicisti, gli assessori, i politici e il pubblico maleducato con la stessa intransigenza: attenti, la Palazzina è fragile, si rompe!

Una mattina lo trovai arrampicato su una sedia di plastica che lucidava con cura il plexiglass della scultura VALE & TINO di Marco Lodola: che poesia, sembrava ballasse con loro…

ADELCHI non era “solo” lo storico custode della Palazzina Azzurra, era proprio una sua parte. Era, soprattutto, un testimone scrupoloso, che si studiava – attento e a modo suo – ogni artista. Poi me lo raccontava, a modo suo.

Quando andò in pensione la Palazzina ci restò male, come orfana. ADELCHI adesso la guardava da lontano, ci passava davanti in bicicletta, chissà se ci entrò più. Io non riuscii a (ri)portarcelo mai.

Ma le vite della Palazzina e di ADELCHI continuavano parallele, il loro distacco non era una tragedia. Si amavano lo stesso.

La Tragedia è adesso.


19 settembre 2019                  Giorgio


17/09/19

EUGENIO DE SIGNORIBUS, il nostro “Robinson”

La Repubblica/ROBINSON n°145 (14.9.’19): 
“Eugenio De Signoribus, così coltivo il frutto poetico”


EUGENIO DE SIGNORIBUS, il nostro “Robinson”


        Chissà quanti siamo, a precipitarci in edicola per comprare ROBINSON appena arriva; ad andare poi subito alle ultime due pagine dove Antonio Gnoli intervista il “personaggio della settimana” (col relativo ritratto a fianco, disegnato da Riccardo Mannelli). Chissà quanti siamo, è una cosa irresistibile. 

E, sorpresa, l’intervistato di ieri è Eugenio De Signoribus!

        Intanto mi stupisco perché i personaggi di cultura che Gnoli intervista nascono in genere negli anni ’30, e in confronto Eugenio è poco più che un ragazzo. Mi sorprende poi la coincidenza con l’idea volante o peregrina venutami alcuni mesi fa nel leggere l’intervista al “nostro” Tullio Pericoli-illustratore di colline e di paesaggi mentali e fisici: l’idea di trovare - su un Robinson - un’altrettanto bella intervista al “nostro” Eugenio De Signoribus-poeta. Ma è presto, mi dicevo, figurati poi se succederà…

Invece guarda, l’intervista è adesso, e proprio nella casa di campagna di Tullio Pericoli (che non vede da tempo), che è dalle parti di Cupra Marittima - L’isola che c’è - dove da sempre vive Eugenio!

        “Ci sono poeti che si riconoscono da come camminano. Hanno il passo evanescente delle occasioni mancate, vestono con la stoffa del loro dolore, parlano come se ogni cosa dovesse aver termine, da un momento all’altro. Eugenio De Signoribus, il poeta più schivo che conosca, sembra sempre sul punto di dissolversi…”

        Antonio Gnoli sa inquadrarlo subito con affettuosi e veritieri tratti da pittore, De Signoribus non è un poeta qualsiasi, è uno “specialista di precarietà”. Ma anche un artigiano, come suo padre: che faceva il barbiere ed “era molto preciso nel suo lavoro: per ottenere una buona sfumatura, diceva che occorreva lavorare con la punta delle forbici. E questo richiedeva tempo. Ed era così, sia per la testa del ricco che per quella del povero”. (…). La poesia esige lo stesso scrupolo, la stessa precisione: “la cura massima della parola, la scelta del tempo giusto, la lotta alle sciatterie di quelli che nello spazio di un mattino si scoprono poeti, musicisti, pittori”. 

        Perché “il frutto poetico va coltivato” con fatica e silenzio, come farebbe un giardiniere coscienzioso. 

 (avrebbe fatto il giardiniere, dice Eugenio, se avesse potuto): è un percorso arduo, dall’esito incerto, né alcuna legge esiste “che obblighi ad accettare un poeta o un verso”. 

      Nel dialogo ampio e sincero che disegna le infinite, intime sfaccettature del poeta, emergono ricordi di poeti conosciuti, amati, e la certezza della sacralità della poesia, della sua forza e della sua solitudine. 

       “La verità della poesia non è il frutto di un esperimento che si può ripetere. La verità della poesia è sola. Cresce nel deserto ed è raro che possa essere ascoltata. E’ la parola estrema e indifesa che cancella ogni certezza. E’ la semina di un raccolto difficile”.

        Si chiude su parole come queste, che non lasciano scampo, il dialogo discreto e profondo col poeta e con l’uomo; e ancora una volta la speciale scrittura di Gnoli-giornalista mostra di saper estrarre tutto l’oro che c’è da un incontro, da un racconto, da una conversazione apparentemente casuale. Chissà quanti siamo, a raccogliere le sue interviste…

        Di certo anche a noi tapini, che da queste parti respiriamo la stessa aria di De Signoribus, che percorriamo (con meno rispetto, noi) le stesse strade di paese dalle Case perdute, che leggiamo talvolta troppo distratti i suoi versi, pare oggi di conoscerlo meglio. Ci aiuta anche l'acuto ritratto di Riccardo Mannelli: con poche rughe, per una volta…


PGC - 15 settembre 2019 


05/09/19

Quasi quasi mi faccio un incendio

        Dev’esserci un piromane seriale che imperversa nelle campagne di Cupra-Grottammare-Ripa, ma nessuno lo prende. Sembra agire indisturbato, con la massima libertà e a colpo sicuro. Quando in TV non c’è la partita o qualche altra scemenza che adora, lui per non annoiarsi guarda in aria, strabuzza gli occhi come i coatti di Carlo Verdone in “Un sacco bello” - e trova l’ispirazione… “Quasi quasi mi faccio un incendio”. Due passi nei paraggi (a piedi, in macchina, in motorino), accende e torna. Poi si gode gratis lo spettacolo di sirene - autobotti - pompieri - elicotteri - canadair - tivù… 

       Nessuno mai lo beccherà, se la sequenza dei fatti è questa. E lo è. Senza alcuna efficace attività di prevenzione, lui può continuare tranquillo [a meno che non si dia fuoco da solo], invece noi ci rimettiamo i boschi. 

      Sui giornali la notizia non fa più notizia: le solite veline inzeppate di dati tecnici senza senso per chi legge, diramate con dispiacere precotto misto ad orgoglio: le fiamme, dopo ics ore, sono state domate con sprezzo del pericolo… bla bla bla… intervento di squadre di Vigili del Fuoco da ogni dove. Costi altissimi per niente: dopodomani, vicinissimo, capiterà un altro incendio. Doloso.

        Eppure qualcosa si potrebbe e dovrebbe fare per proteggere davvero questi nostri territori circoscritti, pure mediamente urbanizzati, e arrestare il piromane pazzo (se è pazzo). Non siamo in Amazzonia.

        La butto là: perché non utilizzare i DRONI? Penso a una decina di droni semi-professionali, del costo di poche migliaia di euro, da tenere permanentemente in funzione (in volo) nei mesi degli incendi. Da una quota di circa 500 metri, coprirebbero palmo palmo tutto il territorio rivelando all’istante qualsiasi movimento o azione sospetta ad un’unità operativa della Questura la quale, prima che il piromane seriale agisca, invierebbe i gendarmi a catturarlo come un cinghiale. Della sua losca condotta avrebbe prove certe.

      Invece di continuare letteralmente a buttare acqua sul fuoco - con enorme dispendio di uomini e mezzi - quando gli incendi già fanno il loro sporco lavoro, non sarebbe almeno da tentarla, un’operazione chirurgica preventiva come questa?

     … A meno che - guarda che vado a pensare! - gli incendi non siano un appetitoso affare per qualcuno o per molti, e allora è tutta un’altra storia, e appena un dettaglio far finta di spegnerli.


PGC - 5 settembre 2019