17/07/22

La Sentina rapita

Trafugata di nascosto, resta la targa

      Non risulta che la Sentina* fosse “contesa”, come la secchia modenese. Vero che la poveretta da decenni è costretta a subire le invasioni barbariche di palazzinari, immobiliaristi, scaricatori di rifiuti, turisti cafoni e cacciatori; del mare cattivo che ne morde con implacabile regolarità la riva; dei politici e degli amministratori che con ignoranza la spezzettano per farne pacchi-regalo. 

Ma almeno la sua sede istituzionale al centro di San Benedetto sembrava sicura. Lì cominciavano a conoscerla anche i cittadini pigri. Anzi, la nostra Sentina stava diventando simpatica, familiare, amica. Non come una volta, quando era considerata landa di confine inospitale e inutile, quasi pericolosa.

      Sicura sticazzi! Testimoni oculari diversamente attendibili giurano di aver visto, nottetempo, il portone dell'ex Comune spalancato e il trio della banda Bassotti-Spazzafumo che caricava scatoloni, carteggi e mercanzie da ufficio su dei banchi-a-rotelle [sì, quelli ordinati dalle scuole e poi rifiutati]. 

Poi, legavano i banchi-a-rotelle uno all’altro come il trenino dei bimbi del lungomare e li spingevano faticosamente per via Crispi, via Curzi e viale De Gasperi fino al Nuovo Comune, quell’orrido periferico monolite dai vetri zozzi. 
Trovato il portone anodizzato puntualmente socchiuso ma l’ascensore bloccato, trascinavano i banchi-a-rotelle (con la Sentina dentro) su per le scale fino al 3° piano, ammucchiandoli poi in una stanza di risulta. La nuova sede istituzionale della Sentina. Ma la targa l’avevano dimenticata in piazza Battisti e lì sta. Ladri dilettanti. Finito il lavoro, il trio della banda Bassotti-Spazzafumo è andato al Caffè Soriano e ha ordinato 3 cedrate. Tassoni, ovviamente.


      P.S. Lo so, questa storia eroicomica andava scritta in ottave, ma non ho la cultura del giornalista.

 

      *La Riserva Naturale Regionale SENTINA è quella piccola ma grande area protetta costiera tra Marche e Abruzzo (Comune di S. Benedetto Tr.) di grande valenza ambientale istituita con fatica grazie ai Verdi (di prima generazione) e alcune associazioni ambientaliste. 180 ettari, ora ridotti quasi alla metà. La sua sede nell’ex Palazzo Comunale è (era) diventata un punto di riferimento per la conoscenza e la scoperta delle preziose particolarità di quel territorio umido, caratteristico per l’avifauna migratoria e per l’ostinata presenza di certa flora altrove scomparsa.


PGC - 16 luglio 2022  




15/07/22

Lettera aperta sul destino di alcuni villini a Porto d'Ascoli

Riceviamo e pubblichiamo per la natura importante dell'argomento

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"Ti giro la segnalazione da me inviata al Comune, oltre che alla Sovrintendenza. Siccome a Porto d'Ascoli si chiedono in tanti che cosa costruiranno, mi piacerebbe renderlo noto."

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Egregio Dott. Amedeo Mozzoni 
(Servizio: SUE - Edilizia privata, Comune di San Benedetto del Tronto)

Vorrei segnalare alla vostra stimata attenzione un progetto di ben 6 unità abitative (ripeto 6), depositato presso il Comune di S. Benedetto del Tronto.

Si tratta di un edificio, in via Leonardo Da Vinci 2, Porto d'Ascoli, che dovrebbe sorgere su un preesistente villino singolo con giardino, costruzione risalente agli anni '50, da abbattere completamente.

Vorrei segnalare che questa area storica, già sovrabbondantemente abitata, con distanza media di una casa dall'altra di poco più di 2 metri, carente di servizi, di parcheggi, di zone verdi e giardini per bambini, non necessita di ulteriore cemento, ne' tanto meno di ulteriori
presenze umane.

Inoltre come già accennato, si andrebbe a costruire su un precedente villino singolo, in un area dove sono presenti altri villini costruiti oltre 70 anni fa che ne fanno una area caratteristica della zona centrale di Porto d'Ascoli.

A questo punto confido in una vostra attenta valutazione del caso.

Cordiali saluti
Franca Bernardini, 25 giugno 2022





13/07/22

AL LUPO AL LUPO, SI SON MANGIATI LA MAESTRA. MA È VERO.

Porto d’Ascoli centro - via Leonardo Da Vinci, primi di luglio, esterno notte. Ma non è un film.

       Non sarebbe cibo (pesce) per loro, ma quando hanno fame i Lupi ("...nessuno si senta offeso")* non vanno per il sottile. 
E quella Papalina dell’Adriatico era così buona… GNAM – GNAM. Gli sono bastati un paio di bocconi per papparsela tutta: il vecchio villino di un piano e mezzo (risalente agli anni ’50) della signora maestra Ida Papalino non c’è più. Alle feroci mandibole Hitachi neanche gli son serviti i gialli dentoni, erano solo vecchi mattoni, calce povera, intonaci sbriciolosi, esili solette tanta sabbia e poco cemento. Sempre roba appetitosa, certo. Faticheranno di più per cancellare il rigoglioso giardino (una piccola oasi). Comunque questione di ore. GNAM – GNAM.

       Dopo la facile digestione, sui resti fumanti del povero villino+giardino i Lupi* ci costruiranno “6 unità abitative” (qualsiasi cosa voglia dire). Ne hanno diritto, oh yes tutto in regola, zitti e mosca, guai a chi fiata. Così arriveranno nuovi abitanti-investitori, altri SUV, altri scooter, altro traffico, altri rumori, altro disordine e polvere, altri rifiuti. In spazi urbani (con la distanza media tra le case di poco più di 2 metri) già ultra-saturi di abitanti, macchine, traffico, rumori, disordine, rifiuti. Cosa importa. Il grazioso vecchio villino disturbava e non rendeva, quindi lo si abbatte. Manco fosse stato un’orrida villazza abusiva dei Casamonica.

       Ma ancor più grave è l’offesa alla memoria della Signora Maestra Papalino“la maestra che ha educato intere generazioni di Porto d’Ascoli, e non solo a leggere e scrivere, ma a comportarsi in modo corretto, a crescere con la schiena dritta, a combattere perché le cose della vita prendessero il verso giusto. Già 70 anni fa aveva una coscienza ambientalista ed ecologista: a noi bambini insegnava, nel pomeriggio, quindi oltre l’orario di scuola, a casa sua, in questo modesto villino, a tenere pulite le strade facendoci raccogliere come in un gioco più cartacce possibile. Accendeva un piccolo falò e noi bambini intorno a far festa. Era una maestra di strada? Si preoccupava della nostra salute e della nostra alimentazione e se si mangiava un po’ di sabbia, rispondeva alle mamme che forse avevamo bisogno di sali minerali… Era sempre in lotta coi potenti del momento e scuoteva le coscienze per porre rimedio a ciò che andava storto…” (Franca Bernardini). La maestra amata e un po’ temuta, la minuscola grande donna che tutti ancora ricordano con affetto. Meno i Lupi* che virtualmente se la mangiano.

*...Nessuno si senta offeso, la storia siamo noi / siamo noi che scriviamo le lettere / siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere / ed è per questo che la storia dà i brividi       
      [Francesco De Gregori, 1977]
 
PGC - 13 luglio 2022




11/07/22

Come gli uccelli

 CIVITANOVA DANZA 2022

XXIX Festival nel nome di ENRICO CECCHETTI

 

JACOPO GODIANI & DANCERS

“RITRATTO D’ARTISTA”

CIVITANOVA MARCHE – TEATRO ROSSINI – 8 LUGLIO 2022 , h 21.30


foto AMAT Marche

“Non si può mentire quando si balla, perché la danza è lo specchio puntuale e sincero di quello che siamo e di quello che possiamo diventare”.

[Stefania Napoli, Il giornale della danza, 1 luglio ‘22]

 

      Se questi danzatori fossero uccelli non saremmo sorpresi del loro volo, del disegnare l’aria sfidando il peso e la gravità, ne osserveremmo incantati ma non stupiti la grazia aerea. Li invidieremmo, certo.


Ma qui ci sono tavole di palcoscenico, e quinte e poltrone e nessun cielo. Eppure volano, i danzatori, come avessero rubato alla natura la perfezione che è negata all’umano, al mondo animale segni musicali e codici di millenaria sapienza.


      Per questa ammaliante Dresden Frankfurt Dance Company diretta da Jacopo Godiani – eccellenza italiana volata oltre confine – la “musica del corpo” di cui parlava Balanchine non è solo fusione di linguaggio fisico e architettura musicale: è anche rigore classico, è sofisticata tecnica spinta quasi oltre il limite fisico dei danzatori. Vi è l’eco visionaria di Forsythe, con cui Godiani ha danzato e che lo ha preceduto nella direzione della Compagnia fino al 2015: vi è quel concepire l’arte coreutica come riflessione che trascende la danza stessa e interagisce coi linguaggi più diversi, della filosofia e dell’antropologia, della biologia, della biomeccanica e altro.   


      Sulla scena, che per questa antologica dei migliori lavori internazionali di Godiani rinuncia volutamente ai consueti complementi - costumi, giochi di luci, installazioni - protagonisti assoluti sono gli interpreti con la loro fisicità energica che somma rigore geometrico e sinuosità, che di continuo fluisce dal ritmo convulso al disteso: diresti che i corpi siano disarticolati, ignari di gravità come gli uccelli in volo, fluttuanti come creature di profondità marine.

 

Un alfabeto di movimento tanto sapiente nell’infinitesimo dettaglio quanto apparentemente naturale e fluido: sorprendente com’è nel mondo vegetale e animale il coordinarsi e sincronizzarsi secondo codici misteriosi e perfetti, inaccessibili all’umano. Lo spazio intorno ne viene ridisegnato, totale è la simbiosi col tessuto musicale che trascorre - impegnativo, mai facilmente accattivante - da Mueller/Rössert a Walton, a Dynes, a Takemitsu, a Barrios Mangoré e giunge infine a Bach

 

La danza ne accoglie l’invito e la provocazione: perché musica e coreografia insieme interpellano lo spettatore, ne stimolano la riflessione sulle irrisolte complessità del nostro essere, e il richiamo al classico -   come soprattutto in BACH OFF! - lancia una sfida alla mediocrità delle forme espressive di una contemporaneità che Godani non esita a definire “abbrutente”.

 

      “Incontro generazioni che non sanno cos’è un dipinto di Raffaello”, confida in un’intervista. Ecco dunque che attualizzare il classico, far sì che anche attraverso la magia ineffabile e la corporeità della danza esso ci parli dell’uomo e della sua complessità e grandezza, è lo splendido messaggio di questo spettacolo.

 

E se vano è immaginare che ciò scalfisca l’irrilevanza culturale dell’oggi, il vuoto spinto della “generazione Maneskin”  tambureggiato dai media, il mercato che tutto ingoia come le tre gole di Cerbero, è comunque la magnifica utopia di chi lucidamente sa, come Godani, che  “non c’è più niente a cui correre dietro”.



Sara Di Giuseppe - 10 luglio 2022



06/07/22

Gianluigi al tempo del Covid

Gianluigi al tempo del Covid

 

Gianluigi Capriotti: “I sogni di VAN DOG… 25 anni dopo”

San Benedetto del Tronto, Palazzina Azzurra         30 giugno – 25 luglio 2022


    Scusa se ti copio, Gianluigi. Ma tu in questi tempi di Covid avresti forse fatto lo stesso, anzi di più. Con la tua ironia, la tua scanzonata e fanciullesca voglia di dissacrare, di giocare, di sognare. E sempre con la delicatezza di un Van Gogh. 


    Ma poi non è neanche un’idea mia: l’anno scorso, un giorno di metà febbraio, sorpresi la mia gatta Pippi a transitare sfusacchiante per casa con una chirurgica impigliata alle vibrisse…


 

PGC - 6 luglio 2022

28/06/22

I VIBURNI ROSSI DEI CAMPI DI GRANO D'UCRAINA

 È grazie a “La Pace Manifesta”, se oggi anche noi sappiamo che non tutti i viburni rossi dei prati e dei campi dell’Ucraina hanno la testa abbassata. Molti la alzano. Rischiano. È la tenace resistenza ucraina.
      Nell’ultimo giorno de “La Pace Manifesta”, quando la soprano Elena Turiak da Odessa ha chiuso la rassegna cantando (a cappella) questa antica melodia popolare ucraina diventata poi un inno alla libertà, c’è stata emozione e tensione intima nell’ex cinema prestato alla cultura, e finalmente sguardi lieti.

“Non piegarti in basso, oh rosso viburno, hai un fiore bianco”

      Forse i 130 straordinari manifesti sulla pace non erano riusciti a tanto. Ci voleva questa ragazza ucraina rifugiata in Italia con la madre, con i familiari (maschi) rimasti a Odessa a combattere sotto i missili russi.
      Ma così “La Pace Manifesta” acquista ancora più senso: non è “solo” una bella parola stampata ad arte in tutte le lingue su carta, è voce forte, voce che scuote, voce striata d’angoscia che genera luccicanza. Mentre qualcuno ha visto la nostra piccola-grande matrioska deporre il kalashnikov...

PGC - 28 giugno 2022



 

25/06/22

“La Pace Manifesta” chiude [solo] cantando


       Speravamo, il 21 maggio scorso, che alla chiusura di questa straordinaria rassegna di manifesti sulla Pace, la pace sarebbe davvero arrivata. Invece al 26 giugno c’è più guerra di prima, in Ucraina ci si spara e ci si ammazza più di prima. Dalla Russia e dall’America si mandano più armi di prima, dall’Europa e dall’Italia lo stesso. Non mancandole il nutrimento - le armi - la guerra continua e continuerà: elementare Watson. Da ogni parte manca la voglia e la volontà di smetterla, tutti vogliono vincere. Adulti-bambini, come fosse un gioco, o uno sport.

      “La Pace Manifesta” quindi è triste, volevamo chiudere in pace. I 130 manifesti se ne torneranno al museo; gli spazi della mostra - faticosamente inventati -  si faranno nudi, senza colori, senza luci, senza gente. E la matrioska col Kalashnikov non avrà avuto risposta al suo disarmante punto interrogativo.

      Ma (almeno) lei non s’arrende, insiste nel volere la pace. Addirittura alla chiusura della mostra, domenica sera alle 21.30, la canterà con la sua voce stupenda: Elena Turiak, soprano del teatro di Odessa, passerà in rassegna i manifesti della pace cantando a cappella in ucraino e in russo.

Ci sarà da pensare, da riflettere, da commuoversi, da incazzarsi.

“La Pace Manifesta” non può essere un’utopia.

PGC - 25 giugno 2022

21/06/22

NANI E MONUMENTI


     Quando il concittadino onorario anglo-sambenedettese Harry Shindler viene da noi è sempre una festa. Succede di frequente e succederà ancora (il 17 luglio per i suoi 101 anni, almeno), ma ogni volta - piccoli come siamo - lo ascoltiamo un po’ imbambolati e stupiti, invidiosi più per la sua veneranda età che per l’esempio luminoso e sferzante della sua esemplare inesauribile vita. 


Così anche stavolta, con lui invitato nella cornice de “La Pace Manifesta” - la straordinaria rassegna di manifesti sul tema della pace - penso che non siamo stati all’altezza. Nella partecipazione, nelle domande, nel coinvolgimento. Presentazione un po’ lunghetta a parte - e cercando di dimenticare chi con disinvolta teatralità ha gigioneggiato riportando divertenti (a suo dire) aneddoti - noi altri abbiamo timbrato (firmato) il cartellino e basta. Oltre che applaudito, ovvio.

     Giusto ascoltare compunti il parlar di guerre, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale, la guerra partigiana, le guerre moderne fino all’attuale guerra in Ucraina dei “russi imbecilli”: ma NOI, tutti noi lì, sulla Pace non avevamo niente da dire? Talmente nulla  da neppure nominarla?


     Non saremmo certo andati fuori tema, parlandone un po’ col soldato-Shindler, col monumento Shindler. Stimolandolo specificatamente sull’argomento Pace: sui 100 manifesti in tema appena passati in rassegna; sulle armi che mai portano pace e al contrario alimentano guerre; sul bellicismo della nostra politica, esasperato al punto che è pericoloso pronunciarla la parola pace (come in Russia la parola guerra)… 

 

Avremmo certo ricevuto qualche idea di conforto, da una figura così “storica” e disponibile, qualche pensiero alto “che introducesse complessità” per capire, qualche provocazione per il nostro anestetizzato presente.

 

     Ma noi, i NANI, preferiamo presentarci con i simboli dei partiti e delle locali aggregazioni elettorali ben in vista sulla vetrata d’ingresso (come medaglie-figliuole sul petto) piuttosto che confrontarci e imparare, qualcosa almeno, dai MONUMENTI della storia contemporanea, come questo giovanissimo Shindler. 



PGC - 21 giugno 2022

LA MIA LISTA

“Non passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse agitatori e sabotatori…”

(G. Orwell, “1984”)

 

Se non avessimo già chiaro il degrado di certo giornalismo italiota nonché della politica stessa, i fatti di questi giorni basterebbero a darcene plastica evidenza. 


Con il Corsera (incredibilmente il giornalone numero 1) che domenica 5 giugno sbatte in prima pagina 10 mostri al soldo di Mosca - “Ecco i putiniani d’Italia – Materiale raccolto dai Servizi” -  con 10 foto in tutto uguali a foto segnaletiche, con le audaci giornaliste autrici dello scoop infiammate di sacro sdegno.

Perché è niente meno in un bollettino del Copasir, che compaiono quei 10 nomi! Ne va della sicurezza nazionale, signori miei, e noi dell’informazione siamo mica qui a smacchiare i leopardi!

 

Senonchè il capo - tale Urso - di quest’organo istituzionale inutile, chiamato in causa sull’uscita di quei nomi, risponde con stridio di unghie sugli specchi che non so non c’ero e se c’ero dormivo, insomma quel rapporto al giornalone non l’ha dato il Copasir, anzi sì adesso che mi ci fate pensare noi lo avevamo ma era una sintesi di quello dell’Intelligence, e poi l’abbiamo avuto dopo la pubblicazione sul Corsera, ma quali liste di proscrizione, suvvia! (v. La7, “Otto e Mezzo” del 10/6). 


Figuraccia spaziale, e versione smentita il giorno dopo dall’Intelligence (Gabrielli) che s’è rotto i cabasisi e desecreta il famigerato bollettino, chiamato “Hybrid Buletin” (se gli parli difficile il popolo s’affezziona, diceva Nerone-Petrolini). Nel quale una lista di nomi c’è e doveva restare segreta, ma - badate bene! - i nomi (tranne due) non sono quelli pubblicati dal Corsera! Quelli segnalati dal giornale sono quasi tutti di persone colpevoli di lesa draghità per aver pubblicamente criticato le scelte del governo in merito alla guerra… 

Cosucce, eh?...

Sempre che domani la versione dei fatti non sia ancora pirandellianamente diversa, ad oggi abbiamo uno scombicchierato guazzabuglio da Stato libero di Bananas, che in confronto l'indimenticabile produzione orale e scritta dei miei studenti più monelli era di una chiarezza da Nobel.

E tuttavia se ne può ricavare una qualche utilità.

 

Se - oggi lo sappiamo - nel Belpaese faro di democrazia organismi istituzionali compilano liste di persone che si discostano dal Pensiero Unico dei Migliori al governo (e hanno la faccia tosta di dirlo in tv), e tutto il cucuzzaro della grande stampa plaude estasiato e nell'entusiasmo aggiunge qualche nome in più; se i servizi segreti evincono dalla nostra mimica facciale se siamo o no allineati alle scelte governative (per questo è meglio sempre dare le spalle allo schermo di tv e pc, per scomodo che sia); allora non c’è motivo al mondo perché ogni cittadino non possa contribuire fattivamente con proprie personali liste, segnalando nome-cognome-foto di chi ritiene potenziale minaccia per la sicurezza del paese.

 

Sarebbe un salto di qualità: dalle locali ronde cittadine e dai “Comitati per la sicurezza di quartiere” (sic) istituiti da lungimiranti Comuni anche dalle nostre parti, si passerà all’occhiuta sorveglianza nel più alto interesse nazionale, il cui prodotto – le liste dei dissidenti – verrà in tutta segretezza consegnato al Miniver (abbr. in neolingua per Ministero della Verità). 

Potrebbe perfino derivarne l’opportuna istituzione, da parte del governo dei Migliori, di una catartica corroborante Settimana dell’Odio.

Esclusa la propria giornaliera lista della spesa - di limitato interesse nazionale - ciascuno di noi potrebbe stilarne una coi nomi di coloro il cui poco patriottico pensiero - in merito a guerra, operato del nostro governo, Russia, Ucraina, Nato, Onu, CIA, Libro dei Gatti Tuttofare, Nonna Abelarda, Banda Bassotti e Pietro Gambadilegno - incautamente esternato (al bar, dal medico, al supermarket, in spiaggia o mentre si nuota con le pinne fucile ed occhiali quando il mare è una tavola blu) presenti profili di perniciosità per la patria tutta.

 

 (Io ne ho già una tutta mia. Secretata, of course).

 

Starà poi ai giornaloni - Rep, Corsera, Stampa, Foglio, Libero ecc. - una volta carpiti i nomi grazie a talpe infiltrate al Miniver, pubblicare di volta in volta liste da esporre alla pubblica gogna o alla eventuale Settimana Dell’Odio.


Una provvidenziale impennata per l’editoria, un piccolo passo nella fama e nelle ospitate e conduzioni televisive per giornalisti/giornaliste benemeriti  (vedi i casi Guerzoni e Sarzanini già in odor di gloria). E un grande passo per l’umanità.


Quando ci ricapita?


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Naturalmente non c’era modo di sapere se in un dato momento ti stessero osservando o meno. Ogni quanto o con  quale sistema la Psicopolizia si collegasse a un determinato cavo era solo ipotizzabile

(G. Orwell, “1984”)



Sara Di Giuseppe - 12 giugno 2022

06/06/22

Boris addio

Boris Pahor – foto Rai Cultura


“Chissà se, come dice la Scrittura, le ossa umiliate – tutte le ossa umiliate – un giorno esulteranno” (Claudio Magris, Prefazione a “Necropoli” di Boris Pahor, 2008)

 

 

      Se n’è andato pochi giorni fa - il 30 maggio, a 108 anni - Boris Pahor, intellettuale e scrittore triestino di lingua slovena, lui che in un’intervista di qualche anno fa si augurava di vivere fino al luglio del 2020, centenario dell’incendio del Narodni Dum, il teatro sloveno nel centro della sua Trieste, bruciato dai fascisti  il 13 luglio 1920: punto di partenza e simbolo, per Pahor che vi aveva assistito da bambino, della violenza con cui da parte italiana si era proceduto alla snazionalizzazione degli sloveni, iniziata ancor prima del fascismo (“… a quel bambino era stata per sempre compromessa ogni immagine di futuro.”) *.

 

Sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, lui prigioniero politico appartenente alla resistenza antinazista slovena, ne portava nell’anima le ferite, insieme a quelle della persecuzione fascista contro la minoranza slovena (perpetrata nelle forme più grottesche e umilianti, come il cambiare nome e cognome “non solo ai vivi ma anche agli abitanti dei cimiteri”) e giunta persino alla proibizione di usare la propria lingua… “ [quel  bambino] non poteva capire che lo si condannasse per l’uso della lingua attraverso cui aveva imparato ad amare i suoi genitori e cominciato a conoscere il mondo”. 


Gli sopravvivono i suoi libri tradotti in decine di lingue, che lo hanno consacrato tra i grandi nel panorama letterario mondiale.


Vi narra, o piuttosto vi scolpisce ciò che è indicibile, l’assolutezza dello sterminio e insieme il senso di colpa del sopravvissuto: di chi ha visto a fondo la Gorgone (come scrive Primo Levi) eppure è rimasto vivo fra i tanti che non ce l’hanno fatta, come l’amico Ivo, come Janoš, come Anatolij, come Gabriele… 

[“Fra Ivo e me ci sono i miei sandali leggeri, i miei pantaloni estivi, la Fiat 600 che mi aspetta all’uscita…[…]. Così  capisco che se volessi ridiventare degno della sua amicizia dovrei privarmi di ogni comodità e infilare di nuovo gli zoccoli della nostra miseria”]


Quella “colpa” non è negata né rimossa, “Io sono vivo, perciò anche i miei sentimenti più schietti sono in una certa misura impuri”: così scrive in quel suo Necropoli, capolavoro della letteratura dello sterminio, in cui ripercorre il proprio ritorno da visitatore, nel 1966, nel Lager di Natzweiler-Struthof sui Vosgi

Non c’è amnistia per una realtà “che deve restare inconcepibile” (C.Magris) e perfino l’erba che lì continua a crescere, il mormorio del bosco, la vita della natura che segue i suoi cicli gli appaiono una profanazione. 


Gli occhi estranei dei visitatori che percorrono i luoghi in cui il male si materializzò nella sua assolutezza “non potranno mai penetrare nell’abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana e nella libertà personale”. Eppure, in quella “necropoli” dove la ferocia e l’orrore si sono fatti storia, quelle persone “anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che le attende riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l’inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti”.

Il filo impietoso della memoria si snoda ad ogni passo, anche se “le ombre dei morti si sono allontanate” e gli oggetti sono ormai spogli. Dove prima c’era la buca per la cenere, ora c’è un cimitero in miniatura, “cinto di pietre grezze con due scritte al centro: Honneur et patrie – Ossa humiliata”.

Ossa umiliate di un’umanità negata e vilipesa, immersa “in una totalità apocalittica nella dimensione del nulla”, "santuario umano” che apparenta per sempre il sopravvissuto “al fuoco e alla cenere di qui”.

 

 Scompaiono ormai gli ultimi testimoni, baluardi della memoria contro l’ottusità della negazione, la colpevole semplificazione, l’assordante indifferenza. 


Contro gli scellerati tentativi - più che mai ricorrenti, nelle istituzioni nazionali e locali affollate di ignoranti farisei - di accomunare faziosamente quell’unicum storico, quella macchina scientificamente pianificata al genocidio che fu la Shoah agli innumerevoli crimini contro l’umanità, quelle vittime e quei carnefici a tutte le vittime e a tutti i carnefici, contro tutto questo si ergono giganti come Pahor, come Levi, come la nostra senatrice Segre. 


Essi testimoniano per sempre “l’intangibilità della dannazione”: purchè li si voglia ascoltare, superare il frastuono dell’indifferenza, la comodità dell’oblio, onorare la dedica con cui Pahor apre il suo Necropoli:  “Ai Mani di tutti quelli che non sono tornati” .


 

*Tutte le citazioni sono tratte da “Necropoli” di Boris Pahor



Sara Di Giuseppe - 5 giugno 2022