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10/03/26

L'arte "povera" di Giuseppe Piscopo

Non si può parlare compiutamente di un artista senza conoscerlo almeno da un decennio, seguirne le sue esperienze ed evoluzioni, o avendo studiato approfonditamente il suo percorso creativo per altrettanto tempo.

In ciò che segue non vi sarà alcun riferimento alle sue numerose mostre personali, collettive o partecipazioni a premi. Non ne ho tenuto il calendario né il conto. So con certezza che lo conosco almeno dai primi anni ’90, quando Giuseppe Piscopo portava la sua giovane famiglia in vacanza in una casa di fianco alla mia stanziale dimora. Tenterò di dare qualche modesta impressione, tratteggiare dei flash visivi, riflessioni embrionali anche se il suo miglior biografo è se stesso, trovandosi spesso costretto a redigersi la presentazione di una delle sue tante personali a causa di scarsità di “esperti del settore”. Ma questo è anche ‘segno’ di una versatilità non comune.

Dicevo: anni ’90. Da allora non ci siamo mai persi di vista e, più o meno puntualmente, ci sentivamo per scambiarci progetti, fantasie, idee che quasi mai restavano ‘sulla carta’ (sia per lui che per me), anche se la distanza Napoli (lui) San Benedetto del Tronto (io) ci impedisse molte cose. Quindi posso dire che il suo percorso artistico (meglio al plurale, perché poliedricamente si muoveva su più fronti espressivi: dalla vignetta all’illustrazione, dal design tridimensionale al disegno puro) è sempre proseguito con costanza, tenacia e passione nel corso degli anni. Questo pur dovendo portare avanti delle responsabilità familiari non comunissime.

Il suo modo di affrontare l’arte è legato profondamente alla materia che ha scelto sin dagli inizi: il cartone e la carta di scarto (recuperate spesso fuori da supermercati e da vecchi ‘quotidiani’). Il payoff che lo accompagna da sempre nel blog è esplicativo: “Non sono mai stato in un posto dove non ci fossero scatole di cartone... soprattutto a Napoli”. Non a caso i loghi che lo accompagnano, nel suo ‘profilo’ e nella comunicazione, sono quelli che troveremmo negli imballaggi: riciclabile (le tre frecce che chiudono un triangolo), fragile (calice di vetro), verso di trasporto (alto e basso) e sensibile all’umidità (un ombrello aperto). E forse, a partire da questa simbologia che Piscopo denuncia, proclama, prospetta il suo ‘manifesto’ ideale. Costituiscono il suo ‘marchio di fabbrica’, intriso di sottile ironia tesa a empatizzare e riflettere col suo interlocutore-spettatore. Ama da sempre questa materia prima-seconda, facendone sagome, intrecci, superfici pensate e destinate al futuro, al contrario di quanto ‘noi umani’ pensiamo di essa, del cartone, quello avana che accompagna una qualsiasi merce, che lui modella facendone “cartoni animati”. Raramente le superfici delle sue tavole (alcune volte scultoree), sono rifinite e coperte da colori. Più spesso usa semplici velature di bianco, lasciando che il colore naturale del cartone, o della carta rigorosamente di giornale, risulti dominante. 

Per celebri artisti del passato, per ragioni più formali che tecniche (quasi non fosse assodato che un qualsiasi umano ha una sua evoluzione non lineare e in costante cambiamento), la Critica ha definito e suddiviso i vari periodi creativi degli stessi in più colori o con riferimenti geografici. Per Piscopo c’è sempre una costante cromatica e una ideale: l’avana e l’ironia. 

I temi che affronta sono trattati con partecipazione e spesso a carattere sociale, ambientale, accompagnati da profonde riflessioni su l’umanità e l’intricato e complesso rapporto con l’altro. E spesso l’ironia e acute citazioni affiorano abbondantemente attraverso il suo variegato ed esteso repertorio culturale. A dimostrazione è la notevole serie di ‘vignette’, al solo tratto bianco e nero, che hanno accompagnato la rivista bimestrale d’arte e fatti culturali “UT” sin dalla sua nascita (2007), chiudendola con una sua favolosa “Oltre”, l’ultimo numero pubblicato nel dicembre 2017. Fu un piccolo capolavoro di sintesi figurativa e resta per me, forse anche per altri motivi personali, un’icona della sua capacità espressiva.
http://ilmondodiutblog.blogspot.com/


Fin qui mi sembra di aver detto poco o niente di particolarmente significativo sul lavoro artistico di Giuseppe Piscopo, ma spero che ‘funzioni’ come piccola introduzione al suo fare, rendendo più comprensibile e magari seguita la sua arte, che definirei “povera” per il materiale usato. Ma come Povera può esserla stata quella di Burri e Merz, o quella ancora di Ceroli e Pistoletto, per citarne solo alcuni di quella italiana… dove però la materia cartone mancava nell’elenco dei materiali utilizzati dagli artisti… fino a ‘oggi’.

All’inizio di questo testo promettevo di non fare riferimento ad una qualsiasi sua mostra… Beh, ce n’è una ancora in corso a Napoli: Logout, 14 febbraio - 20 marzo, Biblioteca Universitaria di Napoli, con il patrocinio del Comune stesso e del Ministero della Cultura. Tema ideato e sviluppato durante il Covid in cui il protagonista è “L’uovo (…) fragile ma allo stesso tempo capace di proteggere la vita”. Ogni motivazione, curiosità e foto sono reperibili nel suo blog .
http://giuseppepiscopo.blogspot.com/?m=0

Francesco Del Zompo - 10 marzo 2026

15/08/23

"Arcani sentieri" e uttiani ricordi

“Arcani sentieri - venti poesie e cinque storie della foresta magica”

di Enrica Loggi e Antonella Roncarolo, PeQuod, 2023

 

Presentazione a cura di Alessandra Morelli con letture di Fiorenzo Massacci, nell'ambito del 42° anno “Incontri con l’autore”, sabato 12 agosto, ore 21:30, Circolo Nautico Sambenedettese.

 

Come al solito non sono certo il primo ad arrivare a questi appuntamenti… 

Ore 21 e 45 circa, mi appoggio come posso alla fune che delimita lo spazio appena sospeso sul mare (devo stare attento, altrimenti...). Incantevole piattaforma che conosco e frequento da pochi anni, dal momento che Mimmo e altri l’hanno adottata come area di incontri e presentazioni, poco lontana dal centro ma sufficientemente silenziosa, tanto da potersi concentrare nell’ascolto.

La presentazione passa già un pochettino avanti, ma vedo le care tre protagoniste già intente a illustrare l’ultimo grazioso tandem letterario. Un mix originale tra poesia e racconto, tutto da scoprire. Ne sono sicuro, funzionerà! dato le stimate protagoniste a ma care. L’introduzione fatta dal ‘mattatore’ del festival l’ho persa… C’è però Alessandra Morelli al centro che parla delle due scrittrici, ne esalta come solo lei è capace (e giustamente) di fare, con una voce squillante e coinvolgente, empatica e raffinata. Le protagoniste rispondono ai suoi delicati inviti e le due scrittrici, prim’ancora amiche, rispondono spiegando il loro connubio letterario come sia nato e come si collegano nei vari capitoli… Lavoro che vale la pena portarsi via, tra le mani, nelle tasche, tra i pensieri di promessa. Ne viene fuori infine una summa di ciò che meglio esprime San Benedetto in campo culturale, che non ha niente da invidiare a qualche salotto più blasonato di una metropoli. Pecchiamo un po’ di autostima e di utile ‘aurea’ del passato che non riusciamo a collocare e (forse) di autorevolezza altrui. Per quanto mi riguarda è così.

 

A un certo punto Alessandra smorza un po’ la voce. Forse ci incrociamo nello sguardo e inizia a parlare del loro terzetto tutto al femminile. Che bello! penso. A un tratto sento che accenna chiaramente al mio nome intrecciandolo al loro trascorso nella redazione uttiana: “noi tutte abbiamo una cosa in comune e che ci ha permesso di conoscerci. È stata UT, rivista d’arte e fatti culturali, con Francesco, direttore artistico (ideatore insieme al trio), Massimo Consorti, direttore editoriale e Giorgio”. Una citazione insomma, che mi ha quasi commosso perché inaspettata, per me che sono spesso una spalla, o comunque mi defilo dall’occhio di bue coscientemente quasi come se contassi poco più di nulla (anche se tra me e me so bene cosa ho fatto e di cosa sono capace di fare, ma sono stato sempre per il “noi”). Loro tre, Antonella, Enrica e Alessandra lo avevano concordato: dobbiamo ricordare questa esperienza che per noi è stata un momento di crescita e di grande entusiasmo e spericolatezza creativa, pionieristica, che per più di 10 anni ci ha uniti come mille garibaldini. 

 

“È nata unita UT, e unisce” recitava un nostro poster promozionale del 2011.

Ed è stato vero, e forse lo è ancora, anche e soprattutto in memoria del caro Max.

 

PS: per completezza, tutti i nomi che si sono occupati della redazione, del gruppo organizzazione/eventi e collaboratori fissi di UT: Massimo Consorti (direttore), Francesco Del Zompo (art director), Pier Giorgio Camaioni (supervisor); Giampiero De Angelis, Enrica Loggi, Alessandra Morelli, Salvo Lo Presti, Antonella Roncarolo, Rosita Spinozzi (redazione); Michaela Menestrina e Roberto Tamburrini (organizzazione/eventi); Alceo Lucidi (corsivista); Giuseppe Piscopo (vignettista-elzevirista). 


Antonella Roncarolo, Alessandra Morelli, Enrica Loggi

Francesco Del Zompo, 14 agosto 2023

15/03/23

Max era Max... Tre amici per un quarto che non c'è più



 

 

 

 

 

 

 

 [15 marzo 2018 - 15 marzo 2023]

Anarchico del vivere tu
e del morire a modo tuo.
E noi qui sopravvissuti
senza te
fumandoci una sigaretta
che ha sapore di nostalgia
dei passi liberi
percorsi insieme.
Il tempo non scolora
la sana follia del nostro
incontro e del suo
nutrimento.

Grazie e chissà dove ti trovi oggi nel tuo viaggio infinito…

Michaela

 * * *

Vicino all'abisso
Eri algebrico e illogico
Vedevi un segreto avvicinarsi
Come un rebus
 
PGC
 
* * *
 
... Perché l’amicizia va oltre l’anarchia dei sentimenti. 
Penso che Max concorderà e accorderà i nostri pensieri.
Come dice PGC: "Max era Max…”. E noi siamo per sempre un bel quartetto.
 
Frank

23/04/21

UT e la "Visione" di Francesco Scarabicchi


Una grande Personalità ci ha lasciati, o per meglio dire, 
noi l'abbiamo persa e troppo presto. 
 
Per la nostra piccola rivista UT scrisse diverse poesie a tema. 
Ci teneva in considerazione e presenziò in più di una occasione. 
Mangiammo insieme dolci, pizze e parole. La sua cultura era enorme. 
Un poeta, velatamente sofferente, con un animo dolce 
e profondamente modesto, come lo è chi è davvero grande:  
Francesco Scarabicchi.

Questi i suoi versi per UT "L'Oblio", maggio 2012

LA VISIONE
(a Matteo Thun)

Se una memoria d’aria resta,
dopo tanto, non sai dire,
vetro intatto alle soglie del sonno,
immaginaria o vera dentro gli anni,
degli anni più dolente quando appare,
per poco, la visione in un frangente
che sfuma, involontaria,
sulla beltà del dono che si perde
nell’infinito anonimo del nome.

Francesco Scarabicchi
 
ndr, 22 aprile 2021


 

08/04/20

Lu Mamò

"Agli inizi del secolo scorso, a Pescara del Tronto, durante la processione in onore della Madonna del Soccorso, un bimbo piangeva in braccio alla madre affacciato ad una finestra mentre si accingeva a transitare un grande crocifisso sorretto da un membro della Confraternita. Stanco ed infastidito dagli stremiti del fanciullo, il vecchio portantino alzò il volto del crocifisso all'altezza del viso del bambino piangente esclamando: " tatte zitte! Sennò te facce magnè da lù Mamò". Il bambino tacque ma non sappiamo quale trauma si portò dietro per il resto della sua vita." 

Questo era uno dei racconti preferiti da mio nonno che spesso mi narrava episodi grotteschi ed esilaranti accaduti nell'eterna sfida a colpi di sberleffi tra il mio paese e quello di Pescara del Tronto. Prima di andare a letto ripensavo alle sue storie e fantasticamente cercavo di farmi un'idea di come poteva veramente essere fatto "Lù Mamò", questo mitologico personaggio delle sue favole, bestiale e gigantesco, fino a quel caldo mattino d'estate in cui... io, un bimbetto gracilino di otto anni che girovagava spesso fra i boschi, sovrastanti il mio piccolo paese di montagna, imboccai un sentiero sconosciuto che attraversava un fitto bosco di querce. 
Non sapevo bene dove conducesse quella mulattiera ma non avevo la minima paura di perdermi tanta era la voglia di esplorare nuovi territori. Attraversato diagonalmente un ripido pendio mi ritrovai perso in uno scenario fantastico; si aprii ai miei occhi una piccola valle che si snodava serpeggiando a ridosso di un ruscello verso i picchi dei Monti della Laga. Presi una stradella sul pendio destro al lato del ruscello che nel suo corso tortuoso, formava di tanto in tanto delle cascatelle con piccole piscine naturali. Sentii di colpo uno strano crepitio, mi girai di soprassalto e vidi in uno spiazzo nero al lato della strada, una specie di cono piramidale alto più o meno tre metri, tutto ricoperto di terra e muschio con un grande pennacchio di fumo nero sulla cima mentre tutt'intorno c'erano tizzoni neri spezzati e un'enorme quantità di cenere. Ed ecco apparire all'improvviso tra il fumo ed i rami un'enorme gigante, un mostro tutto nero con gli occhi cerchiati di bianco che avanzava con passo pesante verso di me. Il suo sguardò mi bloccò, trattenni il fiato deglutendo e pensai subito: "Lu Mamò!" iniziando a correre a perdifiato verso casa. 
Mia madre notò subito la mia pallidezza e la mia agitazione chiedendomi il motivo del mio malessere. In silenzio ascoltò il mio racconto esplodendo in una risata: "Ti rendi conto di quanto può essere ingannevole la tua piccola mente fantasiosa, l'uomo che hai visto dietro le "Macchie" era Pietro Santolini il carbonaio di Colle che ha affittato il bosco di Augusto per fare il carbone di legna. 

E così scoprii che quel giorno non avevo incontrato "il mitico Mamò" ma uno degli ultimi carbonai. Persone speciali che sanno ancora parlare con gli alberi e domare il fuoco, sanno capire il vento e rispettare i ritmi delle stagioni e della natura con gesti, movimenti ed espressioni inalterati da secoli, che rivelano un'armonia ed un'antica sapienza tramandata da generazione in generazione, che vive e si rinnova ad ogni rituale di creazione del carbone di legna.


Vittorio Camacci - 5 gennaio 2018 

per UT 63 "La bestia" (numero non pubblicato)


03/04/20

L'elzeviro ritrovato di Giuseppe Piscopo

Ciao caro Frank,
l'altro giorno mettendo ordine nella cartella di UT ho trovato l'elzeviro mai pubblicato esattamente il numero 63, il tema era la Bestia. Ero solito per non arrivare all'ultimo momento anticiparmi. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere leggerlo. Con un po' di nostalgia.
tuo, peppe

Il 30 marzo scorso Giuseppe mi ha scritto questo, allegando un testo che inoltro a tutti gli amici di UT (sotto in foto) e a chi avrà la 'pazienza' di leggerlo. Un messaggio in bottiglia, preparato al tempo, e per tempo, e poi lasciato nei flutti per un futuro lettore.

Da fine luglio 2017, quando furono comunicati dalla redazione i temi dell'undicesimo anno della rivista, gli autori che avevano una rubrica fissa erano ovviamente liberi di avvantaggiarsi sui temi in programma. 
L'amico Peppe, come mi riesce meglio chiamarlo, aveva l'elzeviro e lo ha fatto senza aspettare fine gennaio 2018, data utile per la preparazione dell'impaginato di stampa con uscita prevista febbraio 2018 (questo elzeviro risale a dicembre 2017). Ma come sapete UT si è fermata, spenta, non è andata "Oltre" il 62° numero (dicembre 2017), e il tema successivo, che non è stato mai redatto e mandato in stampa, sarebbe stato "La bestia", il 63° di UT. 

Ed ecco però che lo troviamo in riva al mare, sulla battigia delle nostre scrivanie virtuali perché Piscopo lo aveva amorevolmente e puntigliosamente scritto e illustrato. Niente di più attuale il suo contenuto - del resto ci è sempre riuscito... - Temi universalmente validi e senza scadenza, hanno permesso alla magica penna di Peppe di esprimersi come pochi sanno fare.

Grazie a GP e a UT, e alla sua prodigiosa battigia piena di pensieri riaffioranti.

Francesco con gli amici di UT  

PS: Pensiamo e intendiamo proseguire, dopo questo ‘ritrovamento’, nella pubblicazione nel blog di altri testi inediti per UT, invitando chi avesse trovato qualcosa (a seguito, magari, delle pulizie straordinarie e 'incoronate' di primavera - come non accadeva da decenni), di battere un colpo inviandoli a: info@letteraturamagazine.org  Senza scadenzario, si capisce.


15/09/18

Caro Max


A tutti noi piace ricordarlo così Massimo Consorti, come nella foto, a sei mesi dal suo definitivo saluto. Col sorriso e la voglia di 'giocare', direi spesso coinvolgendoci testardamente. Abbiamo riso insieme, ma anche sofferto per le molti disillusioni. Abbiamo lavorato insieme, ma ci siamo anche compiaciuti delle numerose escursioni nel tempo 'libero', libero da orari ma non certo da progetti. Abbiamo mangiato e bevuto sempre con moderazione ma abbiamo goduto del gusto di una sana 'cucina'. Abbiamo esposto le nostre idee in molte occasioni, confrontandoci con le sue che facevano da carburante alla comune voglia di fare e fare bene. Siamo stati un gruppo di amici, capaci di aprirci senza pregiudizi. L'unica intolleranza era alla banalità. Tutto e le tante cose dovevano sfiorare la perfezione, anche se solo muniti di cacciavite e martello. 
Gli strumenti, come i mezzi, spesso erano limiti trascurabili per la nostra sana e incontenibile follia, come per la nostra UT. Quella di tUTti noi. Un'esperienza indimenticabile, che ci unisce ancora oggi nel ricordarti. 

Ciao, caro Max





24/07/18

Carissimo Pier Paolo Ruffinengo

Ieri, lunedì 23 luglio, ci ha salutato Pier Paolo Ruffinengo. Sì perché per un credente come Padre Pier Paolo (bianco nell'anima come nell'abito) è come andare in un luogo 'altro', e che il suo sia soltanto un arrivederci. Ma i suoi studi, i suoi libri, i suo aneddoti, le sue poesie, i suoi racconti, le sue preghiere resteranno con noi.

L'ultima sua riflessione fatta per UT "I Segreti", marzo 2017, guarda caso affronta un mistero, forse il Mistero che occorre preservare…

Ciao Carissimo Amico

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IL PICCOLO SASSO MISTERIOSO

Pier Paolo Ruffinengo

Un sasso, piccolo, poco più di una noce, rotondo. Incuriosito, il bambino lo prende in mano e sente che risuona, come fosse vuoto con qualcosa dentro che rotola. Lo scuote, osservandolo con attenzione: si presenta integro da ogni parte, senza fessure. Cosa potrebbe essere, così ben rotondo! E con questa cosa dentro che rotola? Come può un sasso, bene intero, essere vuoto dentro con qualcosa che ci rotola? E’ forse entrata da qualche parte, e come, questa cosa che rotola, rotonda essa pure come il sasso! E il tutto, poco più di una noce! Un piccolo mistero. Il bambino ne è affascinato! Vorrebbe capire, ma dovrebbe rompere il sasso. Sciuperebbe il mistero! Se fosse una scoperta meravigliosa come quelle dei grandi scienziati che la maestra sta spiegando a scuola? E se non fosse così? E’ indeciso il bambino, lì sotto i noccioli sulla stradina davanti casa. Tiene in mano il suo sasso, lo guarda, lo scuote per sentirci ancora rotolare dentro quella cosa rotonda. Che strano! E che bello! E sarebbe anche più bello scoprire che cos’è…! Non sa cosa fare. Vorrebbe confidarsi con qualcuno, ma con chi? I genitori sono un po’ severi, esigenti, da bravi contadini piemontesi con i piedi per terra: come reagirebbero? Penserebbero che hanno un figlio predestinato!? Forse lo rimprovererebbero! Lo zio e il fratello sicuramente lo prenderebbero in giro. La sorella? Con lei sì, potrebbe confidarsi. Ma poi? E’ una cosa tanto più grande di tutti e due. In ogni caso, per capire di cosa si tratta, bisognerebbe aprirlo; cioè romperlo! E se alla fine risultasse una grande delusione? Ma potrebbe anche contenere qualcosa di grande. Meglio conservare il segreto del piccolo mistero con le due possibilità. Il bambino decide di non dire niente a nessuno e tenendo il sasso ben stretto nella mano prende la mira e lo getta in mezzo ai rovi e ai pruni giù giù nella scarpata, lontano, che nessuno lo possa trovare! 
Così il segreto del piccolo sasso non sarà mai svelato, perché il bambino lo ha gettato lontano, lontanissimo, nel cespuglio più intricato dei rovi e dei pruni più spinosi. Nessuno riuscirà a recuperarlo per aprirlo.


16/04/18

A Max

Voglio dedicare un piccolo pensiero a Max, esattamente un mese dopo la sua morte, tratto dal 50° numero di UT, agosto 2015.
Nell'ultimo breve periodo della nota, che accompagnava la mia opera "Guardando i miei piedi", ho messo lui per primo tra i 'compagni di viaggio', proprio perché lo ritenevo il supporto fondamentale di molti miei progressi professionali e soprattutto centro di molta parte della mia vita di quegli anni.

Grazie ancora, caro Massimo Consorti

15 aprile 2018 - Francesco Del Zompo
NOI

Spesso accade che il mio sguardo, prima di incontrare il vostro, sia rivolto da un’altra parte, in aria, a sinistra, a destra, più facilmente in basso a seguire i miei passi prima dei vostri. Io e tu, io e lui, io e voi, io e gli altri, più difficilmente noi, ma amo le persone che mi guardano, le persone che sorridono, le persone che piangono, le persone che parlano ascoltando e non si mettono tra i piedi del discutere o s’indispongono con l’ultimo ‘messaggio’, ma si infilano, riallacciano, conversano con me, si interessano, abbracciano il mio cenno di ragionamento, condividono le emozioni, consigliano poco e più spesso sbagliano insieme a me, ma non rimpiangono, non pretendono, non sentenziano, presentano, condividono, mi abbracciano anche senza sfiorarmi.

Allora, perché non riusciamo sempre a coabitare decentemente tra di noi se è questo che ci piace? Perché l’altro è sempre un rivale, un concorrente, se non addirittura un nemico? È frutto dei nostri ‘vivi’ pensieri o c’è lo ‘zampino’ della storia che stiamo vivendo? Ma amo le persone che si donano e fanno della propria vita uno scambio sbilanciato, e detesto quelle che si trincerano dietro i dubbi, le diffidenze, i ‘se’ e i ‘ma’ che precedono qualsiasi opinione. 

Pensando a questo tema “Noi”, così assoluto e fondamentale del nostro stare al mondo e per la prima e unica volta come interprete della 50ª opera di UT, guardavo i miei piedi nudi cercando di ‘comprendere’ in me l’immagine riassuntiva. Non ho visto altro che ‘un altro me’ in fondo alla mia distorta prospettiva e, in mezzo, un mondo intero, un universo che si muoveva mentre ero lì, assorto e stordito dalla complessità del noi e la mia piccola immagine, che appena conosco se non attraverso Voi: i miei cari, i miei conoscenti, i miei compagni di viaggio (Max, PGC, Enri’, Ale’, Anto’, Mich’, Peppe, Alce’, Dante, Saba’), Michaela che ha così sapientemente scritto del mio racconto visivo, i miei amici e sostenitori di UT che ringrazio molto per avermi donato un po’ del loro tempo, amicizia e stima.



13/04/18

Primavera tra assurdità e macerie

È una bella giornata, con qualche nuvoletta nel cielo azzurro, mani in tasca faccio un giro in quello che resta del mio villaggio. Il Vettore sulla sinistra è ancora coperto di neve. L'abitato sembra deserto, sfioro vecchie mulattiere sepolte da inestricabili rovi, osservo alcune case già demolite ed altre messe in sicurezza, migliaia di euro in travi, tavole ed acciaio per salvare case ormai collassate ed inutili. Passo vicino a vecchi orti abbandonati, mi accorgo di non essere più capace a distinguere il canto degli uccelli che proviene dal folto della vegetazione intorno al paese. Cosa sono? Fringuelli, allodole, merli. Da piccolo con i miei amici vagabondavo tra i boschi per scovare i nidi, i più preziosi erano quelli della pica, e seguire l'evoluzione della cova. Ecco il mio orto, l'erbetta umida luccica sotto il sole. Tra poco sarà ora di zappare e sarchiare con cura, addolcendo il terreno con la cenere del focolare ed il letame della stalla. Mi piace far diventare una manciata di piccoli semi, attraverso le regole della terra e del cielo astronomico, pomodori, fagioli, fagiolini, melanzane, peperoni, zucchine, aglio, cipolle, zucche e verdure oltre alle immancabili patate di montagna. A volte nei giorni di luminosa foschia, quando la luce del sole sembra sbucare dal nulla, esamino le piantine che crescono e guardo gli alberi da frutto. Quanti giorni mancano alla luna nuova? Quanti danni ha fatto il gelo? Quanto valore ha questa fioritura? Come saranno quest'anno le erbe spontanee e quelle commestibili? Quanti e quali funghi troveremo tra i boschi e i prati? So di non conoscere i nomi di tutte le erbe, di tutte le piante e nell'aria del pomeriggio inoltrato rimango immobile con gli occhi concentrati sul prato dove le margherite e i "dente di leone" all'unisono schiudono i loro fiori bianchi e gialli tra l'indaco dei minuscoli "non ti scordar di me". All'improvviso rivedo l'immagine sfocata di mio padre affilare i bordi scalfiti ed arrugginiti della falce con la pietra da cote che teneva in un corno appeso alla cintola. Falciava, di solito, nel primo mattino, lentamente, alzando lo sguardo verso l'orizzonte di tanto in tanto. Era un bell'uomo mio padre, suonava la fisarmonica e aveva, prima, tentato la carriera cinematografica per poi emigrare in Gran Bretagna. Tornato in vacanza in Italia si era innamorato di mia madre ed aveva scelto la vita di campagna, amava falciare e quando l'erba era ormai secca la mamma l'ammucchiava con il rastrello in lunghe file e poi con la forca formava dei mucchi arrotondati. Io e i miei fratelli l'aiutavamo a trasportarla nel fienile con le reti. Adoravo sdraiarmi spensierato sul fieno fresco, caldo e profumato. A tavola mio padre sorseggiava, tra un boccone e l'altro il vino pecorino da lui prodotto nei suoi filari e nelle sue pergole. Nella vigna era sempre allegro e custodiva gelosamente i suoi tralci. Li potava, li legava con i vimini, li "scacchiava", gli soffiava lo zolfo e gli spruzzava il ramato con la pompa di rame a spalla. Durante la vendemmia diventava nervoso ed eccitato e ci impartiva ordini categorici fino a quando non vedeva il mosto versato nella botte. 
     Se uno viene oggi nel mio paese lo trova distrutto e semi-abbandonato ma quando ero bambino era tutto diverso. Gli anni cinquanta e sessanta erano stati prolifici dal punto di vista demografico ed io avevo tanti compagni di giochi, tutti con un soprannome e tutti originali, metà dei quali ce li aveva affibbiati un ometto simpatico della "Villa" detto Ciancò. Ricordo centinaia di partite a pallone, lo scambio delle figurine e dei punti a premio, le lotte per "servir messa" e per la ricerca delle fascine che servivano a metter su il "focaraccio" di Sant'Agata, le battute estive alla ricerca di alberi da frutto e le discese verso Arquata per il bagno al fiume. Emulavamo gli eroi dei fumetti, a volte buoni a volte cattivi: Zorro, Tarzan, Zagor, Cico, Tex, il Comandante Mark, Mister No. Tutto fino a quando mia madre mi richiamava. La voce della mia mamma giovane era bella e forte, somigliava al suono dell'acqua di un ruscello che scorre tra le valli, sulle spalle fronzute dell'Appennino. A casa c'era sempre la merenda pronta: la crema pasticcera, la crema al cacao, la ricotta con lo zucchero o le bruschette. Tutte le sere c'era una festa da qualche parte, ci andavamo con i motorini. A Pretare, Piedilama, Arquata, Colle, Capodacqua, Pescara del Tronto, Acquasanta Terme che già da giugno erano pieni di giovani che durante le vacanze estive preferivano venire a vivere con i nonni al fresco. Era il mio tempo delle mele, i primi "lenti" ai bordi delle piazzette, i primi amori nei fienili. Era finito, per me, il tempo in cui timoroso di perdermi, stringevo la mano di mio padre tra le vie caotiche di Acquasanta Terme piene di decine di venditori ambulanti accorsi per la festa di San Giovanni. Facevamo il bagno nell'acqua sulfurea, bianca e lattiginosa, della grotta sotterranea, sotto la volta opaca. Poi se a mio padre avanzavano dei soldi, dopo aver fatto la spesa, mi comprava un giocattolo che io riportavo trionfante in paese per sfoggiarlo davanti ai miei amici. Le domeniche erano bellissime perché il pomeriggio dopo pranzo ci riunivamo davanti al bar de "Lu Vecchiò" ad ascoltare le partite alla radio. Quando l'Ascoli giocava in casa, con tre o quattro automobili diverse, piene zeppe, partivamo per lo stadio del capoluogo di provincia. Era l'Ascoli dei miracoli, quello di Rozzi, di Mazzone, di Renna. La passione era vera e genuina, l'atmosfera nello stadio era calorosa e popolare. Giorni che non torneranno più... Ora è tutto cambiato. 
     L'altro giorno la Onlus con la quale collaboro ha donato Bonus Bebè e borse all'imprenditoria giovanile. Nella sala del comune provvisorio l'atmosfera era densa di un imbarazzo palpabile. Qualcosa non andava per il verso giusto ma non era quello a preoccuparmi, io pensavo ad altro anche se quei genitori e quei ragazzi non avevano bisogno di quegli assegni visto le loro famiglie di origine. Ormai è sera inoltrata, la luna piena comincia a muovere ombre. Sento il paese addormentarsi sul fianco della Cività. Mi siedo su un sedile di pietra consunta a fianco di due vecchine ad ascoltare vecchie storie di paese e mi accorgo che è la cosa che ora amo di più al mondo. 

Vittorio Camacci - 13 aprile 2018


15/02/18

La notte di Pirzio

Eravamo tra gli ultimi amici “acquisiti”, ma ci considerava come quelli suoi più antichi. Stava ancora mediamente bene.

Restaurava con genio e passione bici di ruggine dai freni a bacchetta, produceva acquerelli d’incantata bellezza, disegnava a mano libera - con cura affettuosa del particolare - volti, paesaggi, macchine d’epoca, aeroplani, barche a vela, paesi piceni e croati…

Progettava creando, con quel gusto inconfondibile che per decenni ha generosamente sparso sul territorio, ma il suo talento non è stato apprezzato come meritava.

Si son “dimenticati” pure che è morto: un paio di giorni fa, un lieve chiarore ad est gli ha detto di andare a riposare… 

Ci piaceva come scriveva. Gli chiedemmo un pezzo per UT, “La Notte”, e ce lo inviò con l’acquerello che ne “conteneva” il testo. Ne facemmo l’editoriale: era la “sua” notte, vista e narrata dalla casa in collina di Grottammare.

Dall’ultimo suo rifugio di Castorano (che non abbiamo fatto in tempo ad andarci), l’ultima notte di Franco forse non è stata molto diversa, ed è stata solo sua. Ma non ne avremo mai l’acquerello.

*

Da UT (n°5, 2013) “La Notte”, editoriale 

La notte di Pirzio

Il giorno è di tutti, la notte è solo mia. Io gliel’ho confessato e così lei è diventata possessiva e gelosa, non mi lascia più in pace. Alle tre, qualche volta prima, mi sveglia e mi tira giù dal letto, mi dà tregua solo quando sente i miei passi strascinati muovere il ghiaietto di via Berlusconi (chi conosce questa storia sa di cosa parlo) mentre mi avvicino al capanno officina dove restauro biciclette dal nobile freno a bacchetta, o gli altri passi più sordi che mi accompagnano allo studio dove dipingo. Mi siedo davanti ai colori e lo spazio si restringe e si trasforma e si riduce a un microcosmo dove il tempo rallenta e che ha un solo protagonista… me. Ma non è così. Fuori un predatore notturno, forse un allocco o un barbagianni, chiama con un brivido sinistro e la porta aperta mi fa sentire passi felpati di faine e di volpi. La notte mi sostiene e mi culla, guidando i miei gesti. Poi mi molla e colpi incontrollati di sonno mi sbattono la testa sul tavolo e sull’acquerello, lasciando segnacci sulla carta che mi distruggono il lavoro delle ore precedenti. La notte guarisce le fatali rovine degli scempi architettonici, e una finestra accesa nel buio copre la struttura che la ospita. Notte sul mare o da incubo, dove coste che sembrano lontane sono invece pericolosamente vicine, e coste vicine sono faticosamente lontane. Notti con la luna piena lontana, ma così vicina da far leggere la carta nautica. Notti buie come la pece in cui sembra navigare nel nulla… e venni in luogo di ogni luce muto che mugghia come fa mar per tempesta se da contrari venti è combattuto… Poi un lieve chiarore appare ad est e ti dice di andare a riposare… che alla notte ci penso io, te la farò ritrovare vergine fra poche ore… Buonanotte.

Franco Pirzio

PGC - 14 febbraio 2018


                        

15/01/18

UT, addio.

NON ANDREMO "OLTRE"...

Non andremo "Oltre" il 62
Già col numero 61 l'avevamo presagito: con "Il Vento" tutto se ne va...
UT finisce qui.
       Grazie a chi ha volato con noi
       Grazie a chi ci ricorderà
       Grazie a chi accetterà (quasi) in regalo ancora un UT*
Lo diceva anche Léo: "Col tempo tutto se ne va"

* Una copia la scegli tu e l’altra la scegliamo noi e te la regaliamo.
Costo 15 euro spese di spedizione comprese.
Per i numeri usciti consulta il blog http://ilmondodiutblog.blogspot.it/

In più, aggiungendo 15 euro, puoi abbinarci l’antologia “UT Sessanta”.
Per questo abbinamento aggiungeremo delle sorprese a ns discrezione e disponibilità.

                              Scrivi a: info@letteraturamagazine.org

19/10/12

Carta Canta 2012: scusate il ritardo

Nel 2011 ho iniziato, questa che vuol essere essenzialmente una mail di ringraziamenti e riscontri statistici, con: scusate il disturbo. Quest’anno vorrei iniziare con: scusate il ritardo. Perché so che l’aspettate, o perlomeno la considerate come un innocuo e pacifico messaggio epifanico. Ma forse vi stupirò, dicendo che questa ennesima presenza a Cartacanta (Festival-Expo GraphicFest, 4/7 Ottobre 2012, Civitanova Marche, 14a edizione) sarà l’ultima della serie, la settima per l’esattezza, ovviamente per non smentire il numero magico di ogni cambiamento. Sì, si cambia, dall’anno prossimo ci dicono, Cartacanta si sposterà a Fabriano. Cornice e location più consona e magari più congrua, così credono e sperano gli organizzatori. Ma io, come la Poliedro Design, vorrei seguirla e parteciparvi ugualmente (questo è un auspicio più che un proposito), pensando di dare un servizio come partner alla manifestazione. Altrimenti mi dedicherò esclusivamente all’expo di Milano 2015, dove insieme a UT, siamo stati invitati (ufficiosamente) ad allestire, nel padiglione “UTtavo Mondo”, lo stand de: l’arte editoriale-digital-manuale nell’era del microchip & ciop. Il nome è work in progress o top secret, come preferite, ma lo staffUT è al lavoro.

Ora, se siete arrivati fin qui, potete non leggere il resto della mail e cestinarla dopo averla letta (?). Tanto è finita.

Grazie agli organizzatori, alle vecchie e nuove conoscenze, agli amici, ai sostenitori da casa, agli avventori, a quelli che...
Segue elenco senza ordine gerarchico:
  • Staff Cartacanta e in particolare Enrico Lattanzi e Eulalia Talamonti
  • Petra l’artista
  • Giancarlo Apolloni
  • Gabriele Geminiani
  • Roberto Diotallevi
  • Marianna De Leoni
  • Sandro Pazzi
  • Andrea Salvucci
  • gli Uttiani tutti - partecipanti e non
  • Dante Marcos Spurio (per le foto)
  • Maria Grazia Fioravanti
  • Lucia Pietroni
  • Ivan l’origamista
  • Mario Felicetti
  • la nuova barista del nuovo bar
  • ...(i dimenticati).

PS: l’allestimento, la parte grafica, gli oggetti che si intravedono sono opera di Francesco Del Zompo