10/03/26

L'arte "povera" di Giuseppe Piscopo

Non si può parlare compiutamente di un artista senza conoscerlo almeno da un decennio, seguirne le sue esperienze ed evoluzioni, o avendo studiato approfonditamente il suo percorso creativo per altrettanto tempo.

In ciò che segue non vi sarà alcun riferimento alle sue numerose mostre personali, collettive o partecipazioni a premi. Non ne ho tenuto il calendario né il conto. So con certezza che lo conosco almeno dai primi anni ’90, quando Giuseppe Piscopo portava la sua giovane famiglia in vacanza in una casa di fianco alla mia stanziale dimora. Tenterò di dare qualche modesta impressione, tratteggiare dei flash visivi, riflessioni embrionali anche se il suo miglior biografo è se stesso, trovandosi spesso costretto a redigersi la presentazione di una delle sue tante personali a causa di scarsità di “esperti del settore”. Ma questo è anche ‘segno’ di una versatilità non comune.

Dicevo: anni ’90. Da allora non ci siamo mai persi di vista e, più o meno puntualmente, ci sentivamo per scambiarci progetti, fantasie, idee che quasi mai restavano ‘sulla carta’ (sia per lui che per me), anche se la distanza Napoli (lui) San Benedetto del Tronto (io) ci impedisse molte cose. Quindi posso dire che il suo percorso artistico (meglio al plurale, perché poliedricamente si muoveva su più fronti espressivi: dalla vignetta all’illustrazione, dal design tridimensionale al disegno puro) è sempre proseguito con costanza, tenacia e passione nel corso degli anni. Questo pur dovendo portare avanti delle responsabilità familiari non comunissime.

Il suo modo di affrontare l’arte è legato profondamente alla materia che ha scelto sin dagli inizi: il cartone e la carta di scarto (recuperate spesso fuori da supermercati e da vecchi ‘quotidiani’). Il payoff che lo accompagna da sempre nel blog è esplicativo: “Non sono mai stato in un posto dove non ci fossero scatole di cartone... soprattutto a Napoli”. Non a caso i loghi che lo accompagnano, nel suo ‘profilo’ e nella comunicazione, sono quelli che troveremmo negli imballaggi: riciclabile (le tre frecce che chiudono un triangolo), fragile (calice di vetro), verso di trasporto (alto e basso) e sensibile all’umidità (un ombrello aperto). E forse, a partire da questa simbologia che Piscopo denuncia, proclama, prospetta il suo ‘manifesto’ ideale. Costituiscono il suo ‘marchio di fabbrica’, intriso di sottile ironia tesa a empatizzare e riflettere col suo interlocutore-spettatore. Ama da sempre questa materia prima-seconda, facendone sagome, intrecci, superfici pensate e destinate al futuro, al contrario di quanto ‘noi umani’ pensiamo di essa, del cartone, quello avana che accompagna una qualsiasi merce, che lui modella facendone “cartoni animati”. Raramente le superfici delle sue tavole (alcune volte scultoree), sono rifinite e coperte da colori. Più spesso usa semplici velature di bianco, lasciando che il colore naturale del cartone, o della carta rigorosamente di giornale, risulti dominante. 

Per celebri artisti del passato, per ragioni più formali che tecniche (quasi non fosse assodato che un qualsiasi umano ha una sua evoluzione non lineare e in costante cambiamento), la Critica ha definito e suddiviso i vari periodi creativi degli stessi in più colori o con riferimenti geografici. Per Piscopo c’è sempre una costante cromatica e una ideale: l’avana e l’ironia. 

I temi che affronta sono trattati con partecipazione e spesso a carattere sociale, ambientale, accompagnati da profonde riflessioni su l’umanità e l’intricato e complesso rapporto con l’altro. E spesso l’ironia e acute citazioni affiorano abbondantemente attraverso il suo variegato ed esteso repertorio culturale. A dimostrazione è la notevole serie di ‘vignette’, al solo tratto bianco e nero, che hanno accompagnato la rivista bimestrale d’arte e fatti culturali “UT” sin dalla sua nascita (2007), chiudendola con una sua favolosa “Oltre”, l’ultimo numero pubblicato nel dicembre 2017. Fu un piccolo capolavoro di sintesi figurativa e resta per me, forse anche per altri motivi personali, un’icona della sua capacità espressiva.
http://ilmondodiutblog.blogspot.com/


Fin qui mi sembra di aver detto poco o niente di particolarmente significativo sul lavoro artistico di Giuseppe Piscopo, ma spero che ‘funzioni’ come piccola introduzione al suo fare, rendendo più comprensibile e magari seguita la sua arte, che definirei “povera” per il materiale usato. Ma come Povera può esserla stata quella di Burri e Merz, o quella ancora di Ceroli e Pistoletto, per citarne solo alcuni di quella italiana… dove però la materia cartone mancava nell’elenco dei materiali utilizzati dagli artisti… fino a ‘oggi’.

All’inizio di questo testo promettevo di non fare riferimento ad una qualsiasi sua mostra… Beh, ce n’è una ancora in corso a Napoli: Logout, 14 febbraio - 20 marzo, Biblioteca Universitaria di Napoli, con il patrocinio del Comune stesso e del Ministero della Cultura. Tema ideato e sviluppato durante il Covid in cui il protagonista è “L’uovo (…) fragile ma allo stesso tempo capace di proteggere la vita”. Ogni motivazione, curiosità e foto sono reperibili nel suo blog .
http://giuseppepiscopo.blogspot.com/?m=0

Francesco Del Zompo - 10 marzo 2026

1 commento:

  1. Ho il privilegio di conoscere Giuseppe Piscopo: un artista sorprendente, perché il valore del messaggio racchiuso nelle sue opere originalissime è sempre pregno di cultura e sussurrato di raffinata passione.

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