26/06/18

Il Pino Bar è STONEHENGE

       Non c’è testimonianza diretta – alle 5.48 il Pino Bar era ancora chiuso - ma il 21 giugno a quell’ora precisa diversi mattinieri di passaggio hanno sentito degli strilletti acuti provenire dall’ormai famoso nido di merli insediato nell’ultima “A” dell’insegna BAR GELATERIA del Pino Bar…

        TCIUC-TCIUC… Tsii… CIE-CIECIE… … TCIUC… CIECIE… Tsii….. TCIUC-TCIUC…

       All’ora esatta del solstizio d’estate di quest’anno - le 5.48 - stavano nascendo i piccoli merli: il sole attraversava con raggi ancora orizzontali la pineta e si posava sulla facciata del Pino Bar, proprio sul nido in festa.

     Quasi nello stesso istante, nel sito neolitico di Stonehenge il sole entrava nel circolo di pietre dal suo “ingresso” di NE battendo sulla Heel Stone, il megalite posizionato proprio sull’asse, mentre la gente ballava.

      Solo che qui c’è un maestoso pino al posto del monolite, e sulla traiettoria dei raggi c’è ora anche quel nido di merli, dove si è festeggiato il “Nuovo Inizio” come meglio non si poteva.

       Pino Bar è la nostra Stonehenge e il suo “segnale cosmico” è RESISTERE.

       E il Pino Bar ha in più i merli (grandi e piccoli) che si danno il cambio e gli fanno la guardia, Stonehenge non li ha… 

       D’ora in poi, ogni solstizio d’estate Maria darà una festa liberatoria.


PGC - 25 giugno 2018


Foto merlo di Daniela Volpiani

25/06/18

La città radiosa

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

Assassino senza movente (Tueur sans gages) 
di Eugène Ionesco

di e con
Vincenzo Di Bonaventura
e con Loredana Maxia

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
21 giugno 2018  h21.15


La città radiosa


        Piove, stasera, dentro il celebrato e restaurato Ospitale: dal polistirolo delle controsoffittature stile  macelleria il breve scroscio estivo gocciola sugli attori, involontaria metafora di questa Grottammare, sorella della ioneschiana Città radiosa nella sua posticcia elettoralistica spettacolarità.

        Ed è ancora, con Di Bonaventura, appassionata testimonianza di un teatro “lontano da padroni e schemi”, lontano dal quel “teatro mortale” - nella definizione di Peter Brook - tradizionale e accademico il cui primo effetto è “la noia”. 

        È, il suo - e quello della ricerca avanguardistica di Artaud, Bene, Brook - teatro del soggetto-attore, che non impara il testo ma lo dis-impara, non lo prepara ma lo s-prepara, operando una sorta di “attentato al testo” che annulli la distinzione autore/attore e crei una diretta relazione fra attore e spettatore: così intensa e alchemica che quest’ultimo, secondo Carmelo Bene, “non dovrebbe poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò da cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro”. 

        Che sia il "Teatro immediato" di Brook o quello “totale” di Bene, esso è sacrale “luogo di purificazione” (nell’utopia di Artaud) da cui lo spettatore può farsi travolgere e violentare, e il cui scopo non è rappresentare il mondo bensì trasformarlo; intorno al testo e alla sua infinita rappresentabilità, l’attore si muove non saccheggiando bensì lavorando per sottrazione  - “Rimuovere ciò che non è strettamente necessario e intensificare il resto” -  con l’obiettivo di “mettere in scena quel che manca nella vita quotidiana”. 

        Così, dice Vincenzo, l’artista dis-impara il testo sottraendolo alle “falde fangose del teatro-birignao”; re-agisce con esso sul piano emotivo, lo trasforma (il testo è l’attore, il testo è la voce, per Carmelo Bene) e i grandi artisti sono perciò stesso grandi improvvisatori - dunque autori - come Totò, Bene, Fo. 

Non fanno teatro, sono teatro: “la teatralità esige la totalità dell’esistenza”.

        La macchina attoriale Di Bonaventura-Maxia vive stasera il testo di Ionesco per scarnificazione e intensificazione: raggrumati in uno solo i tre atti di Assassino senza movente, l’implacabile climax si dispone in una sapiente geometria - dialogo iniziale, azione centrale e convulsa, inesorabile epilogo - di cui gli attori sono artefici più che interpreti.

        Con Di Bonaventura/Berenger (“Età media, cittadino medio”) e Maxia/Architetto-Funzionario (“Età indefinibile, età da funzionario”) è come venir messi per incantamento nel piccolo teatro parigino de la Huchette al Quartiere latino, dove Ionesco si rappresenta con continuità fin dalla metà di quel nostro secolo breve nella cui certezza d’onnipotenza lo scrittore vedeva naufragare ogni umanismo. 

        L’ossessione della morte (da la quale – francescanamente – nullu homo vivente pò skappare), del suo inesorabile esserci-e-basta, dell' angoscioso incombere sulla tragicommedia esistenziale, è il fantasma che emerge prepotente dalla Città radiosa, dall’artificioso splendore che copre la mistificazione e il delitto, la putrefazione dei corpi galleggianti nel lago. 

        L’orrore si palesa con discorsiva naturalezza - Vede quel laghetto? (…) È là, là dentro che se ne trovano tutti i giorni, due o tre; annegati. (…) Ce n'è addirittura tre, quest'oggi – che al fluviale lirismo di Berenger oppone la banale logica di alienato buon senso dell’Architetto-Funzionario (“…Ci saranno sempre bambini sgozzati, vecchi affamati, vedove lugubri, orfanelle, moribondi (…) e massacri, e inondazioni, e cani investiti... Cosi i giornalisti possono guadagnarsi il pane. Tutto ha il suo lato buono. In fondo, è il lato buono che bisogna guardare”).

        Nel precipitare dell’azione verso il compimento - alle nostre spalle la rumorosa corsa di Berenger/Di Bonaventura alla ricerca di un gendarmeria ricorda il tumulto del Rinoceronte - Maxia ha ora le sembianze di Comare Pipa candidata politica - Allevatrice d'oche. Una forte personalità - arringante una folla ottusa e plaudente. 

        Da sotto il floscio cappello agita e sparpaglia i fogli del programma, del suo contratto (!) coi cittadini-elettori - Vi prometto di cambiare tutto. Per cambiare tutto bi­sogna non cambiar niente. Si cambiano i nomi, non si cambiano le cose. (…) Perfezioneremo la menzogna (…) e tutto sarà cambiato, grazie a me e alle mie oche. La tirannide restaurata si chiamerà disciplina e libertà (…). Quanto agl'intellettuali... noi li metteremo al passo dell'oca! Viva le oche! -

        Nel tempo raggelato dell’epilogo Berenger è solo con l’Assassino, presenza immobile e ghignante, avviluppata nell’enorme lugubre pastrano (opportunamente: sulla scena che si fonde con la vita, il soffitto continua a gocciolare…). 

        Solo il suo ghigno sinistro risponde all’eloquenza patetica, ai tristi luoghi comuni di Berenger che vorrebbe dissuaderlo dal crimine - Forse uccide tutta questa gente per bontà! (…) Forse vuol guarire la gente dall'ossessione della morte? (…) Lei vuole probabilmente praticare una sorta di euta­nasia universale? (…) Lei è un essere umano (…) lasci stare la gente, la lasci vi­vere stupidamente…

        Il disperato Mio Dio, non si può fare niente!... Che cosa si può fare?... Che cosa si può fare?... del cittadino-medio Berenger, mentre il colpo dell’Assassino sta per abbattersi anche su di lui è la resa: l’assurdità del vivere e del morire, schiavi di forze e volontà indipendenti da noi stessi, è la sola certezza.

        “Il teatro è una discesa agli Inferi, le mie paure sono quelle degli altri”, dirà Ionesco; e nella distorsione grottesca, violenta, eccessiva della realtà e del quotidiano che sulla scena si realizza, forse come lui possiamo trovare il coraggio di “guardare in questo baratro e riderci sopra”. 


Sara Di Giuseppe - 23.6.2018


24/06/18

La “STANZA AZZURRA”

        Ispirato dai surreali esiti di plumbee vicende grottammaresi, ho deciso. 

        Mi faccio anch’io una “stanza azzurra”, così posso farci quello che mi pare.

        Come si dice, “nel rispetto della legge”: superficie minima 15 metriquadri, niente finestre agibili né mobili contundenti (meglio vuota senza neanche una sedia), porta solida con serratura non apribile dall’interno. Per il colore non so, finirà che andrò sull’azzurro, per stare sicuro.

        Per scrupolo la sto insonorizzando, il vicinato stia tranquillo. Ho comprato pure cimici e microcamere, verranno i carabinieri a posizionarle.

        Per ora non ho idea, ma dentro potrò finalmente farci le peggio cose, sicuro sempre di “stare nel giusto”, come i noti fatti insegnano.

        Accerteranno “percosse”, segregazione? Gireranno filmati? Registreranno lamenti e urla? Sentiranno testimoni? Faranno accurate indagini, lunghe pure 4 anni? Mi convocheranno al tribunale di Fermo? OKKEY! Converranno che “è stato tutto fatto nel giusto” (sic).

        La mia stanza azzurra la chiamerò “ALICE”.


PGC - 22 giugno 2018


20/06/18

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

[Quasi una proposta indecente]



        Nel cuore di Ripatransone, il grazioso teatro storico Luigi Mercantini restaurato ma sempre chiuso (per visitarlo, dalle-ore-alle-ore, chiedere la chiave all’Ufficio Turistico e 1 euro anzi 1 e 50); sparse nel paese invece, svariate antiche chiese, grandi piccole belle brutte ma tutte inesorabilmente chiuse (niente chiavi), tranne un paio mediamente “funzionanti” [scusate l’imprecisione, non sono del ramo]. Non puoi entrarci neanche a pregare. 

        Questa è appena una parte dell’eccezionale patrimonio culturale e religioso ripano, lasciato in colpevole abbandono, in un territorio che ha urgente necessità di “ripartire” - ma nessuno sa come - invertendo la tendenza depressiva generale. Ai nuovi amministratori, dunque, intenzionati – lo si spera – ad inserire nel loro programma idee originali, fruibili e disinteressate, propongo questa folle (ma non tanto) operazione di marketing culturale:

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

[lo si potrebbe chiamare teatro “diffuso”, variante culturale dell’albergo diffuso sperimentato con successo in territori vicini, con recupero e valorizzazione dell’antico]

        Un “vero” teatro intanto c’è, basta tenerlo sempre aperto e fruibile. Poi, fra le tante inutilizzate che dicevo, scegliere 9 chiese da attrezzare permanentemente a teatri, in maniera minimalista: dagli interni via solo i banchi, da sostituire con tribunette in tubi Innocenti, si può ricavarne da 30 a 150 posti circa, dipende della grandezza della chiesa. Una mano di bianco dove serve, il resto non si tocca: restano chiese, nome compreso, ma aperte.

        Non è semplice. Ma è fattibile se c’è volontà, perché gli ingredienti ci sono tutti. L’operazione va studiata e programmata – qui cascano i politici – anche e soprattutto sui diversi piani della comunicazione, dello stile e dell’immagine, per proiettare rapidamente Ripa nel fitto panorama culturale almeno nazionale: chi altri può “crearsi” 10 teatri (non tendoni da festival) da offrire per manifestazioni di Cultura (musica teatro danza letteratura e arti varie, sport esclusi!) tutto l’anno?

        Ci sono casi isolati e felicemente riusciti (Spoleto, Ascoli, Praga…) di chiese, anche malandate, riconvertite occasionalmente: nessuno ha ancora provato a farlo in numeri più grandi su un paese piccolo, e tutto l’anno.

1 TEATRO + 9 CHIESE = 10 TEATRI

       Sarebbe un marchio da registrare: una provocazione certo, ma utile anzi indispensabile ad un paese ricco ma morto. Ripa ha la storia, l’architettura, le chiese… e pure una propria Banca all’apparenza seria e solida, mica il Monte dei Paschi. E ha ripani entusiasti operosi ed esperti, basterebbe prendere in blocco quel quartiere e metterlo al centro del progetto e dei lavori.


PGC - 19 giugno 2018


12/06/18

Un Tesoro senza prezzo

       Il grande cruccio del “nostro” Paolo De Bernardin era quello di non sapere a chi consegnare quel suo “Tesoro”: dischi a migliaia, raccolti in decenni di amorevole ricerca, di ascolto, di studio e lavoro. Temeva, a ragione, che potesse andare irrimediabilmente disperso.

       Chi poteva capirne il grande valore storico e culturale?

       Chi avrebbe saputo catalogarlo e proteggerlo?

       Chi disponeva di spazi adeguati, da attrezzare non certo come un museo?

       Chi avrebbe coraggiosamente investito e disinteressatamente offerto alla collettività il privilegio di assaporare dischi da tutto il mondo, selezionatissimi, e certamente rari o introvabili?

       Chi credeva realmente nella musica fatta non “solo” di Classica o di canzonette?
     
       Chi, incitato da una passione infinita come la sua (quasi una malattia), avrebbe continuato la ricerca, arricchito e incrementato questo “Tesoro”?

       Degli amici che lo ascoltavano, qualcuno gli dava vaghi consigli, qualcuno gli diceva brutalmente di vendere, qualcuno sminuiva la sua preoccupazione, qualcuno tirava via, gli diceva di non pensarci, per scaramanzia… 

       Così Paolo, quasi da solo, non poteva che percorrere le solite strade: Istituzioni, Comuni, Banche, Fondazioni, Teatri, Conservatori, Istituti Musicali, Editori, collezionisti sensibili e affidabili (non famelici e spietati)… Ma nessuno ha capito il “regalo” che gli si proponeva. Finchè, l’altro giorno, a Paolo è scaduto il tempo.

       Ora il suo Tesoro indivisibile e senza prezzo è in pericolo.

       Gli amici, che non seppero o non vollero aiutarlo a trovar soluzioni, vigilino - almeno adesso - sulle mani adunche e ignoranti sempre in agguato.



PGC - 11 giugno 2018


10/06/18

Giù il sipario

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 ‘L Mal de’ Fiori di Carmelo Bene

 di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

 Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
7 giugno 2018 h21.15


Giù il sipario


“Delle mie ceneri fate quello che volete, ci dicesti, magari una bella crostata per colazione”
(G. Dotto,  Elogio di Carmelo Bene,  2012)



        Il sipario scende il 16 marzo del 2002 sulla vita di Carmelo Bene: vegliato dal miagolio dei gatti, la mano - “la mano stanca di un gigante” - in quella dell’amico fraterno e biografo Giancarlo Dotto. Che ricorda come il proprio funerale Carmelo volesse celebrarlo da vivo, al sessantesimo compleanno - nel ’97 - vestito di bianco. Una cerimonia che non si fece mai “perché nel frattempo sei morto e da morto il funerale non aveva più senso farlo”.

      Un altro ideale sipario si alza stasera per noi, sullo spazio scenico dal quale Di Bonaventura sapientemente riannoda i fili esistenziali e artistici di un Carmelo Bene oggi più che mai vivo. 

       E non è più soltanto Recital, questo addentrarsi nel sontuoso “Labirinto orfano del Minotauro” che è il poema ‘L mal de’ fiori. Poiché l’attore vi aggiunge la ricchezza dell’amicale conversare che precede e conclude, contenitore di narrazioni che trattengono noi – suo pubblico – avvinti e incuranti dell’ora: gettano un cono di luce sul versificare spesso arduo; illuminano l’architettura di un linguaggio poetico fastoso che produce incanto; ricreano i fotogrammi di un’epoca che vide incrociarsi, in tempo e spazio brevi, ingegni e vite dalla luminosità di comete. 

       Incalzanti sequenze narrative in cui intravvediamo Albert Camus incontrato a Parigi che deluso dagli interpreti del suo Caligola, gliene cede i diritti purché sia lui, Carmelo ventiduenne, a interpretarne il protagonista e in cambio vuole solo una poltrona in prima fila; l’esordio con un parterre de roi in teatro, e un po’ dopo il padre che lo seda e lo fa rinchiudere una quindicina di giorni in manicomio, “come si usava all’epoca” (fu anche l’esperienza di Campana, poeta amatissimo, la cui musicalità si ritrova nei versi beniani); e il Teatro Laboratorio da 26 posti in un’ex falegnameria a Trastevere, cortile al n.23 di San Cosimato (subito pensiamo all’affettuoso TheatrLaboratorium Aikot da 27 posti di Di Bonaventura!); e i Moravia, Pasolini, Morante, Visconti, Flaiano ecc. che vanno a vederlo in scena; il rapporto complesso col grande Eduardo; e poi il successo anche di pubblico; e l’assoluto capolavoro di quel “Bene! Quattro modi diversi di morire in versi: Majakovskij – Blok – Esènin – Pasternak”; quella Lectura Dantis nell’ ‘81 dalla Torre degli Asinelli a Bologna per l’anniversario della strage e in duecentomila ad ascoltarlo, una sera di caldo scirocco in cui l’artista “chiedo scusa per il vento”, dice alla fine.

         E le ardite manipolazioni (le chiamava “variazioni”) dei sacri classici teatrali; le costanti invettive contro la critica militante e i giornalisti ignoranti (li vedesse oggi…), contro quel Ministero dello Spettacolo che chiamava “lo spettacolo del ministero”; e tutto si perdonava a quel guru intellettuale che era, indomito sperimentatore, vulcanica avanguardia della ricerca teatrale contemporanea, che sarà poi acclamato Poeta dell’Impossibile dalla milanese Fondazione Schlesinger creata da Eugenio Montale. 

       Balenano, tra colloquio e aneddotica, i pilastri della poetica beniana e della sua visione di teatro: che fu  lotta contro il naturalismo e la drammaturgia borghese, contro il teatro di testo e l’immedesimazione dell’attore in un ruolo, a favore di un teatro del soggetto-attore, “macchina attoriale” (così definiva se stesso) in cui l’attore sia Artifex, artefice di tutto – come lui, autore regista attore scenografo costumista - e teatro egli stesso, hic et nunc. E l’impareggiata sua ricerca intorno alla phoné, sistema unico che nella visone di Bene comprende, inscindibilmente insieme, voce attoriale – cavità orale, corde vocali, contrazione diaframmatiche - e macchina, quindi amplificazione, equalizzazione ecc.

       La lezione di Bene sull’arte attoriale rivive oggi nell’attore-solista che dal leggio - sua personalissima Cava Rossa - alterna i versi stroboscopici de ‘L Mal de’ Fiori a stralci della biografia in forma d’intervista: felice regia che scolpisce in altorilievo la statura di un vero artista-veggente (come è stato definito), l’ultimo forse in cui vita arte opere si saldano in rapporto osmotico e fecondo. 

       Specialissimo il tessuto sonoro - virtuoso duo di fisarmonicisti finlandesi - che dal poderoso impianto acustico colora il verso e ne estrae la potenza. E se anche la “voce-orchestra” di Bene non è qui, Vincenzo magicamente ricostituisce quella che Dotto chiama “l’alleanza tra l’elemento musicale e cantato con l’elemento vocale inventato, creato, reso necessario” (in Vita di Carmelo Bene, 1998).

      Ne ‘L Mal de’ Fiori è l’oralità che si fa scrittura (il morto orale che è lo scritto) e il poema ricava la sua musica dal formidabile apparato di soluzioni espressive, crogiuolo di arcaismi, idioletti, neologismi, francesismi, ispanismi ecc. Vero “mosaico plurilinguistico” - lo chiama Sergio Fava nella sua presentazione - ipnotico magma in cui la voce – Voce mia tua chissà  – esprime l’assenza, il vuoto delle cose mancate. 

    È ‘L Mal de’ Fiori infatti, poema della “nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento” – (Noi non ci apparteniamo. E’ ‘l mal de’ fiori / Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star / inavvenir ) e della loro assordante assenza; è “liturgia dell’altrove” e coscienza dell’impossibilità di collocare la vita nel tempo, perché Nel sogno che non sai che ti sognare / tutto è passato senza incominciare e – scrive il poeta nell’auto-intervista - “il passato è niente anche laddove s’illuse a essere presente”.

        Così il corpo materiale, il traumato soma che ci imprigiona, vive in una sorta di dormiveglia la nostalgia della non-vita (”Ciò che mi ossessiona da sempre è la nostalgia dell’inorganico”), del tempo “prima dei fiori”. E’ assenza e mancanza anche l’amore, dialogo impossibile, distanza totale che il poeta viviseziona e spietatamente degrada in fisicità esasperata e grottesca, che sovverte ogni idea di amor cortese nel momento in cui ne ricalca le forme linguistiche di matrice provenzale.

       Nel paradosso esistenziale (“Nessuno è autore di qualcosa. Siamo copie senza originale”) in cui vaghiamo come naufraghi – Tu che non sei che non sarai mai stata / il mal de’ fiori presso allo sfiorir / dolora in me nel vano ch’è l’attesa / del mai più tornare – anche il linguaggio altro non può essere che vani smarriti soffi rauchi versi / prescritti da un voler che non si sa disvoluto / e l’unica conclusiva realtà è il nostro non appartenerci (Orrifica è l’umana / scriventesi la specie).

     “Non è solo l’amico che ci manca, ma quella voce (…) che era la nostalgia di tutto ciò che abbiamo perduto senza avere mai avuto”, scriveva Giancarlo Dotto. Ma quella voce che “strappava la pelle” risuona ancora nel nostro tempo sfocato, e pur se “non sapremo mai abbastanza di lui”, sappiamo stasera che il nostro attore-solista ci ha restituite intatte, di quella voce e di quell’arte, la vertigine e la bellezza.


Sara Di Giuseppe - 9 giugno 2018




04/06/18

Musica dello spirito dal nordico design

APP/ASCOLI PICENO PRESENT   
3° festival delle arti sceniche contemporanee

Omaggio ad ARVO PÄRT  direttore Marco Berrini

FORM ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA / 
VOCALIA CONSORT / VOX POETICA ENSEMBLE

ASCOLI PICENO
Chiesa di Sant’Andrea   
25 maggio 2018 H18.30


MUSICA DELLO SPIRITO DAL NORDICO DESIGN


        Fa caldo, nel disadorno contenitore di Sant’Andrea, muri severi e strappi d’affreschi di antica bellezza, finestre irraggiungibili nate per restar chiuse; boccheggiamo tutti: i due cori direttore e orchestrali pigiati laggiù come tonni, e noi sulla rustica tribuna inclinata fatta col Meccano.

        Ci sarà subito chiaro che n’è valsa la pena. Quest’Arvo Pärt, contemporaneo e vivente, la sua musica “algoritmica” tra il sacro l’intimo lo spirituale e il mistico - trascendentale ma certo non sbrigativamente classificabile “da chiesa” come ben illustra nel programma Cristiano Veroli - questo algido estone, apre ben altre e non materiali finestre, che ci “rinfrescano”.

        Dalle quasi metafisiche, eppure mai criptiche sue composizioni ci balza incontro la vasta, complessa, e non solo musicale, cultura russo-baltica di quel nord-est europeo. Ed è immersione totale in aspetti di quella società di quel secondo novecento, pure con l’esplorazione indotta - attraverso le caratteristiche e le atmosfere dei suoni - dell’ambiente, dell’architettura e del design. 

        La musica di Pärt, fatta di suoni lunghi lunghissimi - sembrano prodigiosamente muoversi sul posto (sulla stessa nota) - incanta sì, perché con sapienza manovra le classiche o tradizionali tecniche compositive occidentali – “musica con radici”, quindi – ma più perché impercettibilmente se ne allontana, e ricerca altri spazi di manovra e di vita. 

       Composizioni come costruzioni di strutture acustiche ardite ma naturali, essenziali comprensibili e democratiche; dove “bastano” gli archi a fornire intensità e forza, e le voci dei cori a esprimere il sentimento [s’aggiunge di rado la campana]; dove la melodia, sempre un po’ nascosta, è una risultante matematica perfetta; dove la velocità non esiste perché non serve.

        C’è della statica in Pärt, come nel Funzionalismo e nel Costruttivismo russi. Ma di leggera elegante solidità, forgiata con quieta rassicurante fantasia. “Architetture musicali” che sollecitano il pensiero, danno intimità perfino religiosa, generano benessere, sicurezza, pace.

        I suoni non fuggono: s’intersecano come rami o rimangono sul posto indispensabili e belli. Si curvano nel tempo, si stendono, quasi evaporano, vanno vengono ritornano come le nuvole di De André. Non finiscono.

        Evocano quelle coperture sinusoidali in legno chiaro ondulato che in certe opere pubbliche minimaliste nordiche (che non hanno bisogno di dichiararsi artistiche) attirano e conservano la luce senza mai annullarla: senza neanche un grammo di cemento, rasserenano lo spirito solo a guardarle, danno energia, fiducia.

        Arvo Pärt, nel suo spaziare dal Classicismo romantico al Jazz, forse è stato il primo ingegnere del suono, forse è stato il primo designer di musica.

 Pärt è parte di noi.


PGC - 31 maggio 2018


29/05/18

"Terapia di poesia"

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

I FIORI DEL MALE di Charles Baudelaire

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
24 Maggio 2018  h21.15


“Terapia di poesia”

      Una nuova seduta terapeutica, quella di stasera con Di Bonaventura attore-solista-regista: è “terapia di poesia” e dovrebbe entrare nei protocolli farmacologici, se è vero che ne usciamo ogni volta con l’âme calme et ravie, l’anima calma e serena come gli umani convocati da Manitù nel baudelaireiano Le Calumet de Paix , La pipa della pace.

       Baudelaire e Les Fleurs du Mal: l’attore ce ne mostra religiosamente l’introvabile edizione, gloriosa di decenni, curata niente meno che dall’Auerbach. Quello di sempre il monumentale armamentario acustico, di sontuosa anzianità e austera imponenza; di nuovo c’è il dispositivo che replica Vincenzo sullo schermo e lo renderà per noi  oggi - dice - “un po’ più virtuale che reale”. 

       Nella sua postazione che non è la Cava Rossa di Manitù - ma ugualmente dominando lo spazio, affiancato dall’immancabile djembè - l’attore distilla dalla visionarietà poetica quella “musica” che può, essa sola, ricomporre le disarmonie dell’universo.

       Se “il linguaggio poetico fa vedere le cose, facendosi vedere esso stesso” (É.Benveniste), quello di Baudelaire è come nessun altro rivelatore di abissi umani (“Gli abissi umani sono perlustrabili”, fu detto per Dostoevskij); è discesa dentro di sè e dentro le pianure della Noia, profonde e deserte, ed è al contempo disperato slancio verso l’alto, verso Cieli squarciati come pietre di greto. *

       Non per caso è con l’apostrofe Al Lettore che si apre il Recital: Ogni giorno all’Inferno senza orrore, d’un passo, attraverso mefitiche tenebre discendiamo (“Egli ha nominato la morte”, scrive di lui Y.Bonnefoy). Satana Trismegisto - il tre volte grande - regge i fili dei fantocci che siamo, si materializza nel Tedio, prende forma nell’orrore e nell’estasi del vivere, ossimoro eterno in cui il poeta riconosce nel lettore un fratello, Tu questo molle mostro conosci al par di me, / o ipocrita lettore, mio simile, fratello!

       È subito dopo che, per contrasto, l’attore ci immerge dentro il respiro epico e umanissimo de “ Le Calumet de Paix - imité de Longfellow”. 

Vi appare Manitù - Signore della vita, Divinità superba - che, col segnale di fumo lento e fragrante della pipa forgiata da un brandello di roccia, convoca alla sua presenza i popoli (“O eredi miei, progenie diletta e pervertita, / figli miei, ascoltate la divina ragione). Stanco delle horribles guerres degli uomini, del loro farsi da cacciatori, assassini, e delle loro anime scisse, della loro preghiera che si fa maleficio, ordina ai suoi poveri figli - à ses pauvres enfants - di fumare insieme la pipa della pace, perché “forte è solo chi unito e solidale visse” (Et c’est dans l’union qu’est votre force). 

È la stessa, utopica leopardiana social catena de La Ginestra, l’unione nella franca virile consapevolezza del “comun fato”, del “mal che ci fu dato in sorte”. 

       Baudelaire è coscienza stessa del mondo moderno, testimone della sua scissione fra opposti che si attraggono - male e bene, bellezza e orrore, estasi e ripugnanza, assenza di Dio e ricerca del divino - e di questa ambivalenza epocale la poesia porta il segno nel “solco di profonda malinconia”, nel suo essere bifronte - Anatemi e osanna sono un’eco che mille anfratti si rimandano - “come lo è la situazione dell’esistenza” (Kierkegaard). 

       L’Arte, questo singhiozzo ardente che d’evo in evo avanza, è testimonianza di dignità - la più alta che l’uomo possa offrire (C’est vraiment, Seigneur, le méilleur témoignage) - e sublimazione dell’unità infranta: è Delacroix affollato d‘iniqui angeli, Goya incubo colmo d’arcani senza fine; Puget, mesto monarca di un bagno di forzati; ed è Leonardo, specchio scuro e profondo dove appaiono / angioli a incantarci, soavi; è Rubens, in cui la vita in fervidi palpiti si delizia; è Michelangelo (Michel-Ange) ove Titani / s’accozzano con Cristi.

       L’artista crea mondi di bellezza, pur se la Bellezza è insieme infernale e divina, è redenzione e dolore; essa è armonia dei contrari – Hai dentro agli occhi l’alba e l’occaso – così come l’Amore è voluttà e amarezza, null’altro che un letto d’aghi, e la Poesia è incurabile passione che il Poeta paga con la follia.

        Quel libro “atroce” - così egli chiama Les Fleurs - è dunque a un tempo poesia del male e della coscienza infelice, poesia dell’umana condizione, compianto per l’uomo figlio di un secolo avvilito, per l’umanità che ha perduto “ciò che non si ritrova più”, passione per la vita e per “l’uomo con le sue storture, con la sua grazia ammalata, con le sue impotenti aspirazioni”, come scrisse dopo la morte di lui il poeta Théodore de Banville. 

       Così, nel Viaggio a Citera, il pays fameaux dans les chansons, dove il vascello approda come angelo ebbro di luce e di sole, su cui Venere ancora aleggia come un profuso aroma, ecco l’isola svelarsi una pauvre terre, una magra riviera, mentre sullo sfondo, nera come un cipresso “una forca a tre bracci, ecco, ci si rivela”. E in quell’allegoria si addensano l’umana pietà del poeta - Ridicolo impiccato, t’è vicino il mio cuore - e la coscienza d’un dolore comune e irreparabile. 

       Forse è vero che “la poesia cannibalizza il poeta”, e Baudelaire brucia se stesso nell’esperienza poetica: la sontuosa architettura dei versi (“il passo inesorabile, e sempre desiderato, dell’alessandrino … categorica necessità d’un metronomo” scrive G.Bufalino) e insieme la ferocia distruttiva, la tragica coscienza del dolore e del male, sono il “sacrificio di sé fatto alla poesia” - la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione - 

Essi sono al tempo stesso la sua rivoluzione poetica - nasce qui la poesia moderna - e la sua eredità. 

      Forse ancora, da quella tomba a Montparnasse esala la preghiera ardente che al poeta ispirò l’immacolato azzurro di Citera: Dammi forza bastante, Signore, che la carne / io possa e il cuore mio mirar senza vergogna!


      * Tutti i versi citati da Les Fleurs du Mal sono nella traduzione di Gesualdo Bufalino


Sara Di Giuseppe - 27 maggio 2018


25/05/18

“Fossa delle Marianne”

[ A cena con FRANCO PIRZIO ]

San Benedetto del Tronto - Cucina al porto/Grottino Dea 
22 maggio 2018


       Nonostante il diluvio di stasera, c’è fra noi chi ha visto Franco – elegantissimo, sempre – arrivare con una delle sue bici coi freni a bacchetta: la Bianchi extralusso nera del ’41, o forse era la Ganna da donna color sabbia, ultimamente non era molto agile…

       Io giurerei invece di averlo visto parcheggiare a fatica la regale Bugatti blu (senza servosterzo) sotto le tettoie di piazza del Pescatore, e poi restarci a lungo seduto nell’abitacolo scoperto, intorno era tutto un lago…

       Ma c’è anche chi l’ha visto al Molo-nord sbarcare dal piroscafo, quello con gli oblò delle cabine tutti accesi; altri, avventurosamente atterrare col biplano del Barone Rosso sul gibboso prato del Ballarin; altri, entrare in porto - ancora con una randa alzata - proveniente dalla "sua Croazia (o addirittura dall'Egeo) a bordo del Koala 39 degli amici Clara e Giancarlo Pennesi…

       Sempre con quel suo implacabile socio inglese appiccicato - su questo siamo tutti concordi - quel mr. Parkinson che non lo mollava e l’avrebbe seguito perfino appollaiato sulla canna della Bianchi.

       Con l’amico Franco abbiamo cenato bene in questo “suo” locale, in allegra commozione. 

      Però verso la fine, mentre guardavamo (al buio, con gli occhi lucidi) i filmati degli ultimi corali incontri, lui si è alzato ed è sparito nella notte, dicendo che tornava giù nella “Fossa delle Marianne” a fare una quindicina di acquerelli da regalarci, approfittando di tutta quell’acqua…


PGC - 24 maggio 2018

Foto di Tullio Luciani - Raffaele Avigliano

13/05/18

A suon di schiaffi

OFFICINA TEATRALE 2017/18
Viaggio cosmico-letterario

 IL FUTURISMO

di e con 
Vincenzo Di Bonaventura

Ospitale delle Associazioni
Grottammare Paese Alto
10 Maggio2018  h 21.15


“ A SUON DI SCHIAFFI ”

        Ha bisogno di Futurismo il nostro oggi senza futuro, ha bisogno di essere rianimato “a suon di schiaffi” dalla rassegnazione, dal torpore, dal silenzioso nulla. E se anche non è più quel tempo e quell’età, e intellettuali di quella tempra non se ne fabbricano più, quell’uomo “carismatico, coraggioso e solare” che fu Marinetti può ancora sgomentarci col suo visionario profetismo, e parlarci ancora, libero dalle infantili schematizzazioni e dalle insulse categorizzazioni della cultura ortodossa.

        Degno della nostra serata - davvero “futurista” - è il possente armamentario acustico che Di Bonaventura dal suo glorioso Teatro Aikot 27 ha radunato qui quasi per intero. 

        La “ionizzazione musicale” - l’avanguardismo delle composizioni di Edgard Varèse qui dirette da Pierre Boulez - ne è la trama, “massa sonora” (così lo stesso Varèse) di suoni percussivi e inarmonici, di ritmi irregolari, caotici e modernissimi. Materia che scuote il teatro come sisma, e quasi precipitante dal magma primigenio si avviluppa alla voce solista e al tambureggiare del suo djembe, vi si mescola in esplosiva reazione chimica: potrebbe perfino – futuristicamente – svegliare dalla narcosi questa città assente in catalessi culturale, e i suoi insegnanti, i suoi studenti, i suoi giornalisti, e l’indifferente annichilita satolla intelligentsiya. Di certo non i politici, così come notabili-imprenditori-bellagente: persi alla cultura, dall’incrollabile loro latitanza non li riesumerebbero nemmeno le trombe del Giudizio.

        Vincenzo percorre la parabola futurista sulla traccia del Recital costruito in anni fecondi insieme con Giorgio Emiliani, Paolo Puppa e altri accademici dell’Ateneo veneziano. Ci osserva, dalle foto d’epoca sullo schermo, il gruppetto di austeri signori bassini e scuri in bombetta, vestiti con borghese decoro, come “in gita alla Fiera di Milano”. Difficile pensarli artefici della prima Avanguardia italiana (unico seme italiano nel vivaio delle avanguardie), ribellista e libertario movimento totale che abbracciò “arte e vita, costume e malcostume”, che sognò un mondo guidato dall’Arte ed ebbe in sorte “la sfortunata e autodistruttiva era del regime fascista”.

        Tiravano la vita coi denti - dice Vincenzo - e alcuni facevano più o meno la fame, ad eccezione di Marinetti, di famiglia benestante e di matrimonio danaroso. Eppure dalla vorticosa energia profusa nella vita e nell’arte essi “partoriscono un nuovo secolo” (Bontempelli). 

        E se tutta la cultura del Novecento - letteratura, poesia, teatro, musica, arti figurative, moda, costume  - è loro debitrice, essi - pur se più "fortunati" dei Futuristi russi - sono troppo radicali innovatori per un paese tradizionalista (non certo per il resto del mondo) che li condanna ad una sorta di lunga damnatio memoriae (almeno fino agli anni ‘60).

        Perchè rivoluzionaria e dissacrante è la loro utopia (impensabile, nell’italietta pretigna – di allora, e di oggi ancor peggio - vagheggiare, ad esempio, lo “svaticanamento” del paese…) e loro bersaglio è l’insensatezza degli assetti costituiti, da rifondare nei modi più radicali e spettacolari: dalla riformulazione di ogni aspetto dell’arte e della cultura alla destrutturazione linguistica; dall’”assoluta originalità novatrice” per la scrittura drammatica (“Noi vogliamo che l’Arte drammatica non continui ad essere ciò che è oggi: un meschino prodotto industriale sottoposto al mercato dei divertimenti…”), al superamento dell’armonia musicale e delle sue leggi (L’Arte dei rumori di Luigi Russolo). 

        Ed è un pullulare di Manifesti che seguono quello marinettiano del 1909: manifesti della Pittura, della Cinematografia, del Teatro (Sintetico, Aereo, Visionico, Tattile, della Sorpresa, Magnetico, di Varietà), dell’Architettura, della Danza, della Musica; fino alle ricerche coreografiche e scenografiche di Depero e Balla (ideatori pure di un manifesto della Ricostruzione futurista dell’Universo).

        “Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti – così Marinetti narra la notte che vede la nascita del suo Manifesto – (…) Andiamo diss’io, andiamo, amici, partiamo! ( … ) Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primiAngeli!...”. 

        Ben oltre le puerili semplificazioni che parleranno di modernolatria e di adorazione della macchina, è piuttosto l’impeto prometeico dell’uomo nuovo che esalta Marinetti e i suoi, e la Macchina non solo è metafora di ritmo e avvenire, ma: “Per macchina, io intendo uscire da tutto ciò che è languore, chiaroscuro, fumoso, indeciso, mal riuscito (…)  per rientrare nell’ordine, nella precisione; la volontà, lo stretto necessario, l’essenziale, la sintesi”.

        Da una macchina finita a ruote per aria in un fossato a Milano - per schivare due ciclisti - lo avevano in realtà tirato fuori, Marinetti, pochi mesi prima e l’episodio divenuto aneddoto entra di peso nel progetto rivoluzionario del Manifesto: l’uomo estratto infangato - cencio, sozzo e puzzolente (scrive) - dalla macchina capovoltasi per evitare due “noiosi” ciclisti - la tradizione decadente! - è l’uomo nuovo futurista che guarda trionfante la nuova era: “Noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra”.

        E “L’aeroplano” di Ardengo Soffici è “Mulinello di luce / (…) Crivello d’oro girandola di vetri venti e rumori ”; Aldo Palazzeschi - “teppista letterario” - si diverte, dalla sua, a demistificare modi e forme poetiche tradizionali (Il poeta si diverte, / pazzamente / smisuratamente. Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire…); a disarticolare la narrazione (l’Uomo di fumo nel Codice di Perelà) perché ne emerga quanto di insensato c’è nei valori costituti; a immettere - col “Manifesto del controdolore” - un’idea di vita in cui il riso, vera forza motrice dell’universo, è più profondo del pianto; a formulare con ironia una poesia antipoetica: unica possibilità di poesia che resta al mondo moderno è quella fatta con le parole del quotidiano, quella che mette in scena le ossessioni e le nevrosi della società urbana (“La passeggiata”: Andiamo? / Andiamo pure /(…) Grandi tumulti a Montecitorio / il Presidente pronunciò fiere parole. / tumulto a sinistra, tumulto a destra / (…) Luigi Cacace, / deposito di lampadine /(…) Giacinto Pupi, / tinozze e semicupi. Pasquale Bottega fu Pietro, /calzature. / Torniamo indietro? / Torniamo pure).

        Scuotere insomma l’Italia “a suon di schiaffi e dinamite” (G.B Guerri ) è la missione dei Futuristi: ma il marinettiano Zang tumb tuuum è appena un “urlo di italico candore”, la cui portata rivoluzionaria sarà presto surclassata dal totalitarismo fascista e da un progetto politico che ne raccoglie solo gli aspetti superficiali e agli intellettuali assegna ben altro compito che la missione liberatoria dell’individuo da essi vagheggiato. 

        “Ci credeva davvero - scrive, di Marinetti, G.B.Guerri -  e in questo suo sogno non c’era niente di sbagliato. Era il sogno di un artista, non di un politico”.  

        Un po’ di quella “caffeina d’Europa”, di quell’impeto rivoluzionario restituirebbe forse dignità e vita al nostro deserto presente: certo alcune particelle ne sono piovute qui oggi, grazie al nostro attore-solista e per noi l’aria intorno si è come ionizzata. “Andiamo? / Andiamo pure”.

Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi son cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!

(Aldo Palazzeschi, Lasciatemi divertire - Canzonetta)


Sara Di Giuseppe - 12 maggio 2018