28/01/16

A Fermo, l'appuntamento con la memoria di Antonio Santori. Le parole necessarie, la Poesia incontra la Vita

Ieri, nel tardo pomeriggio, ho assistito a un evento di grande momento, nel Centro Congressi San Martino a Fermo, nel cuore di una città assonnata nel buio precoce. Ho faticato a trovare il luogo, su e giù per i vicoli del centro che sembrava un quaderno aperto davanti a me e mi lasciava una libertà urgente e legata al sentimento che rincorrevo. L’evento era legato alla grande figura di Antonio Santori, il poeta marchigiano prematuramente scomparso nel 2007, autore di capolavori come il poemetto “Saltata”, un’opera indimenticabile, accanto ad altri, numerosi interventi suoi nel terreno della poesia, come la fondazione del Laboratorio di Poesia a Sant’Elpidio a Mare, che a suo tempo ho in parte frequentato. Lo ricordo con immenso affetto: Antonio ci regalava le sue parole di grande Lettore ed Autore, il suo humour e la disponibilità ad ascoltare ciascuno di noi suoi discepoli e colleghi, mostrandosi come guida delle nostre parole che incrociavano quelle di poeti come Mario Luzi, Piero Bigongiari, Maria Luisa Spaziani solo per citarne alcuni. Ogni volta che andavo in questo luogo eletto che era il suo Laboratorio era come andare a un pellegrinaggio fatto di attese, di tensioni positive, della gioia di chi si sente chiamato a qualcosa che supera la quotidianità ed investe nella parola ogni segno del suo esistere. 
Quello che è accaduto ieri, per l’intervento del critico letterario Irene Mezzaluna e del poeta Davide Rondoni, nella penombra del luogo solenne che fu una chiesa, è stato più di una commemorazione! Irene, che è stata anche allieva di Santori, ha ricordato la figura del Professore-Poeta mettendone in risalto il carisma e la dedizione assoluta alla Poesia come forma fondamentale di Conoscenza e di rapporto autentico con l’Altro, come imprescindibile avventura esistenziale da vivere con sempre rinnovato coraggio. Davide Rondoni ha ripreso questo tema del rischio e dell’azzardo del poeta che deve “scomparire” nella sua ricerca e allo stesso tempo domandare in prima persona il senso della sua comunione con la vita. Quest’ultima, definita da Rondoni come “un’impronta, un pieno, un vivente, un presente che è anche un vuoto…” e nel cui gioco l’essere lascia un segno di sé nonostante tutto, per costruire “un dialogo che è dono e legge organica dell’esistenza“. Quindi il problema essenziale per il poeta e per ognuno di noi è quello di ricreare continuamente uno spazio del dono in cui la poesia fa da ponte e meta del colloquio tra i viventi.
Le parole di Rondoni suonavano anch’esse come un dono che scaturiva da una passione profonda, da un insegnamento e da un legame d’amicizia che ci veniva trasmesso e letteralmente resuscitava la figura di Antonio, che con la sua grande , dolce umanità ci accompagna ancora.
Riportiamo i primi versi del suo poemetto “Saltata”, Edizioni L’Albatro - I Quaderni del Battello Ebbro, 2000.

Enrica Loggi


Saltata. Sono stata
saltata. Una sera
lui parlerà di me,
dirà: peccato non averla
mai incontrata,
e berrà vino di Francia
dimenticando ancora
la mia vita.
Riderà, raccontando
di altri libri e di donne
perdute nell’Oceano.
Non mi rimpiangerà.
Io che potevo cambiarla
la sua vita.
Mi ha semplicemente
ignorata.
Ha scorso veloce
la pagina accanto
(il viso infuriato)
chiudendo di scatto
il libro pregiato
in cui sono nata.

Avrei preferito non esserci
mai stata.
Nel vento che mi apriva
(mi inseguiva)
inseguivo un’altra pagina
(nell’aria)
che diventava, come me,
una cosa inviolata,
non necessaria.


Eppure avrei potuto cambiare
la sua storia. Improvvisarla.
Dentro di me la gioia, l’intesa
sibillina che ci salva,
dentro di me la voglia
dell’attesa (dentro di me)
dentro di me la nostra storia.

Dentro di me.

Dentro di me la gioia,
la strada silenziosa
senza porta.
Non andare. Non andare.
Non c’era una volta…

19/01/16

Esce "Gli orfani", primo libro di racconti di Davide Nota, collaboratore di UT



Quasi in sogno un io sepolto da anni di incallimento culturale (soggetto ad acculturazione) mi dettò questo mucchietto di dolci parole di fantasia brucata dai tarli della vita sterminatrice, una sorgente d'acqua spaccava la superficie terrestre reclamando un diritto antico di raccontarsi una favola non compromessa con l'ironia della sterile borghesia nemica della visione, nemica del cattivo gusto, nemica del sacro, nemica del ridicolo, nemica della mia stirpe inferiore fedele ad ogni cosa.



18/01/16

Accademia di Brera: chroniche e coccodrilli, la predilezione per la carta. Incontro con Pino Guzzonato


Il progetto Brera ecosostenibile. Pensieri e pratiche verso la transizione, che propone un ampio e variegato percorso sulle teorie e le pratiche della ecosostenibilità, ospita l'artista Pino Guzzonato, che racconterà la centralità della pratica artigianale della carta – dalla fibra al foglio – nel suo lavoro.
Carta che diventa supporto, impronta e figura, un filo conduttore che collega contaminazioni fra elemento naturale e artefatto, proponendo esperienze sensoriali che stimolano il tatto e la vista, mettendo in gioco la vocazione narrativa e simbolica delle cose.

Lunedi 25 gennaio 2016 ex chiesa S. Carpoforo, Accademia di Brera,via Formentini 10 

12/12/15

E' uscito "Il cefalo dai capelli rossicci", opera prima di Rossana Mitolo per I sognatori editrice


“Il cefalo dai capelli rossicci” è una raccolta di 13 racconti incentrati sull’analisi (spesso in chiave allegorica) di disagi, esperienze dolorose e traumi irrisolti. A tratti ironico e surreale, altre volte duro e grottesco, il libro si dipana tra personaggi singolari e storie assolutamente inedite, mettendo in scena situazioni spesso al limite in cui l’autrice non ha paura di raccontare le zone d’ombra nella quale la ragione ama annullarsi.



08/12/15

Il giudizio semiserio del nostro Art Director (il "Frank") sulle proposte di collaborazioni per UT L'Ebbrezza


Premesso che non concepisco per indole un qualsiasi intraprendere se non colto prima da uno stato d’ebbrezza (d’ora in poi eb.) con l’ausilio di un ‘sano’ bicchiere ai solfitimmaginifici della materia grigia arrossita di pudore, stendo il mio ‘gradimento’ in base e a partire dai brani regolarmente (*), ma assaporati in ordine di lettura:


Genovese = 8+ eb.
Pacini = 7 eb.
Max editor. = 9++ eb.
Cuconato = 6-- eb.
Enrica = 9 che vale 10 eb.
Baldaccini = 7 che vale 9-- eb.
Piscopo = 8 che vale 9- eb.
Pozzoni = 8++ eb.
Olivieri = 6 e 3/4 eb.
Maiorino = 7 che vale? eb.

Lucidi = poco - di sempre eb.
Max nota = ++ dell’opera eb.
Piermarini = --7-- eb.
Lazzarini = 7+/- eb.
Salvo = 8 che vale 6+ eb.
Roncarolo = 7 e 1/2 eb.
Esposito 9+ se toglie ‘emotiva’ eb.


Max, fammi la domanda: Frank hai letto i testi?
Risposta: NO

Frank alias Nino F.

28/11/15

45 anni. Il film. La recensione di Antonella Roncarolo

Grazie ad una magistrale interpretazione di Charlotte Rampling e ad uno squisito Tom Courtenay, il regista inglese Andrew Haigh , che ha anche co-sceneggiato il film, racconta la trasformazione di un matrimonio adagiato su una flebile crisi del quotidiano, in qualcosa di straordinario. Attraverso un sottile esame della persistenza del passato e la fragile (in)stabilità del presente, il giovane regista dipinge il ritratto di un solido rapporto di fronte a una fessura che taglia di netto il suo nucleo. Il tutto accade nei giorni precedenti la festa per il 45° anniversario di matrimonio della coppia.
La trama è tratta da un enigmatico racconto di David Costantine, In another country, in cui un uomo anziano riceve una lettera dalla Svizzera in cui si comunica che il corpo della sua giovane compagna è stato trovato, perfettamente conservato nel ghiaccio delle Alpi, dove è caduta 50 anni fa. La notizia ottiene una fredda accoglienza da sua moglie, che è giustamente allarmata per lo spettro congelato di un antico amore . "In quella piccola stanza arrivò come un fantasma”, scrive Costantine , “la visione della mia Katya, che non era invecchiata di un solo giorno dopo la sua morte, creando una frattura di ghiaccio, tanto tangibile quanto quella in cui la sua povera anima inciampò e cadde tanti anni fa”. Dalle schegge caleidoscopiche di questa esile storia, Haigh crea per il grande schermo un racconto di notevole complessità, profondità e oscurità. Pur ammettendo che difficilmente può intaccare un rapporto ciò che è accaduto prima del loro incontro, la moglie Kate (Charlotte Rampling) fatica a dare un senso al suo matrimonio senza figli per la presenza ingombrante di questo intruso perfettamente conservato. Per quanto riguarda il marito Geoff (Tom Courtenay) fino a quel momento figura pigra e imbambolata a causa dei postumi di una difficile operazione al cuore di cinque anni prima, la scoperta del corpo di Katya lo trasforma in un uomo fuori dal tempo - "Lei sembra come era nel 1962 e io vedo solo questo" - il suo spirito sale a spirale verso una lontana giovinezza e i suoi ricordi sono più chiari e vividi rispetto alla vista nebbiosa degli occhi del presente. Il dialogo fra i due è molto semplice ed è immerso nel malinconico paesaggio delle Norfolk Broads, le grandi pianure ad est dell’Inghilterra in netto contrasto con le tragiche avventure alpine del giovane Geoff. I giorni vengono computati in capitoli come in un thriller, mentre Geoff furtivamente scivola in soffitta in cerca di ricordi sepolti e Kate si sente minacciata da vecchie diapositive che rivelano l’abisso del passato di suo marito. Ironia della sorte, è l'onestà con cui Geoff risponde alle domande della moglie - "L’avresti sposata?" - che dà a Kate motivo di dubitare di lui.
Nel frattempo, le diegetiche scelte musicali del regista raccontano un sinistro racconto. Dopo aver descritto che sospettava la loro guida alpina di flirtare con la sua ragazza, Geoff porta Kate in soggiorno e balla con lei “Stagger Lee”, una vecchia ballata americana che parla di litigi e omicidi efferati nell’interpretazione allegra di Lloyd Price.
Si tratta di personaggi la cui storia è viva in ogni sguardo e gesto, Haigh e il direttore della fotografia Lol Crawley favoriscono lunghe inquadrature in cui uno dei due partner può andare alla deriva dentro o fuori lo schermo. Non c'è spazio per nascondersi, e Courtenay e Rampling sono al massimo del loro gioco in tutto, disegnando per noi spettatori speranze e paure. “45 anni” ci mostra il passato materializzandosi nelle espressioni di chi è intrappolato nel presente e fissa un incerto futuro.
La Rampling in particolare, è una sinfonia di grida fisiche e sussurri, i suoi occhi preoccupati e sorrisi tesi descrivono con precisione ogni emozione e il suo viso cade lentamente come il ghiaccio che si scioglie e per il quale Geoff è tanto ossessionato.
Quando nella scena finale, Geoff e Kate ballano la lamentosa “Smoke gets in your eyes” dei Platters ' la loro storia è messa a nudo, due sconosciuti che si abbracciano separati da una distanza fisica e temporale. Gli spettatori potranno decidere da soli se dopo quel ballo i due si separeranno per sempre, ma ho il sospetto che i più saranno d'accordo sull’inquietudine dello sguardo finale di Kate apparentemente semplice e disorientante nell'abisso.

Antonella Roncarolo






09/11/15

L'Archi Accademia Nova al Museo di Roma Palazzo Braschi

Fine settimana fortunato, quello del 1° novembre. Dopo il bellissimo venerdì del Teatro di Villa Torlonia il Museo di Roma – Palazzo Braschi – ha dato il via agli appuntamenti della stagione “A porte aperte – Musica d’insieme per archi” con la partecipazione del gruppo “Archi Accademia Nova”. Un concerto di fine settimana come tanti altri? No, perchè quella che è andata in scena è la purezza viva e tenera di una ventina di ragazzi tra i 14 e i 24 anni: emozionati un po’, certo (chi non lo sarebbe stato), che ci hanno mostrato cosa sia il piacere di suonare e di saperlo fare molto bene. Impostato sulla centralità del violoncello, il programma, con tre brani di superlativa bellezza: il Notturno op. 40, il primo movimento dalla Serenata op.22 per archi di Antonin Dvořák (purtroppo solo come bis), il Concerto per due violoncelli e archi RV531 di Antonio Vivaldi.
Chi ama Dvořák conosce la delicatezza armoniosa e a volte malinconica del suo modo di lavorare con gli archi: basti per tutti il Concerto in Si minore per Violoncello e Orchestra Op.104 che Mario Brunello ha definito “IL" concerto per violoncello. Sempre fluente e armonioso, mai ridondante, il linguaggio nelle sue composizioni; e se in qualche suo lavoro la “commozione” nasce da reali momenti di nostalgia, ad esserne stimolate sono sempre le sensazioni e le emozioni profonde proprie dell’ascoltatore, che questi comprende essere le stesse del compositore, poiché hanno il carattere dell’universalità.
Nel Notturno l’attacco dei soli violoncelli (quanto Wagner?) con la “gravità” degli accenti evoca l’intrigante simbolismo della notte, ma essa è anche il chiarore melodioso della luna che dopo poche battute si fa strada in punta di violino (quanto Brahms?); l’equilibrato dialogo delle due sezioni di archi prosegue in eleganza e dolcezza fino ai due “gioielli” del finale: il pizzicato di contrabbasso e di contrabbasso-e-violoncelli …e tu che ascolti viaggi libero tra i tuoi pensieri. Come non volare con il “moderato - tempo di valse”, primo movimento della Serenata op.22, che dispiega generosamente l’anima boema della musica di Dvořák... Personaggio di grande semplicità, profondamente schivo e geloso dei propri sentimenti, Dvořák li mette a nudo senza riserve solo nelle sue opere: e i ragazzi dell’Accademia Nova rivelano così attenta e puntuale conoscenza della sua musica e dell’uomo da saper rendere l’una e l’altro pienamente trasparenti anche agli ascoltatori.
Di segno stilistico e temporale del tutto diverso, il Concerto di Vivaldi per due violoncelli: di grande bellezza l’esecuzione dei giovanissimi musicisti, che nella capacità di “riconvertirsi” con naturalezza si mostrano dotati di grande professionalità ( a vent’anni!...).
Si unisce a loro per l’occasione, come altro violoncello, il M.° Gabriele Geminiani (Orchestra Mozart, Orchestra Accademia S.Cecilia); bravissima la giovane ed emozionata Laura Pascali nel suo dialogo con l'altro violoncello, soprattutto nella pacata morbidezza dell'adagio e nel contrappunto felice con gli altri archi dell'orchestra.
Una maturità vera quella espressa dall’Orchestra con la sua capacità d’interpretare l'ampiezza della partitura grazie alla compattezza ed esattezza dell'organico: ne hanno tratto risalto sia la purezza dei "solo" dei violoncelli che il dialogo di questi con il resto della compagine, fino al "trionfo" tipicamente vivaldiano del finale all'unisono.
Primo novembre davvero fortunato questo, se poco dopo - con ancora nelle orecchie la bella musica e negli occhi i visi puliti di questi giovani - ti ritrovi a Fontana di Trevi che dopo il restauro ti "esplode" davanti in tutta la sua magnificenza e ti ritrovi convinto ancora una volta che Roma sia l'opera d'arte più bella del mondo; peccato che le cronache ne narrino un'altra.


Francesco Di Giuseppe

04/11/15

RomaTre Orchestra Intorno a Ophelia

Non sempre, a Roma, si respira la mefitica aria di mafia-capitale, degli intrighi incestuosi tra i voraci reggitori della Città e del Paese, delle strade-pattumiera e dei servizi fatiscenti; a volte, ad alleviare il ribrezzo quotidiano del respirare la stessa aria dei predoni di civiltà e dei loro accoliti, tra queste miserabilia spuntano isole di pulizia e bellezza. Come quella fiorita venerdì al Teatro di Villa Torlonia, con quell’ “Intorno a Ofelia” in cui ha rivissuto la purezza triste e sfortunata di Ofelia. Sulle note di Saint-Saëns, Chausson, Berlioz, R.Strauss e Thomas, la “Roma-Tre Orchestra“ (sempre più prestigiosa e meritoria istituzione dell’Università Roma Tre) ha offerto una riflessione in musica sulla vicenda della fanciulla shakespeariana: riflessione sulla fragilità umana nelle tempeste della vita; sulla sporcizia dell’intrigo, sulla crudeltà dell’amore negato, sull’indegnità del tradimento. Ciascun compositore, a proprio modo, ha “letto” la morte di Ofelia come l’addio di un’anima innocente e ingenua, schiantata nella follia dall’insostenibilità del suo essere testimone di sotterfugi, assassinii e tradimenti: ”Me misera, che ho visto quel che ho visto, e vedo quel che seguito a vedere!”. Lettura composta, levigata ma densa di malinconia e mai eccessiva quella di Saint-Saëns. Sottolineato da una fragile nenia (che si innalza dal mi grave al mi acuto) il tema della tristezza della fanciulla per la morte del padre nella “Chanson d’Ophelie” di Ernest Chausson. Romanticamente emozionante nella delicatezza degli accenti in Hector Berlioz, “La mort d’Ophelie” è quasi una preghiera, la semplicità del pianoforte espressiva come un’orchestra (la sua “orchestra ideale”?), mentre il colore della voce accorata fluisce come l’acqua in cui Ofelia scivola.
“Ai limiti estremi dell’armonia, della polifonia psicologica e della recettività dell’orecchio moderno” * si spinge - come in Salome e Elettra - il Richard Strauss dei tre Lieder op.67 del 1910: traspaiono, nella rappresentazione della follia di Ofelia, gli studi freudiani che in quegli anni per la prima volta scavavano nei tormenti e nelle emozioni represse dell’animo umano.
“L’aria d’Ophelie“ dall’ “Hamlet” di Ambroise Thomas è infine “un florilegio di nuances che sembrano sortire da un flauto ossianico” (Paul Bernard) dal fascino lirico indimenticabile, quasi una memoria della Lucia di Lammermoor….
E’ su quel diafano “Ah!crudele, vedi le mie lacrime! Ah! Per te muoio!...io muoio!” che si spegne la rosa di maggio: e la voce di Rosaria Angotti ed il pianoforte di Francesco Micozzi – stupendi ambedue – riescono ad evocare il profumo delle pervinche che Ofelia stringe in mano mentre il fiume l’accoglie.
Non si esce immalinconiti dall’argomento trattato, è la forza consolatrice dell’arte; ci si sente anzi appagati e leggeri per aver condiviso con amici perfettamente sconosciuti emozioni e conoscenze: come quando ci si trova fra amici - perfettamente conosciuti - a parlare di arte e di altre cose belle, con un buon bicchiere di vino e con la tv rigorosamente spenta!
* (R.Strauss da “i grandi musicisti” H.Schonberg)


Un ringraziamento speciale è doveroso verso il professor Jacopo Pellegrini che ha introdotto i temi della serata in modo veramente completo e con la semplicità tipica delle persone di profonda cultura.

Francesco Di Giuseppe

02/11/15

NOI. Il cinquantesimo numero di UT


UT/50/2015-16/9°anno
Noi
cinquantesimo numero di UT

*
venerdì
06/11/’15/18.30
day / month / year / hour

Palazzo Bice Piacentini – Sala della Poesia

Paese Alto, San Benedetto del Tronto 


*Saranno presenti personalmente o con i loro testi e opere:
Teresa Annibali, Natalia Anzalone, Theocharis Bikiropoulos,
Alessandro Cascio, Giampietro De Angelis, Giarmando Dimarti, 
Victoria Esposito, Emanuele Feliziani, Barbara Giuliani, 
Enrica Loggi, Alceo Lucidi, Maria Grazia Maiorino, Americo Marconi, Bianca Maria Massi, Michaela Menestrina, Alessandra Morelli, 
Mario Narducci, Sacha Naspini, Michele Ortore, Martina Luce 
Piermarini, Giuseppe Piscopo, Antonella Roncarolo, Silvia Rosa, 
Pier Paolo Ruffinengo, Carlos Sànchez, Dante Marcos Spurio,
e... il trio di UT Massimo, Francesco e Pier Giorgio.

Special Guests
L’attore solista Vincenzo Di Bonaventura, il cantautore Ed Schmidt, il pianista Alessandro Zenobi


*
Prenota una o più copie di UT ‘Noi’ scrivendo a redazione@letteraturamagazine.org, e potrai averla a € 12,00
fino alla sua presentazione, anziché a € 17,00 compreso del secondo ed esclusivo...

“
SottobicchierUT”

È il secondo di una serie di 6, sempre a tiratura limitatissima, grazie al sostegno dell’Azienda Agricola Falleroni

La Dispensa del Contadino


A esso verrà abbinato anche il Marche Rosso Novello igp, con l’etichetta uttiana, venduto separatamente. 
Oh perbacco.


*Vedi tutti i numeri precedenti



Sopra: allegato e corpo rivista, opera di Francesco Del Zompo, fotografia di Dante Marcos Spurio, vignetta di Giuseppe Piscopo


PLAY AREA
Sono stati già lanciati 4 ‘giochi’ su 5, in prossimità del 50° numero uttiano – ricercali sulla pagina fb. Il 5° e ultimo gioco sarà proposto alla presentazione. A chi darà il maggior numero di risposte, insieme alla dimostrata partecipazione ad almeno un altro gioco, verrà data in omaggio una t-shurt.