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08/06/20

Astronavi al tempo del colera


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«I've seen things you people wouldn't believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate.

All those moments will be lost in time,
like tears in rain.

Time to die.»

(Blade Runner,1982)

 
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       Ho visto cose che noi umani non avremmo immaginato, nel nostro tempo sconvolto dal contagio. Ho visto corpi militari extramondo presidiare città e contado. Ho visto cacciatori di taglie inseguire fuggitivi tra le dune sabbiose delle spiagge, disperdere con lanciafiamme torme di untori; ho visto droni intelligenti perlustrare foreste e campagne, elicotteri in assetto mimetico braccare ogni forma di vita in movimento.
Ho visto androidi organici - in tutto simili agli umani, ma con gravi difetti di fabbricazione - governare le Regioni, parlare uno slang sconosciuto - detto cityspeak - e, sottoposti a test, tradire nei tempi di reazione anomali e dissociati la loro natura aliena.

       E ho visto astronavi scendere fra noi - a Milano, a Civitanova Marche - in realtà urbane confuse e distopiche, dalle quali chi ha potuto è da tempo fuggito riparando nelle colonie extramondo.

       Poco si conosce di queste forme di vita galattica finite qui alla deriva: si favoleggia di equipaggi composti di androidi che avrebbero perso memoria dello scopo originario della missione e dell’esistenza stessa di un mondo esterno. All’occhio umano, nelle loro raggelanti geometrie esse appaiono disabitate; non si esclude tuttavia che gli occupanti siano mantenuti in uno stato di ibernazione o di animazione sospesa.

       Gli scienziati ritengono trattarsi, con ragionevole certezza, di macchine autoreplicanti che sfrutterebbero le risorse trovate nel sistema di destinazione per creare copie di sé stesse e riprodursi all’infinito. Due intanto, le “Bertolase” - in gergo tecnico - già replicate.
La ciurma delle Bertolase risulta composta da un comandante eponimo e da un insieme eterogeneo di replicanti umanoidi: frutto di ingegneria genetica che ha dato loro sembianze di presidenti, sindaci, assessori, funzionari, tecnici regionali, essi sono privi dell’esperienza di vita vissuta che caratterizza invece gli umani e sono per ciò stesso incapaci di relazionarsi con la vita reale.

       Del comandante eponimo - l’androide “Bertolaso” - si sa soprattutto che scompare a tratti per ricomparire in altri luoghi al comando di nuove formazioni aliene: progettato dall’ingegneria genetica per rispondere a compiti disparati, è come ogni replicante dotato di competenze artificialmente innestate e di una fallace consapevolezza di sé.

       Le due astronavi, monumento all’ambizione senza freni e ad inconfessati interessi, col loro tragico pallido scheletro inutilizzato sono destinate a fare i conti con realtà che sfuggono pericolosamente al loro controllo, e probabilmente a gravitare per sempre nel vuoto come l’antica astronave Anomalia, scomparsa da tempo nel sistema solare con tutta la sua ciurma.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire


Sara Di Giuseppe - 7 Giugno 2020




22/05/20

La lingua del contagio

ovvero
L’Italiano al tempo del colera
   
“Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza”
(Pasquale Villari, 1866)

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       C’è qualcosa d’importante che la catastrofe del contagio ha messo a nudo in questi mesi nel nostro Paese, oltre al bubbone di una Sanità pubblica tragicamente nelle grinfie delle Regioni. Riguarda la nostra lingua, la sua condizione di malata terminale che l’elefantiasi dell’intero sistema dell’informazione mette ogni giorno sotto i riflettori, insieme con i tratti meno lusinghieri della cosiddetta identità nazionale.

       Se la lingua “esprime chi siamo veramente”, la nostra dice oggi ciò che siamo diventati in qualche decennio di malgoverni e impoverimento culturale (da sempre fisiologicamente a braccetto); di disinvestimenti in conoscenza, furbescamente sacrificata al totem della “crescita”; di populismi al grido di “carmina non dant panem”. Strategie vincenti nella trasformazione, da cittadini che (un po’) eravamo, in sudditi, e a cui dobbiamo gli ultimi posti europei nelle graduatorie OCSE in fatto di literacy (competenze linguistiche) e numeracy (competenze matematiche).

       Così, nella Babele pandemica del terzo millennio, mentre ci scopriamo tutti scienziati da bar con solide competenze virologiche infettivologiche epidemiologiche declinate in salsa anglofona, ci tocca come aggravio di pena l’ascolto coatto - quasi orwelliano - di politici dal bagaglio lessicale di 100 vocaboli ad esser generosi, di giornalisti in affanno di sintassi, di mezzibusti televisivi dimenantisi tra le rapide di una lingua che non controllano, risucchiati dal vortice di parole ed espressioni decentrate di senso.

       Più facile comunicare per slogan, questo si preferisce fare e si fa. Viene in aiuto il pescare a casaccio, come dentro il baule in soffitta, nel disordine di tutti i possibili linguaggi settoriali che tornino utili alla bisogna; di ognuno si sceglie il peggio e se ne spalma ogni sorta d’informazione e comunicazione: dai giornali alla tivù, dai social alla conversazione privata, al cicaleccio da bar dopo-riapertura.
I campi semantici fra cui spaziare abbondano, dalla guerra agli sport in genere, ma quello militaresco la fa da padrone, per antica e mai perduta vocazione italiota dall’Impero romano in su.

      Così di siamo in guerra - siamo in trincea - vinceremo - vinciamo - abbiamo/non abbiamo vinto grondano le cronache, la pubblicità, gli ispirati discorsi petto in fuori di chiunque abbia un microfono davanti alla mascherina (con una solida ricaduta comportamentale: i soldatini veri in tenuta mimetica e mitra caricati e spianati a controllare/sanzionare - come dimenticarlo? - i pensionati in gita di piacere al supermercato).
     Siamo un popolo di patrioti, che volete farci, inno di Mameli - bandiera a portata di finestra o balcone - mano sul cuore - tricolore pure sulla museruola.

     E se alla preistoria del contagio il mantra ”Io sto a casa”, duplicato nelle varianti “Restate a casa” e “Rimanete in casa” ha segato i nervi anche alle anime pazienti e pie, indotto qualche espressione greve pure in quelle in odor di santità, sollecitato legittime pulsioni omicide nella gente comune - non meno dell’Andrà tutto bene, dell’Insieme ce la faremo (facoltativo “un cazzo” nel finale), dei canti patriottardo/condominiali - più avanti nel tempo, poi, verbi a trazione anteriore come ripartire, locuzioni come rimettere in moto, o addirittura il mistico risorgere - più adatto alle note circostanze - hanno rubato la scena e le pagine e i palinsesti, sono dilagati nelle veline giornalistiche, hanno scatenato orgasmi collettivi in conduttori e conduttrici di talk show.

    Così dopo il lockdown (il più inquietante “confinamento”, nella nostra lingua ormai straniera) è il momento dell’orgia: non quella delle movide ritornate e dei funerali oceanici e delle benedette feste mafio-religiose che in questo gioco dell’oca ci rimanderanno tutti alla casella di partenza, bensì l’orgia linguistica dell' “abbassare la guardia” col suo contrario “non abbassare la guardia”. La cui accezione - evocatrice di ludi pugilatori e scintillii di spade - pur inefficace contro le aggregazioni di cui sopra, è musica per la parte migliore di noi, quella che non vede l’ora di unirsi a coorte e schierarsi in occhiute ronde di quartiere per stanare gli indisciplinati e gli irresponsabili e giacchè ci siamo pure il vicino di casa che sempre m’è stato antipatico.
     
      Il meglio dei prodigi linguistici da analfabetismo di ritorno l’abbiamo avuto  nelle interviste e nelle dirette televisive: dalla (s)grammatica creativa di Bonaccini con un suo raccapricciante “chiedavamo”, al fine eloquio di un sindaco qui vicino che intervistato sui provvedimenti anti-covid parla dei “sistemi migliori che meglio si calzano (sic) nel nostro territorio”… E  avanti tutta a infilar perle…

       Siamo un grande popolo, lo dicono anche i giornaloni e i presidenti-(s)governatori di Regione, cosicchè nulla abbiamo da temere, e metteremo in fuga il virus guardandolo fisso negli occhi e battendo con forza il manganello sugli scudi come nelle cariche di alleggerimento.
Ci manca un po’ di linguaggio, è vero, ma non si può avere tutto; e poi per arringar le folle non serve la Treccani, basta qualche slogan dal costrutto elementare, fa niente se sgarrupato, piazzato nelle zone erogene e le contagiate folle saranno tue.

      Se poi qualcuno vorrà proprio fare il saputo, lo si rimetterà severamente al suo posto: come Mike Bongiorno, quando al concorrente che incauto aveva sparato un’espressione latina disse perentorio “No no, qui niente lingue straniere!”.


Sara Di Giuseppe - 21 maggio 2020



18/04/20

La partigiana Carolina

La ricchezza delle partigiane
della guerra pandemica
sono macchine da cucire
ben oliate sui tavoli e usate a testa bassa.
A tempo indeterminato.
Aghi e fili, stoffe multicolori
artistiche che cambiano destinazione.
Archiviate coperte quiltate e arazzi per mostre
di là da venire, si passa alle mascherine, sì quelle
che le case di riposo non hanno.
Nell’RSA ci abitano i vecchi dimenticati
dalla sanità, esposti a loro insaputa
alla loro vita a termine. Oggi. 
Ma il termine l’hanno decretato le priorità, 
le disattenzioni, la mala organizzazione,
l’incapacità e la sottovalutazione dei potenti
di turno, quelli che abbiamo votato, 
non il tempo propizio a lasciare la vita terrena.
Questi signori responsabili 
potranno dormire sonni tranquilli, impuniti
hanno regalato a piene mani sonni eterni
anticipati e solitari a nonni e nonne italiani.
Due generazioni spazzate via.
Tamponi, sanificazione, mascherine,
guanti sono la nuova ricchezza.
Agli ultimi la ricchezza non è mai appartenuta.
E le donne, che ricche non sono mai state
ma infinite sì, assemblano nascoste in ritirata.
E si espongono di coraggio.
Organizzazione senza infrangere le regole:
ciascuna fa non più di 200 metri,
inforca una bicicletta o corre con zaino
in spalla; scambio veloce di aghi, perché 
si rompono, fili, perché finiscono,
elastici, anche quelli da mutande
dei tempi andati,
modelli di mascherina triplo strato
per campione, così i destinatari
potranno inserire un pezzo di carta forno
che è meglio di niente, o un assorbente
con la parte adesiva da mettere all’esterno.

Luci accese anche di notte nelle case delle partigiane
perché le richieste sono esagerate.
Migliaia di pezzi. Da confezionare per ieri.
Problemi? Nessuno.
La rete delle forniture si apre
di generosità, le pezze di stoffe
scendono dagli scaffali di negozi chiusi
perché certe chiusure si possono infrangere.
Eccome.
Le partigiane moderne sono figlie e nipoti
di quelle dimenticate negli ospizi.
Alle donne coraggiose senza camici e protezione
spetta la consegna di un pezzo di vita indispensabile.
Anche questa volta. E i pacchi giungono puntuali
a chi rimane vivo per miracolo. Voilà.
Grazie di cuore partigiana Carolina, sei per me simbolo
di ogni Nobel della vita. Di tutte le donne nutrienti come te.



Michaela Menestrina - 17 aprile 2020


14/04/20

EFFETTO COLLATERALE

 ovvero
La divisa ai tempi del colera
 
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        “Queste medesime parole, Vediamo come va […] furono pronunciate dal Ministro che in seguito precisò il proprio pensiero, Volevo dire che potrebbero essere quaranta giorni, ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant’anni, bisogna però che non escano”.

J.Saramago, Cecità, 1995

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     Diffusa a livello nazionale e più ancora locale, la “Sindrome da Divisa” - endemica nel Belpaese di provata vocazione destrorsa e fascistoide - si acutizza quale effetto collaterale di situazioni particolarmente gravi o addirittura emergenziali, inducendo nelle categorie e nei soggetti colpiti una mutazione psicofisica del tipo L’incredibile Hulk (esclusa la colorazione verdastra).

        Dopo i bidelli scolastici dei bei tempi andati, con le loro strisce dorate e rosso-viola sul colletto della giacca e che incutevano terrore pure al preside, oggi la vertigine della divisa è più che mai trasversale, che tu sia nei corpi militari o civili, e ti dice che dall’alto di quella tu puoi controllare, indagare, accusare, sanzionare, sentirti Minosse che avvolge la coda intorno a sé più volte e il disgraziato va giù di altrettanti gironi d’Inferno.
E non basta, poserai in parata con sindaci e autorità, e gazzelle e volanti, e droni ed elicotteri in minaccioso volteggiare sopra i berretti.  Sono soddisfazioni.

       
Vedi per dirne una, sabato 11 aprile vigilia di Pasqua-al-gusto-covid. Schierati per la foto di gruppo come in gita scolastica, le Polizie locali di Grottammare e di Cupra Marittima - in divisa, of course! - e i rispettivi sindaci Pierre-Gallin e Pierre-Simon (separati alla nascita, i due?): “soddisfatti di questa unione di forze […] per monitorare insieme i due territori a tutela dei cittadini” (sic) in irresponsabile assembramento (ma con mascherine, eh!): roba da sanzione immediata e conseguenze penali.

Manca, o ce lo siamo perso, il numero dell’equilibrio in piedi sulla moto in corsa, ma qualche lezione ci giunge comunque chiara dalle performance circensi gentilmente offerte.

        Per esempio, un certo modo di intendere l’esercizio del potere, sintetizzabile nella filosofia del Marchese del Grillo, il noto io-so’-io-e-voi-nun-siete-un-cazzo: per il quale il controllore può violare, e passarla liscia, le stesse norme sul rispetto delle quali è tenuto a vigilare. I sudditi intendano e si adeguino.

        Segue nella pratica, a mo’ di corollario, un esercizio dell’autorità che vede il tutore della legge esibirsi in prove muscolari con sacrificio di sé e sprezzo del pericolo, meglio se su obiettivo piccolo e insignificante perché lì si vince facile.
Così ecco “l’autorità” nella sua schematica divisa da poliziotto inseguire sulla spiaggia il runner ma quello corre di più, è più leggero e meglio (s)vestito e se la squaglia veloce e all’autorità le fanno la respirazione bocca a bocca.
Ecco “l’autorità” sanzionare il tizio intercettato mentre sta a 300 metri da casa propria invece che a 200 - ogni sindaco decide qual è per lui il metraggio lecito, vuoi mettere che gusto - con una supermulta che neanche al sequestrato Force Blue di Briatore. (A proposito, ci sono percentuali, sulle multe? chessò, per incentivare e motivare i tutori dell’ordine...).
Ecco, ancora, “l’autorità” perlustrare in elicottero il deserto intorno e, incurante di sperpero di pubbliche risorse, con quello abbassarsi rombante sul camminatore solitario (un untore di certo, che altro sennò?).
      
       Ciò che conta insomma è sentirsi più in alto del miserando mortale sulla rampa di lancio del potere. Dove al gradino più basso, in attesa di decollo, ci sono i delatori, gli spioni del vicinato: se non proprio l’orwelliano “fanciullo eroe” che denuncia i genitori, è certo il “vicino eroe” che dalle serrandine abbassate vigila occhiuto e denuncia. 
Quindi via via innalzandosi, ecco le “orrendamente belle” divise, le mostrine, gli alamari, le medaglie, i cappelli a due piani che non entrano nelle automobili, ecco i gradi - li vedremo presto cuciti sulle mascherine! - ed ecco i sindaci (le enormi fasce tricolori col batacchio dorato abbagliano meglio delle divise) e più su ancora, ecco i “governatori” cosiddetti: ah! l’ineffabile godimento del proprio nome dato a un’ordinanza, a una circolare più severa... Ci sono cose che non si possono comprare…
Più si sale, più il cipiglio è fiero, feroce il ghigno, minaccioso il dito puntato contro di te che, diosolosa come, tramavi contro la salute pubblica…

       In questa Pasqua di bontà farlocca, di retoriche a buon mercato, di andratuttobene al mulino bianco, di tricolori e inni patriottardi che col contagio c’entrano come la mia gatta Pippi, di volemosebbene alla nutella da farsi venire una carie al giorno, una sensazione si affaccia chiara, fastidiosa e tenace: che l’accanimento censorio e sanzionatorio, lo zelo autoritario e non autorevole che si propaga per li rami dei poteri locali medi, piccoli e piccolissimi, non sia da parte di tutti questi che unvendicarsi” sul cittadino-suddito delle proprie colpevoli inettitudini, frutti malati di un potere coltivato come fine a se stesso, ignaro della nozione di bene pubblico, e che nell’autoreferenzialità ha il proprio marchio di fabbrica e il proprio peccato originale. 


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        “Disgraziatamente […] le aspettative del Governo e le previsioni della comunità scientifica andarono semplicemente a rotoli”.
J.Saramago, Cecità.

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Sara Di Giuseppe - 13 Aprile 2020



07/04/20

Un posto al sole (considerazioni a fior di pelle)

Certe esperienze che viviamo in prima persona, ci danno il senso vero di come vanno e potranno evolvere le cose, da oggi in avanti. O in che modo riusciremo veramente a superare questo periodo. Di come cioè ci ritroveremo a vivere una volta ripresa la 'normalità'. Si dice molto che tante cose cambieranno, dai rapporti personali a quelli lavorativi. Ma vorrei non illudermi e anzi vorrei già da ora vestirmi di una giusta 'corazza' che protegga i miei nervi dalle disillusioni. La sensazione è che le differenze aumenteranno (non solo tra ricchi e poveri, ma tra forti e deboli, tra tutelati e non protetti, tra "salvati e sommersi"), e che le aspettative create da uno Stato 'materno' e rassicurante a parole, più vicino ai deboli e meritevoli, avranno un effetto boomerang. "Nessuno sarà lasciato solo; Non ci scorderemo di nessuno; Tutti gli italiani avranno i mezzi per sostenersi…". 

Moltissima gente rimarrà delusa, a cominciare da chi ha vissuto e vive il dramma della perdita, sia dei propri cari che di possibilità economiche e lavorative. Non illudiamoci insomma. Sarà una guerra giorno per giorno, per la sopravvivenza e l'affermazione delle singole esistenze. Ognuno penserà a sé stesso, ai propri stretti familiari forse più di prima del coronavirus. Chi ha maggiori mezzi, è già fuori dalla mischia. Come se non bastasse molti verranno mortificati dalla burocrazia, e non solo da quella statale, ma anche da quella stratificata nella storia italiana del XX secolo, cresciuta fuori misura negli 'scaffali' di ogni ente. Tutti gli altri sgomiteranno per guadagnarsi "un posto al sole". 
L'Aquila, Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata e tantissimi work in progress materiali e immateriali, doceo.

Francesco Del Zompo - 7 aprile 2020


01/04/20

INCUBI E AUTODICHIARAZIONI

“… Non era cambiata la strategia per combatterla, ieri inefficace e oggi apparentemente vincente. Si aveva solo l’impressione  che la malattia si fosse esaurita da sé, o che si ritirasse, forse, dopo aver centrato tutti gli obiettivi. In un certo senso, il suo ruolo era concluso.”
A. Camus, La peste, 1947

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        Ho un incubo ricorrente (si alterna all’altro, meno frequente, in cui il vicino di casa delatore-psicotico avvisa i CC d’avermi vista sulla soglia di casa... Perché è la parte migliore di noi, quella che scopriamo con l’emergenza…).


L’incubo: in movimento con regolare autodichiarazione, vengo fermata per controlli da anonima “autorità” (auto blu priva di contrassegni per meglio stanare il cittadino furbetto-fino-a-prova-contraria): ahimè, un nuovo modulo è stato emanato nella notte e invalida il mio, avrei dovuto saperlo e stamparlo. Il reato è gravissimo, vengo brutalmente messa in ceppi e condotta verso…
Mi sveglio. Sollievo: i moduli sono lì, in rigoroso ordine di apparizione dal primo al più recente; ho lasciato ampi vuoti per i prossimi, sono previdente, io.
Li conserverò, un giorno mi ricorderanno questo spazio della vita in cui l’inimmaginabile è diventato quotidiano.

L’inimmaginabile sono - anche - quei moduli. Summa di ogni sordo burocratese stratificato in secoli di funzionari asburgici-austroungarici-savoiardi-papalini-borbonici; linguaggio che arriva fino al nostro cupo millennio pandemico immutato nei contorti stilemi, nella grafica compressa e chiaroscurata, nella disumanante afasia.
Ci sono dirigenti, funzionari, impiegati, vertici militari - “persone oltre le cose” - dietro quei moduli, così come dietro i Decreti/Ordinanze Ministerial/Regionali/Comunali i cui articoli (a volte anche solo due) li leggi dopo quattro pagine e lenzuolate a due piazze di visto questo visto quello e visto quell’altro e visto quell’altro ancora…

Ci si chiede cosa di buono possa mai venire, in questo passaggio apocalittico, da apparati pachidermici, mummificati perfino nella comunicazione.
Non è da quelli che verrà la salvezza: questa, se ce ne sarà una, verrà da coloro che oggi, dalle disperate trincee ospedaliere, dalla miriade di postazioni in tutta Italia dove si combatte e si muore, da dentro le impossibili tute marziane, rifiutano di alzare bandiera bianca.

Tutti gli altri sono a vario titolo responsabili del disastro
e ne risponderanno alle proprie disperse coscienze. Mai, temo, al Paese e ai cittadini.

- Sono gli apparati politico-amministrativi delle Regioni, inconcepibilmente privi di piano pandemico regionale, a cominciare dalla fulgida Lombardia.
Che hanno omesso di creare in anticipo strutture dedicate e interventi sul territorio (dopo aver impoverito le strutture pubbliche privilegiando un privato che non poteva essere all’altezza) e “colti di sorpresa” hanno praticato - a cominciare dalla Lombardia - un’ospedalizzazione che è stata benzina sul fuoco dell’epidemia.
[Che in Lombardia hanno omesso di chiudere Alzano, nel bergamasco, dove - presente fin dal 23 febbraio, dopo la zona rossa di Codogno - un focolaio è stato lasciato libero di circolare e diffondersi. (cfr. G. Barbacetto, Il Fatto Quotidiano 30 marzo) ]

- Sono i vertici sanitari nazionali che hanno recepito senza far nulla, quando si era ancora in tempo, le previsioni epidemiologiche della comunità scientifica diffuse da Ministero della Salute già i primi giorni di gennaio; e almeno fino al 21 febbraio hanno trascurato le informazioni dettagliate degli scienziati sulla sintomatologia del virus omettendo perfino di informarne i medici di base. [Senza contare che il Ministero della Salute deve strutturalmente avere - come ogni altro Ministero - piani gia’ predisposti per qualsiasi tipo di emergenza, anche la più catastrofica]. Invece: “siamo stati colti di sorpresa” e, per dirne una, ci si accorge addirittura solo ai primi di marzo che i ventilatori li fabbrica un’azienda italiana…

- Sono i vertici della Protezione Civile riuniti il 31 gennaio nella loro sede romana con burocrati e vertici di tutti i Ministeri, più Croce Rossa, ANCI, funzionari delle Regioni, rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità e - va da sé - alti militari di ogni ordine e mostrina: che stabilirono di controllare i voli da e per la e Cina, di misurare la febbre agli sbarcati, di recuperare uno a uno gli italiani dallo Hubei, anche un aereo per ciascuno.
E - simpatici sbadati! - dimenticarono di parlare di capienza degli ospedali, di personale sanitario e di aumenti di organico, di terapie intensive, di protocolli per i soccorsi urgenti, di acquisti di respiratori e mascherine e tamponi e tutto l’ambaradan che ormai sanno pure le pietre.
Preoccupati dei rapporti economico-diplomatici con la Cina e di non creare allarme sociale, e convinti - bontà loro - che ”il sistema italiano reggerà” si offrirono con sorridente ottimismo in favore di telecamere.

 - Sono i componenti del comitato operativo della Protezione Civile, che in continue riunioni a gennaio e a febbraio, e con l’allarme già diffuso da Ministero Salute e OMS, non ritennero di dover effettuare uno straccio di calcolo sulle necessità e dotazioni di cui sopra. Tutto come col terremoto dell’Aquila, tutto déjà-vu, compreso Bertolaso: che la Lombardia chiama, viste le luminose prove offerte in passato, e lui subito qui, dall’Africa a Milano e poi fino ad Ancona a spargere… positività (chiedere a Ceriscioli).

- Sono i responsabili che non hanno ritenuto necessaria la mappatura epidemiologica - ricostruzione dei contatti dei positivi, fattibilissima anche se non siamo Seoul - che avrebbe contenuto il contagio e preservato la categoria più esposta: medici e operatori sanitari. E hanno scelto di considerare solo i sintomatici.

Sono gli stessi che ora nelle varie Regioni corrono ai ripari con interventi tragicamente affannosi e tardivi - ospedali da campo, strutture dedicate ecc. - spacciati ai microfoni dell’informazione compiacente come manifestazioni dell’eccellenza lombarda, lombardo/veneta e di altre fulgenti Regioni.

E saranno santi subito, da scommetterci: lo sarà il Presidente sto-tutti-i-giorni-in-tivù, con la mascherina d’ordinanza e l’abito buono da preghiera col vescovo e la porgimicrofono adorante e genuflessa; lo sarà il fido scudiero (pardon assessore-“andratuttobene”) che già si candida a sindaco della martoriata Milano. Altra calamità in arrivo. Dio aiuti Milano.

Poi ci siamo noi, cittadini-sudditi o popolo bue: trattati tutti - per l’imbecillità di pochi criminal-cialtroni da mettere in gabbia e gettar via la chiave - come irresponsabili/disobbedienti/untori/furbetti fino a prova contraria. Martellati fino alle più remote sinapsi, con una comunicazione da grande fratello orwelliano, dai minacciosi continui offensivi “state a casa”. Come fosse, ciascuno di noi, un minus habens bisognoso di reiterate supponenti istruzioni-raccomandazioni-ordini e, se del caso, anche delle maniere forti.
     
        Come se avessimo voglia, in questa apocalisse, di giocare a dadi con la nostra pelle e con quella del prossimo; come se non ci bastassero tutto il dolore che vediamo e sperimentiamo, tutta la sofferenza e tutta la tristezza di quei morti che se ne vanno soli, senza persone care che possano, per loro, rapire “una scintilla al sole a illuminar la sotterranea notte”.

                          #andratuttobeneuncazzo


Sara Di Giuseppe - 31 Marzo 2020

Foto tratta da "Dire.it"


26/03/20

BANDIERE & LIBRERIE

         -  Anche se a noi il marcio proprio non ci manca, tuttavia non siamo la Danimarca. Dove su ogni casa scuola giardino mercato piazza sventola - rettangolare o triangolare - la bandiera nazionale rossa-con-croce-bianca-magra-e-sdraiata. 
I danesi ne sono orgogliosi con naturalezza, quella bandiera fa da sempre parte del loro paesaggio, della loro identità. Non è un’intrusa, né qualcosa da tirar fuori, come da noi, quando serve a coprire certe sporcizie. Guarnisce anzi l’ambiente al pari di un bell’albero o di una pianta fiorita, di un’architettura, di una fontana, di un’opera d’arte… E’ come un brand, ma “naturale”, senza pubblicità, forzature, imposizioni. Accettata e amata più per cultura che per tradizione. Immune dal virus della retorica. Se “c’è del marcio in Danimarca”, la sua bandiera non c’entra.
 
Ma noi italiani - primatisti negativi in tanti campi e imbattibili nell’esaltazione opportunistica della bandiera - in questi tristi tempi di coronavirus la sorpassiamo perfino, la Danimarca, perché di colpo da noi è tutto un garrir di bandiere: nelle tivù, alle spalle dell’intervistato - chiunque egli sia - ne compaiono sempre almeno tre, grandi, nuove, stirate che si vede ancora la riga, non sventolanti solo per mancanza di ventilatori. Ti fanno una figura bestia, spiccano più dei faccioni sparlanti e dei quadri dei vivi e dei morti e dei santi alle pareti.
Partito anche, dai social-pulpiti, l’ordine di imbandierare col tricolore l’intero mondo creato (bandiere made in China, ovvio): balconi, terrazzi, finestre, facciate di case, condomini, palazzi… altro che ai mondiali di calcio! e di cantare tutti l’Inno di Mameli fino a strozzarci, così andrà tutto bene. Col patriottismo tutto passa, è come Aspro.
Dunque bandiere e Inno (Bella ciao no, quella solo in Germania): cura da cavallo di entusiasmo e ottimismo che manda in paradiso i vivi e i morti-subito. Ma cerrrto che abbiamo obbedito, molto più che all’ordine di restare a casa.

           - C’è poi il paradosso delle librerie, che devono restare chiuse perchè superflue e inutili. Se “un’ordinanza al giorno toglie il coronavirus di torno” [cpr. Giuseppi], neanche una delle 6-7-8-9 ordinanze e decreti succedutisi a raffica ne ha cancellato l’irragionevole chiusura. Dice: le librerie, coi loro libri, provocano confusione, file, angoscia, resse pericolose. Non servono, punto. Giusto ucciderle. Mica sono tabacchi-grattaevinci-lotterie-banche…

Ma ecco: a rimarcare l’invalicabile baratro culturale tra noi sudditi ignoranti-ubbidienti e il Potere forte sapiente e saggio, oggi proprio le librerie sono sfondo o quinte di palcoscenico - oltre alle lustre bandiere, dicevo - per tutti i faccioni sparlanti a ruota libera nelle tivù.

E giù mega librerie che occupano tutto lo schermo; o classicamente serissime coi tomi omogenei e possenti (forse un tanto al metro) rilegati in oro-argento-pelle umana; o di design e firmate, casual-style, con libri sfusi in studiato disordine misti a eleganti cataloghi d’arte varia, riviste rare (straniere bene in vista); foto incorniciate di famiglie felici, calendari dei carabinieri in ordine millimetrico (per forza!); e bomboniere della nonna, gingilli, oggetti etnici per il tocco d'esotico, più ciaffi vari.
Tutto è lì per caso, chi ne dubita, l’intervistato manco se n’era accorto, ma di certo gli conferisce status e autorevolezza: lui è uno che pensa e che sa, con quella bocca può dire ciò che vuole, anche quel che non sa, e quei libri gli coprono le spalle, lo proteggono.
Capita pure, ma sempre per caso, che qualche faccione sparlante si sistemi talvolta con furba nonchalance proprio “ad angolo”: da lì si vede meglio che la sua libreria non finisce mai, che lui molto ha studiato e studia, lui le cose le sa, lui sì, tu no.

           Ah noi tapini, che non possediamo (né amiamo) nessuna bandiera, che magari abbiamo in casa solo una scorticata libreria “Billy” fintolegno IKEA, noi che causa contagio ci hanno pure chiuso le poche librerie rimaste… dove pensiamo di andare? Non ci resta che infettarci.     #andratuttobeneuncazzo


PGC - 26 marzo 2020


Foto tratta da "Illibraio.it"

 

16/03/20

IL COMICO AI TEMPI DEL COLERA

ovvero

I sindaci ai tempi del virus
 
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Si fece un silenzio così diafano, che attraverso il disordine degli uccelli e le sillabe dell’acqua sulla pietra si coglieva il respiro desolato del mare
G. Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, 1985

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        Che le esternazioni dei politici - di quelli locali in special modo - siano per noi sudditi frequente motivo di imbarazzo/costernazione/incredulità, è una consolidata certezza.
Non mancano tuttavia, le stesse, di offrirci gradite occasioni di svago attraverso la comicità, pur involontaria, che rischiara la cupezza emergenziale delle nostre giornate.
Non c’è che l’imbarazzo della scelta nella piena fluviale di annunci/dichiarazioni/comunicati/esternazioni dei sindaci rivieraschi e collinari in ansia da prestazione.

       Il sempre favorito è Pasqualino-sindaco da San Benedetto, l’Usain Bolt del comico.

       Si parte con le esternazioni sulle passeggiate dei suoi sudditi: “E’ vero che una passeggiata si può fare ma qualcuno sta esagerando” dice, rimanendo serio.
       E noi a fare scommesse (passatempo domestico, dunque lecito) su cosa abbia inteso dire: forse che qualcuno s’è fatto scoppiare le coronarie in una corsa all’ultimo respiro, o che il vecchietto ha eluso la badante per dedicarsi al percorso-vita e chi lo riacchiappa… Non è dato sapere, ma conta il momento di sana comicità che ci è stato gratuitamente offerto.

        Segue a pari merito l’“ordine di non creare assembramenti nei cimiteri” con la minaccia di “prendere provvedimenti restrittivi anche lì”  [già fatto! n.d.a.].
Come non partecipare (da casa, ci mancherebbe) alla costernazione dei cari estinti, privati delle tante occasioni di socialità e aggregazione offerti dal Resort (ops) che li ospita; alla loro indignazione per l’inaccettabile rinuncia al terapeutico tressette col morto fra vicini di loculo… [pure a meno di 1 metro]

        Il must del pregevole cabaret è però l’annuncio dell’apertura della stagione turistica sambenedettese che con ordinanza sindacale slitta, causa contagio, dal 28 marzo al… 4 aprile: è evidente infatti come alle frontiere già premano frementi file di turisti col canottino sul portapacchi e i motori accesi, pronti allo sprint che il 4 aprile li calerà quaggiù come saette spalmandoli festanti sulle spiagge.
Bisogna esser pronti, dunque, a costo di strozzare il virus a mani nude.

         Distanziato appena di poche lunghezze si colloca sindaco Pierre-Gallin da Grottammare: teso a rammentarci che per la cultura come lui non c’è nessuno, eccolo proporre “per non spegnere” la stessa, che ”le case diventino teatri” (più di quanto lo sono già?) con il contributo di chi voglia postare, su fèssbuc o altro, un’esibizione, una poesia un canto ecc.
Dio ci aiuti.

         Derive da protagonismo, sindrome perniciosa che nei soggetti colpiti ottunde finanche la percezione del ridicolo.
E passi se ci facessero solo ridere, ne abbiamo anzi bisogno di 'sti tempi.
È quanto siano dannosi, il problema: quanto lo siano certi Presidenti di Regione che se non scavalcano i decreti del governo non si divertono, e quelli che nel delirio d'onnipotenza fanno più disastri d'un plotone di virus; quanto lo siano i numerosi sindaci che, inconsolabili nel vedersi rubare la scena dal governo che decide per tutti, si passano parola e giù a chiudere parchi e giardini e cimiteri perché secondo loro ci s'aggrega un po’ troppo.

         
Gli fa un baffo ciò che le disposizioni ministeriali chiariscono recependo le linee guida dell’OMS: che parchi e giardini pubblici “possono restare aperti per garantire lo svolgimento di sport e attività motorie (cioè fisiche!) all’aperto, come previsto dall’art.1 comma 3 del dpcm del 9 marzo, a patto che non in gruppo e che si rispetti la distanza interpersonale di un metro”.
Dimenticano che basta ogni tanto un vigile per contenere e controllare l’afflusso ai nostri piccoli parchi (quelli che la furia desertificatrice di tutte le amministrazioni ci ha lasciato, poveri e spelacchiati). 

         Presto, nella foga decisionista vieteranno l’accesso alle spiagge. Qua vinceranno facile: fra la continua linea cementizia  degli chalet-bunker e le private transenne a difesa degli stessi, l’esistenza della spiaggia è già un atto di fede, impedirne la fruizione sarà appena un corollario.

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        “…E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse […] ed i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano, era con sí fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, ed il zio il nepote, e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito…”
G. Boccaccio, Decameron, Giornata Prima / Introduzione


Sara Di Giuseppe - 15 marzo 2020




"Preghiera durante un'epidemia di colera", National Library Of Medicine