Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert
Poesia Musica Teatro
Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos
“PER L’AMOR DEI POETI”
Dante – INFERNO – Canti I - VI
Voce solista, percussioni e regia
Vincenzo Di Bonaventura
Ospitale delle Associazioni - Grottammare 22 luglio 2026
Non diresti che quello schieramento di percussioni sul palco possa adattarsi a un Recital dantesco, se non lo avessi già visto negli anni, più volte e ovunque ci siano stati un palco e qualche spettatore per Vincenzo e per i suoi Inferna Danctis Orkestra.
Sono solo aumentati - in numero e proporzioni - gli strumenti: il gigantesco “tamburo madre”, i due-tre djembe (di spirito africano e moderni) e via tambureggiando; e Vincenzo è sempre, benianamente, “macchina attoriale” narrante e concertante: posseduto dal demone del teatro, ancora una volta sulle orme del maestro Carmelo Bene (lui, che aveva un’orchestra nella voce e che un Inferno dantesco da brividi regalò alle migliaia di spettatori dalla Torre degli Asinelli a Bologna, in memoria di “quella” strage).
E di nuovo è oggi, questo concerto per voce sola e percussioni di Vincenzo, qualcosa che abbatte schemi e rovescia canoni, e che nel martellante tessuto sonoro incastona l’endecasillabo dantesco e l’afflato poderoso del poema infernale e l'architettura linguistica, impareggiata dal medioevo ad oggi.
Dal Canto primo al sesto, la voce solista ci scaglia dentro un oltremondo di cui il verso dantesco scolpisce il cupo magma e le percussioni amplificano dissonanze e contrasti.
“Espressionismo titanico” dal quale mai assente è tuttavia la sostanza umana del poeta: ecco allora lo smarrimento e la paura, ecco le tre fiere minacciose, ecco il conforto e l’atmosfera sospesa e affettuosa, intrisa di devozione, del dialogo con Virgilio; ecco il Limbo degli spiriti magni e di quella megalopsuchia, superiore magnanimità che illumina e infonde forza al poeta sulla soglia del regno dell’ombra, del luogo di tenebre ove non è che luca; ecco il ribollente grido dei gironi infernali, l’eternità disperata e ineluttabile della pena, l’incalzare degli incontri coi dannati, la pietà profonda che non esclude la coscienza morale, l'accettazione della giustizia divina che quella impone.
Ecco l’intrecciarsi dell’esperienza politica e storica del poeta con la sorte delle anime: come quella di Ciacco, il (quasi) contemporaneo che gli chiede dolente di ricordarlo ancora, quando sarà tra i vivi - …Ma quando tu sarai nel dolce mondo, / priegoti ch’a la mente altrui mi rechi…. – ed è il concittadino da cui apprendere la sorte della sua Firenze corrotta dagli odi e dalla discordia.
E come quella di Francesca, la prima delle anime con cui Dante dialogherà nella discesa infernale.
Noi che tignemmo il mondo di sanguigno... Francesca e Paolo: trascinati dalla bufera infernale, accolgono il richiamo del poeta ed è l'amore, non la bufera, a portarli a lui, uniti nella pena eterna così come nella passione in vita.
È Virgilio stesso a incoraggiare il poeta - e tu allor li priega / per quello amore che i mena ed ei verranno.
Ed essi vengono, infatti, uniti nella disperazione e nel rimpianto eterno di un momento di felicità, nella totalità di una perdizione che coinvolge, con loro, anche chi a vita ci spense.
Galeotto fu 'l libro - e il nome dà a questo quasi lo status di personaggio - e nel racconto di Francesca (l'attore solista le dà voce roca e scoscesa, come da una profondità senza tempo, voce che piange e dice) è scambio fra letteratura e vita, identificazione che l’urto con la realtà interrompe - quel giorno più non vi leggemmo avante – fin quando la vita che ha imitato il libro diverrà tragedia.
Non dunque l'amore-virtù della tradizione stilnovistica, nella vicenda di Francesca, ma amore che rovina e uccide, forza incoercibile che unisce i due amanti in una breve felicità e li lega ora nella disperazione eterna: il poeta ne è toccato nel profondo, e il messaggio morale che ne deriva lo sopraffà.
E se è ancora amore, quello amor che i mena a condurre a lui quelle anime, deflagrante è per il poeta l'identificazione della propria umana fragilità con quella di Francesca: io venni men così com'io morisse.
Ancora una volta abbiamo visto cose che voi umani.... Abbiamo oggi sperimentato il "brivido allucinatorio" che si sprigiona da queste serate, pregustato le altre a seguire: malati forse anche noi come Vincenzo, di poesia e di teatro.
Sara Di Giuseppe - 25 luglio 2026
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