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11/08/19

Dante, Massimo e Silvana

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

1° Edizione Estate    27 Luglio - 7 Agosto 2019

Il fabulatore incantevole

a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

LINFERNO MAI UDITO / Memorie di un interprete
di e con Vincenzo Di Bonaventura 

Grottammare Paese Alto Teatro Ospitale    7 agosto 2019  h 21,15



Dante, Massimo e Silvana


       Fra il pubblico di stasera - finalmente numeroso -  in qualcuna delle 72 poltroncine di velluto rosso* secondo me cerano, in incognito, anche Massimo Consorti e Silvana Scaramucci: a prendere appunti per due nuovi pezzi suidibonaventureschi primi 6 Canti dellInferno di Dante, a 20 anni giusti dai memorabili articoli che loro pubblicavano sulla stampa locale dopo altri Inferni di questi.

       Già allora la Divina Commedia-turbo del nostro Di Bonaventura-attore-solista faceva scalpore, tra noi che a mala pena ce la ricordavamo dai tempi di scuola recitata meccanicamente come il rosario, senza guizzi e senzanima.

       Intanto, quel piccolo affettuoso non-teatro Aikot27 arrampicato sulla salita, ricavato senza paura da un ramingo garage rubato alle auto: possenti, ripidi e poco ergonomici gradoni-with-gallery (altro che poltroncine); palcoscenico integrato ma superfunzionale (tanto di quel legno che neanche in Val di Fiemme), con dietro un labirinto(!); torri di casse giganti, amplificatori potenti e fedelissimi (tuttora insuperabili), anche quelli auto-costruiti dal nostro ingegnere del suono; mixaggio di musiche selezionatissime; perfetto isolamento acustico (sempre lingegnere); pesanti tendaggi scuri alle pareti; fari a pinza da cinema/teatro a varie quote; lunghe scale a libro pronte alluso; djembè grandi medi e piccoli

Luogo di oggetti leali, da studio da lavoro e da ascolto, di una bellezza accidentale: nulla ad ingentilire il paesaggio. Mentre nellaria aleggiavano Carmelo Bene, Dario Fo, Jacques Lecoq.

       Uno spazio franco di cultura militante fuori dal coro: scuola di teatro, rassegne, festival, cicli a tema (dai classici greci a Dante, dai grandi dell800 ai poeti russi della Rivoluzione, da Dannunzio a Pirandello a Hikmet a Pennacchi saranno 100 autori!). Spettacoli di riscrittura-scenica in rispetto dei testi, con pochi attori - spesso solo lattore-solista - e per pochi intimi. Al massimo 27.

       Massimo e Silvana, che erano del ramo, venivano per passione e amicizia. Ma, da giornalisti di una volta, lottando non poco nelle redazioni - oggi sarebbe battaglia persa - si guadagnavano il giusto spazio culturale sui loro giornali per raccontare cosa succedeva al TeatrLaboratorium Aikot27 di via Fileni, direz. Cimitero. 

Massimo, passo indolente da flâneur, quasi sempre prima fila a destra, pensoso e attento, mai un applauso. Silvana esuberante ed espansiva, dallintervista automatica, capace di tirar fuori dalla borsetta microfono e registratorino - non cerano gli aggeggi di oggi - ti mando in onda in Tv stasera, o domani…”.

-          Quella sera che, proprio in un Inferno, ai colpi scientifici (di scuola senegalese) dello djembè di Vincenzo, si aggiunsero i rabbiosi
        colpi di bastone di scopa sul soffitto, contributo dellinsofferente anziana signora del piano di sopra, e Vincenzo quasi felice li
        incorporò al volo nel IV Canto
-          Quella volta che irruppero perentori i Carabinieri Si fanno messe nere, qua dentro?”… Che te pozza arrajà 
-          Quella volta che Vincenzo voleva trasportare lo spettacolo direttamente nella frequentatissima pizzeria di fronte, che se ne fottevano di Foscolo e Leopardi.  ()

       Erano i tempi degli amici Massimo e Silvana, giornalisti che - nonostante tutto - osavano scrivere di cultura altra e vera partecipando pur tra anime sgangherate e fiammeggianti, e col loro sicuro e appassionato mestiere tenevano viva e alimentavano la parte forse migliore di noi. E, soprattutto, loro cerano: venivano, vedevano, ascoltavano, pensavano, scrivevano sapendolo fare, non aspettavano le veline precotte sussiegosamente seduti al computer

       Vincenzo, prima di iniziare stasera lultimo spettacolo di questo Autoctophonia Festival, ci mostra le intere pagine di giornale con quei loro articoli - le ha conservate con orgoglio - e ce li ricorda come fa lui, con parole a tempo di jazz intrise di commozione e di gioia, anche nostre.

Poi via, tutti verso lultimo Inferno mai udito.


*Questo Teatro Ospitale ha 72 posti (9 poltroncine in fila per 8), il Teatro Aikot27 ne aveva 27. Buffo, no?


PGC - 10 agosto 2019


09/08/19

Restare umani

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

Grottammare Paese Alto
Teatro Ospitale Casa delle Associazioni

Iª Edizione Estate  27 Luglio 7 Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di trincea
di e con Lirim Gela

6 Agosto2019  h21.15

Riscrittura scenica da: La provocazione di Ismail Kadare


Restare umani


     È affidato al promettente Lirim Gela il penultimo incontro di Autoctophonia Festival. La sua riscrittura scenica de La provocazione di Ismail Kadare è provocazione essa stessa: è ri-creare il testo piuttosto che re-citarlo, divenirne autore oltre che soggetto-attore. 

Ne emergono echi mai spenti di guerre balcaniche, di terre che il giovane Lirim ha lasciato bambino, teatri di conflitti antichi e recenti: e le trincee delle pagine di Ismail Kadare sono le stesse narrategli da coloro che là sono rimasti, guardate attraverso gli occhi di chi cera.

     Sono uguali ovunque, le trincee. Di Bonaventura ne conversa, in apertura, col suo pubblico: parla di quelle vissute dal padre, incapace di dimenticarne la ferocia; di quelle del nonno disperso in Macedonia, di lui solo qualche foto è rimasta; di quelle ricreate da Francesco Rosi in Uomini contro con quel comandante Ottolenghi, Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame, e il regista denunciato per vilipendio dellesercito nella cupa italietta degli anni 70. 

     Sono le trincee di ogni guerra nel secolo della carneficina industrializzata, nel Novecento dei nazionalismi e dei monumenti eretti alla manipolazione patriottica, dei poveracci mandati al macello per la gloria delle aristocrazie militari. 

     In Ismail Kadare, scrittore albanese emigrato in Francia - dove pronunciano Kadaré (fenomeni, questi francesi), insignito di prestigiosi riconoscimenti, più volte candidato al Nobel per la Letteratura - e nella prosa asciutta del suo La provocazione (1962) leggiamo una storia senza tempo, che parla tuttavia ai contemporanei.

     Due trincee, due eserciti che si fronteggiano e si provocano reciprocamente, un inverno bianco e ghiacciato, il piccolo caporale Kostouri suo malgrado a capo della divisione dopo la morte del compagno comandante.

     La neve abbagliava lo sguardo, dalla trincea di fronte il vociare del nemico che festeggia il Natale; le ragazze arrivate col camion non sempre erano prostitute, a volte erano studentesse iscritte alle associazioni patriottiche dellesercito nazionale. Affiora il ricordo di lei, della sua ragazza che ora sè fidanzata, glielhanno scritto, ecco la lettera rigirata tra le mani, coi francobolli incollati storti. 

     E, improvvisa, la provocazione anche se è Natale: i colpi di pistola, il boato di una bomba, la mitragliatrice, e subito la risposta, le grida, il crepitio delle armi, linferno 

[ Sparagli Piero sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora il suono di djembè percuote il buio, rimbalza sugli assi di legno del palco  ].

     La morte stava lì nelledifico della postazione, intorno solo il silenzio e lufficiale di collegamento che nella cornetta nera gracchia pronto, pronto; al mattino limprovvisata sepoltura del comandante ucciso è già coperta dalla neve, candida e luminosa sopra quella terra nera.

     E di colpo una bandiera bianca dalla trincea opposta, una ragazza ferita, sappiamo che da voi cè un medico dice in albanese, la convenzione di Ginevra eccetera. Una decisione drammatica da prendere in fretta una donna, una straniera il dubbio, lincertezza, poi la coscienza che impone di soccorrere, di restare umani. 

Diciannove anni, si saprà poi  -piangeva in modo silenzioso, con la testa sotto la coperta - e dopo, quando sarà morta - si spense prima dellalba - eccola coi capelli biondi e il corpo minuto adagiata sulla barella in territorio neutrale, verranno a riprendersi il corpo dallaltra trincea.

     E i giorni sono ancora vuoto e attesa nella neve, giorni di nulla, uno strano silenzio intorno, solo il lamento della neve sotto gli stivali, e pochi metri più in là il confine tra due stati, sotto il fango nero i loro morti, sepolti secondo la loro usanza, la testa verso la propria terra, le gambe verso laltro stato. 

Ma finalmente non nevica più, domani o dopodomani la strada si aprirà, dei punti neri già avanzano in lontananza, presto la spedizione li raggiungerà; e tutto questo avrà fine, riceveranno le lettere a lungo attese sembra di non sentire più nemmeno il gelo che ferisce la faccia. 

     Allarme! è il grido improvviso della vedetta e squarcia il silenzio. Di nuovo un provocazione? Comè possibile?”…

     Dodici ore dopo la strada è aperta, la spedizione - i punti neri allorizzonte - è avanzata velocemente, ha lottato con la neve e le valanghe ma la postazione è raggiunta, i soldati avranno le loro lettere 

Silenzio, troppo silenzio, e presentimenti, è strano non sentire nessuno, da lontano la sentinella appare seduta, appoggiata alle travi, come se fosse troppo stanca, come se

      Da ambo i lati del corridoio il vento soffiava forte sopra i morti.  Guardava il cielo, il caporale Kostouri, con una grande ferita di baionetta nel petto, gli altri giacevano qua e là

Li misero in fila nel retro del camion, sopra i corpi la borsa piena di lettere e cartoline.

        Il lungo applauso che saluta Lirim ci riscuote da questora di immedesimazione totale. Nella fulminante riscrittura scenica scopriamo il pathos di unopera che tocca corde universali; che addita la tragedia e la follia di ogni guerra ma ci interroga con forza anche sulloggi, sul precario confine tra umano e disumano: incerto e confuso, disperso nella nebbia degli slogan e delle propagande, nelle mistificazioni dei poteri che chiamano sicurezza il non soccorrere, il volgersi dallaltra parte, la rinuncia a restare umani. 


Sara Di Giuseppe - 8 Agosto 2019 


02/08/19

Per una pallottola in più

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL 

Edizione Estate  27Luglio - 7Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

POETAR RIVOLUZIONANDO / Memorie di Ottobre
Riscrittura scenica di e con Vincenzo Di Bonaventura

Grottammare Paese Alto Teatro OSPITALE     
28 luglio 2019   h 18,15 e 21,15


Per una pallottola in più


     Un tempo dottobre, più si facevano le rivoluzioni, più nascevano i poeti. Illuminavano come fiaccole il tempo della rivoluzione. Ma finita quella, o subito o dopo un po, alcuni toglievano il disturbo. Si sparavano. Se la pistola sinceppava non si perdevano danimo, ci riprovavano, che sarà mai una pallottola in più Finchè BANG, gli andava bene. Esénin invece si uccise diversamente: chi dice tagliandosi le vene, gli serviva il sangue per scrivere lultima poesia

       Turbinosi tempi di Futurismo. Voglia di cambiamento, costi quel che costi. Il pensiero oltre lazione. “… le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche…”

       Parevano essersi messi daccordo, quei tre grandi poeti russi, e furono come unonda anomala in un mare di vecchiume. Furono la rivoluzione essi stessi. Majakovskij sognò la rivoluzione prima che questa accadesse: Aderire o non aderire? La questione non si pone per me (e per gli altri futuristi moscoviti). E la mia rivoluzione. Blok, il simbolista che vedeva nel cielo geroglifici, dalla prodigiosa forza lirica, pervaso come pochi di alone mistico, alla fallimentare rivoluzione del 1905 si accascia: diventa realista. A quella di ottobre del 17, prima si esalta, poi ne è travolto. Perde quasi la speranza; salvo - ne I Dodici - diventar visionario: le 12 guardie rosse che pattugliano Pietroburgo sarebbero i 12 Apostoli, e arriverà pure un Cristo Esenin bello come il sole, il poeta-contadino (allora era il massimo), il romantico, credeva nella rivoluzione fino a un certo punto, ma la usò. Non era un rivoluzionario. Le sue poesie incantavano, anche per lo scalpore, sicchè in patria divenne subito celebre: oggi sarebbe un influencer da 1 milione di follower.  Fu un prodigioso effetto della rivoluzione, e la sua fine poi così teatrale

       Eccolo, il poetar rivoluzionando del primo900, immerso nella pittura, nella musica, nellarchitettura, in ogni disciplina artistica. Oltre che - rischiosamente - nella politica. I poeti erano interconnessi, si direbbe oggi. Erano come lampioni ficcati nel mezzo della strada, la illuminavano esponendosi, se non combattendo. Proprio non poteva essere la solita poesia. Era nato un nuovo metodo artistico, più sperimentale e realistico, più visivo, più acustico nella fattura dei versi, più penetrante intimistico e scenografico nella tenerezza. Più palpitante. Meno simbolista. Nasceva la modernità ad alta tensione, veloce, metaforica. La parola veniva scomposta come un quadro cubo-futurista, e la poesia concepita come arte teatrale irripetibile di vita pulsante.

       Ed ecco oggi il poetar rivoluzionando militante di Di Bonaventura-attore-solista. Prima, nellinospitale Ospitale con le sue mani sè costruito (per il Festival) il giusto non-palcoscenico, come uninstallazione non finita, nata per sottrazione di retorica perbenista e per addizione di materiali poveri, grezzi, e materie-seconde ricche di espressività futurista. Volumi monumentali ma dinamici, poggiati su un parquet primitivo, come su unisola. Manca solo una centenaria bicicletta della Rivoluzione Poi, nello spettacolo, come quinte, solo partiture di luce calda e incerte sciabolate - schlàac - di autentiche rare foto dantan. Mentre la musica-matematica dello djembè accompagna la lingua trasformazionale di Vincenzo.

       Tre poeti di questa levatura in audaceriscrittura scenica unica non ripetibile. Chi cè, cè. Poco più tardi, alle 21,15, sarà ancora uguale ma diverso. Chi cè, cè. Comunque, Carmelo Bene e Dario Fo sono tra noi.


PGC - 1 agosto 2019 


“ANIMULA VAGULA, BLANDULA…”

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL
Grottammare Paese Alto
Teatro Ospitale Casa delle Associazioni

 Iª Edizione Estate Luglio-Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di un Imperatore
di e con Simone Cameli

30 luglio 2019  h21.15

Riscrittura scenica da: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar


ANIMULA VAGULA, BLANDULA…”

       Cerchiamo dentrare nella morte ad occhi aperti È il congedo epistolare di Publius Aelius Traianus Hadrianus, Imperator, dal giovanissimo Marco Aurelio, nipote e futuro imperatore, destinatario delle sue memorie. Ho concepito il progetto di raccontarti la mia vita, e nel capolavoro della Yourcenar quella lettera, iniziata per informare il giovinetto sullo stato della malattia, diventa per il sessantaduenne Adriano narrazione, confessione, memoria. 

        Su quelle ultime parole cala stasera per noi lideale sipario, e una nenia profonda di melodie etniche colma di sé il buio in sala, eco di confini lontani quanto quelli dellImpero che dominò il mondo.

        È riscrittura scenica, quella del valentissimo Simone attore solista, del tutto allaltezza del maestro Di Bonaventura; dietro lo smemoramento del testo agisce la lezione dei grandi:  la scuola di Jacques Lecoq, il magistero di Dario Fo, quello di Carmelo Bene. 

        E quel romanzo di portentoso lirismo che è Memorie di Adriano - poesia, storia, filosofia, saggio, meditazione   attraverso il volto e la voce dellattore ci prende per incantamento e ci conduce alla Tivoli assorta, ai silenzi della Villa Imperiale, dove il passato dei ricordi si intreccia per Adriano al presente della meditazione: i giorni sono contati, sono giunto a quelletà in cui la vita è per ogni uomo una sconfitta accettata e le rinunce fanno ormai parte del quotidiano - così la caccia, il cavalcare, il nuotare, il correre - ma ciò che è perso in azione è acquisito in conoscenza: di sé, delle ragioni dellesistenza, dei punti di partenza, delle origini, meta ultima di una ricerca nella quale "trascorre una parte di ogni vita umana

        Ecco allora i ricordi, ombre troppo lunghe del nostro breve corpo: quelli di una vita pubblica che lo ha reso Imperator e padrone del mondo, e quelli più intimi e privati, il vigore, lentusiasmo, la forza, lebbrezza della felicità e labisso del dolore.

        Il cursus honorum, le conquiste militari, la designazione da parte di Traiano, la successione al governo di una Roma che non è più da tempo la borgata pastorale dei tempi di Evandro: crogiuolo di contraddizioni feconde, come quella fra la rusticità del suo popolo e lincredibile esotismo dei suoi sette colli popolati da tutte le razze del mondo. Ecco il Saeculum Aureum, lo splendore dellImpero in quel II° secolo di conquiste e di monumentali grandezze, quando costruire è collaborare con la terra, quando ricostruire () significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti. Ecco gli acquedotti nella Troade, le fortificazioni di Cartagine, i porti e le biblioteche perché Fondare biblioteche è come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire

        Humanitas, Felicitas, Libertas, sono le parole incise sulle monete del suo regno, non ancora avvilite da applicazioni tanto ridicole. Ed è sentirsi responsabile della bellezza del mondo, è aristocrazia dello spirito che lo inclina alle filosofie che hanno il sapore delle notti asiatiche e il fascino delle terre più orientali dellImpero, è quindi liniziazione ai Misteri di Eleusi; ed è lassoluta modernità di un pensiero che lo rende rigoroso con se stesso prima che con gli altri, di una visione del mondo che gli fa aborrire arroganza e sopruso, combattere il pregiudizio, legiferare in unottica di giustizia e generosità Fino ad oggi tutti i popoli sono periti per mancanza di generosità - nella convinzione dessere funzionario dello Stato e non Cesare. 

Come oggi. 

      Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare lEtà dellOro. Poi lamore totale, bruciante e tenero, per il greco giovinetto Antinoo di miracolosa bellezza, la vertigine di una felicità assoluta; e il silenzioso suicidio di quel dio fanciullo ombroso e schivo, i presagi ignorati di quel raro capolavoro che fu la sua fine (la scelta del giorno che ricorda la morte di Osiris, dio delle agonie); il dolore infinito e la memoria esaltata nella divinizzazione del fanciullo che un dio lo era già, il monumento ordinato in riva al Tevere, presso la mia tomba.

       Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più…”

Si è fatto portare a Baia, il tragitto è stato penoso, ma con questo caldo di luglio () in riva al mare respiro meglio. Gli amici più intimi, i fedeli servitori non trattengono la commozione Fino allultimo istante scrive ancora a Marco Adriano sarà stato amato damore umano.

        Se è arduo per noi tornare ai feroci neon dellOspitale dopo esserci per due ore abbandonati al teatro, lo dobbiamo a Simone, soggetto-attore e mirabile artifex questa sera di un teatro intenso e alchemico dimpronta beniana; teatro catartico, quasi, nel quale capita di trasformare il mondo più che rappresentarlo, di mettere in scena quel che manca nella vita quotidiana: come lincanto di un libro, stavolta,che continua a insegnarci a vivere, e a morire .

Animula vagula, blandula,

Hospes comesque corporis,

Quae nunc abibis in loca

Pallidula, rigida, nudula, 

Nec, ut soles, dabis iocos       P.  Aelius Hadrianus, Imp.

       (In: Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, 1951 - Trad. Lidia Storoni Mazzolani)


Sara Di Giuseppe - 1 Agosto 2019


30/07/19

SECONDA FILA, TERZO LEGGIO

Autoctophonia Festival
Grottammare – Paese Alto
“Teatro Ospitale” – Casa delle Associazioni

Iª Edizione Estate     Luglio-Agosto 2019
Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

27 luglio 2019     h 18.15 e 21.15
IL BASSISTA
“Memorie di un musicologo perverso”
di e con
Vincenzo Di Bonaventura
 

SECONDA FILA, TERZO LEGGIO

          “I due maestri sono venuti a trovarmi ieri sera, durante l’allestimento”, racconta Di Bonaventura. Dario Fo e Carmelo Bene, naturalmente, chi altri... E nessuno fra noi dubita della realtà di una tal visita: perché li sentiamo ancora qui, i due maestri, nell’omaggio dell’attore solista, “fabulatore d’incanto”, a quel loro teatro che fu soprattutto ricerca - sulla lingua nell’uno, sulla phonè nell’altro – e sempre “teatro del testimone” così come lo è quello di Di Bonaventura: ancor più in questa traiettoria teatrale quasi temeraria, certo visionaria, di giullare scomodo e solitario, a cavallo dei due mesi estivi più connotati - in questa città e non solo - dal confuso frastuono di riti collettivi, commerciali e finto-culturali.

          Macchina attoriale nella pienezza dell’accezione beniana – e dunque attore solista ma anche regista, sceneggiatore, musicista, tecnico del suono ecc. – Di Bonaventura annulla ogni distanza fra sé e il pubblico, porge allo spettatore una riscrittura scenica a cui aderire con tutto il coinvolgimento emotivo, sensoriale, neuronale, di cui si è capaci.
          Oggi un apparato fonico d’antan ma poderoso - ben 13 casse-armadio, più aggeggi di variegata pittoresca tecnologia - crea il tessuto acustico di una “partitura” complessa e visionaria, “Il contrabbasso” di Patrick Sϋskind (1981): alluvionale flusso di coscienza che del protagonista - terzo leggio nella seconda fila dei contrabbassi dell’Orchestra di Stato - svela il microcosmo di “manovale della musica”, coagulo di frustrazione e impotenza intorno al feroce amore/odio per l’ingombrante, monumentale, antropomorfo, cannibalizzante strumento musicale.
         Sublimato dalla grazia dell’ironia, il poderoso monologo è insieme allucinata dichiarazione d’amore per la musica, perorazione della centralità pur misconosciuta del proprio ruolo di contrabbassista, inno a quello che ”nelle sue quattro corde racchiude la potenza di un’orchestra”, il più “femminile” degli strumenti con le sue curve che invitano all’abbraccio; ed è al tempo stesso perturbante metafora dello smarrimento e dell’insignificanza dell’intellettuale in un universo di prevaricazione ed esibizionismo; della condizione dell’artista sempre in bilico tra arroganza e fragilità; della solitudine dell’uomo-massa, specie se colto e sensibile, vaso di coccio tra vasi di ferro.

         “Se c’è una cosa inconcepibile è un’orchestra senza contrabbasso (…) un’orchestra comincia a esistere solo quando c’è un contrabbasso”: alle nevrotiche considerazioni sulle gerarchie orchestrali, sul ruolo degli altri strumenti (…E il primo violino, come si sentirebbe il primo violino senza contrabbasso? Nudo, come un imperatore senza i vestiti!...), sull'inutilità del direttore (lasciamo il direttore sbacchettare, il direttore è un’invenzione del 18°secolo…) si alternano spezzoni delle melodie di Brahms, di Schubert, amate con lo stesso ardore con cui Wagner è odiato (“Se ci fosse stata la psicanalisi ci saremmo risparmiati quel mostro di Wagner…”): ah la Seconda di Brahms! ah l’Incompiuta di Schubert! ah il tuono dei cinque contrabbassi all’unisono  - che ne trema l’orchestra - per il brivido della straussiana Salomè affacciata sull’orrenda prigione di Johanaan!...

         Ma la stessa monumentalità del meraviglioso strumento incombe ossessiva sul microcosmo privato del musicista e - quel che è peggio – nell’orchestra lo rende invisibile a Sarah, affascinante soprano e amorosa ossessione:  lo sguardo di lei non è mai rivolto al contrabbasso di fila, ma lei c’è sempre, “con quella voce, quell’organo divino”, invade i sogni notturni, a volte “mi appare anche di giorno”…

      D’altra parte come ignorare che non c’è niente di più opposto di un soprano e di un contrabbasso? Il contrabbassista è il primo a saperlo, non esiste una musica scritta per loro; alla Biblioteca musicale, forse, solo “due arie per soprano e contrabbasso obbligato” poi un nonetto di Bach… poca cosa; e poi lei esce con un cantante italiano…
         Infine è chiaro a tutti, come no, che “In realtà non si è nati per il  contrabbasso (… ), ci si arriva per vie traverse, per caso e per delusioni” e lui c’è arrivato per vendetta e rivalsa: contro il padre che non lo voleva artista, e contro la madre artista, per vendicarsi della quale si dedica allo strumento più ingombrante, goffo, “il meno da solista che ci sia”: e per deludere l’uno e l’altra ed “assestare a mio padre una pedata nell’al di là”  diviene “proprio un impiegato: contrabbassista nell’Orchestra di Stato, terzo leggio”.

         Non può che tracimare, e lo farà, l’energia accumulatasi nell’intreccio di frustrazione, orgoglio, rabbia, delusione, come un fiume sotterraneo pronto ad esondare con violenza: ed ecco lo spettacolare “grido del suo cuore innamorato” - SARAH! -  esplodere nel bel mezzo dell’orchestra, mentre questa sospende il respiro in attesa dell’inizio e “le tre figlie del Reno stanno là come inchiodate dietro il sipario chiuso”… L’effetto sarà “colossale”, c’è da immaginarselo.
Ed è appunto solo immaginazione: il resto è struggente ripetitivo delirio, “ a volte immagino di vedermela davanti, molto  vicino, come il contrabbasso in questo momento…”.

         E’ soprattutto un’ode alla musica questo testo teatralissimo, struggente e ironico, che risucchia lo spettatore in un vortice di emozioni, sensazioni, deliri. Con qualcosa di felliniano - e pertanto di straordinariamente poetico - nella parabola tragicomica del protagonista. E mai fabulatore fu più “incantevole” dell’attore-solista che oggi gli presta la sua voce e la prodigiosa memoria. E che come un magnifico contrabbasso racchiude in sé la potenza di un’intera orchestra.


Sara Di Giuseppe - 29 luglio 2019