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03/01/25

TEATRO È: UN TAPPETO IRANIANO

TEATRLABORATORIUM AIKOT 27

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL

Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra

A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos

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DON CHISCIOTTE

di

Miguel de Cervantes 

 

Riscrittura scenica 

di e con 

Vincenzo Di Bonaventura 

 

OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI

GROTTAMMARE ALTA  -  28 - 29 dicembre 2024



TEATRO È : UN TAPPETO IRANIANO

  “…E il teatro non è soltanto i suoi spettacoli; non è soltanto una forma artistica, ma una forma di essere e di reagire. È tradizione e invenzione di tradizione”.

       (Eugenio Barba)


      “Sono uno stradarolo” dice di sé Di Bonaventura, perché “appartengo alla vecchia categoria dei teatranti che migrano”, nella più pura tradizione della Commedia dell’Arte, “il più bel teatro del mondo”. 

 

      Con lui anche il romanzo può farsi teatro di strada, e ogni luogo può per lui essere teatro e palcoscenico. Oggi, al centro del palco-che-non-c’è, è un tappeto iraniano (da “una delle civiltà più antiche della storia umana, e nella quale sicuramente sono nati i primi teatri e i primi culti ad essi connessi”*) l’oggetto scenico che perimetra l’azione teatrale e simbolicamente scandisce i ruoli cangianti dell’unico soggetto-attore. 

L’essere alternatamente sopra il parallelepipedo che il tappeto ricopre e lo scendere da questo codifica rispettivamente l’entrata dell’attore nel personaggio e l’uscita da questo e l’interazione con i presenti.


      Ed ecco allora il teatro divenire atto totale, vivere nello Spazio Vuoto - alla Peter Brook - nel quale ciò che conta è l’umano e il rapporto alchemico di questo col pubblico; ecco l’attore superare il teatro accademico e “mortale”, eccolo farsi giullare alla maniera di Dario Fo, reinventare il testo e sovvertirne il linguaggio; eccolo sdoppiarsi ed essere ora il Cavaliere dalla Triste Figura con la sua lingua paludata e aulica, ora il fido scudiero Sancio dal travolgente eloquio abruzzese-forse-rosetano. Ecco la scena diventare laboratorio linguistico e ricreare codici espressivi popolari e antichi, di rara efficacia; pari, per pathos e forza drammatica -  Vincenzo dixit - alla lingua dei tragici greci.

 

       Si è dotato di katana, il nostro Di Bonaventura, per meglio seminare terrore e distruzione intorno: perché è questo che dovrà fare il nobile Don Chisciotte, così appassionato di libri di cavalleria da consumare in quella lettura giorni interi cosicchè sia per il non dormire sia per il troppo leggere gli si seccò il cervello e finì per perdere la ragione.

 

“Partì un bel mattino di luglio 

Per conquistare il bello, il vero, il giusto”

(Nazim Hikmet)

 

È struggente, la follia di questo "cavaliere invincibile degli assetati" autoproclamatosi cavaliere errante, venturiero e prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso; comico e insieme commovente il suo scambiare la modesta locanda per un avito maniero, le avventuriere di strada per nobili pulzelle, i mulini a vento per trenta o quaranta giganti e io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie. Comico il suo trasfigurare la figlia de lu purcare – così nel dialetto di Sancio – cioè la nerboruta contadina Aldonza di petto e lombi possenti, per la soave Dulcinea del Toboso, che merita d’essere signora dell’universo intero …

 

      Gli fanno da contraltare Sancio e la sua ruvida concretezza, e quel suo dialetto che è ogni volta eruzione  incontenibile: di lamenti per il padrone ridotto a mal partito; di frizzi e lazzi per l’abbaglio che gli fa vedere Dulcinea nella muscolosa Aldonza; di umana pietà per quell’amore allucinato, per quella lettera a Dulcinea che il cavaliere gli affiderà: che la consegni, e solo se la risposta sarà diversa da quella sperata, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni

 

Ma è oltre la comicità giullaresca, el ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, antieroe così lontano dall’eroismo dei poemi medievali (Ha un’anima trasparente dice di lui il buon Sancio, e Dostoevskij vi si ispirerà per “L’Idiota”) scagliato in una modernità in cui la fede nell’agire umano ha lasciato il posto all’incertezza e al disinganno.

 

Ariémecene a la casa!, “Torniamocene a casa!”, è il lamento costante di Sancio: capace, benché villano e credulone di misurare la distanza tra la realtà e la promessa folle del suo padrone “che in un girar di mano lo rendesse signore di un'isola, ed egli ve lo lascerebbe governatore”; vorrebbe ricondurre entro i confini del reale il sogno smarrito del cavaliere, gli ricorda che i cavalieri antichi impazzivano per un motivo, ma Don Chisciotte sa che non v’è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo. 

 

E lo sgangherato hidalgo - “poeta, folle, mendicante” - nel microcosmo isolato e visionario che lo ingabbia diviene metafora universale di ogni ricerca di libertà percepita come “follia”; di ogni guerra, combattuta lancia in resta e già in partenza perduta, contro i muri alti delle convenzioni, delle ipocrisie, dei poteri consolidati. E il suo impazzare è forse l’illusione che addita “la maglia rotta nella rete”, il volo verso la libertà sempre pagato a caro prezzo.

 

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“….ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati

tu continuerai a vivere come una fiamma

nel tuo pesante guscio di ferro

   e Dulcinea

sarà ogni giorno più bella”

 

(Nazim Hikmet, Don Chisciotte, 1947)

 

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*Valeria Ianniello – “Viaggio nel teatro iraniano moderno

                                    fra tradizione e invenzione di tradizione”, 2015

 

Sara Di Giuseppe - 31 dicembre 2024


 

09/08/19

Restare umani

AUTOCTOPHONIA FESTIVAL

Grottammare Paese Alto
Teatro Ospitale Casa delle Associazioni

Iª Edizione Estate  27 Luglio 7 Agosto 2019 

Il fabulatore incantevole
a cura di TeatrLaboratorium Aikot27 e Gruppo Aoidos

Memorie di trincea
di e con Lirim Gela

6 Agosto2019  h21.15

Riscrittura scenica da: La provocazione di Ismail Kadare


Restare umani


     È affidato al promettente Lirim Gela il penultimo incontro di Autoctophonia Festival. La sua riscrittura scenica de La provocazione di Ismail Kadare è provocazione essa stessa: è ri-creare il testo piuttosto che re-citarlo, divenirne autore oltre che soggetto-attore. 

Ne emergono echi mai spenti di guerre balcaniche, di terre che il giovane Lirim ha lasciato bambino, teatri di conflitti antichi e recenti: e le trincee delle pagine di Ismail Kadare sono le stesse narrategli da coloro che là sono rimasti, guardate attraverso gli occhi di chi cera.

     Sono uguali ovunque, le trincee. Di Bonaventura ne conversa, in apertura, col suo pubblico: parla di quelle vissute dal padre, incapace di dimenticarne la ferocia; di quelle del nonno disperso in Macedonia, di lui solo qualche foto è rimasta; di quelle ricreate da Francesco Rosi in Uomini contro con quel comandante Ottolenghi, Basta con questa guerra di morti di fame contro morti di fame, e il regista denunciato per vilipendio dellesercito nella cupa italietta degli anni 70. 

     Sono le trincee di ogni guerra nel secolo della carneficina industrializzata, nel Novecento dei nazionalismi e dei monumenti eretti alla manipolazione patriottica, dei poveracci mandati al macello per la gloria delle aristocrazie militari. 

     In Ismail Kadare, scrittore albanese emigrato in Francia - dove pronunciano Kadaré (fenomeni, questi francesi), insignito di prestigiosi riconoscimenti, più volte candidato al Nobel per la Letteratura - e nella prosa asciutta del suo La provocazione (1962) leggiamo una storia senza tempo, che parla tuttavia ai contemporanei.

     Due trincee, due eserciti che si fronteggiano e si provocano reciprocamente, un inverno bianco e ghiacciato, il piccolo caporale Kostouri suo malgrado a capo della divisione dopo la morte del compagno comandante.

     La neve abbagliava lo sguardo, dalla trincea di fronte il vociare del nemico che festeggia il Natale; le ragazze arrivate col camion non sempre erano prostitute, a volte erano studentesse iscritte alle associazioni patriottiche dellesercito nazionale. Affiora il ricordo di lei, della sua ragazza che ora sè fidanzata, glielhanno scritto, ecco la lettera rigirata tra le mani, coi francobolli incollati storti. 

     E, improvvisa, la provocazione anche se è Natale: i colpi di pistola, il boato di una bomba, la mitragliatrice, e subito la risposta, le grida, il crepitio delle armi, linferno 

[ Sparagli Piero sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora il suono di djembè percuote il buio, rimbalza sugli assi di legno del palco  ].

     La morte stava lì nelledifico della postazione, intorno solo il silenzio e lufficiale di collegamento che nella cornetta nera gracchia pronto, pronto; al mattino limprovvisata sepoltura del comandante ucciso è già coperta dalla neve, candida e luminosa sopra quella terra nera.

     E di colpo una bandiera bianca dalla trincea opposta, una ragazza ferita, sappiamo che da voi cè un medico dice in albanese, la convenzione di Ginevra eccetera. Una decisione drammatica da prendere in fretta una donna, una straniera il dubbio, lincertezza, poi la coscienza che impone di soccorrere, di restare umani. 

Diciannove anni, si saprà poi  -piangeva in modo silenzioso, con la testa sotto la coperta - e dopo, quando sarà morta - si spense prima dellalba - eccola coi capelli biondi e il corpo minuto adagiata sulla barella in territorio neutrale, verranno a riprendersi il corpo dallaltra trincea.

     E i giorni sono ancora vuoto e attesa nella neve, giorni di nulla, uno strano silenzio intorno, solo il lamento della neve sotto gli stivali, e pochi metri più in là il confine tra due stati, sotto il fango nero i loro morti, sepolti secondo la loro usanza, la testa verso la propria terra, le gambe verso laltro stato. 

Ma finalmente non nevica più, domani o dopodomani la strada si aprirà, dei punti neri già avanzano in lontananza, presto la spedizione li raggiungerà; e tutto questo avrà fine, riceveranno le lettere a lungo attese sembra di non sentire più nemmeno il gelo che ferisce la faccia. 

     Allarme! è il grido improvviso della vedetta e squarcia il silenzio. Di nuovo un provocazione? Comè possibile?”…

     Dodici ore dopo la strada è aperta, la spedizione - i punti neri allorizzonte - è avanzata velocemente, ha lottato con la neve e le valanghe ma la postazione è raggiunta, i soldati avranno le loro lettere 

Silenzio, troppo silenzio, e presentimenti, è strano non sentire nessuno, da lontano la sentinella appare seduta, appoggiata alle travi, come se fosse troppo stanca, come se

      Da ambo i lati del corridoio il vento soffiava forte sopra i morti.  Guardava il cielo, il caporale Kostouri, con una grande ferita di baionetta nel petto, gli altri giacevano qua e là

Li misero in fila nel retro del camion, sopra i corpi la borsa piena di lettere e cartoline.

        Il lungo applauso che saluta Lirim ci riscuote da questora di immedesimazione totale. Nella fulminante riscrittura scenica scopriamo il pathos di unopera che tocca corde universali; che addita la tragedia e la follia di ogni guerra ma ci interroga con forza anche sulloggi, sul precario confine tra umano e disumano: incerto e confuso, disperso nella nebbia degli slogan e delle propagande, nelle mistificazioni dei poteri che chiamano sicurezza il non soccorrere, il volgersi dallaltra parte, la rinuncia a restare umani. 


Sara Di Giuseppe - 8 Agosto 2019