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17/12/24

La complessità del male

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL
Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
a cura di 
Vincenzo Di Bonaventura e Laboratorio teatrale Aoidos
 
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DELITTO E CASTIGO
di 
F. Dostoevskij
 
 
Ri-scrittura scenica di e con 
Simone Cameli
 
OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI
GROTTAMMARE ALTA    14 -15 Dicembre 2024  h21,30
 
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LA COMPLESSITÀ DEL MALE
 

“Ecco dunque il peccato di Raskol’nikov; l’orgoglio e la superbia; l’infrazione della legge e l’affermazione di sé; la trasgressione della norma e la pretesa d’una libertà illimitata: la ribellione e il titanismo.”

(L.Pareyson, Il male in Dostoevskij)

 

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Essere unico attore e interpretare più parti; uscire da un personaggio ed entrare in un altro e di nuovo uscire da questo e nel mentre spiegare al pubblico ciò che si sta facendo: è ciò che l’eccellente Simone realizza stasera - nel "suo" DELITTO E CASTIGO - ponendosi nel solco dell’intuizione teatrale di Dario Fo - l’attore unico che interpreta più ruoli - e calcando l’orma dei maestri, da Carmelo Bene fino a Di Bonaventura. 
 
È quest’ultimo, nel suo momento conversazionale col pubblico – quasi numeroso, stasera, in libera uscita dalla catalessi culturale dei luoghi, chissà se dura – a ricordare la figura dell’amico e artista, il giovane Giuseppe Plebani troppo presto scomparso e a cui l’intera rassegna Verfremdungseffekt Testimonial è dedicata; a sottolineare ancora come in questo teatro del testimone l’attore sia anche e soprattutto artefice: poiché è colui che “supera” il testo (in quello che egli chiama attentato al testo: per di più, oggi, non opera teatrale ma romanzo) e nella ri-scrittura scenica lo ri-crea e nel rappresentarlo opera il brechtiano “straniamento” - Verfremdungseffekt - tanto sulla scia delle avanguardie teatrali (da Lecoq a Brook, a Bene, a Fo) quanto attingendo all’antico, al dramma classico e alla Commedia dell'Arte. 
 
Nella spoglia scenografia dell’inospitale Ospitale - che è quasi lo “spazio vuoto” di Peter Brook, “necessario” perché al centro vi sia l'elemento umano - agiscono il Simone/Raskol’nikov e il  Simone/Petrovič Giudice Istruttore, e ancora il Simone/Raskol’nikov deportato in Siberia: nei monologhi di Raskol’nikov, nelle trappole logiche del sulfureo Petrovič si delineano gli imponenti temi etici del romanzo e l'essere, questo, manifesto esistenziale sulla condizione umana, sulla ricerca di giustizia e sul concetto di colpa.
 
Vi è un misfatto, organizzato con accurata progettazione, ma il misfatto risponde ad un’esigenza impellente di giustizia del protagonista, all’impossibilità di sopportare l'idea che la propria vita e quella di altri sia rovinata da un essere spregevole, l'usuraia in questo caso (Io non ho ucciso una persona, io…io… ho ucciso un principio).

Giustizialismo che lo rende giudice e carnefice al tempo stesso: l’intrinseca "giustizia" che Raskol’nikov vede nel delitto - l’idea universale di giustizia è infatti per la sua natura ideale, inattuabile e imperfetta, e dunque “si può rinunciare alla perfezione” - si legittima storicamente poiché - come argomenta in uno slancio superomistico - …tutti i legislatori, i fondatori della società, dai più antichi e continuando con Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e così via erano criminali per il solo fatto che facendo una nuova legge infrangevano quella precedente che la società considerava sacra. […] Ciò che è notevole è che la maggior parte di questi benefattori e fondatori dell’umanità ha versato fiumi di sangue. 

Paradosso che confliggerà ben presto con la stessa volontà di giustizia del giovane e lo precipiterà nell’inferno del dissidio interiore che lo perderà. 

La legge morale - come tutto ciò che è universale ed esiste indipendentemente dalla nostra volontà, a cominciare dalle leggi di natura - non può essere razionalizzata o dimostrata: nella pretesa di farlo, Raskol’nikov pecca di superbia e viola, nel delitto, la legge morale per eccellenza, la sacralità della vita che è indipendente dalla sua utilità o nocività nel consorzio umano. E si rende, infine, artefice della propria rovina. 
 
Un fascio di luce abbagliante sull’eterno umano dramma è quello che il nostro Simone, attore/artefice, estrae dal romanzo.
 
Nei monologhi della sofferta introspezione del giovane, nel groviglio di circostanze scandagliate dal giudice istruttore, nella volontà di espiazione e riscatto di un Raskol’nikov ormai deportato, l’arte scenica ci trasmette in ogni vibrazione il conflitto interiore, la dicotomia tra delitto e desiderio di giustizia, tra questo e la giustizia stessa come entità superiore e impersonale.
Ma nel buio che scende sulla sala e sul pubblico e sull’ultima battuta - Solo sette anni, ancora sette anni!... - il nostro Simone/Raskol’nikov sembra dirci che gli interrogativi restano irrisolti, che "la realtà del male [....] è purtroppo una realtà effettiva e ineludibile che conferisce alla condizione dell'uomo un carattere eminentemente tragico" (L.Pareyson). 

Così come la complessità del male si sottrae ieri come oggi alle facili o consolatorie schematizzazioni, e lo sguardo che scandaglia gli abissi dell’umano può solo ritrarsene, senza portare con sé risposta alcuna.


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...Ma qui inizia un’altra storia, la storia del graduale rinnovamento di un uomo, la storia della sua progressiva rigenerazione, del suo passaggio da un mondo ad un altro, quella del suo ingresso in una realtà che fino a quel momento non aveva nemmeno immaginato. Questo potrebbe essere il tema di un nuovo racconto, ma quello presente è giunto alla fine.

 

(F.Dostoevskij, Delitto e Castigo – Epilogo, II)

 

Sara Di Giuseppe - 17 dicembre 2024

 

 

19/11/24

GLI ANELLI DI SATURNO

TEATRLABORATORIUM AIKOT 27

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL
Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos


"I poeti della Rivoluzione"
A.Blok, S.Esenin, V.Maijakovkij, B.Pasternak
Dedica al maestro Carmelo Bene
“Quattro modi diversi di morire in versi”
 
Laboratorio teatrale Aoidos
con Vincenzo Di Bonaventura attore solista - Alberto Archini alle percussioni
 
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Presentazione del libro di Vincenzo Di Bonaventura
“Il guardatore del Carmelo”
con Simone Cameli 


OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI

GROTTAMMARE ALTA  -  16 e 17 Novembre 2024  h21,30

GLI ANELLI DI SATURNO
 
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“Vi ho già risposto, Innokentij. (…) Majakovskij mi è sempre piaciuto. È come una continuazione di Dostoevskij (…). Come riesce a dire tutto, una volta per sempre, in modo implacabile e assolutamente coerente! E soprattutto, con che audacia e che slancio scaraventa le cose in faccia alla società e anche più lontano, nello spazio!”
(B. Pasternak, Dottor Živago, parte VI)

 

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A proposito di “spazio” – ma quello siderale – ecco che per cosmica analogia ti vengono in mente gli anelli di Saturno e la distanza fra loro e dal pianeta, quando osservi lo sparuto numero di spettatori – mediamente da 8 a 11  – che (dalle nostre parti, s’intende!) “affollano” i Recitals di Vincenzo Di Bonaventura dedicati, sempre, ai giganti della letteratura, della poesia, del pensiero, dall’antico ai nostri giorni.

  

Come gli anelli di Saturno, la totalità del potenziale pubblico assente sembra infatti ruotare indifferente in orbite separate e distanti (almeno i 4.800 km della “divisione Cassini”) da quelle altissime voci di letteratura e poesia: voci che non hanno uguali fra cielo e terra, la cui potenza sismica ti rigira l’anima al contrario, e che Di Bonaventura porta in scena da una vita con "patologica" tenacia.
Può darsi temano d'uscir d’orbita  e piombare in un girone d’Inferno anziché su un anello di Paradiso. 
Peccato per loro.

 

Questa sera, 17 novembre, la sala-magazzino dell’Ospitale coi suoi neon-macelleria (“teatro” si fa per dire), s’è appena desertificata del folto pubblico accorso nel pomeriggio ad ascoltare il bravo intellettuale (col libro appena uscito, va da sé). 
Restano per Di Bonaventura gli 8 (otto) spettatori regolamentari: tutti gli altri – giornalisti, politici (parlando con decenza), intellettuali, giovani (dove sono i giovani?...), benpensanti e bellagente restano nell’orbita di Saturno.
Forse è solo paura di volare

 

Il nostro volo, invece, inizia dal recente libro di Di Bonaventura “Il guardatore del Carmelo” (il suo secondo, dopo Cent’anni di Rosetitudine; il terzo con la raccolta poetica Il piacere indarno). 
In forma di romanzo, un atto d’amore per il teatro, e per la vita. E per il ricordo di Carmelo Bene.

In cabina di pilotaggio lungo l’ammaliante rotta aerea, il valentissimo Simone Cameli guida sicuro i ricordi veneziani del maestro, ne sollecita con devoto affetto le corde più sensibili; 
ne fioriscono aneddoti, riflessioni, nostalgie, come ruscelli lungo il corso maestoso del fiume. 

Su tutto campeggia, con l’ombra titanica "del Carmelo", quel totalizzante amore per il teatro che per il nostro attore è da sempre passione divorante, pienezza di vita e religione a un tempo. 

Vi si affacciano – amichevoli, amate, palpitanti come allora – figure troppo presto scomparse alle quali il libro è dedicato: di ognuna l’orma luminosa è impressa così nella vita di Vincenzo come nella lunghissima esperienza teatrale e artistica; persone “capaci di ritorcere un mondo che non voleva saperne di loro, ma loro sì, e tanto”; ombre evocate una ad una questa sera con gratitudine e nostalgia, “La cosa di loro che più mi trita dentro è il destino interrotto” scrive nella dedica.

Ed eccole, le vediamo sederci accanto, prepararsi attente all’ascolto.
Disposte come noi a farsi travolgere dal sommovimento tellurico che è ogni recital di Vincenzo: che tale è soprattutto oggi, con voce e percussioni chiamate a ricreare l’incantamento che fu lo spettacolo beniano “Quattro modi diversi di morire in versi” dedicato ai “Poeti della Rivoluzione”: Majakovskij, Blok, Esenin, Pasternak, 10.000 spettatori a Milano, anni ’80 del secolo scorso.

[Di quello spettacolo, Bene fece dono a Pertini incidendo in esclusiva per lui un 78 giri e sulla copertina le foto dei 4 poeti. Oggi reperto prezioso e raro.
 Altri anni, e ben altro Presidente…]

 

L’attore solista si fa oggi macchina scenica nel pieno dell’accezione beniana: la memoria metabolica procede sulle tracce di quel maestoso Recital, sui passi di Carmelo Bene che possedeva "un’orchestra al posto della voce”. E come scolpiti su un ideale Monte Rushmore nella potente sintesi che è anche omaggio all’indimenticato maestro, si stagliano i quattro poeti della Rivoluzione.

 

Tempi di leggenda furono i giorni incandescenti di quell’Ottobre rivoluzionario, ed esplosiva la fiducia in un avvenire che avrebbe disegnato, tutto intero, l’uomo nuovo.
Ci furono tempi di leggenda / ma sono passati.

E il suicidio come via d’uscita: cercata e trovata, per primo, dal giovanissimo Esenin (Volate, / fendendo le stelle. / Senza un acconto, senza libagioni /  scrive per lui Majkovskij ).
 
Esenin e la sua disperazione (Pochi di noi son salvi […] Ma chi chiamare? Con chi dividere / la triste gioia d’essere ancora vivo?)

E il grido di Majakovskij contro la guerra (Sopra i falò s’è fatto buio. Come sommergibile / s’è inabissata / l’esplosa Pietroburgo). 

E l’incredulo rabbioso dolore di Pasternak per il suicida Majakovskij (Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde!)

La voce attoriale si fa urlo e a tratti bisbiglio in tutt’uno con le percussioni, la memoria prodigiosa di Vincenzo disegna potente la passione civile, lo scontro frontale, il lirismo e la follia, la morte e la vita. Non ci sono resurrezioni (Resuscitami, / voglio la vita non vissuta!) e tuttavia Bisogna / strappare/ la gioia/ai giorni futuri. / In questa vita / non è difficile morire. / Vivere / è di gran lunga più difficile.
 
Una distanza cosmica separa il nostro oggi da quel breve inizio di secolo, e il nostro orecchio è coperto di grasso; anche quest’epoca / è difficiletta per la penna, ma il sortilegio è oggi questo meraviglioso volo attraverso l’utopia che scompigliando le nostre comode sicure geometrie le ricompone intorno al messaggio che Majakovskij consegnava al futuro: La parola è un condottiero della forza umana.
 
Voi che restate siate felici, scriverà quel gigante prima di calare anche lui il sipario sull’amato me stesso.

Di quei poeti Carmelo Bene aveva penetrato l’anima e l’ardente poesia, l’ansia di vita che era senso incombente di morte, “l’infinita angoscia e l’infinita volontà di bene”.
Ed oggi, ancora una volta dopo altre volte e altri anni,  Di Bonaventura li riporta a noi: ne abbiamo bisogno, in questo presente che mostra i denti “solo per stridere e addentare”.
Forse è già tardi, e questi poeti sono ormai troppo avanti per noi. 

Forse - come di Majakovskij scrisse Marina Cvetaeva - “Col suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro l’angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo”.

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Il vostro pensiero,
sognante sul cervello rammollito, 
come un lacchè rimpinguato su un unto sofà
stuzzicherò contro l’insanguinato brandello del cuore:
mordace e impudente, schernirò a sazietà.

(V.Majakovskij, “La nuvola in calzoni” - 1914/15)
 
Sara Di Giuseppe - 19 novembre 2024

 

 

03/08/24

Quattro tavole in croce

 

Temptations 

Scuola di teatrlaboratorium 27Aikot 

 

Assassinio nella Cattedrale 

di Thomas Stearns Eliot

 

Riscrittura scenica di e con

Vincenzo Di Bonaventura e Simone Cameli

 

 

Grottammare – Ospitale delle Associazioni    30 luglio 2024 h21

 

 

 

Notte, resta con noi, fermati sole, 

non spunti il giorno, non venga la primavera.


(Th.St.Eliot - Assassinio nella Cattedrale, Coro - 1935)

 

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Quattro tavole in croce / e qualche spettatore / chi sono lo vedrai … cantava il grande Aznavour nel suo “Istrione”.


     Quattro tavole in croce sono qui un tavolo rovesciato in verticale, a sostenere un vetusto tamburo di probabili gloriose bande cittadine. Più una sedia, design sconosciuto, aria vissuta, ruggine quanto basta, recuperata da qualche nascosto angolo.

 

   Quattro tavole sono qui un palcoscenico self-made, ma Vincenzo è avvezzo a montare e smontare ben più massicci e ragguardevoli palcoscenici in larice, ovunque le sue voci di dentro e la malattia del teatro lo abbiano chiamato e lo chiamino: che siano piazze o casa sua o radure di Sentina o campo di basket…

 

     E non l’Istrione cantato da Aznavour, qui, bensì il nostro monumentale regista-autore-attore-sceneggiatore-tecnico del suono; e insieme, il  tamburo che con voce di tuono suggella la parola, la sentenza, il grido, il lamento. 

Macchina attoriale nel pieno esercizio delle sue funzioni, Di Bonaventura: la cui memoria metabolica ri-scrive il testo, ne fa “teatro del testimone”, ne estrae voci che scuotono e sollecitano, interrogano la coscienza dello spettatore, anni luce lontane dal birignao del teatro istituzionalizzato e “mortale”.

 

     E c’è Simone, ieri talentuoso allievo, oggi carismatico attore degno di tanto maestro: una croce al collo, un paramento sacro e un tavolo su cui salire, sandali e tutto, ed è un Thomas Becket Arcivescovo di Canterbury che neanche Richard Burton ai bei tempi.

     Su tutto, c’è il genio di Thomas St. Eliot, il canto desolato di morte intorno all’eroe solitario di una fede che non si piega al potere, nel dramma che si compie fra il 2 e il 29 dicembre dell’anno 1170. Thomas Becket, fidato cancelliere di Enrico II, da questi nominato poi Arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, deciso a difendere la libertà del clero contro lo strapotere dell’autorità temporale e per questo riparato in Francia, ne torna dopo 7 anni, pur consapevole della precarietà della pace offerta, lucidamente presago della fine che inesorabile arriverà per mano di quattro zelanti cavalieri al servizio del re.

     Un po’ dramma elisabettiano, un po’ tragedia classica (come in quella, il Coro ne è elemento essenziale), il dramma di parola getta fasci di luce sulle dinamiche del potere, sulle relazioni di questo con gli individui e i popoli ed ha la trasversalità potente dei capolavori che superano la storia e si fanno metafora dell’agire umano in ogni tempo e sotto ogni cielo: della dicotomia eterna tra libertà e potere, in particolare, che in Becket è dissidio tra aderenza al credo religioso e lealtà verso il sovrano.

     Non si sottrae al suo destino, Becket - il suo agire è pacato come il sermone di Natale pronunciato nella cattedrale di Canterbury - e sceglie la coerenza che gli dettano il suo cuore e i suoi princìpi. Rifiuta le prospettive che i quattro tentatori gli offrono - come le tentazioni di Cristo nel deserto - per indurlo alla fuga, al tradimento, al compromesso; si sottrae al fervore dei suoi stessi seguaci che lo vorrebbero salvo anche per il loro egoismo, per preservare il fragile equilibrio di vite comunque schiacciate dal potere: “O Tommaso Arcivescovo salvaci, salvaci, / salva te stesso perché noi ci possiamo salvare / distruggi te stesso e noi saremo distrutte” supplica il Coro delle donne di Canterbury.


La fine presagita e attesa arriverà e sarà solo, Becket, davanti agli emissari del re.

 

     Guerra, tradimento, odio: c’è il nostro presente nella sconvolgente atemporalità dell’opera; ci sono l’ambiguità e la capacità manipolatoria del potere sugli individui e sui popoli: emblema poderoso ne sono le arringhe autoassolutorie che i quattro emissari del re pronunciano – direttamente rivolti al pubblico – al termine dell’azione.


     Hanno nomi e titoli altisonanti - barone Guglielmo de Traci, Reginaldo Fitz Urse, sir Ugo de Morville - e argomentazioni da taverna di quart’ordine così sinistramente simili alle applauditissime culture muscolari e prevaricatrici dell’oggi - “Sono un uomo di fatti, non di parole” dice il primo, e il  secondo “Avevo bevuto un poco per darmi forza (…) è cosa che si fa controvoglia uccidere un Arcivescovo (…) abbiamo avuto bisogno di montarci” - 

 

     “Noi siamo stati perfettamente disinteressati” è l’argomento cavalcato dai quattro con ossessivo acceso zelo: l’interesse della patria, che questi “quattro inglesi alla buona” hanno messo innanzi a tutto, è ciò che li ha spinti, e nulla invece sarebbe accaduto se quel benedetto arcivescovo non si fosse rifiutato di incontrare i desideri del re e realizzare così quello stato ideale che nasce dall’unione dell’amministrazione temporale con quella spirituale.

     Fervore autoassolutorio – “Sfortunatamente vi sono tempi nei quali la violenza è l’unico modo per poter assicurare la giustizia sociale” – con cui gli artefici del delitto presentano sé stessi come meritevoli di plauso e culmina, sfociando nel grottesco, nella finale arringa del “quarto cavaliere”, Riccardo Brito. 

Per costui, in un’apoteosi di delirio mistificatorio, il mostruoso egoismo dell’alto prelato lo ha reso indifferente ai destini del paese, fino ad indurlo a cercare la sua stessa morte rifiutando la fuga - “Dalla sua condotta, passo per passo, non si può concludere se non che aveva deciso di morire martire” e pertanto si può dire con verdetto assolutamente certo e “caritatevole” che la morte di Thomas Becket - “dopo tutto, un grande uomo”, bontà loro - è stata un “Suicidio per infermità di Mente”..

 

     C’è del grottesco, ahinoi, in ogni tragedia, e l’aria che vibra nel dramma di Eliot non è in tal senso meno pesante dell’odierna: l’opera ha “attraversato la linea del tempo” illuminando a giorno le dinamiche manipolatorie, ricattatorie, inafferrabili dei sistemi di poteri, in passato come – e forse più – nel nostro oggi. 

     Il Di Bonaventura moltiplicato - in tre Sacerdoti, un Araldo, un Coro di donne, quattro Tentatori - e il Simone Cameli/Thomas Becket, sfidando eroici gli spietati neon dell’Ospitale, hanno plasmato per noi, nella ri-scrittura scenica, nella memoria del fatto storico, nel loro farsi attori-testimoni, i contorni di sistemi che giocando coi destini dei popoli esercitano la loro coercizione mascherandola sotto le forme di libertà e democrazia.



 

 Chiarite l'aria! pulite il cielo! lavate il vento!

separate sasso da sasso, separate la pelle dal braccio

separate il muscolo dall'osso e lavateli!

Lavate il sasso, lavate l'osso,

lavate il cervello, lavate l'anima,

lavateli, lavateli!

(Seconda parte, Coro)

Sara Di Giuseppe - 2 agosto 2024