24/07/19

NUREYEV THE WHITE CROW

Un film di Ralph Fiennes

SPOLETO - CINEMA SALA PEGASUS
(ex Chiesa di San Lorenzo Illuminatore, XII-XIII secolo)
6 luglio 2019 h20,30


 UN CORVO BIANCO VOLA SU SPOLETO


         Corvo bianco è un ossimoro, quasi non esiste in natura, il corvo è nero per definizione. [E ha una cattiva reputazione]. Anche per Fabrizio de Andrè, che di fantasia ne aveva, è nero il corvo che rassomiglia alle nuvole nere che vanno… vengono… ogni tanto si fermano…, e anche quando - le nuvole - certe volte sono bianche… e corrono… e prendono la forma dell’airone o della pecora… o di qualche altra bestia… mai rassomigliano a un corvo bianco.

         E’ solo nel mito che il corvo una volta era di piumaggio bianco, ma Apollo - un dio fetente come pochi -  lo punì per la sua disobbedienza. Non ricordo bene la faccenda, pare non volesse stare alle regole, fissato com’era di libertà… Fatto sta che Apollo, che gli bastava molto meno, lo fece nero. 

Veramente… ci sarebbe il Corvo Bianco di Salaparuta: ma qui voliamo basso, si tratta di un celebre vino.

        Resta Rudolf Nureyev, il Corvo Bianco può essere solo lui. 

        Vola su Spoleto nei giorni del Festival: che non se ne cura affatto, nel programma non c’è. Sicchè lui - Corvo Bianco non per niente - compie un blitz col suo film proprio nel centralissimo Cinema Pegasus, poche ore prima dell’incontro dove a lungo si parlerà della sua quasi contemporanea grande “collega” Pina Bausch. La classicità dell’uno è altra cosa rispetto al rivoluzionario teatro-danza dell’altra, ma poichè Nureyev non era un commercialista, nè un fuochista della Transiberiana (anche se c’era nato, sul treno per Vladivostok…) ed è pur sempre del ramo, se Leonetta Bentivoglio e Lutz Förster l’avessero solo nominato, direttore-Giorgio Ferrara li avrebbe forse cacciati? (schizofrenie festivaliere, capirle è come cercar di capire che c’entrasse il vincitore di Sanremo con la Spoleto dei 2Mondi…)

         Il film. Non so niente di cinema né di danza e balletti russi, ma penso che più che il racconto della vita e del carattere di Nureyev questo film sia un faro su un periodo storico quasi recente, drammatico e buio. 

La regia privilegia il bianco e nero per descrivere - a suo modo - la Russia anni ’40-’60 del grande inverno sovietico: paesaggi di case basse piantate nel fango solido, geometriche periferie senza smalto (le kommunalki), città grigie dalle architetture del potere solenni e arroganti, carcerarie fabbriche, atmosfere oppressive e senza sorriso, anche quelle delle famiglie affollate. Posti da torvi corvi neri.

         Invece è proprio da lì che svetta d’improvviso un Corvo Bianco. Un ragazzino esile, ma più intelligente, più bravo e perfezionista, più studioso, più ambizioso, più diverso. Quegli ambienti opachi, scontrosi e senza futuro li respinge subito bombardandoli con gli occhi, e li abbandona senza rimpianti. Ne cerca altri “fuori”, nell’Occidente proibito. Intuitane l’esistenza, li conquista col talento e la volontà, li rivoluziona col suo “mestiere” di rivoluzionario ballerino-drammatico: la sua danza non è ginnastica ma letteratura, la sua vita è oltre il successo, oltre la “libertà minima”, oltre gli amori, oltre l’arte. Va controvento, con le ali ai piedi. Lo adorano, pochi lo amano. Solo lui è e fa così, solo lui chiamano “Corvo Bianco”.

         Il film è come lui. Non indugia sui fatti, non racconta con ordine stanco. Salta. Muta velocità. Va… viene… ogni tanto si ferma… corre… Gli ambienti statici da “Guerra Fredda” incrociano i dinamismi e le luccicanze parigine, il colore della neve non è sempre monotono, la Cortina di Ferro non può esistere nei teatri e negli aeroporti, le assurde regole si superano con un salto, con una piroetta, con un ”NO”: le facce da spia del KGB possono perdere. Sono continui momenti sospesi: il montaggio, audace come un balletto. Il mondo della danza, mai scivolando in secondo piano, cede tuttavia il protagonismo alla ribellione istintiva, alla voglia estrema di libertà senza confini, alla politica. Nureyev, “il tartaro volante”, fa quasi un ’68 per conto suo, usando con spregiudicatezza la sua commovente solitudine. E con pieno successo.

         L’altro stupefacente contrasto: il film proiettato (fuori Festival) nell’affettuosa ex chiesa romanica sconsacrata che da due secoli non vede messa. 78 poltroncine di velluto rosso sotto affreschi del ‘500, mezzi-altari di travertino grezzo (ma quasi di design), vetuste capriate di legno ben restaurate, il calore giusto delle massicce mura di pietra squadrate. Sotto lo schermo, un salottino con un coda nero Steinway & Sons: per concerti, incontri, conferenze, dibattiti. [domani si parlerà di Pina Bausch]

         Anche quest’ex chiesetta di San Lorenzo “illuminatore” (appunto) è un Corvo Bianco. L’afa di Spoleto resta chiusa fuori, con il suo Festivalone dei 2Mondi. Comprese le imponenti BMW-dai-vetri-scuri (proprio stridenti, con Spoleto, e neanche specie in estinzione): quelle dello sponsor ufficiale, che nella piazzetta vanno… vengono… ogni tanto si fermano… 

        Normali corvi neri. Metallizzati.


PGC - 23 luglio 2019


23/07/19

"A TUTTI I CAVALIERI ERRANTI"

IO, DON CHISCIOTTE

Coreografia, regia e scene
Fabrizio Monteverde

Produzione 
Balletto di Roma 

Voce recitante
Stefano Alessandroni

Musiche 
Ludwig Minkus e AA.VV.

Civitanova Marche, Teatro Rossini  20 Luglio 2019 

A TUTTI I CAVALIERI ERRANTI *

“… il sublime si è impazzare senza alcun perché al mondo…”
       M. De Cervantes Saavedra, Don Chisciotte.


         Il cono di luce rossastra piove su un ossuto Don Chisciotte sommariamente vestito, ripiegato su se stesso, solitario sulla scena: i versi che la voce fuori campo dedica “A tutti gli illusi”* sono preludio alla convulsa gestualità di marionetta di quel corpo che si torce, si piega, s’inabissa, riemerge. Cammina sui libri come su pietre disposte per un guado, li sposta, li raduna, li accatasta; li raccoglie devotamente dentro una carrozzina per bambini il fido Sancho Panza, qui reinterpretato al femminile, figura tenera e stracciona come una Gelsomina senza il crudele Zampanò: in luogo del quale c’è invece il Cavaliere dalla Triste Figura, patetico non meno del suo Sancho, malconcio non meno dell’arrugginita carcassa d’auto che occupa il fondale, sorta di meccanico Ronzinante del tutto degno dell’ingenioso hidalgo a cui “per il poco dormire e per il troppo leggere si prosciugò il cervello”.

         Presto la scena si dilata dalla solitudine dei protagonisti alla coralità energica del corpo di ballo: l’aggregarsi, il convergere, il frammentarsi degli interpreti, i movimenti ora spezzati ora lineari disegnano traiettorie narrative ed emozionali che intersecano il microcosmo isolato e visionario del cavaliere, ne ampliano lo struggimento e la follia, ne incoraggiano o ne contrastano il sogno, materializzano nella bella Dulcinea l’infinita sete di bellezza e di amore.

         È un Don Chisciotte, quello coreografato da Monteverde, che aderisce intimamente al connotato problematico e tragico del Cervantes eppure è al tempo stesso poderosamente moderno: e se il prorompente tessuto musicale e l’impianto coreografico - intenso e originalissimo - hanno colori e forme di sapore iberico, dentro questa cornice complessa e cangiante la vicenda dell’hidalgo si fa metafora attualissima e universale di ogni ricerca di libertà percepita come “follia”; di ogni guerra, in partenza perduta, contro i muri alti delle convenzioni, delle ipocrisie, dei poteri consolidati.

         Don Chisciotte, cavaliere invincibile degli assetati, è solo con la sua struggente diversità, inerme contro i mulini a vento scambiati per giganti, né la saggia concretezza dell’ignorante Sancho può salvarlo dalle ombre; non è che follia la sua ricerca di giustizia, sembra dirci la scena che va connotandosi in senso tragico: l’automobile-Ronzinante (una Renault R4) va in fumo, il petto del cavaliere è trafitto da una rosa di frecce, intensa citazione da “La notte di San Lorenzo”  dei Taviani [l’antico guerriero col petto trafitto - nella fantasia della bambina - da decine di lance].

         Resta la pietà dell’umile Sancho che lava il sangue del suo padrone, e riconduce entro i confini del reale e del quotidiano il sogno smarrito del cavaliere folle. E se al buon Sancho (convinto che, come nei grandi poemi del passato, un cavaliere debba avere un buon motivo per la propria follia) Don Chisciotte nel romanzo  risponde che “Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo”, questo Don Chisciotte - “poeta, folle, mendicante” - immaginato da Monteverdi si spinge oltre: il suo “impazzare” non è senza perché, è piuttosto il reagente che smaschera l’illusione di ciò che definiamo realtà, rovescia i rassicuranti canoni che cementano le nostre ipocrisie, addita infine “la maglia rotta nella rete”, il volo verso la libertà sempre pagato a caro prezzo.

          L’eccellenza delle coreografie, della regia, degli interpreti - premiati dall’entusiasmo del pubblico e dalle numerose “chiamate” - hanno prestato all’eternità di un classico la suggestione di linguaggi altri: le traiettorie dei danzatori incrociano un tessuto sonoro potentemente evocativo ed è continuo scambio fra tradizione e modernità; nel il ritmo di flamenco scandito dal solo battito delle mani, nei movimenti spezzati e nei repentini cambi di direzione, nei ritmi convulsi o distesi, le geometrie dei corpi disegnano trame dove i passi sono ciò che nella poesia è la parola: svelano e definiscono il reale, quello della vita che pulsa e prorompe intorno, come quello dell’anima che si slancia verso il sogno e l’utopia.

         Non soltanto un magnifico spettacolo, ma un “omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni”, agli “illusi che parlano al vento”, alla pazza idea che sempre, su qualche terra o pianeta, un cavaliere errante ci sia, che segua “la legge che batte nel suo cuore” perché il cuore, come quello del Don Chisciotte di Nazim Hikmet, “ha un peso rispettabile”... 

  
*In:  Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore
         di Corrado D’Elia


Sara Di Giuseppe - 22 Luglio 2019 


21/07/19

VEDO NUDO. Arte tra seduzione e censura

San Benedetto del Tronto – Palazzina Azzurra     
6 luglio/6 ottobre 2019

“IRRITAZIONI”*


       La mia critica “giustappunto irritata”* alla Mostra comincia (e finisce) con la grande “S” finale in più (due esse invece di una) sulla firma di GILLO DORFLES, in bella evidenza da 15 giorni sul gigantesco pannello nero della sala del primo piano recante un suo illuminante pensiero. 

Non si tratta di un refuso. Ma anche fosse - può capitare - è incredibile che in 15 giorni nessuno abbia rimediato, anche solo sovrapponendo un cartoncino nero sulla seconda “esse” abusiva. Facile, non serve neanche la scala. O che nessuno se ne sia proprio accorto. 

      Eppure pomposissima dev’esser stata l’inaugurazione del 6 luglio, con pompose presenze: dai tre-Magnifici-Curatori-tre, giù giù fino ai pensosi sindaci, agli emozionatissimi assessori alla cultura, ai professori vaganti, agli sponsor/partner paganti e non, ai papaveri alti-alti-alti, tutti in vetrina col doppiopetto e la faccia della festa, immancabilmente in così ghiotte occasioni. E ci sarà pure stato qualcuno - tra organizzatori produttori progettisti promotori stampatori prestatori ideatori designer fotografi…  - di quella lista infinita che neanche i titoli di coda di Ben Hur.

Colpiti tutti da improvvisa cecità “bianca” alla Saramago? Oppure qualcuno se n’è accorto e non ha osato dirlo, o a qualcun altro è venuto il dubbio e se l’è tenuto? 

        Ma può anche darsi che, malgrado la martellante pubblicità (perfino sul prestigioso “La Lettura” del Corriere della Sera) a questa Mostra non ci sia ancora andato nessuno: cosa sono 15 giorni su 3 mesi (!) di apertura, hai voglia, c’è tempo… E poi di sicuro, dato “il grande successo” la allungheranno ancora, come l’anno scorso quell’altra strepitosa mostra “ABBRONZATISSIMA” (sic) sui... costumi da bagno.

         Sono IRRITAZIONI, direbbe Gillo Dorfles (con una esse). [Come quella volta che venne in Ascoli per una conferenza ai piccoli architetti a Palazzo dei Capitani e volle visitare il Battistero e nessuno, tanto meno il sindaco Celani, seppe spiegargli perché fosse chiuso  e dopo, trovate rocambolescamente le chiavi, vide le condizioni interne del Battistero e più che irritato divenne furens…]

         Irritato anch’io, non ho guardato bene la mostrona. Unico spettatore - giuro - oggi sabato alle 19,05, mi sono sentito a disagio, come “osservato”. Forse ci tornerò. A patto che facciano quella correzione e anche altre (ce ne sono, di “errori”!) che non serve essere specialisti o “veder nudo”, per accorgersene.


* Gillo Dorfles, IRRITAZIONI, un’analisi del costume contemporaneo - Castelvecchi 2010


PGC -  sabato 20 luglio 2019


19/07/19

CAMILLERI E LA STAMPA

        Di Andrea Camilleri l’italica stampa s’è dimenticata per un mese: dopo la notizia, a metà giugno, del malore e del ricovero in condizioni criticissime, sfido chiunque a trovare sui giornali notizie o aggiornamenti nelle settimane successive.  [Quand’anche la famiglia avesse chiesto riserbo e silenzio - è solo ipotesi, non ne so nulla - i giornali avrebbero potuto/dovuto ugualmente ricordarlo aprendo ogni giorno - tutti - con la scritta in evidenza e in prima pagina, pur in piccolo, o in riquadro ecc. “Camilleri è malato. Rispettiamo la volontà dei famigliari ecc…”. Ma nessuno l’ha fatto].

     Ieri Camilleri muore e i giornali resuscitano: stampa, tv, informazione tutta, forza ragazzi fiato alle trombe chè oggi si vende.

        È il giornalismo italiota, bellezza. Camilleri lo conosceva, nei suoi romanzi è frequente il ritratto impietoso di certa informazione: locale e nazionale, certo molto diffusa, fatta di servilismo, opportunismo, superficialità.

        A volte, anche, il ritratto dei quaquaraquà dell’informazione prende in lui la forma netta ed esplicita dell’analisi socio-comportamentale: “Pirchì uno come Ragonese, e come lui tanti autri, cchiù importanti, che scrivivano supra ai giornali nazionali, facivano il loro mestiere in questo modo? Non c’era che ‘na risposta: pirchì avevano l’anima del servo. Erano gli entusiasti volontari del servilismo, cadivano ‘n ginocchio davanti al Potiri, quali che era. Non ci potivano fari nenti: erano nasciuti accussì”. 

(A. Camilleri, Una voce di notte, 2012).

        Oggi, è full immersion in barili di retorica, luoghi comuni, titoloni, aggettivoni. In tv e sui giornali trionfano lo Zingaretti-fratello (quello che non fa il politico) e l’annessa serie televisiva sul commissario Montalbano. 

        Come se Camilleri fosse lo sceneggiatore di inguardabili fiction italiote e non invece l’intellettuale profondo che è stato, l’osservatore lucido e appassionato di una realtà disumanata e tragica come la nostra, il creatore di una lingua letteraria unica e audace, tradotta nel mondo nonostante la non facile trasposizione del suo italo-siciliano in altri contesti linguistici .

        E come se un romanzo di Camilleri si potesse impunemente trasferire, come è stato fatto, in un letargico sceneggiato televisivo senza perderne l’essenza stessa: che è quella forma letteraria, quella lingua di irresistibile potenza comunicativa, quella scrittura che reca il sapore antico della sua terra mentre disegna profili e traiettorie dell’oggi, di una realtà politica sociale culturale in caduta libera, alla cui perdita di umanità e di senso lo scrittore non era rassegnato.

        Chissà che direbbe oggi del coro di prefiche giornalistiche, televisive, dell’informazione tutta, di quelli che senza arrossire lo chiamano il papà di Montalbano (sic) ben poco conoscendo di lui e della sua opera: del “retrosguardo abissale” che pirandellianamente coglie la doppia faccia di ogni realtà; delle architetture romanzesche lungo le quali transitano come nell’ Opera dei Pupi le stolide marionette del potere, i lorsignori e i monsignori,  i gaglioffi in doppiopetto; della pietà che percorre ogni sua trama: per la vita violata, del singolo che soccombe come dei tanti spogliati e naufraghi, figli di un dio minore.

        Di certo sorriderebbe, di quel sorriso divertito e saggio che nelle sue storie ricompone l’unità frantumata e ambigua del reale quando l’intrigo si scioglie e l’assassino viene - come si dice - assicurato alla giustizia. 

       Forse di tutto questo circo di provincia avrebbe pietà e perfino un po’ di nostalgia.


Sara Di Giuseppe - 18 luglio 2019

16/07/19

BOLLANI sott'olio

SPOLETO62 FESTIVAL DEI 2MONDI 2019

STEFANO BOLLANI (pianoforte) e HAMILTON DE HOLANDA (bandolim)
ON TOUR

SPOLETO - Teatro Romano    13 luglio 2019  ore 22

BOLLANI sott’olio


Sotto un olio speciale, si capisce: OLIO MONINI. Non solo, come si dice, “eccellenza del territorio” (umbro e nazionale) - dire Olio Monini è come dire Pasta Barilla - ma anche official sponsor del Festival, proprietario di Casa Menotti, la Fondazione Menotti riconosciuta come Istituzione Culturale fondamentale per Spoleto Festival… Monini è il Festival. 

Quest’anno il prestigioso Premio Monini “Una Finestra sui Due Mondi” è stato assegnato a Stefano Bollani che è venuto a ritirarlo di persona, affacciandosi a salutare il pubblico come è tradizione  - ma oggi non è un po’ ridicolo? - dalla finestra di Casa Menotti che dà su piazza Duomo. 

E con l’occasione ci ha “regalato” 2 concerti. 

Oddio “regalato”: 40 euro per un posto unico non numerato da conquistarsi sgomitando per stare poi rannicchiati sugli ultimi e penultimi gradini di cemento (!) del Teatro Romano all’aperto. E “posti riservati” ai primi gradini (forse lì siedi senza avere le ginocchia in bocca) okkupati in clientelare anticipo sui fessi paganti dai soliti “invitati”: politici, giornalisti, amici, imbucati vari… Tanti.

        Ma l’incolpevole Bollani lo apprezziamo da sempre, lui per il popolo suona anche gratis: come domani a Dosso Vallonica, sui monti di San Severino. Lo stesso ON TOUR con Hamilton De Holanda al bandolim. 

E’ l’esosa Spoleto, che per ogni mal organizzato evento del suo bel Festival si è messa la maschera. 

        Bollani lo stimiamo da sempre. Non solo per la bravura, il talento ecc., ma perché riesce a farci piacere “qualsiasi” musica e anche “non-musica”, perfino i rumori, semplici o complicati che siano. [ce ne ha dato un piccolo esempio ieri stesso, tamburellando sui legni dello Steinwey, sulle sue corde a riposo, sul leggio…]. 

Non esiste cioè, come scrive in un libro, che un indiano fissato (per sua cultura) di musica indiana resti annoiato o insensibile all’ascolto della commovente per noi occidentali Yesterday, se la suona lui. O che, viceversa, un napoletano verace inorridisca di fronte alla “musica piena di rumori e cose buffe o strane” di un John Cage, se l’esecutore è lui, Bollani.

         Ieri Bollani si è buttato sul Brasile. Che già (superficialmente) ci piaceva, ma con la complicità di Hamilton de Holanda è stata un’altra cosa. A parte che noi tapini ci aspettavamo che il bandolim fosse una specie di bandoneon, non quella miracolosa chitarretta. Poi, quel ricordo di Joao Gilberto…

E’ filato liscio come l’olio, il concerto. Tuttavia, poiché è pur sempre il Festival dei 2Mondi, avrei preferito non scadesse nel troppo popolare, avrei preferito ancora “vero” Brasile al posto delle stucchevoli Reginella…, O’ Sarracino… e le chiamate al pubblico a battere (malamente) il ritmo…

Tutto troppo preparato, confezionato in ogni particolare, poco spontaneo, bis e standing ovation compresi. Sono mancate la gaiezza e le fulminanti improvvisazioni alla-Bollani, i rischi trascinanti del jazz, le piccole rivoluzioni, i sussulti alati, la “seduzione” della musica.

Un concerto troppo simile a un disco, un “Bollani sott’olio” perchè - come i cibi sott’olio - un po’ carente di vitamine, di sostanze nutritive fresche, di sorprese gustose, improbabili, fuori ricetta. Un prodotto (già cotto) eccellente, fatto di ingredienti sani e sicuri, da poter consumare (ascoltare) anche differito, quando ne hai voglia o fame, quando ti pare. Basta aprire il barattolo con la linguetta, ruotare il coperchio del vasetto di vetro. Voilà Bollani ON TOUR, sott’olio d’oliva Monini, Spoleto - Italy. Tranquilli, non scade. Tranquilli, non farà mai clic, non sarà mai sfiatato. Rimarrai corroborato. Non è una pubblicità.


PGC - 14 luglio 2019


14/07/19

L’infinito di Pina Bausch

SPOLETO62 FESTIVAL DEI 2MONDI 2019
“Ricordando Pina Bausch”

Con Lutz Förster e Leonetta Bentivoglio

Sala Pegasus (ex Chiesa di San Lorenzo) - 7 luglio 2019  h12


L’infinito di Pina Bausch

        Infinito
è l’orizzonte dei temi che percorrono l’opera di Pina Bausch, infinita la tavolozza delle emozioni che ogni suo lavoro maieuticamente estrae dai danzatori per farne linguaggio e materia dell’azione scenica.
       Di questo e di molto altro ci parla Lutz Förster - interprete storico di quelle creazioni e oggi direttore artistico del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch - durante l’incontro-intervista nel decennale della morte dell’artista: Pina sarebbe stata a Spoleto per il Festival, in quell’estate del 2009 se la morte non l’avesse sorpresa, invece, portandola con sé nell’ultima danza.

       Risponde con teutonica misura, Lutz, alle fluviali domande della scrittrice (“arginate” e decodificate dalla brava traduttrice con sicuro mestiere) e disegna con illuminante vivezza l’universo complesso e rivoluzionario che a partire dagli anni ’70 si coagulò intorno alla scuola della Bausch e ad una concezione artistica che fu soprattutto ricerca: intorno al corpo - “problematico simbolo di una condizione puramente umana” e pertanto incompleta e deficitaria, in perenne ricerca di una felicità perduta - e alla connessione strettissima di questo con l’interiorità.

        Förster ripercorre il processo creativo quasi psicanalitico attraverso il quale la coreografa costruiva il materiale scenico del suo teatro-danza che, abbattendo ogni artificio o convenzione teatrale, partiva dagli interpreti stessi: danzatori-attori ma per questo anche “autori”.
Nel rispondere alle domande e sollecitazioni della Bausch essi attingevano infatti ad emozioni, memorie, frammenti di vissuto: da questa “preziosa materia prima teatrale”* veicolata dal corpo come principale strumento espressivo, scaturiva l’opera in tutta la sua suggestione evocativa, metaforica, emotiva, in tutta la sua spettacolare “interdipendenza di elementi corporei, visivi, sonori”.
Teatro sinestetico per eccellenza, è stato definito, per questa comunicazione tra i sensi e per le “suggestioni multiple” da cui la creazione si originava.

       Gli Stϋcke, o pièces, della Bausch ci dicono che tutto può essere danza, e tuttavia la tecnica, quella di derivazione accademica – come spiega Lϋtz anche ricorrendo a fulminanti aneddoti – restava per i danzatori imprescindibile strumento di lavoro e base di una poetica espressiva che si completava poi attraverso il gesto, la parola, il suono, la musica: ciascun linguaggio concorrendo a comporre il mosaico di una creazione in cui anche lo spazio, gli oggetti di scena, i colori, i suoni, la voce, le percezioni sensoriali “agiscono “ non meno dei danzatori (il cui ruolo è ridefinito dal neologismo “danzattori”). Al centro è sempre il corpo: se è vero che “possediamo un corpo e al tempo stesso siamo un corpo” quello del danzatore è più di altri veicolo di significati, espressione di sensibilità, contesti, culture, dunque “corpo sociale”.

        Il ritratto dell’artista così come emerge a tutto tondo nel ricordo di Förster  - dall’architettura complessa del suo teatro-danza all’empatia che tutta intera trasferiva sulla scena e nei suoi danzattori - è lo stesso che ritroviamo, dopo l’intervista, nei quaranta minuti di proiezione di quel suo Café Mϋller (1978): “opera manifesto”, ipnotico Stϋck destinato a diventare classico contemporaneo e “squarcio d’arte” impresso nella memoria collettiva.
        Nel surreale caffè vuoto, dal dominante bianco e nero, nel rarefatto silenzio violato dal tonfo lugubre delle sedie che precipitano confusamente a terra, lo spettatore sperimenta una dimensione onirica dove tanto i corpi quanto gli oggetti - sedie, tavoli, porte, pareti - sono strumenti comunicativi, trasmettitori di tensioni e dinamiche continuamente in bilico fra moto e stasi, accelerazione e decelerazione. Le emozioni deflagrano nel compulsivo incontro/scontro di figure enigmatiche, di personaggi che come sonnambuli sembrano trascinare una sofferenza ancestrale, il cui silenzio si frantuma a tratti nella disperata malinconia delle note di Henry Purcell (The Fairy Queen; Dido et Aeneas).
        Il corpo severo quasi scarnificato della Bausch disegna in solitudine una geometria del dolore e dell’abbandono, ai margini di una scena i cui interpreti riproducono con ossessiva reiterazione “il teatro dei rapporti umani”: labirinto di solitudine e alienazione, di gesti e dinamiche destinati a non compiersi fino in fondo e a ripetersi in ostinata incompiutezza; universo espressivo ed emozionale continuamente trascolorante dalla realtà dei corpi all’intimità delle passioni, dal particolare all’universale.
        Scava irresistibilmente nell’io profondo, il Tanztheater di Pina Bausch, affonda lo sguardo nel magma dei sentimenti e nella violenza delle pulsioni, in moti ed emozioni che forse non sapevamo di avere; ed è materia umanissima ed eterna che ci scuote, ci interroga e sollecita nella sua inesausta profondità; quel linguaggio, rivoluzionario allora e oggi più che mai contemporaneo, dopo il quale la danza non è più stata la stessa, è qui a dirci - soprattutto - che l’uomo è ciò che lascia di sé**.


*in “P.Bausch. Teatro dell’esperienza, danza della vita”, E.G.Vaccarino, 2005
**Henry de Montherlant

Sara Di Giuseppe - 12 luglio 2019




12/07/19

Ripa come Roma

        “RIPA COME ROMA”: non solo suona bene, è la verità. E l’allegata foto è ottimistica, ci sono situazioni peggiori, anche nel centro urbano. La raccolta differenziata qui non funziona, non ha mai funzionato né potrà mai funzionare, se non si adottano rimedi urgenti. Ma nessuno se ne cura.

         “RIPA COME ROMA” l’ha detto un romano di passaggio, uno che se n’intende, uno che magicamente s’è trovato come a casa sua, m’ha pure chiesto se in giro avevo visto Zingaretti, o la Raggi…

          “RIPA COME ROMA” non è uno scherzo, ormai è un’abitudine e una condanna. 

Non basta pagare la raccolta al massimo consentito, non basta denunciare ripetutamente il cronico disservizio all’Amministrazione e al Sindaco/ai Sindaci/al Commissario con telefonate, lettere, mail. Neanche rispondono. 

Non basta sfiancarsi al telefono e mandare eloquenti foto a PicenAmbiente. Non risponde. 

Non basta poi andarci di persona dal Sindaco, più volte, con appuntamenti faticati, almeno per scalfire il potente muro-di-gomma: lui ti guarda “con quella faccia un po’ così quell’espressione un po’ così che abbiamo noi mentre guardiamo”… un matto. Cui segue un bla-bla-bla automatico, senza senso. Tutto resterà come prima. Anzi andrà peggio. 

         “RIPA COME ROMA”: di oggi la stupefacente notizia che, data l’emergenza, la monnezza di Roma la porteranno con navi treni e camion in Portogallo, Germania, Svezia, Bulgaria, Austria, Romania… Ma quanti disperati ripani già lo fanno, e con la loro macchina! Io, per esempio, porto (gratis!) i miei bravi sacchi (compreso l’umido) nei paesi vicini: Grottammare, Acquaviva, Offida, Cupra, San Benedetto… tanto sempre a PicenAmbiente vanno. Sennò dove li butto?

         Davvero Ripa è come Roma. Con le dovute proporzioni, si capisce.


PFG - 11 luglio 2019


11/07/19

Caccia al libro

Grottammare. Sequestrati 100 libri ad abusivo che li vendeva in spiaggia. 5.000 euro di multa.


     Continua imperterrita l’audace “Operazione Spiagge Sicure” della Grottammare che non molla. Ormai sulla spiaggia sequestrano di tutto, pure le conchiglie - che non possono scappare -  mentre i granchi ce la fanno, alla peggio si difendono e vendono cara la pelle. 

    Sguinzagliate tutte le guardie disponibili, l’intrepido capitano-comandante in testa. Sempre quella la multa: 5.000 euro. Così non perdi tempo a dare il resto.

Per l’ultima operazione, irta di insidie, la CACCIA AL LIBRO, i Vigili hanno pure indossato la loro nuova divisa (esibita con orgoglio nella foto di gruppo sulla stampa, spettacolo da non perdere!) con marsupio anteriore incorporato quasi invisibile, quindi sicuro.

     Questa CACCIA AL LIBRO è generica, proprio da ignoranti, il titolo non conta (come a Fahrenheit) e un libro vale l’altro. Prendi, multi, e porti a casa. L’abusivo comunque (chapeau a lui!) disponeva di tutti i top ten:

-          Andrea Camilleri, Il cuoco dell’Alcyon

-          Maurizio De Giovanni, Il pianto dell’alba

-          Lucinda Riley, La stanza delle farfalle

-          Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone

-          Jeff Kinney, Diario di un amico fantastico

-          Margo Jefferson, Su Michael Jackson

-          Roberto Saviano, In mare non esistono Taxi 

     Il manigoldo li vendeva pure senza sconto, la Grande Libreria di San Benedetto è da giorni che si lamentava. 100 libri sequestrati, circa 40 kg. Le guardie avrebbero preferito autentiche collanine cinesi fatte a Napoli, scarpe e borse di marca vere (non quelle false dei negozi) e altre cattive cose di ottimo gusto, oppure quelle fresche fette di noce di cocco… Dovendosi però accontentare di questa insolita e sconosciuta merce “culturale”, per non sbagliare si son buttati sul libro di Francesco Filippi. Bisogna capirli.

Nota importante: In questo pezzo alcune notizie sono vere, altre false. Al lettore intelligente il compito di distinguerle. Se non ce la fa pazienza. Potrà sempre fare il giornalista, o il gendarme.


PGC - 10 luglio 2019


10/07/19

Serrande abbassate *

Sono il figlio della merla.

Mia mamma l’anno scorso si accasò al Pino Bar, fece il nido nell’ultima A di GELATERIA.
Babbo, dal grande pino vicino, scendeva al volo (è il caso di dirlo) e ci portava da mangiare.
A me e ai miei fratelli. Poi se ne andava a spasso.

Tra primaria scuola-di-volo e istruzioni varie siamo rimasti lì tutta l’estate.
Io dalle elementari sono andato alle medie, ma ancora non scrivo tanto bene…
Tra noi c’era anche un passero grande che (adesso si può dire) dentro al Pino Bar addirittura ci dormiva. Mimetizzato dietro le bottiglie di Rum. Però non sporcava.

Noi merli cambiamo spesso casa, così a settembre ci siamo salutati e ognuno per fatti suoi.
Senza litigare. Noi siamo nomadi, un po’ migranti, ma Salvini ci lascia stare. Per ora.

Però a me m’ha preso la nostalgia e son voluto tornare al Pino Bar… magari ritrovo i vecchi amici del gelato, gli umani che mi fotografavano nel nido, il tizio con la bici gialla, Maria che insegue il passerotto e gli dice qua non ci puoi resta’ a dormi’, gli anzianotti del pomeriggio, li frichì che mica tanto per scherzo mi tiravano i sassetti, il treno, i turisti che ma guarda come si sta bene qui…

Ho pensato: scendo giù a prendermi un caffè*…

Un colpo al mio piccolo cuore: il Pino Bar non c’è più.

Serrande abbassate*

Neanche più l’insegna gialla GELATERIA, dove c’era il mio nido comodo. 
Nessun merlo. Nessun passero. Nessun umano. Nessuno.

Ma dipenderà dipenderà*… (?)

Ah (ciip, in lingua merla), che decadenza la realtà*.  


 [*Paolo Conte, Gli impermeabili, 1984  -  Per quel che vale, 1992.   Quando il Pino Bar c’era…]



PGC -  8 luglio 2019


01/07/19

Sua Altezza il Comune

Inaugurato a San Benedetto del Tronto “Dinner in the sky”


        Piacciono  le Altezze,  al Comune di San Benedetto.
Più propriamente, le altitudini: così in piazza Mar del Plata la ruota panoramica delle meraviglie lascia il posto al ristorante (si fa per dire) vertiginosamente in quota: Dinner in the sky, in azione dal 28 giugno al 14 luglio.
   
        Per profani e foresti: trattasi di piattaforma metallica sospesa a 50mt d’altezza mediante gru; lì sopra, 20 fortunati avventori alla volta cenano o apericenano con modesta spesa (90 €) previa prenotazione e obbligatoria firma di liberatoria (scongiuri invece facoltativi, con libera scelta della tipologia: verbale, gestuale, mista, combinata).


        Date le turnazioni nelle salite e le complesse procedure (come l’aggancio ai seggiolini tipo formula 1) si ha tempo 20 minuti per ingurgitare. [Chi ce la fa, ce la fa; chi no, perché mangia lento o s’è strozzato per la fretta, sarà espulso dal seggiolino e precipitato giù dalla piattaforma: è la legge del mercato, il rischio fa parte del gioco].
        Un premuroso giornalista consiglia anche di “andare al bagno” prima si imbarcarsi sulla piattaforma “per ultimissimi bisogni prima del volo”… Impagabile.

        Inaugurazione il 28 giugno in pompa magna, nella doppia accezione latina e romanesca: il magna magna inaugurale - a sbafo, of course - ha visto la gioiosa partecipazione della crème dei comunali amministratori.

        Barbe di psicanalisti si tufferebbero felici in così succulento materiale di studio: dall’apparato psichico dell’Amministrazione sambenedettese [con la sua preadolescenziale fascinazione per le Altezze: la ruota panoramica, il ristorante in quota, passando per le aeree Frecce più o meno tricolorate];alle strutture mentali della clientela e a quelle dell’imprenditoria di riferimento; fino alla nota sindrome della stampa plaudente-sempre-e-comunque. Da far resuscitare Freud in persona.

        Complesso e tortuoso, per noi gente comune, indagare le istanze intrapsichiche di siffatti soggetti; può bastare leggere qualcosa nel sito DINTS ITALY, “…il mondo sarà ai tuoi piedi… hai mai fatto un selfie mentre ceni a 50 metri d’altezza?”. Cose così…

        Ma ci si può almeno chiedere come mai questi spazi demaniali - per definizione quasi-militari e circoscritti, custoditi, sorvegliati, e a seconda dei casi perfino “interdetti” (un tempo perfino con filo spinato) - siano diventati terreno di caccia di lucrose iniziative private. Autorizzate e benedette da Autorità Portuale e Amministrazione Comunale, benché siano veri ingressi “a gamba tesa” in aree che il requisito di demanialità rendeva quasi zone franche in un territorio ad altissima e selvaggia densità speculativa e affaristica.
   
        Operazioni brutalmente commerciali come queste, che le nostre periferie potrebbero accogliere senza venirne snaturate (perché peggio di come sono, è difficile..), sono esecrabili se dissonanti - come qui - rispetto all’identità dei luoghi; se - per ignoranza, miopia, interessi “altri” dei decisori - veicolano il messaggio che tutto diviene lecito con qualche frettolosa firma in calce ai documenti di legge.

        Le ruote panoramiche, i luna park, i surreali dinner appesi in aria e le sparate alla Briatore come questa - ma chissà che altro ci aspetta - nulla hanno a che fare con la specificità e il respiro identitario di questi luoghi marini, con la suggestione che ancora nonostante tutto vi aleggia intorno.
Invece sono manna per gli avventurieri, punto d’incontro d’interessi locali nel caro vecchio esercizio del do ut des, pescaggio di facile elettoralistico consenso
.

        Senonchè, credere di poter amministrare e governare a suon di panem et circenses non ha mai portato bene…
         Sua Altezza il Comune non dovrebbe trascurare, come fa, lo studio della Storia.


Sara Di Giuseppe - 1 Luglio 2019



Ndr: Ma a nessuno è venuto in mente di lasciarli su? Poteva essere che una volta tanto avremmo avuto un'intera Giunta all'Altezza.