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23/07/19

"A TUTTI I CAVALIERI ERRANTI"

IO, DON CHISCIOTTE

Coreografia, regia e scene
Fabrizio Monteverde

Produzione 
Balletto di Roma 

Voce recitante
Stefano Alessandroni

Musiche 
Ludwig Minkus e AA.VV.

Civitanova Marche, Teatro Rossini  20 Luglio 2019 

A TUTTI I CAVALIERI ERRANTI *

“… il sublime si è impazzare senza alcun perché al mondo…”
       M. De Cervantes Saavedra, Don Chisciotte.


         Il cono di luce rossastra piove su un ossuto Don Chisciotte sommariamente vestito, ripiegato su se stesso, solitario sulla scena: i versi che la voce fuori campo dedica “A tutti gli illusi”* sono preludio alla convulsa gestualità di marionetta di quel corpo che si torce, si piega, s’inabissa, riemerge. Cammina sui libri come su pietre disposte per un guado, li sposta, li raduna, li accatasta; li raccoglie devotamente dentro una carrozzina per bambini il fido Sancho Panza, qui reinterpretato al femminile, figura tenera e stracciona come una Gelsomina senza il crudele Zampanò: in luogo del quale c’è invece il Cavaliere dalla Triste Figura, patetico non meno del suo Sancho, malconcio non meno dell’arrugginita carcassa d’auto che occupa il fondale, sorta di meccanico Ronzinante del tutto degno dell’ingenioso hidalgo a cui “per il poco dormire e per il troppo leggere si prosciugò il cervello”.

         Presto la scena si dilata dalla solitudine dei protagonisti alla coralità energica del corpo di ballo: l’aggregarsi, il convergere, il frammentarsi degli interpreti, i movimenti ora spezzati ora lineari disegnano traiettorie narrative ed emozionali che intersecano il microcosmo isolato e visionario del cavaliere, ne ampliano lo struggimento e la follia, ne incoraggiano o ne contrastano il sogno, materializzano nella bella Dulcinea l’infinita sete di bellezza e di amore.

         È un Don Chisciotte, quello coreografato da Monteverde, che aderisce intimamente al connotato problematico e tragico del Cervantes eppure è al tempo stesso poderosamente moderno: e se il prorompente tessuto musicale e l’impianto coreografico - intenso e originalissimo - hanno colori e forme di sapore iberico, dentro questa cornice complessa e cangiante la vicenda dell’hidalgo si fa metafora attualissima e universale di ogni ricerca di libertà percepita come “follia”; di ogni guerra, in partenza perduta, contro i muri alti delle convenzioni, delle ipocrisie, dei poteri consolidati.

         Don Chisciotte, cavaliere invincibile degli assetati, è solo con la sua struggente diversità, inerme contro i mulini a vento scambiati per giganti, né la saggia concretezza dell’ignorante Sancho può salvarlo dalle ombre; non è che follia la sua ricerca di giustizia, sembra dirci la scena che va connotandosi in senso tragico: l’automobile-Ronzinante (una Renault R4) va in fumo, il petto del cavaliere è trafitto da una rosa di frecce, intensa citazione da “La notte di San Lorenzo”  dei Taviani [l’antico guerriero col petto trafitto - nella fantasia della bambina - da decine di lance].

         Resta la pietà dell’umile Sancho che lava il sangue del suo padrone, e riconduce entro i confini del reale e del quotidiano il sogno smarrito del cavaliere folle. E se al buon Sancho (convinto che, come nei grandi poemi del passato, un cavaliere debba avere un buon motivo per la propria follia) Don Chisciotte nel romanzo  risponde che “Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo”, questo Don Chisciotte - “poeta, folle, mendicante” - immaginato da Monteverdi si spinge oltre: il suo “impazzare” non è senza perché, è piuttosto il reagente che smaschera l’illusione di ciò che definiamo realtà, rovescia i rassicuranti canoni che cementano le nostre ipocrisie, addita infine “la maglia rotta nella rete”, il volo verso la libertà sempre pagato a caro prezzo.

          L’eccellenza delle coreografie, della regia, degli interpreti - premiati dall’entusiasmo del pubblico e dalle numerose “chiamate” - hanno prestato all’eternità di un classico la suggestione di linguaggi altri: le traiettorie dei danzatori incrociano un tessuto sonoro potentemente evocativo ed è continuo scambio fra tradizione e modernità; nel il ritmo di flamenco scandito dal solo battito delle mani, nei movimenti spezzati e nei repentini cambi di direzione, nei ritmi convulsi o distesi, le geometrie dei corpi disegnano trame dove i passi sono ciò che nella poesia è la parola: svelano e definiscono il reale, quello della vita che pulsa e prorompe intorno, come quello dell’anima che si slancia verso il sogno e l’utopia.

         Non soltanto un magnifico spettacolo, ma un “omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni”, agli “illusi che parlano al vento”, alla pazza idea che sempre, su qualche terra o pianeta, un cavaliere errante ci sia, che segua “la legge che batte nel suo cuore” perché il cuore, come quello del Don Chisciotte di Nazim Hikmet, “ha un peso rispettabile”... 

  
*In:  Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore
         di Corrado D’Elia


Sara Di Giuseppe - 22 Luglio 2019 


04/02/19

“Ariémecene a la casa”

XXXIX Inverno Teatrale Cuprense
Rassegna 2019
 
DON CHISCIOTTE
di
Miguel de Cervantes Saavedra
 
Riscrittura scenica di Vincenzo Di Bonaventura
con 
Vincenzo di Bonaventura
 
Cinema Teatro Margherita – Cupra Marittima
1 Febbraio 2019   h21.15


“Ariémecene a la casa”

 
… ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati
tu continuerai a vivere come una fiamma
nel tuo pesante guscio di ferro
e Dulcinea
sarà ogni giorno più bella.
[Nazim Hikmet, 1947]

    
        Non è mai semplicemente teatro, con Di Bonaventura.  È sempre “atto totale” che supera il testo e i limiti della scrittura, le convenzioni, il birignao del teatro accademico e “mortale”, e pone al centro l’elemento umano: la sola cosa che serve, secondo Peter Brook, per fare teatro. Annullata la distinzione autore/attore (i grandi artisti sono sempre grandi improvvisatori), la relazione con lo spettatore si fa intensa e alchemica, sorta di “possessione”. 


      Come oggi su questa scena in cui l’attore solista, in continuo feedback col suo pubblico, compie il suo “attentato al testo”: non ad un’opera teatrale bensì ad un romanzo (è già un primo “tradimento”, dice); e ne forza poi la componente linguistica (il secondo “tradimento”) con l’ardito ricorso a soluzioni popolari e dialettali di rara forza espressiva. 


        Il romanzo si fa con lui “teatro di strada” (per questo le luci resteranno accese, così come sulla strada lo spettacolo si svolge di giorno) e l’attore è il giullare: figura scomoda, in antico, spesso migrante perché perseguitata, embrione della migliore tradizione teatrale italiana, quella Commedia dell’Arte - “il più bel teatro del mondo” - i cui grandi postulati sono irrimediabilmente perduti.


       “Appartengo alla vecchia categoria dei teatranti che migrano”: per questo ogni luogo può essere teatro e palcoscenico, e l’attore assumere tutte le maschere e gli umori. E questa sera potrà sdoppiarsi in Don Chisciotte e in Sancho Panza, produrre da consumato giullare lo stravolgimento linguistico che assegna allo scudiero l’espressività travolgente del dialetto. Incongruente apparirebbe infatti, trasferito sulla scena, quel Sancho Panza che nel romanzo ha il parlare aulico e dotto del suo padrone: il popolano oggi parlerà, si lamenterà, protesterà, si rassegnerà in puro dialetto abruzzese, lingua originaria per l’attore che ne è  portatore sano così che di ogni sfumatura, inflessione, preziosismo nulla andrà perduto.


       E la scena diviene sorprendente laboratorio di linguistica applicata: è potentissimo questo dialetto centro-meridionale dalla fonetica proteiforme in cui le vocali - dice l’attore - in alcune zone finiscono per somigliare a fonemi stranieri o addirittura esotici; e la forza evocativa di questi codici linguistici dalle radici secolari è pari per pathos e forza drammatica a quella dei tragici greci.
       Quel dialetto è stato, nei paesi della sua infanzia, la lingua della preghiera nei “cori” delle donne oranti a pagamento, fusa ad un latino approssimato per assonanze; e lingua di ineguagliata efficacia delle grandi collettive liti paesane (la nonna, "aizzatrice" delle liti del borgo...): microcosmo di sapore arcaico che l’attore illumina col frequente grammelot - all’altezza del miglior Dario Fo - che presterà più tardi anche agli umori popolani di Sancho Panza.

        Ed è un Sancho Panza malconcio, bastonato per aver difeso il suo padrone nell’ennesima folle avventura, quello che apre la scena coi lamenti e il piagnisteo del suo pedante, infantile “Ariémecene a la casa!”, “Torniamocene a casa!”, cos’è questo vagare senza senso che ci porta solo fior di randellate… Uomo dabbene benché villano e credulone, sa misurare la distanza tra ciò che gli capita e la promessa del suo padrone “che un girar di mano lo rendesse signore di un'isola, ed egli ve lo lascerebbe governatore”.

        E un incontenibile Don Chisciotte - autoproclamatosi cavaliere errante, venturiero e prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso – è quello che percorre la scena in energiche falcate, o cavalcando una pertica, per rianimare il pavido servitore (Te l'ho già detto, che tu non t'intendi d'avventure); che addita allo sbigottito Sancho trenta o quaranta mulini a vento come smisurati giganti, Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie (…) e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.; che ridotto a mal partito e non meno malconcio dello scudiero, issato più o meno di traverso sull’asino Ronzinante - il quale se avesse avuto lingua per querelarsi non avrebbe risparmiato sicuramente né Sancho né il suo padrone - s’indirizza alla volta d’una locanda che scambia per nobilissimo castello, e per castellano l’oste, per castellane moglie e figlia… con ciò che ne consegue.


       È un vulcano di dialettali eruzioni invece, il nostro Sancho/Di Bonaventura: si dispera per il padrone che s’è fracassata la testa (s’ha squatrecchiate la coccia!...); si sganascia quando realizza che colei che il padrone ha trasfigurato nella soave Dulcinea che merita d’essere signora dell’universo intero altri non è che la nerboruta contadina Aldonza Lorenzo (Corpo di mia nonna! Che bocca che ha! Che voce!)  di petto e lombi possenti…


     Non manca tuttavia di “logica” né di metodo la pazzia del cavaliere errante che all’obiezione di Sancho (i cavalieri da lui emulati – Amadigi, Orlando – hanno avuto un buon motivo per la loro follia) risponde che Non v'è né merito né grazia in un cavaliere errante se impazzisce per qualche giusto motivo: il sublime si è impazzare senza un perché al mondo, e far conoscere alla mia signora che io mi conduco a tal passo senza causa e senza motivo…
Pazzo dunque vorrà e dovrà restare finchè Sancho non sarà tornato con la risposta di Dulcinea ad un lettera che per il suo tramite egli le invierà dopo averla firmata: “Vostro insino alla morte il Cavaliere dalla Triste Figura”. E solo se la risposta sarà diversa da quella sperata, allora impazzirò davvero, e come tale non sarò più capace di sentire affanni. 
   
        Ma lo struggente eroe che l’attore ci restituisce nella sua interezza è oltre la comicità, è oltre la forza giullaresca che travolge la platea.  
El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha a cui “per il poco dormire e per il troppo leggere si prosciugò il cervello”, è forse la prima figura di anti-eroe, lontano dall’eroismo dei poemi medievali, emblema di una modernità a cui solo restano incertezza e disinganno, tramontata ogni fiducia nella razionalità dell’agire umano.

     Ha un’anima trasparente dice di lui il buon Sancho (Dostoevskij vi si ispirerà per “L’Idiota”). Null’altro poteva, il Cavaliere della Mancia, se non seguire “la legge che batteva nel suo cuore”, perché “quando si è presi da questa passione / e il cuore ha un peso rispettabile / non c’è niente da fare, Don Chisciotte, / niente da fare / è necessario battersi / contro i mulini a vento”. (N.Hikmet).

     È nell’insanata “scissione tra coscienza e vita” la modernità dello sgangherato hidalgo dell’eterna giovinezza, del suo intatto cavalcare attraverso i secoli per arrivare a noi così attuale. Soprattutto stasera, e su questa scena.


Sara Di Giuseppe - 3 febbraio 2019





02/09/16

Don Chisciotte contro i treni. Il capolavoro di Miguel Cervantes, con Vincenzo Di Bonaventura attore solista



“Don Chisciotte contro i treni” potrebbe essere un’adventurosa variante del celebre romanzo.
Certo è che il Nostro deve averli molto spaventati, se stasera ne sono passati solo tre, invece dei soliti cinque o sei.
Eppure più impressionanti dei mulini a vento, e veloci come frecce anziché immobili, e minacciosi e sferraglianti anziché misteriosi e silenti come i “giganti”. Davvero terribili.

      Eh, già, nel ‘600 in Spagna c’erano i teatri e altre cose, i treni ancora no… Neanche la fantasia di Cervantes poteva immaginarsi cotanta tecnologia.

      Ma noi abbiamo il nostro Vincenzo Di Bonaventura - attore solista che stasera, in un’ora scarsa, magheggia con tutta la complicata umanità dei due personaggi principali, scava nei caratteri pensieri sentimenti coraggi paure fantasie sogni generosità egoismi debolezze solitudini speranze stranezze passioni amori follie slanci bassezze… Vivi e vicini, attuali, contemporanei. Quelli ci appaiono fotografie di noi, sono i nostri Totò e Peppino, i nostri Alberto Sordi del ‘600.


      

           Senza trucchi senza inganni, senza luci aggiuntive oltre i punitivi neon da Ufficio del Catasto (o da ex Dep. Ferroviario), niente microfoni, musica, comparse, aiuti. E sono botte vere (non quelle che prende, che è come le avesse prese davvero) ma quelle calate col potente bastone sui legni del “palcoscenico”, sul cemento e sulle scale, sulle ringhiere esterne - sui treni no perché sono scappati - e sui muri di questa improvvisata “locanda” che Don Chisciotte crede sia un castello: dove alla fine noi 30 si mangia tutti insieme pane e prosciutto di campagna e si beve passerina sublime, per chiudere in amicizia il ciclo di spettacoli estivi.

      Chissà cos’altro ci riserverà ottobre, e dopo ancora. Sarà sempre fulminante. Sarà sempre il martedì.

      I treni sono avvisati.

PGC