11/10/16

Invisibili 2016. La nota di una poetessa. Laboratorio Teatrale Re Nudo: ”Frontiere”, con Piergiorgio Cinì e Sergio Capoferri. La voce, il suono, il volo



Il Teatro dell’Olmo, nell’ambito dei Teatri Invisibili di quest’anno, ancora una volta ci riserva le sue magie. Nello spazio quadrangolare circondato da sipari neri ieri sera abbiamo trovato a vegliare due microfoni e una fisarmonica. Il tempo di aspettare l’ultimo spettatore e lo strumento di Sergio Capoferri avrebbe incontrato una mano sensibilissima, e lo sguardo di Piergiorgio Cinì avrebbe dato il via alla musica sommandosi alle parole in un’alternanza ricca e delicatissima, mentre il tema “Frontiere” avrebbe incontrato la voce, la classe, la compostezza, l’emozione di Piergiorgio, che aveva fatto suoi i versi e le prose di poeti e scrittori, dividendo tra loro il suo pane che è pane da sempre: l’interpretazione. Nella voce di Piergiorgio si cala l’indicibile, nelle sue assonanze e dissonanze trova posto la dignitosa commozione, una maestria che è diventata perfetta negli anni, e che riesce a porgerci i temi, le trame con estrema discrezione, senza mai forzare: anzi, via via che la recitazione prende il volo, questa voce che abbiamo imparato ad amare nel tempo si flette, si moltiplica, si conferma, si nega magicamente. Ieri sera portava con sé la memoria delle tragedie umane nel Mediterraneo ma anche un punta di humour tragico, che ha fatto di questa versione il caleidoscopio generosissimo di un impegno umano, della sua forza e insieme del senso d’impotenza dell’Arte a risolvere la vita, e la mestizia che ne scaturisce. Intanto le parole correvano sul filo della musica e sul filo del nostro sogno cosciente, nell’ombra di un continuo smarrito stupore davanti al mistero della sofferenza e alla fiducia in una speranza che, verso la conclusione, spunta come un fiore di campo dall’anima desta della scrittura. 


Il tutto veicolato dalle note a volte esili, a volte travolgenti, sempre struggenti di uno splendido Sergio Capoferri. Musica e parole vegliano lo spazio dell’Olmo come un arrivederci, come la promessa di sciogliersi per noi in un altro volo.


Enrica Loggi

10/10/16

Invisibili 2016. Il gran finale. "Le frontiere dei corpi e degli spiriti" secondo il Laboratorio Teatrale Re Nudo


Ed è arrivato anche il finale con il du' botte, l'organetto caro alle campagne marchigiane. Un colpo basso perché, in quel momento, abbiamo rivisto nostra madre ballare il saltarello sull'aia e il colpo, da basso, si è trasformato in alto, dritto al cuore. Partiamo però dall'inizio.
"Frontiere" è sostanzialmente un recital a due voci. La prima, quella narrante, appartiene a Pier Giorgio Cinì, calda, ammiccante, suadente anche quando racconta di crimini e misfatti, di solitudini ed emergenze, di quel viaggio infinito che dovrebbe estirpare dal petto il dolore per le guerre e le violenze mentre, spesso, si trasforma in delirio pre mortem. La seconda, niente affatto umana e più strumentale, è la fisarmonica di Sergio Capoferri che ripropone senza mai prevaricare la voce, le melodie mediterranee, quelle intrise di mirto e origano, di salvia e basilico che accomuna sponde e culture.
I testi interpretati da Piergiorgio Cinì sono quelli di Sereni, di Magris, di De Signoribus, di De Luca, di Sciascia, di Leogrande, di 'Ngana e della Szymborska e tutti si intersecano e si mosaicizzano, si integrano e dilatano pur avendo, nella maggior parte dei casi, come spunto di partenza il mare. Un po' ruffiano? Forse sì, come le cartoline dei tramonti, ma terribilmente efficace perché, almeno per quello che riguarda la nostra penisola, sul mare viviamo e sul mare spesso moriamo.



Questa sera le frontiere rappresentano più di una linea geografica delimitatrice di spazi, raffigurano una dimensione ideale e immateriale, sono percettibili e diafane. Sono le frontiere dell'anima e delle sensibilità, della capacità di sentirsi donne e uomini messi di fronte a contesti devastanti. 
Assumono la struttura dei muri che quotidianamente innalziamo per proteggerci dalle diversità che ci mandano in panico, invece di considerarle confronti e arricchimenti. Sono la forma violenta del nostro essere "occidentali" chiusi in casa a rimbecillirci con la tv, quando basterebbe aprire la porta per far entrare aria fresca e un po' di umanità. I bambini non concepiscono la frontiera, è una dimensione che non appartiene al loro mondo fatto di giochi e di corse a perdifiato per i viottoli di campagna e sulle dune del deserto. Per i bambini la frontiera rappresenta un concetto inafferrabile, semplicemente, nel loro mondo, non esiste. 
Pier Giorgio Cinì ci trasferisce i testi con tutto il calore e la passione che meritano, con il suo modo di fare asciutto e mai sopra le righe. Bastano un gesto o una increspatura della fronte per trasportarci dentro la storia e farcela vivere con la partecipazione che merita. Esibizione elegante e terribilmente "umana".


Il maestro Capoferri lo segue, e lo completa, con la discrezione che un recital così delicato merita. Purtroppo, nella nostra vita, ne abbiamo sentite di fisarmoniche che urlano, quella di Capoferri non lo fa e, insieme al tocco leggero, mette quella sensibilità che permette a un musicista di fila di essere un solista. Se un appunto ci sentiamo di muoverlo, riguarda l'esecuzione della Toccata e Fuga in re minore di Bach. Nell'immensa difficoltà che un adattamento per fisarmonica comporta, forse un altro anno di studio lo porterebbe a un livello decisamente più alto.
Finisce così la 22 edizione dei Teatri Invisibili. Un solo rimpianto, se fosse durata di più sarebbe stata "cosa buona e giusta" (ma forse lo dice qualcuno più in alto di noi).

Massimo Consorti

PS. Chiedo scusa per la qualità delle fotografie. Sono un giornalista fai da te che di solito scrive solo.

09/10/16

Invisibili 2016. Due spettacoli, due lampi, parecchi tuoni e un fulmine



Lo diciamo subito a scanso di equivoci, è stata una serata all'altezza delle aspettative che abbiamo da un po' quando seguiamo gli Invisibili. Ieri sera abbiamo respirato la ricerca, la voglia di stare in scena, la passione. 
Gli spettacoli, uno alle 20 al Teatro dell'Olmo e uno alle 22 al Teatro Concordia, ci hanno regalato due performance ricche di suggestioni, di soluzioni originali, di quella drammaturgia che spesso si pone al servizio dello spettatore in modo populista perché il popolare è un'altra cosa. Abbiamo vissuto, insomma, una sorta di altalena delle emozioni che ci ha spinto a dire: il teatro è qui e ora.
Ma partiamo dal primo (spettacolo, ovviamente). 
Ore 20, Teatro dell'Olmo. In scena il Teatro Rebis (Meri Bracalente, Sergio Licatalosi, Fernando Micucci) e i fumetti mai innocenti di Maicol&Mirco. 
La drammaturgia, curata dallo stesso Rebis, è fulminante pur nella lentezza dei movimenti scenici e nei silenzi che ne sottolineano l'aderenza con il fumetto ispiratore. Gli Scarabocchi di Maicol&Mirco, come si sa, rappresentano il tutto e il nulla, la voglia di porre l'uomo "fuori dalla storia", il politicamente scorrettissimo. L'errore sintattico sarebbe stato quello di proporre in scena le battute dissacratorie e scabrose dei fumetti, invece no, Rebis le ha interpretate, interiorizzate e poi reso pubbliche. Ne è venuta fuori una piece che ha scatenato solo risate sommesse, quasi pudiche, perché il rapporto con l'inadeguatezza del vivere quotidiano, la depressione che, prima o poi, tutto invade, l'incapacità di una qualsiasi, razionale reazione e il desiderio di morire represso dalla paura, vengono fuori in modo lancinante e provocatorio, come la vomitata in scena di Fernando Amicucci che ha il  merito di trasportarci immediatamente dentro la scelta drammaturgica di Rebis. 
Soluzioni tecniche originali, come gli spari di una pistola imitati da palloncini bucati al momento, sono uno dei cento escamotage con i quali i fumetti di Maicol&Mirco sono stati affrontati, tutti validi, tutti sorprendenti, tutti piacevolmente innovativi. 


Spendiamo una parola in più per Fernando Micucci, un hobbit (fisicamente parlando) che sembra provenire direttamente dalla saga del Signore degli Anelli. Micucci ha raggiunto una maturazione e una capacità di occupare la scena che non ci aspettavamo. Toccano a lui i momenti "peggiori" dello spettacolo, dal vomito, alle frenetiche corse (sul posto), dai balli alle incursioni nella morte alle "sconcezze" che per un attimo divide con Meri Bracalente. 
Ma è solo un attimo, come lo sparo che lo autoabbatte fulmineamente al termine dello spettacolo. Esemplare lo striscione che entra in scena poco prima dell'applauso finale: "Fuori l'uomo dalla Storia". 



Ore 22, Teatro Concordia. E facciamoci questo Giro del mondo in ottanta giorni
In scena il "Teatro sotterraneo" (Associazione Teatrale Pistoiese), e Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Mattia Tuliozi. 
Spettacolo elegante anzichenò, questo del Teatro Sotterraneo che, come leggiamo nelle note della brochure che accompagna gli Invisibili 2016, "fa parte di un progetto legato ai racconti di genere e alla narrazione popolare". Il celebre romanzo di Jules Verne, viene, di conseguenza, riadattato e attualizzato con l'introduzione di elementi contemporanei come gli aerei e gli "effetti speciali" che ne caratterizzano la proposta narrativa. La loro è una storygame, un gioco dell'oca ipertecnologico, un viaggio scandito da tessere che richiamano il Monopoli, dove non si vincono né comprano ville, case e alberghi ma tappe successive. Questo gioco, ovviamente, è interattivo e chiama il pubblico a una partecipazione attenta e costante alla messa in scena. 
Sul palco un grande planisfero che, come un vidiwall rimanda animazioni e come una lavagna, diventa l'appendi-tappe. L'interpretazione di Sara Bonaventura e Claudio Cirri è aderente alla storia narrata; veloce, a tratti frenetica, rappresenta il modo che abbiamo oggi di comunicare, un modo che se rallentato perde di colpo senso ed efficacia. 
Sempre nelle note (di cui sopra), si legge che il "testo di Verne si trasforma in ipertesto con rimandi che ricollocano il Giro ai giorni nostri", vero e magnificamente tradotto. Ecco allora l'apparizione di un aderente alla purezza della razza bianca, un membro del Ku Klux Klan che si materializza non appena si fa cenno alla multirazzialità e agli infiniti Sud del nostro pianeta; Mickey Mouse che diventa il simbolo dell'America vincente, il Panda che accompagna il trip di Passepartout alle prese con l'oppio, perché Phileas Fogg è qui con noi, stasera, e ci è sicuramente più simpatico dell'originale.
Belli i costumi, essenziale ma raffinata la scenografia, Mattia Tuliozi che, silente, interpreta un dj multimediale che dà suoni, effetti e immagini a una rappresentazione che dovrebbe girare tutte le scuole d'Italia, magari anche in più di 80 giorni.

Massimo Consorti

08/10/16

Invisibili 2016. Io provo a volare, nel blu dipinto di blu. La "tragicommedia" della Compagnia Berardi Casolari


Divertente e accattivante. Basterebbero due parole per inquadrare nel contesto degli "Invisibili" la prova della Compagnia Berardi Casolari. 
Questa (apparentemente) improbabile compagnia emiliano-pugliese, ha invece dato prova di una invidiabile sintonia, sfociata in 70 minuti di teatro "strano", originale, niente affatto scontato, godibile fino alla risata liberatoria di molte delle battute di Gianfranco Berardi.
Sullo sfondo della tragicommedia (come la compagnia ama definire gli spettacoli che produce), un omaggio al pugliese per antonomasia, che non è Al Bano ma Domenico Modugno, le cui note disegnano un tappeto indispensabile alla riuscita della piece, e che rappresentano la colonna sonora della storia di un attore in cerca di palcoscenico, anche se oggi sarebbe meglio definirlo "l'attore".
I teatri e le sale cinematografiche chiuse, riaperte come bar-ristoranti-pizzerie-jeanserie, che grazie ai contributi pubblici tornano alla loro storia originale, sono uno degli spunti che maggiormente abbiamo apprezzato perché veritiero al di là del vero, perché le assi dei palcoscenici, cambiate con pavimentazioni di cemento, sono diventate merce da barbecue di sindaci, assessori e geometri.
L'ansia di portare Amleto in un piccolo paese di provincia, si trasforma in una incontenibile frustrazione che porta l'attore a emigrare, a cercare strade e luoghi dove esibirsi, a ridursi anche a uomo delle pulizie pur di respirare l'aria sacra di un teatro che non vedrà mai le sue scene ospitare un testo qualsiasi né uno straccio di protagonista.
Lontano dagli schemi canonici delle rappresentazioni teatrali, "Io provo a volare" rappresenta il giusto mix fra teatro tradizionale e una innovazione intelligente che non prova a stupire né a essere ruffiana con lo spettatore. Perfino i frizzi e i lazzi fisici di Gianfranco Berardi (supportato sulla scena dalla chitarra del fratello Davide e dalla fisarmonica di Giancarlo Pagliara), che in alcuni momenti ci hanno ricordato i telegiornali o i comizi referendari Lis, quelli per non udenti, alla fine hanno fatto parte del gioco fino a diventarne una divertente parodia. 
Co-regista e addetta alle luci, Gabriella Casolari, co-autrice anche del testo.
Buonissima partenza, questa degli Invisibili 2016, anche se c'è da dire che difficilmente ci hanno deluso.

Massimo Consorti

06/10/16

Officina teatrale 2016/17. Mi dimenticai di Franca. Vincenzo Di Bonaventura: “Quattro modi diversi di morire per versi”. Omaggio a Carmelo Bene


Conversa col suo pubblico, Vincenzo Di Bonaventura, come fa sempre prima, dopo, e spesso anche durante lo spettacolo e ci si sente fra amici; ogni tanto tra un aneddoto e un volo di poesia, un “passaggio” in strepitoso dialetto abruzzese, quello di una volta che nessuno canta più.  
Oggi racconta di come fu folgorato sulla via di Udine da Carmelo Bene e dal suo “Quattro modi di morire in versi, Concerto per voce recitante e percussioni. Anni Settanta, una bellissima Franca udinese inutilmente corteggiata; una festa giovane e nella festa una cucina dove rifugiarsi per annegare la delusione in un bicchiere d’acqua minerale; e nella cucina, uno sperduto televisorino-ad-angolo Brionvega miracolosamente acceso da cui la voce di Bene inviava versi e suoni capaci di cambiare la percezione delle cose intorno. Così “mi dimenticai di Franca”… e quell’incontro/incanto/possessione a prima vista con Carmelo Bene rivive questa sera per noi, ristretto e fortunato pubblico del Dep Art.
Di Bonaventura ricorda e rende omaggio a Bene con una potente sintesi da quell’indimenticato lavoro del maestro, “meravigliosa cavalcata attraverso l’utopia sovietica” di quattro giganti della poesia russa pre e post rivoluzionaria, Majakovskij, Esènin, Blok, Pasternak.
Lui, Vincenzo, il suo fedele djembe, manifesti e vecchie fascinose foto, diapositive che s’incurvano, un proiettore vetusto: quanto basta perché la voce recitante sciabolando diventi grido bisbiglio ghigno, e silenzio anche, dei poeti; perché diventi l’odio di Blok per la poesia dei lamenti e degli usignoli: e i violini, struggendosi e infiacchendo / si abbandonano ai furiosi archetti; il grido di Majakovskij contro la guerra: Sopra i falò s’è fatto buio. Come sommergibile / s’è inabissata / l’esplosa Pietroburgo; la disperazione di Esènin L’uragano è passato. Pochi di noi son salvi […] Ma chi chiamare? Con chi dividere / la triste gioia d’essere ancora vivo?; l’incredulo dolore di Majakovskij per la morte di Esènin, suicida: Ve ne siete andato / come suol dirsi / all’altro mondo / Il vuoto…/ volate,/ fendendo le stelle; e quello di Pasternak per il suicida Majakovskij : Il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde.


Passione civile, scontro frontale, eroismo del non mettersi in riga, lirismo e follia, morte e vita tragicamente unite (Felice io sono sulla cupa terra / di ciò che ho respirato e che ho vissuto // felice di aver baciato le donne / pestato i fiori, ruzzolato nell’erba / di non aver mai battuto sul capo / gli animali, nostri fratelli minori” scriveva Sergéj Esènin, ma anche “Morire in questa vita non è nuovo / Ma più nuovo non è nemmeno vivere” ).
Il lascito di questi poeti è tutto questo e molto di più: Carmelo Bene ne aveva penetrato l’anima e ne aveva estratto la forma e il suono, consacrando il messaggio che Majakovskij consegnava al futuro: La parola è un condottiero della forza umana.
L’esplosione di quella parola poetica irrompe questa sera fra noi (come un treno), frantuma il reale, scompiglia le nostre comode geometrie, ne ricompone i pezzi intorno a un’utopia che forse ci salva. Ma chissà. Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri, scriveva Majakovskij per il giovane Sergéj la cui “lingua per sempre è chiusa fra i denti”: ma questi l’aveva soltanto preceduto nel suicido, La vita e io siamo pari […] Voi che restate siate felici, scriverà prima di calare anche lui il sipario sull’amato me stesso (Ma uno / come me / dove potrà ficcarsi? / Dove mi si è apprestata una tana?).
Anche oggi, quest’epoca / è difficiletta per la penna. Eh, non soltanto per la penna: Di Bonaventura meriterebbe teatri e pubblico alla Carmelo Bene, nonostante la sua potenza abbellisca perfino i brutti interni del Dep Art (sciaguratamente strappati alla bella tipologia originaria di deposito ferroviario e “restaurati” con controsoffitti e neon da macelleria).
Più difficile “abbellire” il disinteresse della città e del territorio (per contro, qualcuno viene da lontanissimo). Fra il pubblico - una trentina, forse meno - non un giornalista, non uno del Comune, non uno da primi-posti: devono aver saputo che quelli di Blow Up non riservano poltrone alle cosiddette autorità (“abbiamo una visione molto orizzontale”, li sento dire e sorrido felice). Bravi, “quelli di Blow Up”, scelgono controcorrente, Bene e con coraggio. Perciò concludiamo con due chiacchiere, una rustica ciambella portata da casa, due tiepidi tè in bottiglia e un affettuoso vino autunnale, come si conviene tra amici.

Sara Di Giuseppe

27/09/16

“Rewriting”. La mostra di Fabrizio Mariani al Centro Pacetti di Monteprandone


L’opera di Fabrizio Mariani si muove nello spazio di una vivace, poliedrica citazione culturale, sempre più raffinata. I temi che essa svolge vivono una ripetuta messa in scena dei voli di una forte fantasia tenuta desta da una serie di immagini che si distribuiscono sulle tele cavalcando egregiamente il detto e il non detto, il dicibile e l’indicibile. Sono figure, orme della vita che si va sminuzzando per trascrivere i reperti di esperienze distribuite con ironia ed amore, finezza ed invenzione. I colori e i temi ri-scrivono un percorso che si va svolgendo davanti agli occhi come una nuovissima natura-morta, stilizzata nelle forme che vanno dall’astratto alla figurazione volutamente dissimulata.
Brillano i colori tenui o forti in un racconto segreto e insieme rivelato, purchè lo sguardo incontri la dinamica fertile dell’artista e si lasci trasportare, quadro dopo quadro, fino all’installazione, per le vie gentili ed unanimi di un respiro poetico. Una sottile discrezione fa sì che i significati si lascino indovinare, ci lascino ricalcare i passi di un gioco narrativo che dona il suo respiro ininterrotto, che si scrive e si ri-iscrive in noi, in un ripetuto incontro col suo finissimo humour, che altro non chiede che di farci luce, di appartenerci.


La mostra, curata da Maxs Felinfer e dall’Associazione Culturale Seblie, è visitabile fino al 2 ottobre.


Enrica Loggi

Festival Filosofia. "Sassuolo è una mattonella". Gustavo Zagrebelsky e il Pluralismo Politico


Ormai il rettangolo di Piazza Garibaldi è quasi casa mia. Ci vengo solo al Festival, ma ne conosco ogni angolo: dove si soffoca e dove tira aria fresca, dove godi della migliore panoramica senza lo strazio di quella stecca di grattacielo simil-sovietico, dove da seduto puoi rileggere all’infinito le lapidi su Garibaldi che ti pare si faceva mancare, Sassuolo. Da tre lati vedi sempre l’orologio della torre, ottimo per controllare quanto dura una lectio magistralis. I bar e i negozi dal soffitto basso, i sobri portici con le tende marron, le bancarelle volanti di libri, l’infilata di persiane chiuse, le 5 via di fuga verso il paese che sta tutt’intorno. Ah, pure la giostra d’antan, bah.

Nei pomeriggi del Festival è fondamentale sapere come gira l’ombra: se sbagli ti cuoci, ti squagli, ti accechi. La lectio diventa infernalis. Quest’anno stavo per rinunciare a Zagrebelsky, perché alle 16,30 è inutile fare i conti, l’ombra nella piazza non c’è. Salvo quella della torre dell’orologio che scorre su 28-30 sedie (sempre diverse) e quella del triangolo sud-est, senza sedie. Allora, per forza, migrazione abusiva delle sedie: ombra per 18 disubbidienti. 
Abbiamo Zagrebelsky di profilo come una moneta, pazienza, l’importante è poterlo ascoltare.

Ma quasi non siamo riusciti a capirlo, Zagrebelsky, perché lungo i 4 (ombreggiati) corridoi sotto i portici è esploso presto lo struscio del sabato pomeriggio tra i tavolini affollati dei bar.
Un terribilio di gente, ragazzi dai jeans finestrati, brandiscono smartphone, tutti a parlar forte, scherzare, chiasso indiavolato.
Zagrebelsky all’inizio abbozza, finge di non sentire, finge di non distrarsi, ma non ce la fa. S’interrompe più volte, si gira, chiede rispetto, un po’ di quiete - mica attenzione - da quelli.

Noialtri 500 quasi ci vergogniamo, ma siamo impotenti, le orecchie doloranti, le teste fumanti per il poco che riusciamo a sentire e capire. La lectio langue. Zagrebelsky allora guarda il sindaco a fianco (che l’aveva introdotto evidenziando gli effetti turistici e commerciali [sic] del Festival), aiuto, pensaci tu. Macchè, quello sorride. [E dài, dì qualcosa tu sei il sindaco! - alzati, scendi un momento dal palco, cazzia i tuoi cittadini/elettori…]. Niente, quello sorride. [E dài, almeno telefona, a un assessore, a un consigliere, a un vigile, alla Protezione Civile…]. Niente, sorride, incollato alla sedia col Bostik, che forse si produce qui a Sassuolo.

Al malcapitato Zagrebelsky, che è un signore, non resta che tirare avanti faticando e sudando più di noi 500 che, un po’ ignorantelli, mal ci barcameniamo tra concetti filosofici rigorosi e complessi, concatenati in ragionamenti che richiedono concentrazione.

Dal Pluralismo politico al Multiculturalismo. Dalle Migrazioni ai Riequilibri. Dall’Universalismo kantiano all’Individualismo. Nomos universale e primato dell’individuo. I Diritti. Separazione, Integrazione, Interazione. Relativismo e Assolutismo. Assimilazionismo. La virtù reciproca della tolleranza. Non si deve essere tolleranti con chi è intollerante all’interno e all’esterno della propria comunità. Se si tollera la violenza interna non si può imporre la tolleranza dall’esterno. La convivenza pluralista è da sempre un progetto. Bisogna educarci al multiculturalismo fin da bambini… (…). Senza fatui ottimismi.

Tempo scaduto. Soffocati perfino gli applausi, dalla bolgia circostante. E il sindaco sorride.

Torno scontento alla macchina, metto in moto e riparto. Penso, come sarà bella l’A14… Ri-guardo Sassuolo all’incontrario, srotolo indietro la pellicola vista la mattina. Avvilente come dappertutto in Italia l’edilizia corrente, pure con quelle rotatorie pretenziose e quel palazzetto dello sport frutto di un incubo notturno del progettista. Più pena di tutto mi fanno gli immensi piazzali delle fabbriche, milioni di mattonelle in blocchi alti come case a due piani, coperti da veli di plastica verdina, azzurrina, grigetta. Una cosa esagerata. Sembrano quartieri di (grandi) mattoncini Lego in attesa di (grandi) bambini. Che non vengono, nessuno gioca, non c’è nessuno. Sono stock? Sono rimanenze? Sono normali accatastamenti di mattonelle in partenza per tutto il mondo? O stanno lì perché c’è la crisi? Sassuolo è praticamente accerchiata da mostri quadrati, chissà se ce la fa a respirare.

Poi penso che non c’è nessuno tra gli infiniti blocchi di mattonelle perché sono tutti in centro, in piazza Garibaldi, a respirare, a sfogarsi, a telefonarsi, a svivere  (direbbe il poeta Dimarti), altro che filosofia.

E capisco: se Sassuolo è una mattonella, per Sassuolo Zagrebelsky è un optional.

PGC

24/09/16

Modena. FestivalFilosofia. "Aleppo brucia", la lectio magistralis di Andrea Riccardi


Ha spalle robuste, il solido tendone di Piazza XX Settembre, così da contenere il tanto pubblico che il diluvio caccia via da Piazza Grande (che grande è davvero, e incantata, con l’incredibile Duomo al suo fianco e la bella Ghirlandina parecchio pendente).
Pazienza. Gli dei si sa, invidiano e sono dispettosi .
Caloroso il pubblico, mostra di conoscere bene Andrea Riccardi: accademico, studioso, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, impegnato in una diplomazia parallela che ”lo ha portato a negoziare numerosi accordi di pace” soprattutto in Africa.
“Ho capito cos’è la pace a partire dalla guerra”, dirà iniziando. La guerra l’ha toccata la prima volta in Libano: campi di Sabra e Chatila, strage di profughi ad opera della milizia falangista maronita. Dal 16 al 18 settembre 1982, i morti furono da 1000 a 3.500 (non è mai stato accertato), erano palestinesi cristiani e palestinesi musulmani. Si parlava già allora di guerre di religione, ma le religioni - come anche oggi in Medio Oriente - sono solo l’armamentario ideologico che serve ad attizzare l’odio e attirare alle armi. Le religioni non sono armate, se mai sono “balcanizzate”.
Oggi avrebbe voluto parlare di Africa, dice Riccardi: ad esempio del Mozambico, due anni di negoziati senza interessi di parte, una storia di successo, era un altro mondo. Parlerà invece di Siria, non può evitarlo: troppo urgente incompresa inaccettabile, la realtà di una guerra che per 5 anni il nostro cinismo ha considerato “affar loro”. Troppo struggente e irreparabile la perdita di una civiltà raffinata come quella di Aleppo, città “dolce e liberale”, forse la più antica del mondo, passaggio della via della seta, patrimonio dell’umanità che con “levigata sapienza” (Adonis) metteva insieme genti diverse.
“La guerra sta cancellando anche la memoria storica”: Aleppo è morta, la Siria è finita, diceva – ed era ancora un anno fa! - Armen Mazloumian, proprietario dell’oggi distrutto Hotel Baron: vi alloggiarono Ataturk e Lawrence d’Arabia, e Agatha Christie, perfino Pasolini durante le riprese di “Medea”.
C’era del fosforo ad Aleppo: oggi ve lo riportano le bombe.
Era laboratorio di vita comune: ebrei, musulmani, cristiani… Se la qualità della vita delle minoranze è un indicatore di pace, è sinistramente eloquente che - nonostante “noi ebrei siamo quelle minoranze che coesistono sempre” (scrive Miro Silvera che lì è nato) - l’ultima famiglia ebrea sia stata evacuata da Aleppo nel 2015.
Restano gli scheletri dei palazzi dove la gente ancora sopravvive, dove “i cani randagi si contendono un osso di tibia”: “una guerra del secolo scorso” racconta Francesca Borri (“La guerra dentro”), i cui combattenti si insultano mentre si sparano da vicino, con baionette ottocentesche, “una guerra metro a metro, strada a strada, e fa paura”.
Spaventoso il numero dei morti – sempre difficile il calcolo delle stragi – e almeno 20.000 gli scomparsi nelle prigioni di Assad; crollata d’improvviso l’aspettativa di vita, da 70 a meno di 50. Aleppo sta bruciando” scrivono oggi da laggiù, e si aggiorna di ora in ora la contabilità della catastrofe, “la peggiore crisi umanitaria dal tempo della seconda guerra mondiale”.
“La comunità internazionale si è svegliata solo ora  - scrive il poeta siriano Adonis - dopo quanto è accaduto a Parigi. Con 10 anni di ritardo. La colpa maggiore dell’occidente è di esser stati in silenzio di fronte alla devastazione dell’ Iraq e della Siria, due paesi che sono all’origine della nostra civiltà”. Settarismo, idiozia dei potenti, intreccio di interessi, obiettivi non chiari delle potenze locali, indifferenza dell’occidente, opinioni pubbliche disinteressate e distratte, hanno perduto Aleppo.


Le parole di Riccardi sono scosse elettriche: si è lasciato che tutto questo accadesse, nessuno è innocente, e forse dovremmo uscire dal luogo comune di noi italiani-brava-gente.
Nessuno ha avuto interesse a salvare Aleppo. Il mondo ha ignorato la ribellione interna soffocata nel sangue, si è fatto sì che i conflitti interni si radicalizzassero, che entrassero in campo forze legate ad Al Qaeda e gli opachi interessi delle potenze locali - Iran, Arabia Saudita – pur nella consapevolezza che i conflitti non si isolano chirurgicamente: semmai si mondializzano, deflagrano devastanti e producono migrazioni bibliche. Vi è oggi inoltre una separazione crescente nelle nostre coscienze, che ci fa percepire noi stessi lontani dagli altri, da quelli che vivono e muoiono nei teatri di guerra. Loro i barbari in guerra, noi l’Occidente.
Aleppo non è stata salvata perché salvarla avrebbe significato che abbiamo capito cos’è la pace: non l’abbiamo capito, è mancato un realismo di pace che componesse gli interessi in campo, e abbiamo scelto la guerra, ma la guerra è un inganno.
Come agire, si chiede Riccardi, che fare, se abbiamo perso anche la capacità di indignarci
Occorre recuperare l’impegno civile, e questo si nutre di cultura: aumentare il livello di cultura geopolitica è fondamentale alla comprensione di ciò che accade (indispensabile oggi come conoscere l'inglese) e per evitare chiavi di lettura di tipo moralistico; occorre diffondere la passione, specie in un oggi in cui le periferie cittadine hanno cessato di essere luoghi d’incontro e di impegno civile, e i movimenti per la pace sembrano essersi estinti già dalla guerra in Iraq.
Ed occorre una politica comune europea. E’ necessario agire per la pace anche localmente, nelle odierne periferie atomizzate dove più facilmente si insinua il terrorismo. L’integrazione è una via possibile, e passa attraverso la cittadinanza: ma l’Italia che attende ancora lo ius soli, ne è lontana. Occorre un’opinione pubblica europea esigente: in mancanza, saremo sepolti dai nostri isolazionismi.
La diplomazia non basta se è lasciata ai suoi rituali, se non risorge l’interesse per la pace e l’educazione quotidiana ad essa, se non avanza la consapevolezza che nel mondo globale le guerre non si vincono e non si perdono. E l’azione di governi nel chiuso dei loro laboratori non basta se manca il dialogo con l’opinione pubblica e se da questa non proviene un forte movimento civile contro la guerra.
Occorrono la forza e la passione di sognare l’abolizione della guerra.

Sara Di Giuseppe

22/09/16

Modena. FestivalFilosofia. "Badate bene". La lezione dei classici: Giacomo Marramao, Leviatano


Giusto che con un gigante del pensiero e la sua gigantesca creatura, con Hobbes e il suo “Leviatano”, si apra un FestivalFilosofia dedicato all’ “agonismo”, tema declinato lungo i tre giorni in ogni possibile accezione: politica, esistenziale, etica, psicoanalitica, sociologica, sportiva e via agoneggiando.
Giusta la soddisfazione di organizzatori e amministratori per gli sforzi largamente premiati da partecipazione qualità e consenso. E però, come uno strumento stonato in una buona orchestra, emerge nelle esternazioni delle figure istituzionali il chiodo fisso delle “ricadute positive”: visibilità, economia, commercio, e non-c’è-un-posto-libero-negli-hotel… Ahinoi, se cultura si mescola a visibilità e commercio, e l’imprudente confusione è assunta a indicatore di crescita culturale…
Ma oggi, giornata prima e prima conferenza del Festival, il ragionare incalzante e rigoroso di Giacomo Marramao intorno all’agonismo della riflessione politica hobbesiana rende impossibile ogni distrazione.
Così, quel suo caratteristico intercalare - badate bene - è richiamo certamente superfluo, perfino per i 6/700 liceali che occupano metà del tendone di Piazza XX Settembre, attenti nonostante i 6/700 smartphone sguainati (di ultima generazione, s’intende): più dello sguardo dei prof, più della pioggia maledetta fredda e greve che frustra clandestine velleità di fuga, più di tutto potè il calamitante argomentare dell’oratore.
Perché è subito chiaro che il Leviatano di Hobbes, Libro occasionato dai disordini del tempo presente”, proviene da un mondo - pur distante nei secoli - molto simile al nostro, e dal quale nasce quella teoria della sovranità moderna che Hobbes per primo elabora in un modello sistematico.
Nella nuova immagine di realtà prodotta dalla rivoluzione scientifica galileiana, all’indomani della Pace di Westfalia (1648) che conclude la Guerra dei Trent’anni, e mentre il Navigation Act (1651) traccia la linea di una supremazia inglese sui mari, il filosofo riflette sulla possibilità dello sconvolgimento di una guerra civile dal connotato politico e religioso che gli appare imminente. La nuova idea di sovranità nasce da qui, ed ha alle spalle la scena della (prima) decapitazione di un sovrano, Carlo I Stuart (1649). Nessuna potestà può essere affidata alla sovranità dinastica: il solo potere legittimo è quello che scaturisce dal patto, imposto dalla necessità di superare lo stato di natura in cui l’uguaglianza di tutti contiene in sé i germi mortali del conflitto.
Lo ius omnium in omnia - il diritto di tutti ad avere tutto - infatti, unito all’illimitatezza del desiderio e alla spinta ad acquisire tutto il possibile - beni materiali ma anche simbolici come gloria e potere -  fa sì che dall’uguaglianza dello stato di natura scaturisca una permanente condizione di homo homini lupus (pur sottolineando, Marramao, l’infondatezza del sintagma plautino, essendo la specie umana la sola e unica capace di scatenare guerre intraspecie, anche di sterminio).


La costruzione dell’ordine è dunque necessaria al superamento del conflitto insito nello stato di natura. Nel dispositivo hobbesiano - ripreso poi dalla filosofia del ‘900 - il patto nasce dalla destituzione dello ius omnium in omnia, dall’alienazione di tutti i diritti posseduti in natura ad un terzo, ad un “sovrano”, sia esso individuo, assemblea, parlamento, o altro. Il Leviatano è creazione artificiale il cui potere ha come condizione necessaria l’essere indiviso e assoluto - legibus solutus - e come tale comprendente il monopolio della violenza legittima così come delle fonti del diritto.
La conservazione della pace è la finalità del patto che la moltitudine stringe con il “sovrano”, il cui potere è tuttavia nullo senza la potenza di coloro che lo hanno delegato. Se il patto viene meno, e se il potere divenuto tirannico minaccia la vita stessa dei cittadini e l’ordinata convivenza, la ribellione è un diritto di natura. Il potere del Leviatano è dunque il nostro (per questo, sottolinea Marramao, Hobbes non può dirsi - a dispetto dei numerosi fraintendimenti - un pensatore “di destra”) e il commonwealth, il bene comune, è il suo scopo.
Nel passaggio dalla beluinità dello stato di natura al calcolo e alla razionalità del patto, entra in scena - è lo storico Carlo Ginzburg ad acutamente evidenziarlo - la più forte e incoercibile tra le passioni, la Paura.
A un secolo dalla teoria politica del Machiavelli, in cui solo coraggio e virtù regolano il conflitto e la paura occupa un ruolo marginale nella civitas machiavelliana, è ora il bisogno di protezione - nella svolta antropologica determinata dalle guerre di religione - a giocare il ruolo determinante. Esso è elemento costitutivo anche delle democrazie moderne, ma nell’odierna conflittualità, nella nuova forma di soggettività che Marramao chiama il conflitto-mondo (dove, dirà, abbiamo giovani che si danno la morte pur di provocare il peggior male possibile), la dottrina hobbesiana della conservazione non fornisce risposte e difficilmente si inserisce nella realtà del mondo globale.
La densissima lectio non trascura il riferimento alla prospettiva escatologica (il Leviatano si risolverà quando arriverà il regno di Dio), al rapporto con la religione (paura e soggezione, alla base dell’assolutismo politico, sono gli stessi elementi su cui ha trionfato la religione), e tocca infine ricerca iconica condotta da Carlo Ginzburg (in “Paura reverenza terrore”) sull’ambivalenza dei diversi frontespizi dell’opera.
Sempre più chiaro emerge nel progredire della lectio che il mondo del Leviatano ha importanti elementi di contatto con il nostro, e che disorientamento e terrore appartengono anche al sentire odierno. Per questo, gioverebbe sottrarci talvolta al fragore tecnologico, “al rumore incessante delle notizie che arrivano” e assimilare l’idea che “per capire il presente dobbiamo imparare a guardarlo di sbieco, oppure a distanza, come attraverso un cannocchiale rovesciato” (Ginzburg).  Badate bene

Sara Di Giuseppe

02/09/16

Don Chisciotte contro i treni. Il capolavoro di Miguel Cervantes, con Vincenzo Di Bonaventura attore solista



“Don Chisciotte contro i treni” potrebbe essere un’adventurosa variante del celebre romanzo.
Certo è che il Nostro deve averli molto spaventati, se stasera ne sono passati solo tre, invece dei soliti cinque o sei.
Eppure più impressionanti dei mulini a vento, e veloci come frecce anziché immobili, e minacciosi e sferraglianti anziché misteriosi e silenti come i “giganti”. Davvero terribili.

      Eh, già, nel ‘600 in Spagna c’erano i teatri e altre cose, i treni ancora no… Neanche la fantasia di Cervantes poteva immaginarsi cotanta tecnologia.

      Ma noi abbiamo il nostro Vincenzo Di Bonaventura - attore solista che stasera, in un’ora scarsa, magheggia con tutta la complicata umanità dei due personaggi principali, scava nei caratteri pensieri sentimenti coraggi paure fantasie sogni generosità egoismi debolezze solitudini speranze stranezze passioni amori follie slanci bassezze… Vivi e vicini, attuali, contemporanei. Quelli ci appaiono fotografie di noi, sono i nostri Totò e Peppino, i nostri Alberto Sordi del ‘600.


      

           Senza trucchi senza inganni, senza luci aggiuntive oltre i punitivi neon da Ufficio del Catasto (o da ex Dep. Ferroviario), niente microfoni, musica, comparse, aiuti. E sono botte vere (non quelle che prende, che è come le avesse prese davvero) ma quelle calate col potente bastone sui legni del “palcoscenico”, sul cemento e sulle scale, sulle ringhiere esterne - sui treni no perché sono scappati - e sui muri di questa improvvisata “locanda” che Don Chisciotte crede sia un castello: dove alla fine noi 30 si mangia tutti insieme pane e prosciutto di campagna e si beve passerina sublime, per chiudere in amicizia il ciclo di spettacoli estivi.

      Chissà cos’altro ci riserverà ottobre, e dopo ancora. Sarà sempre fulminante. Sarà sempre il martedì.

      I treni sono avvisati.

PGC