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27/12/24

POLONIA – AMERICA A/R


     Per noi è un viaggio da niente, oggi, POLONIA – AMERICA, Andata… e magari Ritorno. Ma se per un profugo impetuoso (senza Samsonite, in compenso con famiglia…) perfino oggi è ancora quasi come avventurarsi in mare su un gommone bucato, o come scavalcare con sprezzo del pericolo - restandone vivi - il muro di confine tra Messico e California, figurarsi cosa comportava 30 anni fa trasmigrare - come speranzosi emigranti, mica come turisti-viaggiatori - dalla depressa Alta Slesia di Polonia post-sovietica dal sapore di carbone alla rutilante super industrializzata “Detroit dell’auto” (per di più già decadente e problematica): peggio di un trauma esistenziale per Radek (Radosław) Szlaga figlio, giovane artista dell’Accademia di Belle Arti di Poznan, non fine battilastra o saldatore meccanico Polski-FIAT.  

      Conscio della sua formazione di artista multidisciplinare, ma anche per indole, Radek farà proprio l’artista. Di professione, con una sua specificità, non superficialmente. 

Fin dall’inizio lui attraverso l’arte osserva il presente, studia come vivono e come cambiano al momento le sue due società di riferimento: l’aspetto quotidiano della gente e dell’ambiente, le tradizioni invisibili ma invadenti, le culture innate o imposte (contrastanti e retrive), i sogni estinti, i sacri simboli confusi con la pubblicità, l’asfissiante volatile politica, i tanti fallimenti obbligati. L’America consumistica e ritmica che gli è stata assegnata lui la scannerizza con sensibilità e nostalgia, “con gli occhi impastati di swing e di lacrime”, canterebbe forse Paolo Conte. Ma anche con l’istintiva romantica introspettiva ironia di improvvisato giornalista. 

  

Non indugia nella rappresentazione di ameni paesaggi di boschi laghi e città, di nature morte vive, di invasioni armate di fiori e colori, di sante madonne con bambino zitto (in Polonia vanno sempre), non perde tempo in ritratti di foto preparate, nè adopera la furba tecnica - più lucrosa che pensosa - di certa rampante arte contemporanea buona per le mode e il successo facile. Si costruisce la sua strada. 


Gli otto quadri medio-piccoli realizzati apposta per FIUTO sono fedeli testimonianze di una vita complicata e intimamente sdoppiata, vissuta nel profondo come può fare un artista reporter, “cronista” di due epoche in una, quindi pure di due sé stesso. Filosofia popolare e democratica rappresentata di slancio, con stile minimalista/espressionista essenziale, senza ripensamenti.

 

      In “Pan RDK Malarstwo”, locandina della mostra, la riga orizzontale che divide in due l’inquadratura ben rappresenta - dissolte e distanti, non parallele né consecutive ma sovrapposte nel loro tempo - le due vite, nei due mondi, di due ragazzi in una stanza - in realtà è uno solo - con alle spalle la finestra. Guardano. Ma è quella frattura che…  o chissà, toh, forse è il riflesso del vetro… che “inventa” l’altro ragazzo (quello ancora in Polonia). Vicini (come fratelli) guardano, sorridono, un po’ scherzano: uno più moderno, più inserito dell’altro, più cresciuto, più scafato, più sicuro (quella mano sulla spalla…). Tratteggi forti di matita quasi violenti, segni rapidi, decisi. Non c’è altro, ma quanti pensieri dipinti! Potrebbe essere il frammento dello storyboard di un film o di un fumetto.

      [Alex mi dice si ispiri proprio alle popolari (e spesso assurde) storie di BEAVIS AND BUTT-HEAD]

 

 

     Negli altri 7 quadri dove compaiono, quasi per caso, anche innocui animali (come due mucche credo polacche), si rimane sempre nell’astratto, ogni figura trasmette pensieri. Tanta natura e niente automobili (strano, in America), solo oggetti comuni senza design, la brutta moderna sedia colorata (qui grigia) di plastica che usiamo tutti - comoda, costa poco, prodotta a milioni, più si rompono più inquinano - messa accanto a dei salsicciotti tipici e alla più conosciuta bottiglia nazionale di Vodka con l’etichetta contraffatta (non riesco a tradurla). 

Uno si chiede che c’entrano, cosa vuol dire, però le guardi, ti fermi, le riguardi, pensi. Cose così. Semplici. Comprensibili. E’ arte contemporanea! Poi il quadro “Confession”: terribile, carcerario, tratteggi d’angoscia in croce ortogonali, il prete importante (con la stola ben in vista) dalle spaventose narici che confessa dei timorosi preti piccoli senza peccati. Atmosfera di medioevo, da Chiesa di tutti i Santi di Gliwice. Quando si dice l’autobiografia dell’infanzia.

      Non è una mostra leggera, ricreativa, natalizia. Forse Alex stavolta ce l’ha portata, a ragione, più per sollecitarci emozioni intime, dati i tempi. Inaugurata di sera sotto i portici bui di Ripa - con freddo e vento, neve non ancora… (atmosfera Vecchia Polonia) ha fatto contento Radek (sempre serio come un polacco serio), anche per l’orgogliosa presenza dell’Istituto di Cultura Polacco di Roma. Comunque, POLONIA – AMERICA  A/R son viaggi che ormai lui si fa in scioltezza, come fare un quadro… 

 

Buona mostra!  Queste sono solo le mie “Impressioni di Dicembre”  [se era Settembre venivano meglio]

 
PGC - 21 dicembre 2024

 

21/06/23

Non tutti i cinghiali vengono per nuocere

Pasquale Gadaleta, “La quarta fatica”  [a cura di Alex Urso] 
RIPATRANSONE – FIUTO ART SPACE    giugno - luglio 2023

Ha FIUTO e coraggio Alex Urso ad inaugurare a Ripatransone la sua piccola-grande galleria d’arte proprio nel tema del cinghiale. 

Si sa che le colline delle Murge di Puglia - dove Pasquale Gadaleta ha studiato a lungo questi selvatici prima di farne oggetto della sua arte - rassomigliano un po’ alle nostre (pur parallele al mare, non perpendicolari); forse anche lì i cinghiali creano problemi e antipatie. O non più: si sono convinti a girare al largo per le schioppettate? li ha addomesticati il circo Takimiri di passaggio e adesso si comportano come agnelli pasquali? davvero-davvero i cinghiali pugliesi sono diventati tanto amici da posare come modelli nei ritagli di tempo? brutti come sono? 

Boh, chiederò.

Anticamente il cinghiale non se la passava male come adesso, era ben considerato (nonostante il suo deficit estetico), nelle raffigurazioni importanti la sua stregonesca figura appariva pulita, ordinata, accettabile. 

Presso alcune popolazioni incarnava perfino saggezza e coraggio, lo spirito (anche troppo) combattente, l’energia della fertilità: quella che oggi lo frega, perché si riproduce e mangia a sproposito - il cibo è la sua benzina - e finchè non si sazia non si ferma e devasta. Per farla breve, se a Ripa e dintorni i cinghiali non li possono vedere e gli danno la caccia, il coraggio di Alex è quello di aver messo proprio loro in prima fila nell’evento inaugurale del suo ART SPACE. 


“La quarta fatica” con cui Gadaleta esamina vari aspetti della figura-cinghiale, cerca appunto di mettere questo animalone sotto una luce più giusta. L’arte forse non è un’impresa disperata. 


Il sorprendente ART SPACE nel baricentro di Ripa, questo piccolo spazio antico e pensoso merita una visita rallentata. Magari più d’una. Per trovare da soli il fil rouge che lega le rare opere esposte ad arte sul tema di  questo cespuglioso animale demonizzato a sua insaputa. 

Il “Grande quadro” sul fondale (come un arazzo), la bellezza accidentale della famigliola di cinghiali ben in fila nella palude come su un palcoscenico di teatro; il “Cinghiale dormiente” in terracotta che sogna beato; al centro, la grande scultura nera fatta di creta e di pezzi di Murgia; le piccole ceramiche dal senso giocoso e affettuoso, cinghialetti che sembrano gattini…

               C’è silenzio, nessun suono aggricciante di paura. C’è calma per riflettere, FIUTO ART SPACE può funzionare, può aiutare, può istruire. E come Dario FO in “Non tutti i ladri vengono per nuocere”, anche noi osiamo dire, parafrasandolo, che non tutti i cinghiali vengono per nuocere.     (i cacciatori sì)

 

PGC - 21 giugno 2023



 

 

02/01/19

Metti un tigre nel Comune

Mostra di Mario Vespasiani “Le cinque tigri mistiche” 

Ripatransone 
One Lab Contemporary
23.12.’18 – 20.1.’19


         Chissà se balena anche nell’immaginario pop di qualcun altro, ma come entro in Galleria [One Lab Contemporary] mi torna in mente in un flash quel famoso e fortunato slogan della Esso anni ’60. Certo, una tigre a Ripa te la puoi immaginare al massimo incontrando un solitario gattone fra la sterpaglia delle “Fonti”… Figurati cinque. Qui non è il loro ambiente.

        Per Mario Vespasiani invece è facile: lui le tigri, con sprezzo del pericolo, le dipinge. Nel suo studio ne ha addirittura cinque, in questi giorni. Niente gabbie o sbarre o stupidi giochi al grido del domatore. Le cinque tigri se ne stanno buone ma vigili lungo i muri, pensose. Ti guardano con insistenza, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così. 

Magnifiche come lo sono tutte le tigri, ma queste di più, mica sono fotografie. Le senti vive, quasi fossi in Africa. Ti sposti e loro ti seguono con lo sguardo, e se provi a sostenerlo i tuoi occhi vanno in tilt, quasi in fuori-fuoco. Non trovi neanche strano che alcune di loro abbiano doppi occhi!

        Mario attinge alla fantasia come farebbe un bambino ma con ispirazione e mestiere d’artista: così ecco i due occhi in più, e quei musi di tigre (meglio sarebbe dire “volti”) irradiano all’infinito forza e poesia, passione e mistero, amore e timore, “paura e sogno”. 

      Tecnicamente si potrebbe dire che l’artista ha prodotto un’ “immagine aumentata”. Ed è l’invenzione che caratterizza la mostra, ti avvicina al misticismo di cui la tigre è portatrice ab antico, al simbolismo delle cinque tigri mistiche “protettrici dell’ordine spaziale e dominatrici del caos”.

        E comunque la tigre non devi spiegarla, anche un neonato sa cos’è. Metafora universale e vincente, lo era perfino in quell’indimenticata pubblicità di Carosello, bucava lo schermo, piaceva anche alla tua macchina. 

        E piacerebbe a quella del Comune, qui a Ripa, bisognoso con urgenza di “un tigre” nel suo motore.


PGC - 31 dicembre 2018