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07/05/26

MAGNA GRAECIA

 


Un tempo culla di civiltà, quella Grecia le cui colonie in Italia meridionale si dissero orgogliosamente Magna Graecia, nel nostro martoriato presente è anch’essa ormai - come noi d'altronde - non più magna, ma piccola e opaca.

 

Da quando il suo governo ha consentito, inerte, che in acque cretesi  pirateggiasse impunito Israele da stato terrorista qual è. 

E da terrorista sequestrasse, malmenasse, deportasse e torturando detenesse, violando ogni diritto internazionale, l’equipaggio di Global Sumud Flotilla. 

Da quando tra Grecia e governo genocidario d’Israele veleggiano vento in poppa golosi accordi per forniture e cooperazione in ambito militare [650 mln di euro per artiglieria missilistica e 3 miliardi per acquistare da Israele lo Scudo di Achille (sic), sistema anti-missilistico israeliano].

 

Non che da noi si stia messi meglio: legami economici e strategici con i governi terroristi di Israele e Usa e con la fraterna coppia di criminali Trump e Netanyahu, più codardia, inettitudine politica e ipocrisia, rendono il nostro governo - ieri come oggi, a Gaza come in Iran - COMPLICE. 

Silente e inerte davanti allo sterminio della popolazione di Gaza come all’aggressione israelo-americana in Iran e dintorni.

 

E ora la Flotilla: boicottata e sbeffeggiata mesi fa da istituzioni e media la prima spedizione; per questa seconda appena un belato di protesta contro l’azione illegale di Israele e l'abbordaggio piratesco dell'imbarcazione italiana. 

Anzi peggio: con la seconda carica dello Stato - tale Ignazio Benito (nomen omen) La Russa - e il suo incredibile Hanno avuto la fortuna di essere fermati d Israele così da poter gridare alla tortura.

 

Anzi ancor peggio: con Mattarella - il presidente che si porta su tutto signora mia - e i suoi discorsi edificanti buoni per ogni inaugurazione/commemorazione/funerale che dio manda sulla terra, e su questa vergogna (e su altre) il suo starsene muto come il monumento al milite ignoto.

 

Allora perché meravigliarsi che questo governo accetti l'obbrobrio del Board of peace; che la banda che il mondo ci invidia - la Fratelladitaglia, lo statista Tajani e l’androide Crosetto - facciano un unico blocco per impedire sanzioni a Netanyahu; che ci si accodi pedissequamente al delirio guerrafondaio e al fanatismo ignorante delle massime cariche in EU; che la militarizzazione crescente, prona alle farneticazioni belliciste delle marionette al potere in Europa e in Italia, stia trasformando le nostre economie in economie di guerra; che si avvicini ogni giorno il baratro verso il quale la nostra civiltà svenduta si dirige con la coerenza dei folli? 


Perché sorprenderci d’esser diventati ciechi, ciechi che, pur vedendo, non vedono?

 

      Domani 8 maggio, da Creta, riprenderanno il viaggio verso Gaza le 36 barche della flotta civile scampate all’abbordaggio.

      E sarà ancora grande, questo mare antico e greco.

 

 

Gaza

i nodi al pettine la storia

al capolinea

 

(…)

 

Gaza

il mio dolore si ferma alla strozza

come non volesse uscire dalla carne

una condanna che mi porto dentro senza esibizioni

o gazzarre o bandiere

segnali sempre di atroci spartizioni

 

(Giarmando A.Dimarti,  il viatore, 2025)

Sara Di Giuseppe - 7 maggio 2026

 

03/09/25

“HO POSTO IL GIORNO AD ASCIUGARE…”

 
IL VIATORE

Recital dalle raccolte “Il Viatore” e “…ndo”

di Giarmando Dimarti

Voce : Vincenzo Di Bonaventura
Chitarra: Danilo Cognigni

 

Ospitale delle Associazioni  - Grottammare
30 -31 agosto 2025
 
 
Come farò a crescere di nuovo su tutto ciò che conosco 
se ciò che conosco è oceano e labirinta la mia poca esistenza
di sciupata eternità?
(G.A.Dimarti  -  …ndo -  2023)
 
 
Un viatore / è il poeta: sua è l’urgenza d’individuare, in questo povero tempo sgomento, appigli per strade nuove, per bagliori di orizzonti diversi. 
“Tergiversa con l’esistere” il poeta, nella realtà di un mondo in avaria dell’umano, svenduto alla barbarie di ritorno. 
Dicono questo stasera i versi di Dimarti, e Vincenzo attore-solista ne disegna il soffio poderoso, ne tambureggia il grido, ci inchioda all’ascolto; si fanno musica - nella chitarra tormentata accarezzata abbracciata di Danilo - lo sradicamento del cuore, la confessione e il grido.

 

E ancora oggi è volo, per noi pochi fortunati, è decollo di navicella spaziale verso uno sconosciuto altrove, nel limitare nuovo d’autunno.

 

Attenti al mio nome, avverte il poeta, è un atroce gerundio indefinito. Come quel “…ndo” che dà nome alla raccolta: gerundio, “forma non finita del verbo” - recitano le grammatiche - indicante un “processo considerato in relazione ad altro avvenimento”.  E dunque tempo aperto slabbrato: è qui che può inserirsi la poesia, qui ri-creare attraverso la parola il reale, scardinare il linguaggio perché sovvertendone il senso proclami la propria estraneità al conformismo del mondo.

 

Riparlatemi al cuore - dice il poeta - basta con tutte le parole / spese a non dire: nella lingua destrutturata, ai limiti dell’ermetico, egli sa di poter ritrovare significati perduti, riannodare i fili di un reale che s’è fatto indicibile, ritrovarvi al fondo il chiarore di una perduta umanità.

Ecco allora la parola farsi musica, aprirsi al fluire del tempo, al prorompere delle emozioni, alla confessione e alla rivolta, al brivido oscuro per il dies irae verso il quale marciamo con decisa allucinata coerenza.
Eccola farsi canto sommesso, preghiera quasi: è quando la natura reclama e riprende i suoi spazi, è quando il limone ha palpitato la sua amara fragranza, quando da vicino mi osserva il nudo melograno o il fuoco denso del lucente rosmarino.

Sempre, tuttavia, è la vita concreta che urge e si sublima nel verso: sono gli accadimenti di un presente che sgomenta - oggi balbuzia il mio pensare - è il silenzio pandemico, sono le piazze deserte, è la pena per l’amico scomparso, il giorno è greve come l’anima; è il ritrovare luoghi meravigliosi e antichi e d’infanzia snaturati dall’uomo e da un tempo nemico, mostrificati nella burocrazia di strade / senza pudore senza pudore / le case come conficcate a caso / in un delirio imbecille di altezze.

 

 È ancora la poesia, pur nell’urgenza e nella denuncia, ad offrire appigli perché la cecità del quotidiano non ci smarrisca e ci perda: abbisogno di luce diamanta che rompa ogni confuso segnale / abbisogno di te poesia.
Potrà essere la poesia in musica di Joan Baez e quella di Bob Dylan - People Have The Power  il tuo sogno la tua preghiera - potrà essere la tragica passione di quel I have a dream che arriva intatta da un lontanissimo 1963: sempre è tensione agonistica verso un recupero di umanità, perché torni il geranio ardente di ciò che fummo.
 
Viatore d’una fragile terra sperduta, è il poeta. Sperimentale e apocalittico, visionario, il verso dimartiano taglia il velo delle cose, si fa duro e scosceso, con un tonfo freddo di sasso precipita nello sgomento dell’oggi.
Si fa grido e rivolta nella voce attoriale e nel tambureggiare di djembe, si fa lamento di chitarra per il disumanato presente. 

Ho paura dell’uomo, scriveva altrove.

Ma si china dolente, ancora, ad auscultare la pena – chi, ditemi, ci ridusse a tanto sciupio dell’essere -  se mai il nostro frantumato presente di vuoti a perdere possa ricomporsi; se mai possa mutare il corso di giorni senza futuro / a giocare ancora alla guerra come un tempo alla pietra / follemente / inesorabilmente. 

 

Forse domani, sì forse domani, potremo chissà porre il giorno ad asciugare sulle ore segnate. *

 

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… fuori è tardi e dentro non ho trovato dove appoggiare il cuore 
     (G.A.Dimarti  IL VIATORE, 2025)
 
*Le citazioni in corsivo provengono dalle raccolte dimartiane “ Il Viatore” e “…ndo”
 
Sara Di Giuseppe - 3 settembre 2025

03/12/24

“IL CANTO ANTICO DEL DOLORE” *

VERFREMDUNGSEFFEKT TESTIMONIAL

Rassegna di teatro poesia musica canto orchestra
A cura di Vincenzo Di Bonaventura e Teatro Aoidos 
 
_'NDO' e LA STANZA BREVE
di
GIARMANDO A. DIMARTI
 con Vincenzo Di Bonaventura attore solista - Alberto Archini  percussioni

 

OSPITALE DELLE ASSOCIAZIONI
GROTTAMMARE ALTA  -  30 Novembre 2024  h21,30

 

 

“IL CANTO ANTICO DEL DOLORE” *
 
Vincenzo Di Bonaventura                       Giarmando A. Dimarti

dove questo tempo induce il tuo confuso esistere?
su quali illusioni vesperali naviga la mente fatìca
il cuore calpestato la ragione abbattuta?

(G.Dimarti, in La pula e il vento, 2013)

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Se la poesia di Giarmando Dimarti incontra la voce dell’attore solista e questi è Vincenzo Di Bonaventura e ne nasce poderosa ri-scrittura scenica della produzione dimartiana, l’evento  potrebbe richiamare millemila spettatori (come per Carmelo Bene al teatro Alle Cave di Sirolo) e ci vorrebbero i tornelli. 

 

Se non si fosse a Grottammare. 

Un gigante della poesia e un gigante del teatro: per noi pochi fortunati, è concerto per voce sola e djembe e percussioni ardite, ed è poesia che ti inchioda come urto poderoso di vento che ti obbliga a fermarti, a piegarti su te stesso. E la macchina attoriale che è Di Bonaventura si lascia possedere dalla grande poesia di Dimarti: l'attore-solista si fa aoidos di versi titanici e quelli ti arrivano dentro in forma di vibrazioni ed ogni cellula, in modo profondo, quasi primitivo, ne è raggiunta.

 

Tambureggiare di djembe, vortice di percussioni, e la voce si fa lamento dissotterrato da affogate memorie: il verso dimartiano, sperimentale e frantumato, destrutturato e al tempo stesso di lingua antichissima e dotta, irrompe apocalittico nel conformismo anche linguistico, perché il velo delle cose ne sia squarciato, perché il poeta possa ripiegarsi sul dolore eterno di una terra erranea sdraiata fraudolenta, evocare presago il cieco precipitare della nostra vita in disarmo verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi torneremo ad essere nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.
Scavano implacabili l’indicibilità del reale, quei versi, gridano il chiassato silenzio di un mondo arreso, di un obeso presente contro il quale la parola poetica - taci il tuo ciancio cantare / poeta - s’infrange e muore. Perché alla poesia con le sue balorde sfioccate bandiere sonore non possiamo chiedere, montalianamente, la parola salvifica nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano.

Balena tuttavia il seme di una speranza nuova, nel poeta: l’ "animula vagula blandula" batte in cerca di una nostra sopravvissuta umanità, ed è allora che la pena del vivere si sublima, nel verso di Dimarti, nell'idea possente di un recupero dell’uomo; batte là dove si china pietosa sulla sorte di uomini bui senza nome senza storia, fratelli nella acerba vita e nella morte aperta; si piega sul ricordo dell' amico suicida, su quel cuore in ritardo per un giorno senza rive che tragicamente ha cercato un’alba di là da tutto // senza più paura; s'interroga sull'uomo fatto solo, perchè è caduto il respiro che univa l'uomo alla pena  / dell'uomo.

 

Ed è ancora lo scorrere esiliato di questo povero tempo sgomento che muove l'afflato dell'altissima poesia civile di Dimarti, il suo disperato j’accuse: per un'umanità emarginata ed errante, con le labbra incollate dai digiuni (a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni? ); per una quotidianità che lascia sgomenti e sovrasta ed umilia; per l’umana follia che come acqua cupa / ha innalzato la sua forza in bave lattiginose contro la costa; per l’incapacità di decifrare l’insensato presente, per la devastazione obbligata, per l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta, per l’annientamento possibile. 
Ecco allora l’urgenza poetica e la denuncia, il rifiuto di un oggi devastato e svenduto - ho paura dell'uomo - e la tensione verso un recupero di umanità che ricomponga l’unità perduta con il tutto, che additi un orizzonte nuovo. 

  

Perché non si debba soltanto cadere sotto il dolente carico di vita calato sul mio tempo, perchè ci si possa sottrarre allo schiamazzo ebete del giorno, abbiamo bisogno di quel canto poetico: visionario, presago, umanissimo. Venuto fino a noi stasera con la voce aedica, per lungamente restare. 

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- Le citazioni provengono dalle raccolte poetiche di G.A.Dimarti: 
  La pula e il vento; Le stagioni dismesse; E' tutto sotto controllo; Il tempo che ci siamo dati; La stanza breve.

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*( G.A.Dimarti,  La stanza breve)

Alberto Archini
Sara Di Giuseppe - 3 dicembre 2024

15/08/18

“Dilaniato dai versi”


Fondazione DiversoInverso

"MINUTI ILLIMITATI di... GIARDINO" 
Giardino de La Rosa Scarlatta - Monterubbiano


La Cantoria del Buon Cantore
di
GIARMANDO DIMARTI

Percorso lirico poetico omniano a cura di 

Vincenzo di Bonaventura
11 agosto 2018  h21.30



“Dilaniato dai versi”

 

       Sono dilaniato dai versi, posseduto fino a “pensare in poesia”, dice di sé Di Bonaventura. A possederlo stasera è la grande poesia di Giarmando Dimarti (“Uno dei più grandi poeti del nostro tempo, e di cui mi onoro di essere amico”): vissuta, cantata, agita da Vincenzo, essa è la nostra rosa scarlatta in questo giardino senza età, di scale impervie, di silenzio e di stelle.
       Vi aleggia il genio eclettico e raffinato di Euro Teodori, che Giarmando ricorda commosso nei saluti; lo rischiara la presenza luminosa solida e lieve di Stefania. E noi vibriamo in tutt’uno con questi alberi antichi e liberi, con questo cielo profondo, con Vincenzo che si fa aoidos dei versi poderosi, e quella poesia percepiamo in ogni cellula - in modo primitivo e primigenio - coi sensi più profondi.

       Per voce sola e djembe ci assale titanico il canto in necessario / accessorio del poeta. Nel mondo disumanato, nel “chiassato silenzio” del tempo che ci siamo dati*, la poesia non ha - montalianamente -  lingua o parola che salvi – “Taci il tuo ciancio cantare / poeta (…) cuci i tuoi pensieri le tue dita la tua luce (…) la terra veleggia l’universo / anche senza le tue balorde sfioccate bandiere sonore” –

       Frantumato, destrutturato, sperimentale eppure antichissimo e dotto, il verso dimartiano irrompe nella spaesata realtà di un oggi in avaria dell’umano; perfora il conformismo delle parole ormai vuote di senso con la densità di una lingua spregiudicata e squisita, apocalittica e aspra, che impietosa squarcia il velo opaco delle cose e a un tempo si piega dolente - con un cuore appena ricucito - sulla pena di una terra erranea sdraiata fraudolenta.

       La voce attoriale se ne fa canto, tambureggiare di djembe, grido poderoso, lamento dissotterrato da affogate memorie. Percorre l’indicibilità di una barbarie che attecchì sotterranea / funesta; evoca presaga il cieco precipitare della nostra vita in disarmo - dove “è tutto sotto controllo”* - verso il tempo destinato, verso il “primate futuro” che noi saremo nel ”giorno dopo / il dies illa quel giorno proprio quello”.

       Implacabile esplora la rabbia della fame infame sete di chi ha attinto acqua da crepe deserte (…) dato quello che avevo per un recinto d’aria; scava la pena delle labbra incollate dai digiuni nel disperato j’accuse: “a chi offrirete a sdebitarvi / il vostro pane cencioso / se le mie ossa scricchiolano / come un rotto ramo triste senza stagioni?”

       Evoca l’amore - amaro amore errante - che ritorna dopo il tempo di un lungo deserto, e l’anima roca per nebbie disfatte si affaccia nuovamente nel giorno: non fu cosa facile / non lo è mai quando il cuore decide la sua storia.
       Si piega dolente sulla tragedia dell’amico suicida, ed è interrogarsi per capire e capirsi, e non poter altro che amare ormai lontano quel cuore in ritardo per un giorno senza rive, quell’anima in cerca di un’alba di là da tutto / senza più paura.
       Ed è canto dell’uomo fatto solo (“nella moltitudine che incrocia il tempo della storia / trovo te uomo fatto solo…”) che svende i suoi giorni nel quotidiano frastuono dove la sua profonda esserità è smarrita, è caduto il respiro che univa l’uomo alla pena  / dell’uomo.
       Nel viaggio che si conclude calchiamo con Dimarti l’orma adrianea nello struggente Animula vagula blandula: il dolore esistenziale - non mitigato, solo più pietoso - si libera in quel “Anima mia / batti come un timpano sordo”. Ti percepisco, e in quella percezione profonda - ripetuta, insistita - si ricompone l’unità perduta (“riconduco in te la mia sparsa origine”) tra la propria umana essenza e il tutto.

       Resteranno a lungo, vibreranno ancora fra gli alberi e le stelle, il respiro epico della poesia di Dimarti,  il brivido del suo amore errante, e la voce aedica che nel cantarli ci restituisce alla nostra “sopravvissuta umanità”, ci richiama indietro - fosse anche per una sera - dallo schiamazzo ebete del giorno, dalla stoltezza mascherata di inutili libertà.

* Il tempo che ci siamo dati     G.Dimarti, 2016
* È tutto sotto controllo            G.Dimarti, 2009



Sara Di Giuseppe - 13 agosto 2018



foto di Sara Di Giuseppe e Antonello Andreani