28/09/26

NON È SIRACUSA

Autoctophonia Festival 2026
Recitals Koncert

Poesia Musica Teatro

Officina teatrale Aikot27 – Gruppo Aoidos

“PER L’AMOR DEI POETI”

 

 

AGAMENNONE

Di 

Eschilo

 

 

Studio teatro greco

Programmazione 2026-27


Con

 Vincenzo Di Bonaventura - Corifeo

Maria Gaetani - Clitemnestra

Mila Sebastiani - Cassandra

 

 

Ospitale delle Associazioni - Grottammare    

 23 - 27 Settembre 2026

 

 

 

Ohi, umane vicende, la felicità 

è pari a un’ombra…


(Eschilo – Agamennone - Episodio quarto)



 

Non è il Teatro Greco di Siracusa da 15.000 posti, questo inospitale Ospitale. 

Non è Siracusa questa Grottammare che ci si accontenterebbe se radunasse lo zero virgola di quei quindicimila.

Eppure stasera è come se lo fosse, nonostante il deserto: è per questo eschileo Agamennone, è per la ri-scrittura scenica che attraverso il Di Bonaventura/Corifeo, la Clitemnestra e la Cassandra delle due valenti interpreti diviene analisi delle ragioni di una guerra, scavo nelle profondità insondabili dell’anima, discesa agli inferi dell’umana ferocia.

Una guerra, dunque, attività prediletta dall’umana specie dalle caverne in qua: modernissimo Eschilo.  

Una guerra e la sua conclusione: una città, Troia, è presa, saccheggiata, distrutta.

Niente di nuovo sotto il sole. 

Dalle caverne in qua.

 

Trionfa il re acheo, ne è atteso il ritorno con trepidazione gioiosa da che i fuochi sulle montagne hanno annunciato la vittoria. Torna Agamennone alla sua reggia e a Clitemnestra regina, porta con sé Cassandra, sventurata principessa troiana, allucinata profetessa, rassegnata preda di guerra.

 

Ma gronda sangue la vittoria argiva: il sacrificio di Ifigenia fanciulla, agnello sgozzato sull’altare della ragion di stato, grida vendetta e un cupo presagio di sventura attraversa il Coro -Perché quest’angoscia  / ostinatamente / svolazza attorno al mio cuore profeta…? -

 

È angoscia sospesa, che dai notturni silenzi spiati dalla sentinella per cogliervi la fiamma annunciatrice del trionfo, prende forma nelle parole del Coro. 

La catastrofe, preparata dall’intrecciarsi di eventi lontani, è già alle porte e aleggia sul quotidiano. 


Ne trema smarrito il coro dei vecchi argivi, evoca il sacrificio della fanciulla - sollevata sull’altare come una capra - prescritto dall’indovino Calcante per placare Artemide, accettato dal padre Agamennone – travolto in un sacrilegio nefando - perché le navi ferme in Aulide possano riprendere il mare e veleggiare. 

Trema il Coro nell’evocare lo strazio di lei che s’aggrappava alla terra / con tutta l’anima, soffocando nel sangue l’urlo con cui malediceva la sua casa, lei che in tempi felici cantava nei saloni della reggia e amabilmente intonava / il festoso peana per il suo caro padre.

 

Giunge da questo coacervo di dolore e di odio, Clitemnestra: per la figlia uccisa, per il sacrificio accettato dal suo stesso padre; attualissima “incarnazione poetica” degli inesplorabili abissi dell’anima umana. 

Giganteggia, la regina, sui due cadaveri del marito e di Cassandra, il fiume di sangue che precipita sulla piazza di Argo vendica l’oltraggio del re – Per nostra mano cadde e morì / e noi lo seppelliremo / senza i pianti della sua casa – ma anche le colpe antiche degli Atridi, il banchetto atroce imbandito da Atreo.

 

Non le è da meno l’antagonista Cassandra, tetra eroina dalla follia profetica, preda di guerra dal destino segnato; il Corifeo - Perchè queste grida d’orrore? Perchè l’anima s’adombra? - l’ascolta sgomento  evocare le immagini della casa odiata dai numi per le stragi antiche, vaticinare la fine di Agamennone e la propria, che la regina con feroce trionfo confermerà di lì a poco: …ma essa come un cigno / cantò l’ultimo lamento, della morte.

 

È su di loro il focus di questo “studio" intorno all’eschileo Agamennone: il Vincenzo/Corifeo ne prepara l'arrivo in scena, plasma il pathos che dilagherà impetuoso dagli eventi successivi, anticipa la narrazione e il suo travolgente climax (nel farlo si rivolge all'improbabile manichino sul palco - Eskìlos, lo chiama - che ha l’aria di chi ha conosciuto tempi migliori e ascolta imperturbabile). 

 

Evoca, il Coro, l’origine del conflitto (la legge dell’ospitalità sacralizzata da Zeus e che Paride ha violato col rapimento di Elena) e i presagi che l’hanno annunciato; ricorda la maledizione degli Atridi e l’ira di Artemide, giunge in un crescendo di orrore al sacrificio di Ifigenia (…l’empio misfatto da sé ne genera altri e più gravi).


Ce n’è di che costruire a dovere quella “macchina dell’angoscia” che dell’Agamennone eschileo e della sua ineguagliata efficacia scenica è il registro preminente; possente lascito della tragedia modernissima che dal 458 a.C. - primavera dell’anno secondo dell’ottantesima Olimpiade - getta ancora fasci di luce sugli abissi dell’io, fino a farsi studio di inquietante attualità sulle reazioni e determinazioni dell’animo umano.

 

Tutto questo ci hanno restituito con rara intensità questo “studio di teatro greco” e i suoi interpreti in stato di grazia, e il Teatro che non è Siracusa ma che per un po’ ci è sembrato, grazie a loro, che lo fosse.

 


Sara Di Giuseppe - 27 settembre 2026

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