Moderna ma bella, molto tempo fa c’era quasi solo lei nella piana campagna in via d’estinzione. Noi la guardavamo ammirati, quando per andare al mare dalla zona dei carrozzieri di via Sabotino - per accorciare - le passavamo vicino camminando scalzi con passi da gatto, per i viottoli che si formavano da soli tra i campi coltivati. Alberi di pere, albicocche, pesche, pure di fichi e di ciliegie, filari d’uva bianca e nera, piante architettoniche di pomodori, verdure basse. Ci s’infangava con allegria nella ragnatela di canalette di terra per l’irrigazione, dove l’acqua di pozzo apparentemente senza pendenza scorreva pigra o quasi in salita, ma il contadino che con due colpetti di zappa le costruiva era meglio di un ingegnere.
Tra le poche case di quelle parti, brutte in confronto, la casa rosa spiccava. Stile vagamente modernista-funzionalista secondo il principio dell’ortogonalità, un po’ Villa Müller di Praga (1930) di Adolf Loos. Ma a noi ignorantoni sembrava più un castello futurista: la sua forma geometrica disegnata a riga e squadra (e niente tetto di coppi), le finestre alte, ariose e con le serrandine, i balconi larghi che giravano nello spazio, il giardino schematico e per noi insolito (senza frutti da rubare). Niente ghirigori estetici, proprio un villino morigerato. Ma ci intrigava soprattutto quel suo color rosa coraggioso e gentile, quando le nostre case-dalle-finestre-strette, mal intonacate a toppe, erano normalmente color grigio-cemento [papà diceva: costa tanto pitturarla, fatto il tetto si vedrà…].
Era riuscita a rimaner viva ed integra per più di 60 anni, la “nostra” casa rosa, sempre signorile ed elegante. Mentre intorno, divorando l’intera campagna, l’arrogante miseria progettistica dei palazzinari del tempo produceva il “quartiere non pensante” che ci ritroviamo, fatto di orridi alveari verticali per migliaia di umani senz’ali, con balconcini-ripostiglio bonsai e fiori carcerati morti stecchiti nelle fioriere compresi nel prezzo a metro quadro. Edifici spazzatura, diremmo oggi. Infatti adesso li vanno impacchettando di corsa come per una titanica raccolta dell’umido, ma è manutenzione-riqualificazione alla 110ª potenza, bellezza!
La casa rosa aveva resistito senza invecchiare (come Villa Müller di Praga), pur accerchiata come accade in Cina a quelle case dalla fine segnata che restano dritte su un rimasuglio di terreno sfidando i branchi di famelici bulldozer che scavano intorno e aspettano coi motori accesi.
Ma alla fine anche lei ha ceduto. Venduta, spogliata e subito abbattuta con velocità elettrodomestica. Al suo posto presto sorgerà un’altra torre-alveare multipiano come quelle vicine ora impacchettate, ma assurdamente attraente per i cacciatori di status symbol: nervi d’acciaio e tutta bianca (neanche rosa), con garages interrati per SUV incorporati, giardino (simbolico) e spettacolare attico padronale-vista-qualcosa.
Non ha avuto la fortuna della Villa Müller che, passata anch’essa di proprietà, è stata intelligentemente acquistata dal Comune di Praga, restaurata dal Ministero della Cultura (fin negli arredi) e trasformata in frequentatissimo Museo.
E’ che da queste parti razzolano amministratori pubblici ignoranti e inconsapevoli, pure “sorvegliati” da Soprintendenze distratte o cieche. Comandano i soldi. C’è infantilismo consumistico. Nessuno che pensi controvento, cioè dalla parte giusta.
Né tra noi tapini scontenti e incazzati si trovano più personaggi popolari ma lungimiranti, disinteressati e di grande spirito civico, come l’amico Batti’ che – con un manipolo di “garibaldini” – nella vicinissima via Formentini riuscì prima a difendere quell’arido “spazio vuoto” e a cacciare le gru che già ne stavano facendo una ghiotta area fabbricabile - guai lasciare uno “spazio vuoto” libero - poi a preservarlo e a creare le condizioni per farlo felicemente vivere dall’intero quartiere fino ad oggi. Era “Art for Rebellion”? Sì.
Purtroppo invece, noi non usciremo più dalla “squallida morsa di cemento e infelicità” (T.Montanari).
PGC - 15 febbraio 2023
