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12/11/25

Trash test

 Andrea Cosentino
 
 Sala Kursaal – Grottammare
 9 Ottobre 2025
 
 31° Incontro Nazionale dei 
 TEATRI INVISIBILI
 
 Direzione artistica
 Laboratorio Teatrale Re Nudo
 
 

Se un pomeriggio d’autunno un clown nichilista ….

….incontra un’Intelligenza Artificiale, molte cose possono accadere, ma non che il clown e il suo teatro cessino d’essere Invisibili nell’accezione migliore del termine. 

Perché un clown nichilista – come Cosentino definisce sé stesso -  è esattamente ciò che sono i Teatri Invisibili da ben 31 anni: “spettacolo autentico” - così nella definizione di Artaud - libero dalla sudditanza al testo e lontano dalla sclerosi dell’ufficialità, vicino a quello spazio vuoto che per Peter Brook è da riempire fisicamente ed emotivamente alla costante ricerca di senso.

Di certo, niente è più antitetico di un Clown - perfino nichilista! - e di una Intelligenza Artificiale: figura antica, buffone medievale o maschera della Commedia dell’Arte  (“il più bel teatro del mondo”) il primo; quanto di più futuribile la tecnologia renda oggi disponibile, la seconda. 

E dal contrasto nasce la lezione di teatro in Trash test (“Collaudo distruttivo delle potenzialità dell’Intelligenza Artificiale di produrre materiali teatrabili”): che è corpo a corpo – esilarante, straniante, stralunato – fra l’attore-clown-uomo e la macchina; fra l’attore e il suo pubblico; tra il perfetto e il perfettibile, tra ciò che è umano e fallibile e sconnesso, e la raggelante levigata imperturbabilità della macchina.

È il gioco di Trash test: quanto mai serio, pur nella comicità che sprigiona, nel lasciare che agiscano l’essere in scena, l’improvvisazione, l’imprevisto, la compresenza col pubblico, il superamento della demarcazione fra attore e autore, il prendersi gioco dell’autorialità e del tipo di spettacolo - legato ai vecchi codici - che ne deriva.

Da un lato dunque il testo che non c’è, il testo che è l’attore stesso: improgrammabile, modificabile, questi coinvolge il pubblico, sollecita e provoca, fornisce input argomentativi e ne riceve a sua volta, attraversa da funambolo i registri linguistici, disfa la lingua e la ricompone e perfino “convoca” in scena i grandi (Foscolo, De Filippo…), crea un micro, personalissimo caos. 
Dall’altro quella voce generata dalla macchina, immutabilmente disponibile, educata, imperturbabile. 
Quasi vera ma perfetta, perciò non vera… 

Ma siamo al centro del gioco: Cosentino offre suggerimenti e spunti alla macchina, invita, inventa nomi e personaggi - Peppino e Pasqualino, spiccatamente regionali, offrono concretezza alle macchiette da costruire – e si delineano i contorni di una storia da narrare - “Chi lascia la strada vecchia…” – dalla trama incerta, che forse si narrerà o forse no. 
L’uomo provoca, deraglia, improvvisa, inciampa, sbaglia…”fa teatro”. 
Homo sum….
ChatGPT sta al gioco, corrette e sempre innocue le risposte, totale la disponibilità; si nega solo al coinvolgimento su temi omofobici o razzisti… è irremovibile, troppo umani quei contenuti, il suo territorio è altro, deve restare neutro, nessun conflitto che trascini nel magma dell’umano. 
L’homo sum non le appartiene. 

Ecco infine la sfida maggiore: comporre la trama di un film distopico. 
ChatGPT raccoglie ed esegue con efficienza, organizza prontamente gli input, la trama è delineata sullo schermo, si raccolgono suggerimenti dal pubblico, si disegnano linee temporali, tipologie attoriali. 
Il plot è strampalato quanto basta, vi sono gli uomini e i topi e i belli di Hollywood, signori la distopia è servita. 
L’IA ha eseguito il suo compito con perfezione algoritmica priva di scintilla. 
La sfida può spingersi oltre, adesso: si crei dunque una storia bellissima, e così bella che duri per sempre. 
La macchina accetta, non esita: elegante e tranquilla, imperturbabile.

 

Ma è qui l’inciampo, è qui il cortocircuito: l’eternità non è dell’umano, e il clown –  troppo umano - esce di scena.

 

Il saluto affettuoso del pubblico, il calore e i lunghi applausi dicono ancora che Cosentino è “dei nostri”, patrimonio d’umanità degli Invisibili da sempre,  di certo per i prossimi 31 anni e oltre…
 
Sara Di Giuseppe . 11 novembre 2025
 
 

28/10/25

“Omaggio a Stefano Benni”

con Piergiorgio Cinì

fisarmonica Sergio Capoferri


Teatro dell'Olmo 
San Benedetto del Tronto
26 ottobre 2025 h18

 


31° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
San Benedetto del Tronto  - Grottammare
26-28 Ottobre - 8-9-15 Novembre

 

Direzione artistica
Laboratorio Teatrale Re Nudo

 

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“È momentaneamente vivo” si legge nel sito in cui lui, Stefano Benni, parla di sé. 
La data non c’è e non importa: è noto, parola di monsieur de Lapalisse, che chiunque prima della dipartita è vivo.
Nel caso di Benni riteniamo anzi da fondati indizi che vivo lo sia tuttora: per esempio continua a farci ridere di gusto; per esempio Re Nudo e gli Invisibili gli dedicano un recital teatral-poetico-musicale e la sua satira sociale continua a colpire nel segno senza tregua: roba da vivi, no?

E dunque.

Piergiorgio Cinì e Sergio Capoferri fanno già da soli una compagnia teatrale: Cinì parla, mima, declama, spumeggia; Capoferri risponde a suon di fisarmonica e Piazzolla irrompe dalla lontana Buenos Aires fra i legni affettuosi del Teatro dell'Olmo. 
I testi di Benni strappano risate e meraviglia, sono una festa della parola e del paradosso, sono il trionfo dell’iperbole ma sono anche la verità su di noi e ci mettono a nudo, bizzarre creature davanti a uno specchio deformante.

 

Ecco allora il mercante d’armi rivendicare la propria buona fede e perbacco, se avessi saputo che un cliente / può diventare nemico / della mia patria/ dell’Occidente (…) gli avrei fatto pagare / il cinquanta per cento in più… Quando si dice il rigore etico sposato alla solida morale… Avercene!

 

Ecco l’amore, ecco “Le piccole cose che amo di te”; ecco “Ti amo”, e “Prima o poi l’amore arriva”: già, l’amore. Quello che, comunque lo vedi, declinato dal quotidiano al surreale al grottesco come in Benni, sempre rende imprevedibile e surreale ciò che è ordinario e Benni sa come prendersi gioco di "questo guazzabuglio del cuore umano" . 

 

Ecco l’impareggiabile “Storia di Pronto Soccorso e Beauty Case”: amore anche qui, e tanto, e paradossi e iperboli. Sedici anni lui, passione per i motori ereditata seguendo il padre sul lavoro cioè a rubare le gomme;  quindici lei, figlia di una sarta e di un ladro di Tir, così piccola che la madre le cuce le  minigonne con le vecchie cravatte del babbo. 
S’incontrano, s’innamorano una sera di prima estate, si baciano dalle nove e un quarto alle sei di mattina, e “sono innamorato” confesserà Pronto a quattro scarafaggi che dalle nostre parti parlano piuttosto colorito e rispondono di conseguenza. 
Tra una carambola e l’altra di Pronto Soccorso – nomen omen, in un anno s’imbustò col motorino duecentoquindici volte sempre in modi diversi - alla fine la legge arriva nella persona di Joe Blocchetto, spietato comminatore di multe: per Pronto sarebbe finita, se tutto il quartiere di Manolenza - entri che ce l’hai ed esci senza - non si mobilitasse scatenando il più colossale ingorgo che memoria di vigile ricordi: il quale vigile, va da sé, esce fuori di testa. Ma tutto finisce in gloria: il feroce Joe Blocchetto dopo un periodo in manicomio dirige ora un autoscontro, e Pronto e Beauty si sono sposati, lui trucca le auto, lei le pettina.

Potere dell’amore! Perfino se è quello, mercenario e proibito che - ne “Il porno sabato del cinema Splendor” - sconvolge il paese di Sompazzo il cui cinema (il primo ad essere aperto in paese!) inserisce nella programmazione un film a luce rosse, sconvolgendo codici morali ed equilibri famigliari; e dove per involontario scambio di bobine invece che il secondo tempo del porno viene proiettato l’arrivo di Coppi al Giro d’Italia e l’accaduto viene così commentato: Coppi è bestiale. Pensa, nel primo tempo scopa per un’ora di fila, poi salta in bicicletta e vince” .

 

Il Piazzolla degli intermezzi alla fisarmonica del maestro Capoferri – durante i quali l’umorismo dei testi sembra raccogliersi in momenti di abbandono e riflessione – evoca mondi ben lontani dalla colorita provincia emiliana di Benni: eppure il vitalismo porteño che occhieggia nella melodia struggente di Astor (“negli accordi ci sono antiche cose / l’altro cortile e la nascosta orditura”: così il tango, nei versi di Borges) si coniuga intimamente  col microcosmo “diabolicamente” smascherato da Benni, col caleidoscopio di voci e di volti che ci vengono incontro: stralunati o struggenti, e tutti - grazie all'immaginario di Benni, alla scrittura acuminata, al sorriso in agguato dietro la malinconia e viceversa - sono eroi senza medaglie di quell’avventura che tutti ci accomuna ed è la vita. 
“E a morire non riuscirò mai”, scriveva Benni nella sua Canzone per De André.
 Ed ha avuto ragione: non c’è riuscito.
 

 

 
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Povere genti che ai menestrelli credete
Dimenticarvi di me non potrete
E io di voi scordarmi non posso
Dentro un tramonto feroce e rosso 
Dentro un cielo di sangue e vino
Ascoltate come sembra il primo 
L’ultimo accordo che io imparai
Io non voglio non voglio morire 
E a morire non riuscirò mai.
 
[S.Benni Quello che non voglio  (una canzone per Fabrizio De André ) – 2011]



 

12/11/24

MINERALE O NATURALE, FORSE LEGITTIMO

30° Incontro Nazionale dei TEATRI INVISIBILI
Direzione artistica 
Laboratorio Teatrale Re Nudo
 
GLI ASPARAGI E L’IMMORTALITÀ DELL’ANIMA
di Achille Campanile

Voci recitanti
Chiara Bellabarba, Piergiorgio Cinì, Rosanna Listrani,
 Riccardo Massacci, Andrea Mondozzi, Roberta Sperantini

Fisarmonica: Sergio Capoferri

 

Teatro dell’Olmo - San Benedetto del Tronto - 10 Novembre 2024  h18

 

Ci salutano così, “quelli di Re Nudo”, realizzatori del 30° Incontro dei Teatri Invisibili appena concluso: nel piccolo affettuoso Teatro dell’Olmo che è tutto loro, da loro creato e custodito negli anni, minuscolo atollo dove coltivare una specie protetta e a rischio come il teatro. 
Si congedano regalandoci allegria - l’umorismo un po’ folle di Achille Campanile - nel teatro oggi stracolmo, che sui muri sciorina le locandine degli “Invisibili” di questi lunghi 30 anni, quell’ ininterrotto festone tutto da riguardare, per ricordare, per sorridere…ti ricordi? ti ricordi?...

 

E oggi con Campanile (del quale perfino la data di nascita potrebbe essere uno “scherzo”, se è vero che non sarebbe nato nel 1900 - come volle far credere - ma un po’ prima, forse perché non gli piaceva – fu detto – essere considerato uomo dell’800) ri-scopriamo che si può ridere del nulla e di noi stessi, delle nostre manie, degli stereotipi, del conformismo, delle convenzioni, del nostro stesso linguaggio; che si può scherzare “sul serio”, giacchè il reale è così assurdo da non richiedere sforzo per estrarne il lato comico.

 

L’umorismo d’altronde, già difeso da Pirandello nel saggio omonimo, vinceva proprio nei primi del ‘900 il pregiudizio accademico che negava dignità artistica al comico e lo relegava a rango minore nel panorama letterario. 
Qui oggi, nei densissimi 60 minuti che ci incollano ai gradoni del teatro, sperimentiamo dialogo per dialogo, scena dopo scena, il meglio del Campanile “depistatore” del linguaggio, suo bersaglio prediletto. Gioca coi paradossi e i non-sense, l’umorismo di Campanile che funambolico maneggia le strategie dell’assurdo e risente dei procedimenti sintetici e dinamici tipici del teatro futurista (L.Lanna); che, soprattutto, prende il linguaggio per i fondelli (U.Eco).

 

Giacchè sono giochi di prestigio i folgoranti atti unici, le tragedie in due battute, i dialoghi stranianti; le parole volteggiano e ricadono giù trasformate, dopo aver disegnato labirinti di non-senso, rifiutato ogni ordine prestabilito, sovvertito i rapporti fra le cose e delle cose con il reale. Obiettivo raggiunto, complice l’abilità degli interpreti, se sbalorditi percepiamo il surreale nella banalità e nel conformismo, negli stereotipi della conversazione quotidiana, se le nostre vicende di “animali parlanti” ci appaiono all’improvviso mutate di senso e di contesto al solo cambiare di accento o di sillaba.

 

Un reale visto in controluce che può con nonchalance trasformare in schermaglia - tra il Cameriere e L’uomo e La donna seduti al tavolo - la banalissima ordinazione di un’Acqua minerale: in cui, per parossistica acrobatica deviazione di significati, minerale e naturale mutano di ambito fino a spostarsi sul piano esistenziale, divenire surreale disputa sulla collocazione giuridica di un figlio a seconda che sia “naturale” o “legittimo”, fino al conclusivo deflagrante acme nel quale “Mio figlio è minerale e beve acqua legittima!”.

Di straniamento in straniamento, a riportarci nel reale tra una scena e l’altra è l’ammaliante fisarmonica del maestro Capoferri; intermezzi di preziose suggestioni classiche ma anche scanzonate sottolineature, ironiche e discrete, del linguaggio scenico là dove quest’ultimo si fa naturale virtuosismo senza affanno ne’ spettacolo. Come ne La quercia del Tasso, vertiginosa sarabanda linguistica in cui financo la burocrazia capitolina è rappresentata in affanno nello stabilire la quota da pagare per la sosta del tasso sotto la quercia del Tasso, “Cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso, e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso”.

 

Dal trascinante assolo del tasso, all’esilarante coralità della Visita di condoglianze e oltre, il vorticoso deragliare di significati disegna una realtà parallela, dove sono soprattutto l’attendibilità della parola e la presunzione del linguaggio come decrittazione del mondo ad essere messe in discussione. 

Ed è, la realtà disegnata da Campanile, vicina in modo sorprendente al nostro tempo, alle dinamiche manipolatorie della contesa politica, all’inversione strumentale dei significati. 

Proprio come ne La Rivoluzione, farsa che vede un funzionario imbecille (ma va’?) incapace di gestire il  tumulto di piazza e alle prese con un braccio artificiale che, ingovernabile, scatta da solo passando meccanicamente dal pugno chiuso al saluto littorio (uguale al La Russa senatore nei disegni di Stefano Disegni) finchè, bloccato il braccio in posizione innaturale, verranno acclamati quel gesto e quella posizione come simboli di un nuovo partito e di una nuova idealità, quella che si attendeva, e con essi si acclamerà l’uomo del destino, il nostro condottiero, evviva evviva
Surreale ma anche no, se guardiamo al nostro tempo e alle  dinamiche manipolatorie del dibattito, politico e non solo.

Cala idealmente il sipario che non c’è su questo spettacolo: i valentissimi interpreti hanno affettuosamente giocato col ricordo di un umorista saggio e profondo, “gioioso anarchico della scrittura”, prezioso nel nostro presente di imbarbarimento della parola scritta e parlata. 
Genio visionario, lo ha definito qualcuno, capace di “rendere significante ciò che in apparenza è privo di significato”; noi potremmo definirlo, a ragione, un genio naturale, forse anche minerale, sicuramente legittimo.

Sara Di Giuseppe - 12 novembre 2024

28/10/24

QUANTI ANNI MI DATE?

30 ANNI DI INVISIBILI
FESTA TEATRALE

26 Ottobre Sala Kursaal – Grottammare
 
 
 
“Il teatro è un atto generato dalle reazioni e dagli impulsi umani, dal contatto che si stabilisce fra la gente: è, al tempo stesso, un atto biologico e un atto spirituale” 
(Jerzy Grotowski, Per un teatro povero, 1970) 

 

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Quanti anni mi date? La domanda - che è fulminante se davanti al viso ti sei piazzato una grata carceraria - la fa Andrea Cosentino “clown nichilista” nel mezzo del suo esilarante, surreale monologo alla Festa dei Teatri  Invisibili. 

 

Viene naturale, ripensandola, immaginare che ce la rivolgano loro, gli “Invisibili” al 30° compleanno festeggiato nell’incontro teatrale col pubblico, al Kursaal di Grottammare dove tutto ebbe inizio. 

Festa di teatro e di amarcord, di allegre affettuose nostalgie, di dialogo tra il pubblico e quelli che fecero l’impresa “invisibile”, i promotori e pionieri dell’avventura - Piergiorgio Cinì, i fratelli Massacci, tutti gli altri inossidabili protagonisti del Laboratorio Teatrale Re Nudo - e molti di coloro che anno dopo anno ne sono stati testimoni o parte attiva, quelli che vi hanno lavorato, quelli che l’hanno sostenuta, quelli che ci hanno creduto. Che li hanno “visti”.

 

Quanti anni mi date, potrebbe chiederci questa realtà concepita con un atto d’amore e una buona dose di geniale follia: le risponderemmo che è sempre più giovane, perché la passione  non sa invecchiare.
E dalla passione del teatro nasceva trent’anni fa il progetto rivoluzionario: ci ricorda, Piergiorgio, quel convegno a Rovigo - “Il teatro esploso” ne era il titolo  -  nel quale confluirono da ogni dove - come un popolo rom - e si confrontarono, tutte quelle volontà desiderose di superare le dinamiche tradizionali e gli assiomi classici dell’arte teatrale accademica, di opporsi alla sclerosi di quella “cittadella del teatro chiusa in sé stessa” - dice Cinì - che lasciava ai margini le energie più innovatrici.

 

Fu l’atto fondativo di una rivoluzione teatrale dal basso: e fu una sfida, ideata dai nostri pionieri, il meccanismo dell’autoconvocazione - nel nostro territorio - di gruppi teatrali che potevano in tal modo far conoscere le proprie creazioni e le loro potenzialità. Fu un’ondata – racconta Piergiorgio, e sembra essere incredulo ancora oggi – e furono 44 i gruppi il primo anno, divennero già settanta l’anno successivo…

 

E fu un delirio di fatica e difficoltà, anche tre spettacoli al giorno, i luoghi più disparati, attrezzature al minimo, la lotta contro ottusità istituzionali e amministrative. 
Ma su tutto l’entusiasmo e la passione, e un’energia creativa che rese la Rassegna “il più significativo movimento teatrale del secondo Novecento” (Eugenio Barba).

 

Sono passati da lì, negli anni, gruppi e personaggi che oggi hanno rilevanza internazionale (Ascanio Celestini, ci fu anche Ezio Bosso tra gli altri; e Babilonia Teatri, Marta Cuscunà ecc.). ed è per tutti loro, oggi, l’omaggio della Festa teatrale: la narrazione e la musica, le voci e le letture, le testimonianze, gli aneddoti, le riflessioni che si fanno spettacolo.

 

E ci sembra perfino concreta la surreale narrazione di Cosentino sul tempo che - non esistendo - potrebbe benissimo scorrere a ritroso, determinando una successione di ricomposizioni (come le fette di salame che si ricompongono nel salame intero ne La charcuterie mécanique dei Fratelli Lumiére) le quali giungerebbero fino all’uovo che rientra nella gallina (spiegando forse uno dei più suggestivi e inutili arcani, su chi dei due sia nato prima): perchè oggi vediamo la storia degli Invisibili venirci incontro come la neonata creatura che la Rassegna era 30 anni fa. 

 

Ci piace invece, e molto, che essa sia oggi una realtà adulta, maturata in forme tra le più interessanti nella cultura teatrale contemporanea: perchè né la passione né l’entusiasmo né – soprattutto e per fortuna - la benedetta follia ci appaiono minimamente cambiati per qualche capello bianco in più

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Ma, ahimé, che m’inganno,
tu sei, tempo, che te ne stai 
io sono quello che se ne va
 (Luís de Góngora y Argotte, Medida del tiempo por diferentes relojes)

Sara Di Giuseppe - 27 ottobre 2024



 

25/10/24

Gli "Invisibili" percettibilissimi

Cari “Teatri invisibili”, come promesso a me stesso, motu proprio, in piena autonomia e da distratto (o discontinuo) spettatore ho realizzato quello che vedete. Prendetelo come un mio contributo, modesto ma fatto con passione, per testimoniarvi la mia gratitudine per il notevole traguardo raggiunto, credo un unicum nel settore a livello nazionale (con l’auspicio di doppiarlo, s’intende) e per la qualità della proposta culturale. E questa sì che è percettibilissima!

Gli occhi che si vedono nelle lenti dell’”invisibile” sono del curatore e fulcro di quanto da 30 anni si mette in scena (e chissà con quante difficoltà…): Piergiorgio Cinì.
 
Sabato 26 ottobre, al Kursaal di Grottammare, ore 18, si festeggia ‘teatralmente’. Partecipiamo numerosi.
 
NB: Ribadisco che questo che allego non è il manifesto dei "Teatri invisibili" dell'edizione in corso, ma un mio semplice omaggio. Se avessi fatto il pasticciere o il pizzaiolo avrei imbandito un buffet gratuitamente.
 
 
Francesco Del Zompo - 25 ottobre 2024
 

24/10/24

GLI OTTOBRI INVISIBILI

Da 30 anni, da queste parti, tutti gli OTTOBRI (e dintorni) /

              sono INVISIBILI 

Mica per la nebbia, per i TEATRI! 

Eppure, contro la meteorologia classica, certi ci vedono benissimo

Per esempio RE NUDO  

E quindi anche noi, a ruota  

Non tutti i cambiamenti climatici vengono per nuocere.

 

PGC - 24 ottobre 2024 


 

21/10/24

LA SINISTRA TIMIDA E I SUCCHETTI



30° Incontro Nazionale dei

TEATRI INVISIBILI

 Direzione artistica

Laboratorio Teatrale Re Nudo



LA SPARANOIA

Atto unico senza feriti gravi purtroppo


di Niccolò Fettarappa


con

Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri


e il contributo intellettuale di Christian Raimo

 

17 Ottobre 2024 h 21

Teatro Concordia – San Benedetto del Tronto

 
Se non disturba nessuno noi di sinistra timida facciamo una merenda “Coi succhetti.
Il succo di frutta in brick, quello che ha segnato generazioni: indelebile, rassicurante come la merenda e la nutella, le assemblee d’istituto, i cortei, le agitazioni, la tivù dei ragazzi… 
 
Quei ragazzi sono oggi i trentenni della generazione Z, cresciuta dalla metà degli anni Novanta, generazione passata da Digos boia agli slogan gridati bevendo succhetti e cantando Jovanotti.
 
E i settantacinque minuti di questa Sparanoia senza feriti gravi purtroppo sono una discesa nelle malebolge poco tragiche e molto grottesche del nostro tempo malato e di un’età – è stato scritto – "dimissionaria da sé stessa".
 
Ci sono tutti, i simboli del ripiegamento, giovanile e non solo; ci sono le sbarre di prigioni  mascherate che hanno ingabbiato slanci e speranze, fatto sì che  la miccia crepiti sempre senza che la bomba della rivoluzione riesca ad esplodere; ci sono gli stereotipi massmediatici - droga, movida, manifestazioni, fumogeni - che criminalizzano una generazione in catalessi politica, figlia del fallimento dei padri e di ceti dirigenti mediocri e feroci: il nulla alle spalle, davanti il disciplinato ritorno alla merenda e ai succhetti

Generazioni compresse da un nuovo ordine garantito da mediocri pagliacci istituzionali in manganello e divisa, da un’Italietta di decreti legislativi plasticamente titolati Me prudono le mano…
 
Lo spazio perimetrato da quattro tralicci preclude altri possibili orizzonti: lo occupa al centro un domestico stendino bianco, “segno scenico della repressione casalinga”, estensione delle mamme-droni dalla presenza soffocante e ossessiva; lo circoscrive il notiziario tivù: ci sono solo “Cattive notizie”, lo conferma autorevolmente “Il Resto del Merdino” e d’altra parte va tutto male nel mondo e anche loro, i trentenni, non stanno per niente bene, fra depressione e ansia e la psicologa quando la nutella non basta più.
 
Le scene scandiscono una dopo l’altra, incalzanti, l’esilarante eppur amara incursione nel disincanto “degli giovani”, orfani di una sinistra pavida e sconfitta, segnati dal fallimento dell’utopia e dei progetti rivoluzionari.  
Nello spazio che si restringe, nella repressione manesca che indossa il cappello d’alta uniforme (col pennacchio!) del carabiniere amicone, i mondi immaginati diventano quella piastrella da un  metro quadro che è la casa o l’aspirazione ad essa, prigione da un metro quadro appunto, però - s’intende - abitabile e calpestabile...
Le velleità degli antagonismi, l’illusione di chi ha creduto di far politica e realizzare sogni - per tutti prima che per sé - si spengono in discreti, educati flash mob e sit-in con le gambe a farfallina - “Tu mi assicuri che questa ginnastica sia propedeutica alla lotta di classe?”
 
Non resta che convogliare il disagio interiore, il senso di colpa anzi il senso di golpe per il non fatto - c’ho i disordini mentali, dottoressa, c'ho il Marx mentale - nell’analisi della terapeuta; non resta che vedere il pugno chiuso della Rivoluzione trasformarsi in un paccuto pugnaccio di destra… Un destro, appunto.
Sarà infine l'interminabile nastro bianco e rosso da crime scene a circondare il tutto, a ingabbiare nelle sue spire Niccolò della sinistra timida, e il grido della rivoluzione sarà solo un infinitamente reiterato, allucinato, Grazie!...
 
Lorenzo e Niccolò, con la loro “atletica agitata della parola”, la contundente inventiva di quest’imprevedibile teatro dell’assurdo, le audacie semantiche e gli artifici retorici, la pirotecnica abilità nel maneggiare simboli e dissacrare totem e tabù, non avrebbero potuto rappresentare più plasticamente la fine dei sogni, “la tragedia di un tempo ridicolo” e ciecamente appagato che innalza da solo, con zelo,  i muri della proprie prigioni.
 
Possano almeno, col loro talento e l’impegno artistico, contribuire ad alimentare l’indignazione.     
A giudicare dalla scarsa (quasi “invisibile”) partecipazione sambenedettese, speranze pochine ma non stupisce:  è San Benedetto, bellezza.
 
 
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L’interrogativo più acuto che dobbiamo porci è perché questo disagio interiore non diventi coscienza di classe, perché questo basso continuo di recriminazione abbia raramente un acuto di rabbia. Figuriamoci se si manifesta come ribellione!”
     (Christian Raimo  - Riparare  il mondo -  2020)
 
Sara Di Giuseppe, 19 ottobre 2024